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11 giugno 2014

Luciano Canfora - 1914


«Quando si tratta di stati di coscienza collettivi, in particolare, lo studio sperimentale è praticamente inconcepibile. […] Ma ecco che in questi ultimi anni si è verificata una sorta di vasto esperimento naturale. Si ha il diritto, infatti, di considerare come tale la guerra europea: un immenso esperimento di psicologia sociale d’una ricchezza inaudita. Le nuove condizioni di vita, con un carattere così inusitato, con particolarità così caratteristiche, in cui tanti uomini si sono trovati all’improvviso gettati – la forza singolare dei sentimenti che agitarono i popoli e le armate – tutto questo sconvolgimento della vita sociale e, se si ha l’ardire di usare queste parole, questo ispessimento dei suoi tratti, come attraverso una lente potente, devono, pare, consentire all’osservatore di cogliere senza troppa fatica i legami essenziali fra i differenti fenomeni. Certo egli non può, come in un esperimento nel senso ordinario del termine, far variare egli stesso i fenomeni, per meglio conoscere i rapporti che li uniscono; cos’importa se sono i fatti stessi che mostrano queste variazioni, e con quale ampiezza! Ora, fra tutte le questioni di psicologia sociale che gli avvenimenti di questi ultimi tempi possono aiutare a delucidare, quelle che si ricollegano alla falsa notizia sono in primo piano. Le notizie false! Per quattro anni e più, ovunque, in tutti i paesi, al fronte come nelle retrovie, le si vide nascere e pullulare; esse turbavano gli animi talora sovreccitando e tal altra abbattendo gli ardori; la loro varietà, la loro bizzarria, la loro forza stupiscono ancora chiunque abbia buona memoria e si rammenti d’aver creduto».

Marc Bloch, Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra 
(1921)




Libro uscito nel 2006, l’editore palermitano Sellerio ripropone in nuova veste, per il centenario della Grande Guerra, l’analisi dedicata da Luciano Canfora agli eventi confluiti in quella straordinaria e tragica deflagrazione che fu il 1914. Il titolo intende sollevare la questione dell’inganno delle cronologie con cui si suole enucleare la complessità delle trame storiche.
Il ’14 dunque, termine convenzionalmente epocale su cui si concentrarono molte aspettative e perciò anche violente rotture, è l’oggetto di questo scavo attorno all’anno, esposto in una prosa chiara e diretta, unita a un serrato excursus di fatti e fenomenologie, l’esistenza dei quali nelle società europee di fine Ottocento ha un peso enorme per i successivi sviluppi.  
In queste pagine trovano spazio elementi di politica interna ed estera dei paesi contendenti, incursioni nei relativi interessi coloniali, riflessioni di psicologia sociale applicate alle organizzazioni partitiche del continente e ai comportamenti dell’elettorato prima del conflitto.
Non sorprenderà che il tono accattivante utilizzato da Canfora ci faccia dimenticare di avere tra le mani un saggio e ci trasporti piuttosto nella ricca intelaiatura di un racconto. Aggiungo che se di gusto della lettura si può parlare, intendendo quel desiderio di riprendere in mano un libro appena si prospetti qualche momento libero, confesso di essere tornata a provarlo, dopo diverso tempo, proprio con quest’opera.
A dare avvio alla narrazione è l’interrogativo su come gli accadimenti vadano periodizzati, antico dilemma, che mai ha fatto dormire sonni tranquilli agli storici. Nel caso della collocazione della prima guerra mondiale sull’asse cronologico, l’autore innanzitutto seleziona un segmento alquanto esteso che va da Sedan (1870), con la lunga tregua che si instaura tra Germania e Francia, e arriva fino alla seconda guerra mondiale. E qui il lettore inizia a rendersi conto che dovrà abbandonare non poche delle convinzioni ereditate dallo studio scolastico. I quaranta anni della cosiddetta pace, seguita alla disfatta francese, sono assai più problematici di quanto si sia in genere portati a pensare. Molti attriti covano sotto le ceneri, i cui esiti più vistosi si collocano fuori dal continente, nella lotta per le colonie. Una spartizione in cui la Germania si inserirà più goffamente delle nazioni rivali, Inghilterra e Francia, sentendosi perciò chiamata a una crescente aggressività per raggiungere i propri obiettivi. In tale contesa anche l’Italia non starà a guardare, creando focolai di instabilità nel Mediterraneo che risulteranno fatali al mantenimento degli equilibri. La guerra è un brutto affare di interessi nazionali che vanno calpestandosi e ingarbugliandosi sempre più, e la sua lunga durata non sorprende, se si considera in che modo il vantaggio dei singoli Stati sia venuto ad anteporsi a una soluzione dei problemi collettivamente ragionata. Ma lo storico si spinge anche oltre, dimostrandoci che le cose non finirono nel ’18. Si può piuttosto affermare, tornando ai dubbi sulla periodizzazione dei quali dicevamo, che vi è stata un’unica guerra, di cui quelle che noi indichiamo come prima e seconda rappresentano due fasi. Del resto, i vent’anni che separano lo scoppio dei due conflitti sono caratterizzati da un difficile ritorno alla normalità, e gli atteggiamenti assunti ‘nel corso dell’emergenza’ sono solo parzialmente riassorbiti: autoritarismo e militarismo si insediano al governo, spalancando le porte a indirizzi conservatori e al rafforzamento delle ideologie nazionaliste. In Germania, simili lacerazioni sono ancor più visibili. La Repubblica di Weimar è uccisa sul nascere da una vera e propria congiura reazionaria in cui si ritrovano tutte le personalità più retrograde del paese. La debolezza economica, la frustrazione derivante dai debiti di guerra sotto il cui peso dilagava la disoccupazione, le falle aperte nel partito socialista che da prima della guerra non avrebbe più avuto l’occasione di riorganizzarsi quale forza in grado di mutare gli assetti in campo, hanno fatto il resto. Ma da queste problematiche era affetta l’intera Europa. Perciò lo studioso parla di un’unica grande crisi i cui prodromi erano già scritti assai prima dell’attentato di Sarajevo e le cui soluzioni tarderanno a venire, passando per un altro, per molti versi ancor più atroce, evento bellico. Istituisce allo scopo un interessante paragone con la lunghissima guerra peloponnesiaca che logorò la Grecia per trent’anni, innescandone un processo di decadenza che fu la premessa della conquista macedone. All’origine della guerra vi fu la rivalità tra Atene e Sparta, entrambe impegnate fin dagli inizi del V secolo a. C. a consolidare le rispettive zone di potere nell’Egeo. Saltata la pace del 446, con la quale Sparta si era disposta al riconoscimento della lega delio-attica, si creò una serie inarrestabile di circostanze. Si potrebbe definire questa storia una guerra imperialista ante litteram, dai risvolti non meno esiziali, pagata a caro prezzo in primo luogo da Atene, che assistette alla distruzione della propria flotta, insieme alle mura del porto, e all’imposizione di un governo di oligarchi particolarmente intransigente. Fine di una grande città ma anche della Grecia classica. Le rivalità interne infatti non si sopirono più. Tebe, da sempre insofferente all’alleanza con Sparta, che esercitava sulla città un forte controllo, all’indomani della fine della guerra del Peloponneso si industriò per la conquista della propria autonomia, riuscendo perfino a imporsi quale potenza egemone per un breve periodo (371-362 a.C.).
Questo secolo di grandi guerre interne all’antica Grecia, per quanto tali situazioni siano lontanissime e profondamente diverse dalle dinamiche della nostra contemporaneità, resta comunque un termine di paragone affascinante per capire l’evolversi e il degenerare dei rapporti tra élites dirigenziali, gruppi di pressione orbitanti intorno ai centri di potere e forze da essi schierate.
Tornando alla guerra scoppiata nel ’14, proprio alla perversione dei poteri in campo e alla mistificazione delle coscienze, Canfora dedica un’ampia parte della sua opera. Un ruolo rilevantissimo ebbero infatti le varie propagande interne impegnate a dipingere il nemico secondo clichés consolidati. Ne scaturì una libellistica di guerra, rozza e approssimata, che ha visto in grande spolvero ad esempio il tema dello scontro tra barbarie tedesca e civiltà latina. A ciò si aggiunga l’enorme e incontrollabile fabbrica delle false notizie di guerra, leggende nate al fronte, riprese e ingigantite dalla gente, che nel corso della Grande Guerra conobbero un’inaspettata fioritura, oggetto di un magistrale studio sull’immaginario collettivo da parte di Marc Bloch.
Nella bieca ed egoistica difesa del vantaggio nazionale, andò perso il vero interesse collettivo, la pace, che avrebbe salvato molto più di quanto era stato messo sul piatto dell’interventismo.
Quando il maresciallo Hindenburg nel ’17, in concomitanza con la spaccatura del partito socialista, divenne presidente del Vaterlandspartei, grande formazione reazionaria di massa, il cui statuto era il perseguimento ad ogni costo degli obiettivi di guerra annessionistici, la storia aveva già preso una piega che paleserà i suoi più foschi risvolti appena alcuni anni dopo. «La leggenda del colpo di pugnale», altro effetto propagandistico maturato dalla guerra, e che avrà non a caso tra i suoi assertori proprio lo stesso Hindenburg, ferirà a morte la fragile esperienza weimariana e con essa la speranza del vecchio continente di recuperare una normalità all’insegna di rinnovati poteri democratici e progressisti.

(Di Claudia Ciardi)


      Sfogliando il libro        

14 novembre 2020

Κρίσις – Cronache dell’economia che non c’è

 

Per il secondo trimestre del 2020 l’Ocse certifica il reddito delle famiglie italiane a meno 7,2%. Nel medesimo periodo il Censis dichiara che sono a rischio chiusura 460.000 imprese. Dati da bollettino di guerra che sicuramente non sono ancora definitivi, in quanto manchevoli delle reali implicazioni delle nuove misure restrittive in vigore da poco meno di due settimane, con conseguente ulteriore rallentamento dei motori economici. La battuta d’arresto portata dall’epidemia negli assetti mondiali ha aggravato un quadro reso instabile da almeno un decennio di crisi, all’interno del quale la situazione greca ha toccato il punto più basso, pagando al contempo il più alto prezzo in termini di depauperamento sociale. Dal 2010 la Grecia vive in bilico, senza aspirazioni né progetti di lungo termine, e poco ha significato l’uscita due anni fa dal programma di austerity. La durata pluriennale di quei piani, l’introduzione repentina di riforme che hanno determinato un taglio netto del potere d’acquisto in ogni ceto, la conseguente prolungata contrazione dei meccanismi produttivi hanno fatto saltare i residui e già fragilissimi equilibri interni, gettando la popolazione in un tunnel depressivo, fatto di vulnerabilità e mancanza di slancio, esponendo il paese al miglior offerente. La Cina ha saputo introdursi sapientemente in queste crepe, prima stabilendo le proprie teste di ponte al Pireo, fiore all’occhiello tra le infrastrutture greche ed hub imprescindibile per il ripristino della via della seta. Poi firmando accordi per la cessione di asset strategici essenziali, come ad esempio quello energetico. Vanno peraltro in questa direzione le recenti aperture del neopremier Kyriakos Mitsotakis, che dopo aver lanciato accuse al suo predecessore Tsipras sulla svendita del paese a Francia e Germania, ha impresso una definitiva svolta a oriente. L’Europa, in una sorta di tacita connivenza che suscita inquietudine, ha lasciato fare, favorendo anzi questa tendenza proprio attraverso politiche antifrastiche rispetto alla capacità di ricucire e ridare linfa al tessuto sociale.
Tanto per ricordare alcune misure che hanno fiaccato il popolo greco creando una pericolosa infiltrazione in una delle frontiere mediterranee più delicate e nodali; fronte all’Asia, spalle ai Balcani con tutto ciò che si sta giocando su queste rotte. Tre bail-out che hanno disposto altrettante tranche di aiuti economici secondo i dettami della Troika. Tali imposizioni si riassumono in privatizzazioni e tagli a tutto il tagliabile. Un greco sorpreso a far legna nei dintorni di Atene disse in quei giorni che ci vuol tempo per abituarsi alla povertà; durante la guerra e nel dopoguerra avevano imparato a gestirla, ma trovarcisi in mezzo da un giorno all’altro significa soccombere.
Dura resistere, la voragine aveva iniziato a inghiottire centinaia di migliaia di vite. Alla fine del 2018, quasi dieci anni dopo la cura da cavallo, il 35% della popolazione era a rischio esclusione sociale (contro il 23% della media europea, comunque un valore alto). Più di mezzo milione di greci, per lo più giovani e neolaureati, ultimi figli di quella borghesia che per un po’ ha potuto contare su qualche rendita di posizione pur ridotta dall’impatto della crisi, sono emigrati. Il calo delle pensioni è stimato tra il 40% e il 60%. Il tasso di natalità è tuttora in caduta libera, il più basso del vecchio continente. Il potere d’acquisto delle famiglie evaporato per più di un 30% rispetto al periodo pre-crisi. L’introduzione di un rigido controllo sui capitali ha comportato fra le altre cose un limite giornaliero al prelievo pari a sessanta euro (rimosso solo a ottobre 2018 con la fine dell’ultimo programma di aiuti). Nei momenti più foschi di quelle imposizioni economiche si vociferò di riformare perfino l’alfabeto greco, troppo difficile, troppo fuori dal tempo, si disse. Se questa non era un’intromissione che andava al di là del rimettere in sesto i conti, come definirla allora? Alla resa economica si puntava anche attraverso una sconcertante resa culturale.

Nel mentre, cosa impensabile fino a pochi anni prima, dal maggio 2016 in accordo col Fondo Monetario Internazionale iniziò una concertazione per l
alleggerimento del debito greco, così da ridare respiro al paese. La questione ellenica si trascinava da così tanto tempo che i creditori avevano cominciato a valutare questa azione. Alleggerire significava ritardare le scadenze dei pagamenti sulle esposizioni che la Grecia aveva nei confronti degli altri paesi europei. Per anni ciò è stato politicamente impraticabile, in particolare per l’opposizione della Germania, che temeva di creare un incentivo perverso ad altri paesi europei. E proprio riguardo il debito tedesco, udite, udite: «Quanto ad affidabilità fiscale, la Germania ha già fatto bancarotta quattro volte. Il suo miracolo economico deve molto al taglio del debito postbellico ottenuto nel 1953. La sua crescita dopo l’annessione della Germania est nel 1990 ha goduto della indiretta ma congrua partecipazione europea al colossale trasferimento dei capitali verso i nuovi Länder, tuttora in corso (una Transferunion interna). Infine, da quando esiste l’euro Berlino non è mai stata sanzionata malgrado abbia violato almeno sei volte le regole di austerità da essa reclamate – tra cui lo stesso patto di stabilità – e abbia spesso ecceduto il limite del 60% fissato dai trattati per il rapporto debito/pil (oggi è al 74,7%). Per tacere del formidabile surplus della bilancia commerciale, squilibrio macroeconomico incompatibile coi trattati». (Dall’editoriale di «Limes», n.7, 2015, pp. 21-22; un numero direi canonico se ci si vuole documentare sulla crisi greca e le sue radici storiche – peccato solo per l’assenza di voci femminili – penso ad artiste, scrittrici, cantanti di rembetiko, in quanto il loro punto di vista avrebbe dato un contributo essenziale all’analisi).
Per ammissione dello stesso Jeroen Dijsselbloem, l’ex capo dell’Eurogruppo che riunisce i ministri delle finanze dei diciannove Stati membri: «Sulle riforme l’Unione Europea ha chiesto troppo al popolo greco in cambio del salvataggio. La loro crisi è stata così profonda che non si può certo definirla un successo».

Dunque, se dopo l’introduzione della moneta unica il risparmio ha registrato un’erosione costante negli anni – si è parlato in un precedente articolo dei rapporti Ires per l’Italia –  mancava un casus belli, qualcosa che mettesse alla prova il sistema. E prima venne la Grecia. Qui si è compreso, come mai in precedenza, che se vivere in un assetto comunitario implica certamente la condivisione delle regole, quelle stesse regole possono arrivare quasi a strangolare se la loro applicazione avviene in esclusiva osservanza ai protocolli, senza essere concertate e mitigate sulla base del problema da risolvere.
Un’Europa che perde pezzi – lo si è visto con Brexit – non la paventata uscita della Grecia, come si diceva all’indomani dell’esplosione del debito greco, ma quella di un paese che nella storia ha sempre mal digerito l’attorialità continentale della Germania e che una volta di più ha preferito guardare alla propria alternativa in materia di commerci e prospettive politiche, il Commonwealth. Un’Europa che annuncia un piano Marshall per fronteggiare la crisi innescata dal coronavirus, ma che rischia fortemente di frammentarsi ancora, sui tempi, l’entità degli aiuti, l’efficacia territoriale, veloce, precisa, consapevole delle difese da mettere in campo, per ora oggetto soltanto di fantasiosi auspici. E sulla quale perciò alleggia, ancora una volta, lo spettro di quei rapaci interessi esterni cui accennavamo nel descrivere la condizione greca. Un’escalation, lo ripetiamo, che non nasce all’inizio di quest’anno segnato dalla pandemia – anche se in molte analisi si è voluta enfatizzare una cesura tra il prima e il dopo, tra numeri che apparivano da boom economico se rapportati con i freni del lockdown, al punto da farci dimenticare quell’incubo quasi ventennale della cosiddetta “recessione in crescita”, su cui alcuni economisti più capaci e lungimiranti hanno provato a richiamare la nostra attenzione. Incubo che in maniera subdola ha preparato il terreno a un divario che se finora è stato in qualche misura relegato a sacche della società indebolite, instupidite e non comunicanti fra loro, corre pericolo, adesso, su numeri estesi e in rapido aumento, di uscire dal quel “caos controllato” e fare massa critica. Critica, crisi. Torniamo alla nota parola strapazzata dal dibattito contemporaneo.
Dal greco κρίνω = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Originariamente di derivazione agricola. Il verbo era infatti utilizzato in riferimento alla trebbiatura, cioè all’attività conclusiva nella raccolta del grano, consistente nella separazione della granella del frumento dalla paglia e dalla pula. Da qui derivò sia il primo significato di “separare”, sia quello traslato di “scegliere”. A differenza dell’antico in cui descriveva un momento di passaggio, con le incertezze e aspettative che ciò implicava, nell’uso moderno si è connotata negativamente in quanto indicherebbe il peggiorare di una situazione. Ultimamente abbiamo sentito ripetere fino alla noia che la crisi può essere un’opportunità. Un concetto nobile in sé, ma come tutto ciò a cui si ricorre in misura eccessiva, purtroppo precocemente ammantato di banalità. Visto che la Grecia può essere considerata in maniera inconfutabile la prima esperienza di riassetto economico fronteggiata dall’Ue, e dati gli esiti complessi e poco lusinghieri che ha avuto, giusto per usare un eufemismo, c’è da chiedersi se l’Unione sia davvero pronta alle manovre di largo respiro cui sarà chiamata per la nuova crisi acuita dall’epidemia e che rischia di andare fuori controllo. In questi anni si è detto che c’è stata fin troppa economia, forse invece non c’è n’è stata abbastanza. Mi spiego. Laddove era necessario rimettere in discussione i modelli, la preferenza è stata accordata, per pigrizia e insipienza, ma anche per non toccare certi interessi, a cose note, alle lezioni del passato mentre i nodi che man mano abbiamo scoperto disegnavano scenari inediti, in continuo mutamento. A un certo punto le posizioni hanno iniziato a polarizzarsi, tra economisti osservanti dei metodi tradizionali e studiosi propensi a innovare. Ne sono nate discussioni, polemiche anche accese, in alcuni casi aperture ma tardivamente e sempre senza raggiungere obiettivi comuni. Avremmo dovuto essere incisivi, adattabili, visionari. E soprattutto ritrovare uno slancio politico autentico fuori dalle agende preconfezionate, impugnate a seconda del momento come fossero copioni intercambiabili. Il professor Canfora ha più volte citato la lunga guerra del Peloponneso per descrivere le dinamiche belliche di inizio Novecento. Non tanto due guerre separate da una ventennale crisi economica, piuttosto un conflitto permanente, che per certi versi rassomigliava alla sfibrante lotta intestina in cui la Grecia si dilaniò. Uno spunto che potrebbe tornare utile a descrivere anche le annose contrazioni e contraddizioni di questo inizio millennio, di fronte alle quali finora ci siamo arresi, subendole come fossero una necessità preordinata, anziché provare a convogliarle verso un orizzonte umanamente comprensivo e sostenibile.
Così invece ci ritroviamo frastornati, stanchi e sguarniti davanti alle sfide che ci attendono. La pressione scaricata sulle strutture ospedaliere che sono in questo frangente i bastioni più esposti, è solo uno degli indici che stanno marcando rosso e che ci avvisano che le nostre strutture, quelle costruite a partire dal dopoguerra e l’impostazione che gli abbiamo dato, sono compromesse.
Sviluppare strategie vincenti e vantaggiose comporta sacrifici e soprattutto avere carattere per superare la tempesta, da cui non si uscirà se non profondamente cambiati, il che non basta e non comporterebbe alcun moto in avanti senza il coraggio di prendere in mano questo cambiamento.

(Di Claudia Ciardi)


Per approfondire:

Tra Euro e Neuro. La tragedia greca spacca l’Europa, la Germania domina ma non guida e si scontra con l’America, «Limes» 7, 2015

Il rompicapo Atene sulle scelte di Draghi, «Corriere della Sera», 30 dicembre 2014

L’incognita Grecia scuote l’Europa, «Corriere della Sera», 30 giugno 2015

Il No greco spaventa l’Europa, «Corriere della Sera», 6 luglio 2015

La Grecia un anno dopo, «Il Post», agosto 2016

La Grecia è davvero uscita dalla crisi?, «Money»,  gennaio 2020

Weimar - La tentazione delle similitudini storiche

Luciano Canfora, 1914

Marco Revelli, Poveri noi, Einaudi


Il rompicapo Atene - 2014


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