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2 novembre 2014

Jason Lutes - Berlin. La città delle pietre





L’espressione viene da un
feuilleton di Joseph Roth uscito su «Das Tagebuch» nel 1930. Ma la città di pietra è prima di tutto il titolo di un libro, chiamato in causa da Roth proprio nel suo pezzo, scritto da Werner Hegemann e pubblicato da Gustav Kiepenheuer. Questa premessa, forse un po’ pedante, su chi ha citato per primo chi, serve più che altro a capire quanto Jason Lutes si sia mosso con scrupolosità da filologo nella costruzione delle sue tavole su Weimar. Ciò che gli ha permesso di firmare una storia non solo estremamente articolata ma anche rigorosa dal punto di vista del ritratto sociale e dello scavo psicologico dei personaggi. Siamo di fronte a un vero e proprio romanzo a fumetti, un’opera corale suddivisa in due volumi, narrazione storica di vasto respiro della quale Lutes si fa pioniere e interprete, mantenendo per l’intero racconto una freschezza di tratto e un’attenzione al dettaglio che gli sono valse meritati riconoscimenti in diverse parti del mondo. 
Il periodo è quello tormentato della Repubblica di Weimar alle sue ultime battute (dal settembre 1928 al primo maggio 1929), quando i segnali di cedimento si fanno sempre più scoperti. È la Berlino dei sussulti politici, la metropoli dei grandi assembramenti, dal traffico ai comizi operai, ma anche lo spazio dove si aprono improvvise zone di solitudine, tagli astratti in un organismo pieno zeppo di illusioni.
Un’atmosfera catturata dal continuo andirivieni della matita di Lutes che segue i suoi protagonisti dalla strada al chiuso delle loro stanze, dalla concitazione delle attività cui sono intenti allo straniamento delle ore notturne. E tuttavia proprio la notte si popola di sogni, a volte incubi, di incontri, confessioni, immaginazioni, di finestre aperte su vie deserte lungo i binari, e surreali distese innevate che nessuno calpesta.
Le fonti del disegnatore sono innumerevoli, sia lo si è detto, per quanto riguarda il versante testuale, sia per il complesso bagaglio grafico. Si coglie tra gli altri più di uno spunto dal “diario” berlinese di Masereel, almeno nella rappresentazione per così dire filmica degli scorci metropolitani, e più ancora nel dialogo lirico tra architetture e passanti. In effetti proprio il Mein Stundenbuch dello xilografo espressionista è un’altra citazione importante che Lutes non si lascia sfuggire, quando si sofferma sulla caratterizzazione dell’Accademia d’arte. Marthe Müller è una giovane corsista che ha lasciato Colonia per andare a studiare nella capitale. La sua è una fuga dall’oppressione paterna e dalla scelta obbligata di sposarsi. Sul treno diretto in città incontra Kurt Severing, giornalista per «Die Weltbühne», la testata di Carl von Ossietzky, che sarà poi perseguitato dai nazisti. Severing è un uomo galante ma deluso dalla vita. La sua situazione – una ex dalla quale non ha avuto figli e con cui il rapporto è finito senza un motivo preciso – e la consapevolezza che dietro le crescenti tensioni sociali si prepara qualcosa di fosco, ne fanno una strana mescolanza di cinismo ma anche voglia di ritrovare una complicità che percepisce come essenziale alla sua sopravvivenza. Marthe, delusa a sua volta dalla promessa di successo e emancipazione della grande città, per ragioni più o meno complementari, ne diviene l’amante. Questo binomio, sfondo al denso corteo di fatti e figure che con disinvoltura si dipana dalla penna di Lutes, per un verso funge da contraltare alla complessa vicenda weimariana – il messaggio è che alla fine pur nella difficoltà dei tempi, il sorgere spontaneo di un sentimento è qualcosa si inarrestabile e confortante – dall’altro rischia di peccare di qualche ingenuità proprio nei modi in cui il rapporto si costruisce. Dopo appena una settimana di lavoro ai magazzini Wertheim per provare a cavarsela da sola, Marthe decide che la cosa non fa per lei, casualmente ritrova nella tasca del cappotto il biglietto da visita di Severing, bussa al suo appartamento la notte di Natale, un calice di vino, finiscono a letto, lui provvede subito a pagarle l’affitto arretrato: fin troppo facile. Certi luoghi comuni sarebbe stato meglio lasciali fuori della porta, se non altro perché stridono non poco con le violenze e gli enormi problemi economici disegnati attorno alla coppia. In mezzo vi sono infatti le commemorazioni del 9 novembre 1918, le riunioni dell’Internazionale comunista, il ricordo dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, l’esistenza ghettizzata di operai ridotti alla fame, invalidi di guerra costretti all’accattonaggio, immigrati ebrei che vivono di espedienti e soffrono la discriminazione, pestaggi molto duri tra manifestanti che chiedono lavoro e poliziotti con l’ordine di sfollare. 
Sono i tanti volti di un’emarginazione che Lutes fa affiorare con delicatezza dalle sue pagine, comparse legate a non più di una manciata di tavole, che subito cedono il passo al ritratto di altri, salvo poi essere recuperati insieme, in dialoghi dove la sorte individuale si intreccia sempre e comunque alle istanze sociali. Degni di nota anche certi assoli nei quali i protagonisti sono en face col paesaggio, quasi dei fermi immagine che creano repentini squarci nel vortice degli eventi, lasciando la trama come sospesa.
Ognuna di queste apparizioni è tracciata con accuratezza ed è in buona sintonia con le principali corde su cui balla la storia tedesca del Novecento. Temi a lungo dibattuti che in molti casi presentano nodi ancora da sciogliere. 
La prima parte del racconto si conclude con il corteo della festa dei lavoratori, la carica “a freddo” della polizia che irrompe tra i manifestanti e che, dopo aver seminato il panico, apre il fuoco. Epilogo pendente sulla vicenda già dal suo avvio, per quelle ombre che Severing definisce “presentimenti” e che dal treno non lo mollano fino all’arrivo a Berlino, ma soprattutto per quelle essenze mute e larvali, vaganti da un portone all’altro, da una piazza all’altra, con le loro aspirazioni e il loro carico di incertezze, che improvvisamente si sentono svegliate dalla storia e chiamate a prendervi parte.  

(Di Claudia Ciardi)




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Coconino Press - Catalogo







11 giugno 2014

Luciano Canfora - 1914


«Quando si tratta di stati di coscienza collettivi, in particolare, lo studio sperimentale è praticamente inconcepibile. […] Ma ecco che in questi ultimi anni si è verificata una sorta di vasto esperimento naturale. Si ha il diritto, infatti, di considerare come tale la guerra europea: un immenso esperimento di psicologia sociale d’una ricchezza inaudita. Le nuove condizioni di vita, con un carattere così inusitato, con particolarità così caratteristiche, in cui tanti uomini si sono trovati all’improvviso gettati – la forza singolare dei sentimenti che agitarono i popoli e le armate – tutto questo sconvolgimento della vita sociale e, se si ha l’ardire di usare queste parole, questo ispessimento dei suoi tratti, come attraverso una lente potente, devono, pare, consentire all’osservatore di cogliere senza troppa fatica i legami essenziali fra i differenti fenomeni. Certo egli non può, come in un esperimento nel senso ordinario del termine, far variare egli stesso i fenomeni, per meglio conoscere i rapporti che li uniscono; cos’importa se sono i fatti stessi che mostrano queste variazioni, e con quale ampiezza! Ora, fra tutte le questioni di psicologia sociale che gli avvenimenti di questi ultimi tempi possono aiutare a delucidare, quelle che si ricollegano alla falsa notizia sono in primo piano. Le notizie false! Per quattro anni e più, ovunque, in tutti i paesi, al fronte come nelle retrovie, le si vide nascere e pullulare; esse turbavano gli animi talora sovreccitando e tal altra abbattendo gli ardori; la loro varietà, la loro bizzarria, la loro forza stupiscono ancora chiunque abbia buona memoria e si rammenti d’aver creduto».

Marc Bloch, Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra 
(1921)




Libro uscito nel 2006, l’editore palermitano Sellerio ripropone in nuova veste, per il centenario della Grande Guerra, l’analisi dedicata da Luciano Canfora agli eventi confluiti in quella straordinaria e tragica deflagrazione che fu il 1914. Il titolo intende sollevare la questione dell’inganno delle cronologie con cui si suole enucleare la complessità delle trame storiche.
Il ’14 dunque, termine convenzionalmente epocale su cui si concentrarono molte aspettative e perciò anche violente rotture, è l’oggetto di questo scavo attorno all’anno, esposto in una prosa chiara e diretta, unita a un serrato excursus di fatti e fenomenologie, l’esistenza dei quali nelle società europee di fine Ottocento ha un peso enorme per i successivi sviluppi.  
In queste pagine trovano spazio elementi di politica interna ed estera dei paesi contendenti, incursioni nei relativi interessi coloniali, riflessioni di psicologia sociale applicate alle organizzazioni partitiche del continente e ai comportamenti dell’elettorato prima del conflitto.
Non sorprenderà che il tono accattivante utilizzato da Canfora ci faccia dimenticare di avere tra le mani un saggio e ci trasporti piuttosto nella ricca intelaiatura di un racconto. Aggiungo che se di gusto della lettura si può parlare, intendendo quel desiderio di riprendere in mano un libro appena si prospetti qualche momento libero, confesso di essere tornata a provarlo, dopo diverso tempo, proprio con quest’opera.
A dare avvio alla narrazione è l’interrogativo su come gli accadimenti vadano periodizzati, antico dilemma, che mai ha fatto dormire sonni tranquilli agli storici. Nel caso della collocazione della prima guerra mondiale sull’asse cronologico, l’autore innanzitutto seleziona un segmento alquanto esteso che va da Sedan (1870), con la lunga tregua che si instaura tra Germania e Francia, e arriva fino alla seconda guerra mondiale. E qui il lettore inizia a rendersi conto che dovrà abbandonare non poche delle convinzioni ereditate dallo studio scolastico. I quaranta anni della cosiddetta pace, seguita alla disfatta francese, sono assai più problematici di quanto si sia in genere portati a pensare. Molti attriti covano sotto le ceneri, i cui esiti più vistosi si collocano fuori dal continente, nella lotta per le colonie. Una spartizione in cui la Germania si inserirà più goffamente delle nazioni rivali, Inghilterra e Francia, sentendosi perciò chiamata a una crescente aggressività per raggiungere i propri obiettivi. In tale contesa anche l’Italia non starà a guardare, creando focolai di instabilità nel Mediterraneo che risulteranno fatali al mantenimento degli equilibri. La guerra è un brutto affare di interessi nazionali che vanno calpestandosi e ingarbugliandosi sempre più, e la sua lunga durata non sorprende, se si considera in che modo il vantaggio dei singoli Stati sia venuto ad anteporsi a una soluzione dei problemi collettivamente ragionata. Ma lo storico si spinge anche oltre, dimostrandoci che le cose non finirono nel ’18. Si può piuttosto affermare, tornando ai dubbi sulla periodizzazione dei quali dicevamo, che vi è stata un’unica guerra, di cui quelle che noi indichiamo come prima e seconda rappresentano due fasi. Del resto, i vent’anni che separano lo scoppio dei due conflitti sono caratterizzati da un difficile ritorno alla normalità, e gli atteggiamenti assunti ‘nel corso dell’emergenza’ sono solo parzialmente riassorbiti: autoritarismo e militarismo si insediano al governo, spalancando le porte a indirizzi conservatori e al rafforzamento delle ideologie nazionaliste. In Germania, simili lacerazioni sono ancor più visibili. La Repubblica di Weimar è uccisa sul nascere da una vera e propria congiura reazionaria in cui si ritrovano tutte le personalità più retrograde del paese. La debolezza economica, la frustrazione derivante dai debiti di guerra sotto il cui peso dilagava la disoccupazione, le falle aperte nel partito socialista che da prima della guerra non avrebbe più avuto l’occasione di riorganizzarsi quale forza in grado di mutare gli assetti in campo, hanno fatto il resto. Ma da queste problematiche era affetta l’intera Europa. Perciò lo studioso parla di un’unica grande crisi i cui prodromi erano già scritti assai prima dell’attentato di Sarajevo e le cui soluzioni tarderanno a venire, passando per un altro, per molti versi ancor più atroce, evento bellico. Istituisce allo scopo un interessante paragone con la lunghissima guerra peloponnesiaca che logorò la Grecia per trent’anni, innescandone un processo di decadenza che fu la premessa della conquista macedone. All’origine della guerra vi fu la rivalità tra Atene e Sparta, entrambe impegnate fin dagli inizi del V secolo a. C. a consolidare le rispettive zone di potere nell’Egeo. Saltata la pace del 446, con la quale Sparta si era disposta al riconoscimento della lega delio-attica, si creò una serie inarrestabile di circostanze. Si potrebbe definire questa storia una guerra imperialista ante litteram, dai risvolti non meno esiziali, pagata a caro prezzo in primo luogo da Atene, che assistette alla distruzione della propria flotta, insieme alle mura del porto, e all’imposizione di un governo di oligarchi particolarmente intransigente. Fine di una grande città ma anche della Grecia classica. Le rivalità interne infatti non si sopirono più. Tebe, da sempre insofferente all’alleanza con Sparta, che esercitava sulla città un forte controllo, all’indomani della fine della guerra del Peloponneso si industriò per la conquista della propria autonomia, riuscendo perfino a imporsi quale potenza egemone per un breve periodo (371-362 a.C.).
Questo secolo di grandi guerre interne all’antica Grecia, per quanto tali situazioni siano lontanissime e profondamente diverse dalle dinamiche della nostra contemporaneità, resta comunque un termine di paragone affascinante per capire l’evolversi e il degenerare dei rapporti tra élites dirigenziali, gruppi di pressione orbitanti intorno ai centri di potere e forze da essi schierate.
Tornando alla guerra scoppiata nel ’14, proprio alla perversione dei poteri in campo e alla mistificazione delle coscienze, Canfora dedica un’ampia parte della sua opera. Un ruolo rilevantissimo ebbero infatti le varie propagande interne impegnate a dipingere il nemico secondo clichés consolidati. Ne scaturì una libellistica di guerra, rozza e approssimata, che ha visto in grande spolvero ad esempio il tema dello scontro tra barbarie tedesca e civiltà latina. A ciò si aggiunga l’enorme e incontrollabile fabbrica delle false notizie di guerra, leggende nate al fronte, riprese e ingigantite dalla gente, che nel corso della Grande Guerra conobbero un’inaspettata fioritura, oggetto di un magistrale studio sull’immaginario collettivo da parte di Marc Bloch.
Nella bieca ed egoistica difesa del vantaggio nazionale, andò perso il vero interesse collettivo, la pace, che avrebbe salvato molto più di quanto era stato messo sul piatto dell’interventismo.
Quando il maresciallo Hindenburg nel ’17, in concomitanza con la spaccatura del partito socialista, divenne presidente del Vaterlandspartei, grande formazione reazionaria di massa, il cui statuto era il perseguimento ad ogni costo degli obiettivi di guerra annessionistici, la storia aveva già preso una piega che paleserà i suoi più foschi risvolti appena alcuni anni dopo. «La leggenda del colpo di pugnale», altro effetto propagandistico maturato dalla guerra, e che avrà non a caso tra i suoi assertori proprio lo stesso Hindenburg, ferirà a morte la fragile esperienza weimariana e con essa la speranza del vecchio continente di recuperare una normalità all’insegna di rinnovati poteri democratici e progressisti.

(Di Claudia Ciardi)


      Sfogliando il libro        

9 novembre 2013

Disoccupazione e rivolta – Arbeitslosigkeit und Revolte


I congressi sulla disoccupazione, del 1906 a Milano e del 1910 a Parigi, di estremo interesse, sono rivelatori di un grave problema, che sarebbe stato almeno in parte risolto solo dopo l’esperienza, anche in questo discriminante, della Grande Guerra. I convegni degli anni Dieci infatti rivelano una grave sproporzione fra le analisi, la massa di informazioni, la rete di relazioni messe in campo, già consistenti, e la fragilità delle ipotesi di soluzione almeno parziale dei problemi prodotti dalla disoccupazione in termini di reddito e di qualificazione del lavoro. […] Negli anni Venti, il cosiddetto “biennio rosso” italiano, gli episodi rivoluzionari in Germania, gli scioperi di massa in Francia ebbero la caratteristica comune di varcare la soglia della fabbrica e violarne la sacralità in quanto proprietà privata. Tali forme diverse di radicalizzazione erano accomunate dall’occupazione fisica del luoghi di lavoro durante gli scioperi. D’un colpo la questione dell’occupazione diventava una questione di distribuzione del lavoro esistente e di autocontrollo della prestazione. […]
La disoccupazione è emersa come problema autonomo e specifico insieme a molti altri che rispondono a codici, problemi e gruppi sociali diversi ma connessi: il controllo del corpo, del tempo, l’imposizione della rispettabilità attraverso l’introiezione del risparmio, della previdenza e dei diritti del mercato o il contrario, la libertà dei corpi dalla servitù dell’incidente e della malattia precoce, la disposizione libera del tempo di vita attraverso la riduzione contrattuale e legale degli orari, la libertà dall’ansia del risparmio inutile perché divorato dagli imprevisti, e sostituito dal versamento agli organismi del miglioramento e della resistenza.
La disoccupazione come problema autonomo, insomma, può emergere solo quando il diritto alla continuità del reddito e dell’attività lavorativa hanno cominciato ad affermarsi contrattualmente prima, e poi giuridicamente. Ma tutti questi elementi convergono in un percorso che possiamo così delineare. Lo Stato sociale nasce, come dimostra la precocità dell’esperienza tedesca, da esigenze di polizia amministrativa, ma cambia radicalmente – o meglio cambiano i modi in cui esso si manifesta – nella svolta del XX secolo quando per la prima volta – oggi sappiamo che questa svolta non è necessariamente né permanente né definitiva – la condizione di lavoratore si distingue da quella di povero. Certamente questa distinzione comporta l’accettazione di una qualche forma di produttivismo non priva di compromissioni, in alcune culture politiche, con aspetti del darwinismo sociale. Ma rappresenta anche l’ingresso delle speranze e dei progetti di molti lavoratori, di cui gli stessi riformatori “dall’alto” devono tenere conto.

Sources:

Maria Grazia Meriggi, La disoccupazione come problema sociale. Riformismo, conflitto e “democrazia industriale” in Europa prima e dopo la Grande Guerra, Franco Angeli, Milano, 2009
Sulla mobilitazione industriale in Italia e il suo effetto nei rapporti fra lavoratori, governo e imprenditori si veda:
 Giovanna Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta: mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Bulzoni, Roma, 1999
Luigi Tomassini, Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale, a cura di Giovanna Procacci, Franco Angeli, Milano, 1983

Francisco Goya - Viejos comiendo sopa. Óleo sobre muro trasladado a lienzo
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Cominciando da una definizione


Già le società preindustriali conoscevano persone prive di un lavoro remunerato per un periodo determinato o indeterminato e perciò senza mezzi di sostentamento; erano la moltitudine dei poveri (Pauperismo), il cui destino era ritenuto legato alla volontà divina o imputabile all'incapacità del singolo. Nei loro confronti venivano prese le più svariate misure, che andavano dalla beneficenza ai lavori forzati. Attorno alla fine del XIX sec. le condizioni di vita nelle regioni industrializzate subirono importanti trasformazioni. Da un lato il diffondersi del lavoro salariato e l'urbanizzazione resero sempre più complicato il ricorso alla solidarietà fam. in situazioni di emergenza; dall'altro, il Movimento operaio, in forte crescita, sollevò la questione dello status quo denunciandone gli abusi. Ciò indusse la Politica sociale, soprattutto a partire dal decennio 1880-90, a differenziare le cause che conducevano alla Povertà; malattia, incidente, età e disoccupazione trovarono così il dovuto riconoscimento sociale. Il termine "disoccupazione", spesso accompagnato dagli aggettivi "reale" o "involontaria", si diffuse a partire dal periodo compreso tra il 1880 ca. e la prima guerra mondiale, quando diversi Paesi cercarono, con alterni risultati, di definirlo. Dalla fine del decennio 1870-80 i disoccupati, che in precedenza avevano rivendicato un aiuto collettivo solo in maniera occasionale, promossero dimostrazioni e raduni (ad esempio a Ginevra, Berna, Zurigo e Basilea) e riuscirono in questo modo a conferire al loro stato la dimensione di un problema sociale permanente. I comitati di soccorso, creati da cittadini filantropi con il sostegno crescente della mano pubblica, non furono però mai in grado di porre una distinzione netta fra i disoccupati in senso stretto e gli altri poveri. Secondo le autorità e le org. operaie, erano soprattutto gli aiuti agli alcolizzati e ad altri perdigiorno a danneggiare la reputazione dei disoccupati involontari. Solo l'adozione di criteri più precisi da parte dell'Assicurazione contro la disoccupazione, in via di diffusione, e le azioni di sostegno nel periodo tra le due guerre resero possibile una chiara distinzione. Ancora oggi, tuttavia, la disoccupazione costituisce un settore della politica sociale su cui convergono molte più contestazioni rispetto a categorie quali l'età, la malattia o l'incidente.

La disoccupazione si manifesta soprattutto in quattro forme. La disoccupazione strutturale risulta da profonde trasformazioni del sistema economico ed è caratterizzata da lavoratori che, colpiti dal declino di un settore, non trovano occupazione per molto tempo a causa di qualifiche professionali specifiche o per mancanza di alternative occupazionali nella regione, come ad esempio durante il periodo fra le due guerre nel settore del ricamo nei dintorni di San Gallo o nel 1970 nell'industria orologiera della Svizzera occidentale.

La disoccupazione congiunturale è provocata da recessioni o crisi economiche e giunge spesso massiccia e inaspettata. In Svizzera colpisce inizialmente l'economia di esportazione, poi i settori che le sono strettamente legati. Questa forma è quella che coinvolge di gran lunga il maggior numero di persone contemporaneamente; è perciò principalmente contro di essa che si rivolgono le disposizioni di politica sociale quali la creazione di occasioni di lavoro e le riforme delle assicurazioni o altro.

Un terzo tipo di disoccupazione è quella stagionale, che spec. in passato colpiva in inverno soprattutto il ramo delle costruzioni e del turismo, dipendenti dalle condizioni meteorologiche. Per questo motivo i comitati di soccorso che operavano a cavallo del XVIII e XIX sec. limitavano le loro attività ai mesi freddi. Con il trascorrere del tempo tuttavia questa forma di disoccupazione ha perso importanza a causa di nuove procedure e abitudini. Mentre nel periodo 1920-24 il tasso di disoccupazione del mese di febbraio superava del 64% quello di luglio, nell'ultimo decennio del XX sec. il divario si è sensibilmente ridotto. Dal tardo XIX sec. inoltre, la partenza degli Stagionali in inverno alleggerisce ulteriormente il mercato del lavoro.

La disoccupazione frizionale ricoprì un ruolo importante fino alla prima guerra mondiale. Fra due impieghi, gli artigiani itineranti trascorrevano spesso un periodo di inattività, mentre la stessa attività industriale era colpita da fluttuazioni considerevoli.

Source:
Dizionario storico della Svizzera
Historisches Lexikon der Schweiz



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What was the unemployment rate in Germany after the 1st world war?

1919: 5%
1926: 10%
1932: 30%

Germany's Weimar Republic was hit hard by the depression, as American loans to help rebuild the German economy now stopped. Unemployment soared, especially in larger cities, and the political system veered toward extremism. The unemployment rate reached nearly 30% in 1932. Repayment of the war reparations due by Germany were suspended in 1932 following the Lausanne Conference of 1932. By that time Germany had repaid 1/8th of the reparations. Hitler's Nazi Party came to power in January 1933.

1919-1928: Under the Treaty of Versailles, Germany must give up territory (and population) and pay reparations. War debt, reparations, and reckless printing of money cause crippling hyperinflation in the postwar years, while unemployment remains high through the '20s. The onset of the Depression ends a slight recovery. Government spending increases to 25 percent of GDP between the wars, up from 15 percent.

1929-1932: Depression in the United States prompts creditors to call in their loans to Germany. Unemployment rises to nearly 30 percent in 1932. Budget cuts designed to convince the Allies Germany was suffering too much to pay reparations do lead to a moratorium, but also cause misery and discontent, which in turn fuels the Nazi rise to power.

1933-1938: With the Nazis in power, subsidies boost industries tied to arms and self-reliance. Unemployment is almost zero, but wages are low, and foreign reserves shrink to fund expansion. Unlike Japan, Germany does not limit consumer goods, and rearmament is not yet fully planned. In 1936 Hitler urges Germany to be ready for war by 1940 through a Four-Year Plan that sets production quotas."
Source and further information:

Germany experienced hyperinflation in 1923 and chronic high unemployment throughout the 1920's as a result of the inability of the governemtn to cope with the problems of Germany effectively. When the unemployment rate jumped in 1930 as a result of the onset of the Great Depression the support for the Weimar Republic drained away.

The carefully thought-out social and political legislation introduced during the revolution was generally unappreciated by the German working classes. The two goals sought by the government, democratization and social protection of the working class, were never achieved. This has been attributed to a lack of pre-war political experience on the part of the Social Democrats. The government had little success in confronting the twin economic crises following the war.

The permanent economic crisis was a result of lost pre-war industrial exports, the loss of supplies in raw materials and foodstuffs from Alsace-Lorraine, Polish districts and the colonies along with worsening debt balances and reparations payments. Military-industrial activity had almost ceased, although controlled demobilisation kept unemployment at around one million. The fact that the Allies continued to blockade Germany until after the Treaty of Versailles did not help matters, either.

From:
Answer Bag

The Great Depression in Germany

Germans were not so much reliant on exports as they were on American loans, which had been propping up the Weimar economy since 1924. No further loans were issued from late 1929, while American financiers began to call in existing loans. Despite its rapid growth, the German economy was not equipped for this retraction of cash and capital. Banks struggled to provide money and credit; in 1931 there were runs on German and Austrian banks and several of them folded. In 1930 the US, the largest purchaser of German industrial exports, put up tariff barriers to protect its own companies. German industrialists lost access to US markets and found credit almost impossible to obtain. Many industrial companies and factories either closed or shrank dramatically. By 1932 German industrial production was at 58 per cent of its 1928 levels. The effect of this decline was spiraling unemployment. By the end of 1929 around 1.5 million Germans were out of work; within a year this figure had more than doubled. By early 1933 unemployment in Germany had reached a staggering six million.

The effects this unemployment had on German society were devastating. While there were few shortages of food, millions found themselves without the means to obtain it. The children suffered worst, thousands dying from malnutrition and hunger-related diseases. Millions of industrial workers – who in 1928 had become the best-paid blue collar workers in Europe – spent a year or more in idleness. But the Great Depression affected all classes in Germany, not just the factory workers. Unemployment was high among white-collar workers and the professional classes. A Chicago news correspondent in Berlin reported that “60 per cent of each new university graduating class was out of work”.

[…]

The Weimar government failed to muster an effective response to the Depression. The usual response to any recession is a sharp increase in government spending to stimulate the economy – but Heinrich Bruning, who became chancellor in March 1930, seemed to fear inflation and a budget deficit more than unemployment. Rather than ramping up spending, Bruning decided to increase taxes to reduce the budget deficit; he then implemented wage cuts and spending reductions, an attempt to lower prices. Bruning’s policies were rejected by the Reichstag – but the chancellor was backed by president Hindenburg, who in mid-1930 issued his policies as emergency decrees. Bruning’s measures failed and probably contributed to increased unemployment and public suffering in 1931-32. They also revived government instability and bickering between parties in the Reichstag.

The real beneficiary of the Great Depression and Bruning’s disastrous policy response was Adolf Hitler. With public discontent soaring, membership of the NSDAP grew to record levels. In September 1930 the NSDAP increased its representation in the Reichstag almost tenfold, winning 107 seats. Two years later they won 230 seats, the most won by any single party during the entire Weimar period. Hitler found the failures and misery of the Great Depression to his liking, remarking: “Never in my life have I been so well disposed and inwardly contented as in these days. For hard reality has opened the eyes of millions of Germans.”

Source: 
Alpha History

See also:
The German Unemployed: Experiences and Consequences of Mass Unemployment from the Weimar Republic to the Third Reich
Richard J. Evans, Dick Geary
Croom Helm, 1987


Hieronymus Bosch (detail)


Segnaliamo il reportage di «Internazionale» n. 1017 sul mercato del lavoro in Germania. L’articolo è uscito poco prima delle elezioni tedesche tenutesi nel settembre 2013. In parallelo faccio notare la copertina di «Der Spiegel», sulla politica ‘poco mossa’ della Merkel; il numero è anche interessante perché, come si vede dal titolo evidenziato in rosso in alto a sinistra, contiene l’inchiesta sui big data raccolti dall’NSA, che ha fatto scoppiare nelle settimane successive lo scandalo sullo spionaggio mondiale.
Tra flessibilità che si traduce in un precariato sempre più selvaggio e soluzioni di dubbia efficacia targate “mini-job”, i dati ufficiali sull’occupazione in Germania, aiutati da certa propaganda giornalistica confezionata nei paesi mediterranei, nascondono molte realtà problematiche di cui si può avere un’idea più profonda solo passando un po’ di tempo nel paese della Cancelliera.

Certo, parliamo di una nazione  “virtuosa” dal punto di vista amministrativo, che sa fare sistema in maniera più efficace dei suoi colleghi sud europei. Se il mercato del lavoro in Italia è al collasso, oltralpe si riesce ancora a respirare. Tuttavia, anche la Germania, come il vecchio continente in cui è inserita, risente gli effetti diretti e indiretti di una prolungata recessione che non accenna a mollare la presa. L’Europa e i suoi mercati sono da tempo febbricitanti e delle tanto annunciate misure per la crescita non si vede neanche l’ombra. Per quanto riguarda l’Italia a questo bisogna aggiungere un buon trentennio di immobilismo politico, una corruzione endemica, un’offerta formativa discutibile che negli ultimi anni ha perso più di un treno rispetto agli standard di preparazione delle generazioni più giovani negli altri paesi del continente ed extracontinentali. Ciò è più che sufficiente a giustificare il tormentone dell’ ‘italiano in fuga’ che ormai impazza in tutti i media; non c’è articolo o esperienza di viaggio che non cominci con questo adagio, un po’ scontato ormai, e pure spiacevole, perché dimostra la resa di un popolo che sfugge ai suoi problemi interni, raccontando a se stesso che ‘fuori’ è tutto molto meglio. Ma ci vedo anche un atteggiamento un po’ furbetto, abbastanza tipico in Italia, che si può sintetizzare così: “magari io ce la faccio; gli altri vedano loro”.
Quando si è fuori, si è stranieri, e ‘fuori’ non esiste nessun paese dei balocchi. L’Europa è quello che è, non cresce e non decide. Vivere in Germania non è facile. Il paese offre ancora risorse ed è capace di metterne in campo molto più che da noi (qui bisognerebbe aprire la voragine dei Diktate conditi di austerity che hanno aiutato le casse nordiche ma non voglio entrare nel merito della questione e comunque sono dell’idea che la Germania in parte ha ragione a esigere dai paesi mediterranei più correttezza e l’avvio delle riforme strutturali). Tuttavia, anche nel Nord si percepisce qua e là un lassismo preoccupante. L’impressione che ho avuto nella mia recente esperienza di viaggio pre-elettorale è più o meno questa: lasciamo che la barca segua la corrente; non abbiamo al momento problemi interni, ci preoccupano un pochino quelli che abbiamo attorno, ma faremo la voce grossa e tutto filerà liscio.
Quando sono salita in macchina del mio amico berlinese, che mi ha fatto da guida nei quartieri ovest della capitale, tra il villaggio della FU e le zone residenziali che orbitano attorno all’università, ho passato il tempo del viaggio letteralmente appiccicata al vetro. In strada era un continuo susseguirsi di cantieri: case orribili, una all’altra uguali fino allo sconforto, un tempo alloggi delle forze di occupazione, che adesso vengono ristrutturate nell'ambito di affrettati piani di privatizzazione. E tanti nuovi appartamenti, tirati su quasi con noncuranza. Chi ci lavora sembra farlo per tenersi occupato in qualcosa, per dimostrare a se stesso che la crisi non c’è, che le persone, nonostante quel che si dice, hanno fame di case perché, appunto, Berlino è una delle mete dell’europeo in fuga. Verrebbe da dire: qui tutto va bene. Si pensa a costruire, non c’è nessuna emergenza sociale all’orizzonte, tutto appare calmo e ovattato, inflazione è una parola espunta del dizionario, chi la pronuncia di sicuro non ci sta con la testa: in un supermercato tedesco si compra a prezzi che l’Italia ormai non ricorda più. Eppure i problemi che agitano il continente producono come un rumore di fondo che irrompe nella pace di questi vialetti e si unisce a quello ben più vicino dei martelli pneumatici in azione.
Una sera, davanti a un tè speziato, seduti a un tavolo all'aperto di Steglitz, quando il quartiere è finalmente calmo, l'aspetto dei casermoni appare leggermente più umano, i viali a scorrimento veloce sono meno trafficati, il mercato chiuso, leggiamo un po’ svogliati i giornali. Manca qualche settimana alle elezioni ma il dibattito è fiacco, quasi inesistente. A un tratto punzecchio il mio amico: «Voterete in massa la Merkel». Alza la testa, mi guarda un attimo per capire cosa volessi insinuare, e poi butta lì, senza scomporsi: «Non c’è alternativa».  
Le lamentele berlinesi e germaniche sono abbastanza note (caratteristica condivisa con gli italiani, che tuttavia danno al lamento un aspetto più teatrale ed esibito) eppure stavolta, confrontandomi di tanto in tanto con i miei interlocutori, pendolari del treno, impiegati che la mattina percorrono di corsa le 'vie della City' a Friedrichstrasse, proprietari di chioschi in quartieri-dormitorio, ho percepito in città un calo di entusiasmo, nel complesso un senso di stanchezza del cittadino medio tedesco. E per quanto mi riguarda un’inquietudine della vita nella metropoli più che raddoppiata.
Quello che voglio dire è che la Germania di adesso mi ha abbastanza delusa. La frenesia ‘alimentare’ del cemento, l’idea di costruire a ogni costo, l’ipertrofia progettuale mi hanno restituito un'immagine vuota. Pare quasi che questo forzato attivismo sia investito del compito di celare la stasi che attanaglia molti settori vitali della società tedesca. Fatto salvo il fascino letterario e culturale della ‘mia’ Berlino che in me è tutto particolare e scorre su un binario parallelo, non ho trovato nessuna assonanza, nessuna vera empatia con la quotidianità che ho esplorato. Gli anni della recessione picchiano duro anche qui, anche se di rimbalzo, e si avverte una lenta disfatta, pericolosa perché incolore e inodore ma se uno ha l’occhio allenato, e soprattutto, al di là del bene e del male, ama questo luogo, non può non coglierla.
Di accidia si può anche morire. In politica le conseguenze  possono essere disastrose. E per l’intera classe politica europea, questo è un rischio concreto. Negli ultimi cinque anni dalla Germania mi sarei aspettata più coraggio e molta meno propensione alla contabilità. Far quadrare i conti è nobile cosa e necessaria ma c’è bisogno ancor più di una leadership forte, in grado di ispirare e segnare una rotta nell’interesse comunitario. Questo paese dovrebbe sfruttare i margini di vantaggio che ha non per arroccarsi (e arrochirsi) ma per assumere il ruolo di cinghia di trasmissione di tutte quelle energie che il vecchio continente può mettere in campo per provare a riaccendere i motori.

(Di Claudia Ciardi)


                                       Hieronymus Bosch (detail)

Links:

DRadio-Nachrichten (9. November)

In questo blog: Novemberrevolution

November Group/ Novembergruppe (Germany, 1918)

Erika Mann: la donna del 9 novembre (un bel post dedicato da Berlin&Out a una figura artistica straordinaria)

Arbeitslosigkeit im Weimarer Republik/ La disoccupazione cambiò la storia

Revolte in Krisenzeiten von Stefan Sauer (Berliner Zeitung/ Juni 2013)

Georg Heym - I silenti (segnalazione di Luca Buonaguidi sul suo blog "Caruso Pascoski")
https://carusopascoski.wordpress.com/2013/11/07/georg-heym-i-silenti/

1 luglio 2013

Denkbilder e passages


I passages della flânerie: Kracauer e Benjamin


                            Foto ed elaborazione di Claudia Ciardi ©

In qualità di ‘medium’ in grado di registrare la contemporaneità weimariana, il flâneur incarna un’inclinazione intellettuale e sensoriale che interpreta e reagisce ai nuovi fenomeni in atto nella metropoli, ai nuovi stimoli veicolati dalle sue strade. Questa disposizione è tanto un prodotto della cultura del moderno quanto uno stato collettivo che Siegfried Kracauer e Ernst Bloch descrivono secondo le categorie degli “impiegati” (Die Angestellten), di “coloro che attendono” (Die Wartenden) e dello “svago” che definisce la loro condizione. Certo, è proprio la convergenza tra il modo di vedere del flâneur e lo status collettivo dei tempi che, per Walter Benjamin, motiva “il ritorno del flâneur” nella Berlino degli anni Venti. La nuova tendenza alla “biografia come forma d’arte” che Kracauer ravvisa in questo periodo può essere dunque rintracciata nella letteratura della flânerie. Puntando la loro attenzione sulla concreta esperienza di un “sé” consapevole, in un tempo nel quale “nel più recente passato le persone sono state costrette a esprimere troppo persistentemente tutta la propria insignificanza – tanto quanto quella degli altri” sia la flânerie che la biografia sono sembrate perciò offrire alla soggettività concreta il suo estremo rifugio.
Pertanto la letteratura del flâneur può essere intesa come una “autobiografia frammentaria priva di ordine cronologico” [nonchronological and fragmentary autobiography] dell’esperienza sensibile dei propri autori.
Concordemente al saggio di Kracauer sulla vita weimariana, la letteratura della flânerie emergeva da un’esperienza di vacuità e alienazione individuali e collettive, da un’esperienza della nullità [Nichtigkeit] dell’individuo. Insieme alla rassegnazione procurata dalla prima guerra mondiale, alla confusione di una rivoluzione tedesca, e all’incertezza che serpeggiava nei primi anni della democrazia di Weimar, questo filone letterario riflette pure in modalità visive l’insicurezza generata dalle innovazioni tecniche e dalla rivolta, eventi che aiutarono ad accrescere il numero di immagini liberamente accessibili nella sfera pubblica e nello spazio esterno della metropoli del tempo di Weimar. Come suggerisce Simmel nella sua ‘sociologia dei sensi’, questo incremento quantitativo si sollecitazioni esterne è legato a uno slittamento qualitativo e a una destabilizzazione di ruoli interni. Questi mutamenti coincidono con l’incapacità della psiche a opporre resistenza mentre viene influenzata dalle incursioni e dalle profferte della tecnologia, sviluppi che possono essere seguiti molto più da vicino a Berlino, la quale, come capitale ‘meccanizzata’, forse meglio esemplifica una metropoli la cui esistenza si svolge simultaneamente al processo moderno di evoluzione tecnologica. Questa meccanizzazione prende crescentemente possesso di tutti gli aspetti di vita berlinesi, producendo uguali effetti nel modo di comportarsi sul lavoro e nel tempo libero. Berlino si trasforma in “città dalla più accentuata cultura di colletti-bianchi” come risulta dall’analisi di Kracauer. Dal momento che il lavoro diviene “sempre più settoriale”, le forme del divertimento nella società berlinese sono pertanto soggette a cambiamenti. […] La tensione (Anspannung) che seziona uomini e donne in funzionali gruppi muscolari può essere allentata soltanto per via di una cultura dell’intrattenimento egualmente frammentata, ossia, per dirla con Kracauer, una cultura della “distrazione” [distraction].
Kracauer intende la distrazione come una costante della vita moderna, un equivalente delle condizioni lavorative dettate dalla cultura impiegatizia weimariana che implica il prendere in esame una molteplicità di stimoli in costante cambiamento. La routine dell’ufficio riflette ora le azioni di un’intera società in movimento: proprio nel modo in cui “la procedura burocratica presiede a un viaggio… attraverso le carte” […] così pure andare a passeggio per le strade diviene una “consuetudine” e dopo la chiusura degli uffici, inizia un viaggio altrettanto confuso “tra gli allestimenti delle vetrine, altri impiegati e giornali”. L’ultima meta di questi viaggi indirizzati alla dissoluzione rappresenta spessissimo la loro continuazione nel mondo codificato di immagini, vale a dire, il cinema. In accordo con gli automatismi della tecnologia e con i suoi ormai frammentati ambiti di lavoro attentamente regolati, l’incremento puramente quantitativo di popolazione cittadina scompone l’immagine della città in un tipo nuovo di confusione che non è del tutto esterna. Come spiega Kracauer “non può essere trascurato il fatto che Berlino conta quattro milioni di abitanti”. La vorticosa necessità della loro circolazione trasforma la vita della strada nell’ineluttabile [unentrinnbare] strada della vita, facendo sorgere configurazioni che pervadono anche lo spazio domestico [bis in die vier Wände dringen]. La strada – sia l’una che ha vita sia l’altra che è vita – diviene metafora centrale del sentire per la dimensione pubblica weimariana. La sua tendenza allo “sviluppo del puro esterno” è accresciuta sia dalle forme frammentarie della dis-trazione sia dal rapido proliferare di stimoli nella moderna cultura di Weimar, quanto da una disposizione interiore in cui tutti i nuovi media della cosiddetta ‘confusione’ trovano corrispondenza:

«Si è banditi dalla propria vacuità verso una pubblicità estranea. Un corpo mette radici nell’asfalto e, insieme alle luminose rivelazioni dell’illuminazione, uno spirito, che non è diverso dal suo proprio – va errando incessantemente fuori dalla notte e nella notte… I manifesti fanno incursione nello spazio vuoto… si trascinano di fronte allo schermo [Leinwand], tanto arido quanto un palazzo sgomberato. E una volta che le immagini iniziano ad affiorare una dopo l’altra, nient’altro resta nel mondo della loro evanescenza. Si dimentica se stessi nell’atto di guardare, e il grande buco nero è animato dall’impressione [Schein] di una vita che non appartiene a nessuno ed esaurisce tutti».

Kracauer definisce questo vuoto interiore “noia”, un vacuum che fa spazio a uno schermo interno su cui proiettare una molteplicità di immagini esteriori. Questo senso di apertura ‘bucata’ procura quindi, come Kracauer fa notare “una sorta di garanzia per cui si è, per così dire, ancora in grado di controllare la propria esistenza, di fronte a una generale tecnicizzazione della vita.

(Traduzione dall’inglese di Claudia Ciardi)

From:
The Art of Taking a Walk: Flanerie, Literature and Film in Weimar Culture
Anke Gleber, Princeton University Press, 1999




Denkbilder der Moderne:
Kracauer, Benjamin, Bloch, Adorno


Denkbilder sind Figuren einer "anschaulichen Erkenntnis", die poetische Gestalt und reflexiven Gehalt literarischer Texte miteinander vermittelt. Bei Walter Benjamin und anderen Autoren im Umfeld der Frankfurter Schule bezeichnet das Konzept die Poetik modernistischer Miniaturen, die Erfahrungen in/mit der urbanen Massengesellschaft literarisch ausgestalten und kritisch reflektieren. Ausgehend von scheinbar marginalen Gegenständen und Alltagsphänomenen wie Achterbahnen oder Leuchtreklamen werfen die Texte zeitdiagnostische Blicke auf die gesellschaftliche Moderne – und entziehen sich zugleich in ihrer Komplexität jeder vereindeutigenden Lektüre. Im Seminar lesen wir literarische Denkbilder von Siegfried Kracauer (Straßen in Berlin und anderswo), Walter Benjamin (Einbahnstraße), Ernst Bloch (Spuren) und Theodor W. Adorno (Minima Moralia). Dabei geht es zunächst um die rhetorisch-poetische Textur dieser Miniaturen sowie um deren wiederkehrende Denkfiguren (Flanerie/Straßenrausch, Raumkrise/Exterritorialität, Eingedenken/Vergessen, Utopie/Melancholie, Lesbarkeit/Rätselcharakter u.a.), die wir in einem Verfahren des close reading herausarbeiten wollen. Darüber hinaus werden wir diese literarischen Texte exemplarisch auf einflussreiche theoretische Arbeiten der Autoren beziehen – Benjamins Passagen-Werk, Kracauers Ornament der Masse, Blochs Geist der Utopie und Adornos Ästhetische Theorie. Mit dieser vergleichenden Gegenüberstellung wollen wir versuchen, Schnittstellen und Differenzen zwischen literarischer Praxis und philosophisch-ästhetischer Kulturtheorie sowie zwischen den verschiedenen Poetiken des Denkbildes in den Blick zu bekommen.

Fonte: Peter Szondi Institut (FU)
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Was ist ein Flaneur? 
Der Typus des Flaneur in der Literatur wird von seinem früheren Ebenbild, dem Wanderer, abgeleitet, der die Natur durchstreifte und, an dem, was er dort beobachtete, seinen Gedanken und Gefühle artikulierte. Diese Tradition geht auf die germanischen Saga zurück, wobei sich niemals zur Ruhe zu setzen auch den Wandermönchen der Frühzeit als "Gottes Weg"galt. Auch im Deutschland des 17. Jahrhunderts scheint das Motiv der Lebenswanderung vielfach auf, wobei der Spaziergänger auf der ewigen Suche nach dem Weg in die eigene Existenz erscheint.
D
en Eingang in die Literatur fand er schließlich mit Edgar Allan Poes Erzählung "The man of the crowd" von 1838. Der Flaneur wird traditionell als männliches Wesen beschrieben, das als gut situierte Person mit bürgerlicher Kleidung und entweder dem Bürgertum aber auch oft dem Adel angehörig anonym, mit Vorliebe durch die Großstädte geht und schweigend beobachtet. Die Figur des Flaneurs ist aber von Anfang an weniger als reale Existenz denn als Manifestation einer Idee zu betrachten.

Claudia Taller 
Fonte/ Quelle: http://www.claudia-taller.at/flaneur-literatur.shtml




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As a member of the crowd that populates the streets, the flâneur participates physically in the text that he observes while performing a transient and aloof autonomy with a "cool but curious eye" that studies the constantly changing spectacle that parades before him (Rignall 112). As an observer, the flâneur exists as both "active and intellectual" (Burton 1). As a literary device, one may understand him as a narrator who is fluent in the hieroglyphic vocabulary of visual culture. When he assumes the form of narrator, he plays both protagonist and audience--like a commentator who stands outside of the action, of whom only the reader is aware, "float[ing] freely in the present tense" (Mellencamp 60).  The flâneur has no specific relationship with any individual, yet he establishes a temporary, yet deeply empathetic and intimate relationship with all that he sees--an intimacy bordering on the conjugal--writing a bit of himself into the margins of the text in which he is immersed, a text devised by selective disjunction. Walter Benjamin posits in his description of the flâneur that "Empathy is the nature of the intoxication to which the flâneur abandons himself in the crowd. He . . . enjoys the incomparable privilege of being himself and someone else as he sees fit. Like a roving soul in search of a body, he enters another person whenever he wishes" (Baudelaire 55). In this way the flâneur parasite, dragging the crowd for intellectual food--or material for his latest novel (Ponikwer 139-140). In so doing, he wanders through a wonderland of his own construction, imposing himself upon a shop window here, a vagrant here, and an advertisement here. He flows like thought through his physical surroundings, walking in a meditative trance, (Lopate 88), gazing into the passing scene as others have gazed into campfires, yet "remain[ing] alert and vigilant" all the while (Missac 61). The flâneur is the link between routine perambulation, in which a person is only half-awake, making his way from point A to point B, and the moments of chiasmic epiphany that one reads of in Wordsworth or Joyce. Like Poe’s narrators, he is acutely aware, a potent intellectual force of keen observation--a detective without a lead. If he were cast a character in the "drama of the world," he would be its consciousness.

Source:




Links:


Flaneur Society

Walter Benjamin – Bibliographie

Kracauer - Fragments. Cityscapes. Modernity

See also:

Paolo Zignani e Claudia Ciardi, I dilemmi della traduzione, «Quaderni corsari», giugno 2013

Grottesca di Claudia Ciardi su «Mumble»

Pagina facebook: Walter Benjamin – Liberami dal tempo - Enthebe mich der Zeit

5 giugno 2013

Novemberrevolution


Karl Liebknecht, Berlin 1917

Nel novembre 1918 il fronte tedesco crollò: i soldati disertarono a migliaia e l'intera macchina bellica rovinò. Nondimeno, a Kiel, gli ufficiali della flotta decisero di impegnarsi in un'ultima battaglia, per salvare l'onore. Allora i marinai rifiutarono di servire. Questo non era il loro primo sollevamento, ma i tentativi precedenti erano stati repressi dai proiettili e addomesticati dalle belle parole. Questa volta non v'erano più ostacoli immediati e la bandiera rossa si alzò prima su una nave da guerra, poi sulle altre. I marinai elessero dei delegati che si costituirono in Consiglio. Ormai i marinai erano costretti a fare di tutto per generalizzare il movimento. Essi non avevano voluto morire in combattimento contro il nemico; ma se fossero rimasti isolati, le truppe "lealiste" sarebbero intervenute e, di nuovo, ci sarebbe stata una sanguinosa repressione. Così i marinai sbarcarono e marciarono sul grande porto di Amburgo, e di là con il treno e con qualsiasi altro mezzo si sparsero per la Germania.

Il gesto liberatore era compiuto. Gli avvenimenti si susseguivano ora tumultuosamente. Amburgo accolse i marinai con entusiasmo; soldati ed operai solidarizzarono con loro e a loro volta elessero dei Consigli. Benché questa forma di organizzazione fosse fino ad allora sconosciuta nella pratica, una vasta rete di Consigli Operai e di Consigli di Soldati, rapidamente, nel giro di quattro giorni, ricoprì il paese. Forse si era già inteso parlare dei Soviet russi del 1917, ma fino ad allora, in verità, pochissimo; la censura vigilava. In ogni caso, nessun partito, nessuna organizzazione aveva mai proposto questa nuova forma di lotta.

Tuttavia, durante la guerra in Germania, organismi analoghi avevano fatto la loro apparizione nelle fabbriche. Essi si erano costituiti nel corso degli scioperi, formati da responsabili eletti, i cosiddetti uomini di fiducia. Incaricati di svolgere piccole funzioni sul posto, questi ultimi, coerentemente con la tradizione sindacale tedesca, dovevano assicurare un legame tra la base e le centrali sindacali, cioè trasmettere alle centrali le rivendicazioni degli operai. Durante la guerra queste lagnanze erano numerose (le principali vertevano sull'intensificazione del lavoro e sull'aumento dei prezzi). Ma i sindacati tedeschi - come quelli degli altri paesi - avevano costituito un fronte unico con il governo, facendosi garanti della pace sociale, in cambio di piccoli vantaggi per gli operai e della partecipazione dei dirigenti sindacali a diversi organismi ufficiali. Le "teste dure" erano, prima o poi, spedite nell'esercito, nelle unità speciali. Era dunque difficile prendere pubblicamente posizione contro i sindacati.
Ben presto gli “uomini di fiducia” smisero d'informare le centrali sindacali: non ne valeva la pena; ma la situazione, e di conseguenza le rivendicazioni operaie, non mutavano per questo; allora essi presero a riunirsi clandestinamente. Nel 1917, bruscamente, un'ondata di scioperi selvaggi investì l’intero paese. Del tutto spontanei, questi movimenti non erano diretti da un'organizzazione stabile e permanente; e se si svolgevano con una certa coerenza, è soltanto perché erano stati preceduti da discussioni e accordi tra le diverse fabbriche, contatti preliminari all'azione presi dagli uomini di fiducia di queste fabbriche. In questi movimenti, provocati da una situazione intollerabile, in mancanza di un'organizzazione alla quale accordare una seppur limitata fiducia (fosse essa socialdemocratica, cristiana, liberale, anarchica, ecc.), gli operai dovettero far fronte alle necessità del momento; le masse lavoratrici erano obbligate a decidere autonomamente, su una base di fabbrica. Nell'autunno 1918, questi movimenti, fino ad allora sporadici e più o meno separati gli uni dagli altri, assunsero una forma precisa e generalizzata. A fianco delle amministrazioni classiche (polizia, rifornimenti, ecc.) e talvolta, in parte, prendendone il posto, i Consigli Operai si appropriavano del potere nei centri industriali più importanti: Berlino, Amburgo, Brema, Ruhr, Germania centrale e Sassonia.

Le vecchie concezioni cominciavano ad essere stravolte. Ma presto divenne evidente che la tradizione parlamentare e sindacale erano troppo profondamente radicate nelle masse per poter essere estirpate nel breve periodo.
La borghesia, il Partito Socialdemocratico e i sindacati fecero appello a quelle concezioni tradizionali per battere in breccia le nuove concezioni. Il partito, in particolare, a parole si felicitava di questo nuovo modo che le masse avevano trovato per imporsi nella vita sociale; arrivava perfino ad esigere che questa forma di potere diretto fosse approvata e codificata da una legge. Ma se in questo modo testimoniava loro la sua simpatia, il vecchio movimento operaio, nel suo insieme,  rimproverava ai Consigli di non essere rispettosi del principio democratico - pur giustificandoli, in parte, per via della loro mancanza di esperienza, dovuta chiaramente alla loro nascita spontanea. Di fatto le vecchie organizzazioni rimproveravano ai Consigli di non riservare loro un posto sufficientemente importante e addirittura di far loro concorrenza. Proclamandosi a favore della democrazia operaia, i vecchi partiti e sindacati reclamavano che tutte le correnti del movimento operaio fossero rappresentate nei Consigli, proporzionalmente alla loro rispettiva importanza.

La maggior parte dei lavoratori era incapace di confutare questo argomento: esso corrispondeva troppo alle loro vecchie abitudini. Così i Consigli Operai finirono col riunire rappresentanti del partito socialdemocratico, dei sindacati, dei socialdemocratici di sinistra, delle cooperative di consumo, ecc., allo stesso titolo dei delegati di fabbrica. E' evidente che simili organismi non erano più espressione di gruppi di lavoratori, legati tra di loro dalla vita della fabbrica, ma diventavano formazioni assimilabili al vecchio movimento operaio ed operanti in favore della restaurazione capitalistica sulla base di un capitalismo di Stato democratico.
Tutto questo significò la rovina degli sforzi operai. Infatti, i delegati ai Consigli non ricevevano più le direttive dalla massa, ma dalle loro differenti organizzazioni. Essi invitavano i lavoratori a rispettare e a far rispettare "l'ordine", proclamando che "nel disordine, non vi può essere socialismo". In queste condizioni i Consigli persero rapidamente ogni valore agli occhi degli operai. Le istituzioni borghesi si rimisero a funzionare, senza naturalmente preoccuparsi del parere dei Consigli; tale era precisamente lo scopo del vecchio movimento operaio
Il vecchio movimento operaio poteva essere fiero della sua vittoria. La legge votata dal Parlamento fissava nel dettaglio i diritti ed i doveri dei Consigli. Essi avrebbero avuto come compito di sorvegliare l'applicazione delle leggi sociali. Detto altrimenti, i Consigli divenivano degli ingranaggi dello Stato; anziché demolirlo, dovevano partecipare al suo buon funzionamento. Cristallizzate nelle masse, le tradizioni si rivelavano più potenti dei risultati dell'azione spontanea.
Malgrado questa "rivoluzione abortita", non si può dire che la vittoria degli elementi conservatori sia stata facile. Il nuovo orientamento degli spiriti, nonostante tutto, era abbastanza forte perché centinaia di migliaia di operai lottassero con accanimento, affinché i Consigli conservassero il loro carattere di nuove unità dell’organizzazione di classe. Furono necessari cinque anni di conflitti incessanti, talvolta di combattimenti armati, e il massacro di 35.000 operai rivoluzionari, perché il movimento dei Consigli fosse definitivamente sconfitto dal fronte unico della borghesia, dal vecchio movimento operaio e dalle “guardie bianche” costituite dai signorotti prussiani e dagli studenti reazionari.

A grandi linee si possono distinguere, sul versante operaio, quattro grandi correnti politiche:

I socialdemocratici. Essi intendevano nazionalizzare gradualmente le grandi industrie utilizzando la via parlamentare. Tendevano ugualmente a riservare ai sindacati soltanto il ruolo di intermediari tra i lavoratori ed il capitale di Stato.

I comunisti. Ispirandosi più o meno all'esempio russo, questa corrente preconizzava un'espropriazione diretta dei capitalisti ad opera delle masse. Secondo loro, gli operai rivoluzionari avevano il dovere di “conquistare” i sindacati e di “renderli rivoluzionari”.

Gli anarco-sindacalisti. Essi si opponevano alla conquista del potere politico e alla sopravvivenza di qualsivoglia Stato. Nella loro concezione, i sindacati rappresentavano la formula dell'avvenire; bisognava lottare affinché i sindacati acquistassero un'estensione tale da renderli  capaci di gestire l’intera vita economica. Uno dei più conosciuti teorici di questa corrente, nel 1920, scriveva che i sindacati non dovevano essere considerati come un prodotto transitorio del capitalismo, bensì come i germi della futura organizzazione socialista della società. Proprio all'inizio nel 1919, sembrò che l'ora di questo movimento fosse finalmente venuta. I sindacati anarchici iniziarono a gonfiarsi, a partire dal crollo dell'Impero. Nel 1920, essi contavano circa 200.000 membri.

Le organizzazioni rivoluzionarie di fabbrica. Quello stesso anno, tuttavia, gli effettivi dei sindacati rivoluzionari iniziarono a diminuire. Una gran parte dei loro aderenti si volgeva ora verso un’altra forma di organizzazione, più adatta alle nuove condizioni della lotta: l’organizzazione rivoluzionaria di fabbrica. Ogni fabbrica aveva, o avrebbe dovuto avere, la sua propria organizzazione, agente indipendentemente dalle altre - che, in un primo stadio, non era nemmeno collegata alle altre. Ogni fabbrica assumeva dunque l'aspetto di una "repubblica indipendente", ripiegata su sé stessa.

Senza dubbio, questi organismi di fabbrica erano una realizzazione delle masse; tuttavia, bisogna sottolineare che essi facevano la propria apparizione nel quadro di una rivoluzione, se non già sconfitta, quantomeno stagnante. Divenne presto evidente che gli operai non potevano, nell'immediato, conquistare ed organizzare il potere economico e politico per mezzo dei Consigli. Bisognava dunque innanzitutto sostenere una lotta senza quartiere contro le forze che si opponevano ai Consigli. Gli operai rivoluzionari cominciarono dunque a raccogliere le proprie forze in tutte le fabbriche, al fine di restare in stretto contatto con la vita sociale. Con la loro propaganda, essi si sforzavano di risvegliare la coscienza degli operai, li invitavano ad uscire dai sindacati e ad aderire all'organizzazione rivoluzionaria di fabbrica: gli operai nel loro insieme avrebbero potuto in tal modo dirigere essi stessi le proprie lotte e conquistare il potere economico e politico su tutta la società.
In apparenza, la classe operaia faceva così un grande passo indietro sul terreno dell’organizzazione. Mentre prima, infatti, il potere degli operai era concentrato in alcune potenti organizzazioni centralizzate, ora si disgregava in centinaia di piccoli gruppi, che riunivano alcune centinaia o migliaia di aderenti, secondo l'importanza della fabbrica. In realtà, quella forma si rivelava la sola che permettesse di porre le basi di un potere operaio diretto. Così, benché relativamente piccole, queste nuove organizzazioni spaventavano la borghesia, la socialdemocrazia ed i sindacati.

Non era per principio che queste organizzazioni si tenevano isolate le une dalle altre. La loro apparizione era avvenuta in modo spontaneo e separato, nel corso degli scioperi selvaggi che caratterizzarono il periodo (quello dei minatori della Ruhr, nel 1919, per esempio). Una nuova tendenza si fece strada, allora, con l’obiettivo di unificare tutti questi organismi e di opporre un fronte coerente alla borghesia ed ai suoi accoliti. L'iniziativa partì dai grandi porti, Amburgo e Brema. Nell'aprile 1920, una prima conferenza, alla quale parteciparono delegazioni provenienti dalle principali regioni industriali della Germania, si tenne ad Hannover. La polizia intervenne e disperse il congresso. Ma arrivava troppo tardi. In effetti, un’organizzazione generale, unitaria, era già stata fondata e aveva potuto stilare i suoi più importanti princìpi d'azione. Questa organizzazione si era data il nome di AAUD - Allgemeine Arbeiter Union-Deutschlands (Unione Generale dei Lavoratori di Germania). L'AAUD annoverava tra i suoi princìpi essenziali la lotta contro i sindacati e i Consigli di impresa legali e il rifiuto del parlamentarismo. Ciascuna delle organizzazioni membre dell'Unione aveva diritto alla massima autonomia ed alla più grande libertà di scelta nella sua tattica.
A quell'epoca in Germania, i sindacati contavano più membri di quanti non ne avessero mai avuti e di quanti dovessero averne poi. Così, nel 1920 i sindacati di osservanza socialista raggruppavano quasi 8 milioni di persone, che versavano le rispettive quote nelle casse delle 52 associazioni sindacali; i sindacati cristiani contavano più di un milione di aderenti; i sindacati padronali, i “gialli”, ne riunivano quasi 300.000. Inoltre, vi erano alcune organizzazioni anarco-sindacaliste (FAUD) ed altre organizzazioni che, più tardi, avrebbero aderito all'ISR (Internazionale Sindacale Rossa, legata a Mosca).
All'inizio l'AAUD non riuniva che 80.000 lavoratori (aprile 1920); ma la sua crescita fu rapida e, alla fine del 1920, questo numero salì a 300.000 aderenti. Alcune delle organizzazioni che la componevano esprimevano, è vero, un'eguale simpatia per la FAUD o l'ISR. Ma nel dicembre 1920, divergenze politiche in seno all'AAUD provocarono una grave scissione; numerose associazioni aderenti se ne staccarono per formare una nuova organizzazione, detta unitaria: l’AAUD -E. Dopo questa rottura, all’epoca del suo IV Congresso (giugno 1921), l'AAUD dichiarava di contare più di 200.000 membri. In realtà, queste cifre erano gonfiate: nel mese di marzo 1921, il fallimento dell'insurrezione nella Germania centrale e la conseguente repressione avevano letteralmente decapitato e smantellato l'AAUD. Ancora debole, l'organizzazione non aveva potuto resistere in modo efficace ad un enorme ondata di repressione poliziesca e politica.

Source: Les mauvais jours finiront



L’11 novembre 1918 era stata fondata ufficialmente la Lega Spartachista (Spartakusbund) come organizzazione a livello nazionale. Il nucleo del movimento spartachista erano: Rosa Luxemburg, Hermann Duncker, Hugo Eberlein, Julian Marchlewski, Franz Mehring, Ernst Meyer, Wilhelm Pieck. Il nome intendeva esprimere un maggior livello di organizzazione e una presa di distanza dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco), nelle cui fila erano entrati 45 deputati dell’SPD nel marzo 1917 dopo essere stati espulsi dal partito perché contrari alla continuazione della guerra. In conseguenza di ciò venne fondato l’USPD, partito che raccoglieva membri dell’SPD contrari alla guerra.

Nei mesi successivi la Lega Spartachista tentò di influenzare in questo senso la situazione politica per mezzo del quotidiano «Die Rote Fahne» (Bandiera Rossa). Con le prime aggressioni militari armate il 6 dicembre contro marinai e soldati e col tentativo di sciogliere la Volksmarinedivision (una formazione armata composta da marinai insorti) si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano per impedire ogni possibilità rivoluzionaria. A partire dal 10 dicembre Rosa Luxemburg si dichiarò pubblicamente favorevole alla creazione di una repubblica guidata da consigli popolari.

Il 29 dicembre, dopo gli scontri di dicembre a Berlino, la Lega Spartachista convocò un congresso nazionale dal 29 al 31 dicembre a Berlino. Là i suoi membri, insieme con i membri dell’IKD (Internationale Kommunisten Deutschlands, “Comunisti Internazionalisti Tedeschi”) formarono il Partito Comunista Tedesco (KPD). Questo assunse, praticamente senza modifiche, l’articolo di Rosa Luxemburg del 14 dicembre 1918 come proprio programma. Sosteneva un socialismo senza compromessi e promuoveva il proseguimento e la diffusione della rivoluzione.

Il KPD  diventò immediatamente un luogo di raduno per numerosi operai rivoluzionari che esigevano “tutto il potere ai Consigli Operai“.
I fondatori del KPD formarono i quadri del nuovo partito; dunque vi introdussero spesso lo spirito della vecchia socialdemocrazia. Gli operai che affluivano nel KPD e in pratica si preoccupavano delle nuove forme di lotta, non osavano sempre affrontare i loro dirigenti, per rispetto della disciplina e, frequentemente, si piegavano a delle concezioni superate.

Source: contromaelstrom.com


Bundesarchiv, Revolution in Bayern. Arresto di un rivoluzionario per mano dei Freikorps

Lo «Spartakusbund»

Per aver parlato in un comizio contro la guerra, il 1° maggio 1918, Liebknecht fu arrestato e condannato a 4 anni di lavori forzati. Alcuni mesi più tardi tuttavia, quando la sconfitta militare della Germania si profilerà ormai imminente, il governo sarà costretto a liberarlo, insieme agli altri detenuti politici, dalla forza delle dimostrazioni popolari.

Dopo la costituzione del «Soviet» di Kiel, in tutta la Germania, nei giorni seguenti, si formarono centinaia di Consigli.

Le forze armate erano divise: in genere si può dire che mentre i marinai solidarizzavano con gli insorti, i soldati, meno evoluti poeticamente, restavano in maggioranza influenzati dagli ufficiali, e quindi fedeli al governo. Il 9 novembre i lavoratori berlinesi scesero in sciopero e occuparono gli uffici governativi, la centrale di polizia, le caserme, dopo essere entrati in conflitto con reparti di truppa.

La sera stessa, sotto la pressione popolare e di tutti i partiti politici ad eccezione dei conservatori, l'imperatore Guglielmo II abdicò e lasciò il Paese: la repubblica venne proclamata in Germania.

Il riformista Scheidemann, facendosi portavoce del pensiero della borghesia, parlò di «libera repubblica tedesca», dimostrando di considerare ormai realizzati, con il raggiungimento di questa, gli scopi della rivoluzione. Ad esso si contrappose la posizione degli spartachisti, che invece consideravano la repubblica democratica come un primo passo verso la costituzione di una repubblica socialista: il che significava che la rivoluzione aveva per essi tutt'altro che esaurito i suoi compiti.

Il 13 novembre venne formato un governo provvisorio, composto da elementi socialdemocratici dello S.P.D. e dello U.S.P.D. (indipendenti). Mentre i primi sostenevano la necessità di convocare al più presto un'assemblea costituente e di delegare ad essa tutti i poteri, i secondi ritenevano che avrebbe potuto formarsi una ripartizione dei poteri tra Costituente e «Consigli». Gli spartachiani, che erano rimasti fuori dal governo, richiedevano invece tutto il potere ai Soviet, che ormai erano diffusi in ogni parte del Paese.

Il 19 novembre il governo emise un decreto per il quale ai Soviet (che peraltro, nella loro grande maggioranza erano dominati da elementi socialdemocratici moderati) veniva riconosciuta una semplice funzione di controllo. Per tutto il mese di novembre e dicembre si andarono moltiplicando le agitazioni e gli scioperi, con scontri continui e spesso cruenti tra dimostranti e truppe. Le votazioni tenute il giorno 15 per eleggere i delegati al congresso nazionale dei «Consigli degli Operai e dei Soldati» diedero i seguenti risultati: socialdemocratici 228 socialdemocratici indipendenti 87, democratici radicalsocialisti 47, senza partito 63.

Il giorno seguente fu inaugurato il Congresso, ma Liebknecht e la Luxemburg non poterono parteciparvi neanche come osservatori, lasciati fuori dalla maggioranza riformista dell'Assemblea. Una grande dimostrazione condotta dagli spartachisti e alla quale parteciparono ben 250 mila scioperanti, mise tragicamente in luce la divisione della classe operaia e la sconfitta che per questa divisione si preparava. Il 20 dicembre i Soviet rappresentati al Congresso sottoscrissero la loro fine, respingendo una proposta di mantenimento del sistema dei «Consigli».

Nascita del Partito Comunista

Verso la fine del mese il profondo dissidio che da lungo tempo si trascinava tra la direzione dell'U.S.P.D. e gli spartachisti ebbe la sua logica conclusione nella scissione. Il 30 dicembre si apri il congresso della «Lega Spartaco» che decise di trasformarsi in «Partito comunista della Germania».

Nel frattempo gli indipendenti si erano ritirati dal governo e il loro posto era stato preso dai socialdemocratici Noske, Loebel e Wissel. Il governo socialriformista diveniva intanto ogni giorno di più il baluardo della reazione; le sue collusioni con i gruppi capitalistici e militaristi erano sempre più frequenti. D'altra parte i funzionari governativi e i comandanti militari e delle polizia socialdemocratici non erano meno duri e brutali dell'estrema destra nella repressione del movimento operaio.

Deciso a stroncare radicalmente ogni minaccia spartachista prima che il movimento avesse il tempo di rafforzarsi, il governo ricorse alla provocazione diretta dei lavoratori, per attirarli in manifestazioni inconsulte e quindi batterli in modo definitivo.

Il 4 gennaio '19 il governo destituì dalla carica di questore di Berlino l'Indipendente Eichhorn, che godeva della fiducia popolare. Le masse incominciarono ad agitarsi spontaneamente, assumendo un atteggiamento insurrezionale. I capi spartachisti, sebbene contrari in quel momento ad un tentativo rivoluzionario che quasi certamente sarebbe stato destinato al fallimento, non videro tuttavia altra alternativa che quella di prendere nelle loro mani la direzione del movimento ormai avviato, per coordinare l'azione delle masse e dare ad esse un indirizzo preciso.

Dal 6 al 13 gennaio si ebbe la «settimana rossa», durante la quale la rivoluzione spartachista divampò per tutta la Germania. Duri e sanguinosi combattimenti furono impegnati dovunque tra gli insorti e le truppe governative, comandate dal socialdemocratico Noske. Gli spartachiani occuparono le principali stazioni ferroviarie del Paese e si impadronirono delle città di Lipsia e Stoccarda, nonché di numerosi quartieri e punti strategici di Berlino. Il loro slancio rivoluzionario tuttavia non poteva andare al di là di un certo limite, rappresentato dalla scarsità numerica, dall'inesperienza e dalle deficienze organizzative, nonché da una certa forma di primitivo estremismo e di settarismo, che si rivelò dannosissimo.

Rivoluzione democratica o rivoluzione socialista?

Due tesi si sono contrapposte, tra gli studiosi di parte marxista, nell'interpretazione del significato e nel valore da attribuire alla rivoluzione tedesca del '18-19: da una parte coloro che sostengono trattarsi di una rivoluzione socialista non riuscita; dall'altra quelli, come W. Pieck, i quali affermano che «la Rivoluzione di Novembre rimase una rivoluzione di tipo democratico borghese realizzata in notevole misura con metodi e mezzi proletari, e non raggiunse gli scopi a cui aspiravano le masse, cioè la liquidazione del potere degli aggressori imperialisti e la costruzione del socialismo».

La rivoluzione proletaria può vincere solo quando le masse sono dirette da un partito marxista-leninista; questo fu appunto uno degli insegnamenti più importanti della Rivoluzione di Novembre.

Il passaggio del potere nelle mani del popolo, richiesto da Karl Liebknecht e dalla "Lega Spartachista" non ebbe luogo; l'apparato statale reazionario non fu distrutto, i monopolisti e gli Junker conservarono le loro proprietà e la loro potenza economica; il militarismo e l'imperialismo, nemici mortali del popolo, non furono distrutti alle radici.

Ma al di là dei limiti e delle deficienze del movimento spartachista stava soprattutto l'enorme superiorità di uomini e di mezzi a disposizione dell'esercito governativo. L'1l gennaio le truppe iniziarono la loro massiccia offensiva contro le posizioni degli insorti: il giorno 13 questi, nonostante il loro valore e il loro disperato coraggio, erano completamente schiacciati. Alla vittoria del governo Ebert-Scheidemann seguì un'ondata sanguinosa di terrore bianco: migliaia di spartachisti furono incarcerati e massacrati.

Il 15 gennaio i due capi principali della rivolta, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, mentre venivano trasportati in macchina alla prigione, furono assassinati dagli ufficiali di scorta. La versione ufficiale del governo sul criminoso episodio fu che Liebknecht era stato colpito mentre tentava di fuggire, e che la Luxemburg era stata linciata dalla folla.

Non fu difficile tuttavia smascherare le menzogne di questa tesi e mettere in luce l'efferatezza e la premeditazione del duplice delitto. Dopo aver superato un'infinità di ostacoli e di difficoltà, nel mese di maggio fu tenuto il processo per giudicare gli assassini: ma questi, nonostante fosse evidente la loro colpevolezza, se la cavarono tutti con assoluzioni o lievissime condanne, solo in parte scontate.

Intanto, il 19 gennaio, si erano tenute in tutta la Germania le elezioni per l'assemblea costituente, che diedero 211 deputati ai partiti borghesi e 182 ai partiti socialdemocratici. Nasceva la Repubblica di Weimar che, dopo pochi anni di vita stentata e tumultuosa, avrebbe finito col capitolare di fronte all'ascesa di Hitler e del nazismo.

Source: resistenze.org


German Revolution, June 1919, General Strike in Berlin - Strassenkampf Freikorps

A Real Photo Postcard photograph of a General Strike in Berlin during the violent Strassenkampf or 'street battles' that took place between the left wing Spartakists / Communists and the center-right (Socialists, Imperialists, and Freikorps in an uneasy alliance) as both sides attempted to seize power.  After early Communist victories the Socialist-Right Wing coalition (led by Friedrich Ebert) eventually won.


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Fonti/ Bibliography:


Paul Frolich, Rudolf Lindau, Albert Schreiner, Jakob Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920. Dalla fondazione del Partito comunista al putsch di Kapp, Edizioni Pantarei, Milano 2001

Titolo originale: Illustrierte Geschichte der deutschen Revolution, Berlin 1929

La rivoluzione tedesca 1918-1919, a cura di G. A. Ritter e S. Miller, Feltrinelli, 1969

Max Hölz, Un ribelle nella rivoluzione tedesca (1918-1921), a cura di Oscar Mazzoleni, introduzione di Bruno Bongiovanni, BFS edizioni (Biblioteca Serantini)


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Ende September 1918 gaben die deutschen Militärs den Krieg verloren. Die Leiden des Ersten Weltkrieges entluden sich in vielen Staaten Europas in revolutionären Erschütterungen. Auch im Deutschen Reich verstärkten Hunger und Entbehrung zusammen mit der Enttäuschung über die militärische Niederlage demokratische und sozialistische Bestrebungen. Der monarchische Obrigkeitsstaat zerfiel ohne große Gegenwehr Anfang November 1918. Der Thronverzicht von Kaiser Wilhelm II. und die Ausrufung der Republik am 9. November entsprachen den politischen Wünschen vieler Deutscher. Trotz aller Bemühungen um Eindämmung revolutionärer Bestrebungen nahm die nahezu friedliche Revolution eine blutige Wendung, als die radikale Linke eine sozialistische Rätediktatur nach dem Vorbild der russischen Oktoberrevolution mit Gewalt erzwingen wollte. Anhänger einer parlamentarischen Demokratie entschieden den Machtkampf bis Frühjahr 1919 aber für sich.

Im Oktober 1918 fanden mit den Entente-Staaten erste Vorgespräche über einen Waffenstillstand statt. Dennoch befahl die deutsche Seekriegsleitung das Auslaufen der Flotte zu einem letzten "ehrenvollen" Gefecht gegen britische Verbände. Dieser Befehl war Anlass zu Meutereien kriegsmüder Matrosen in Wilhelmshaven und Kiel. Wie ein Flächenbrand weitete sich der Matrosenaufstand innerhalb weniger Tage über Deutschland aus. Zunehmend verlagerte sich die Initiative zur Revolte von Soldaten und Matrosen auf die ebenfalls kriegsmüden Arbeiter. Bis zum 10. November bildeten sich praktisch in allen größeren deutschen Städten revolutionäre Arbeiter- und Soldatenräte, welche - zum Teil unter der Losung "Wir sind das Volk" - die städtische Verwaltung übernahmen. Nunmehr stellten die Aufständischen über das Militärische hinausgehend politische Forderungen. Ihr Ruf nach Frieden, Abdankung des Kaisers und nach Umwandlung des Deutschen Reiches in eine demokratische Republik wurde lauter. Der erste deutsche Thron fiel in Bayern: In München proklamierte die Rätebewegung am 7. November die Bayerische Republik. Als auch andere Fürsten in den nächsten Tagen ihrem Thron entsagen mussten, zerfiel die Monarchie in Deutschland ohne nenneswertes Blutvergießen. 

Am Morgen des 9. November erreichte die revolutionäre, antimonarchische Stimmung Berlin. Aufgerufen von Revolutionären Obleuten, zumeist dem linken Flügel der USPD nahestehende Vertrauensleute in den Betrieben, traten die Arbeiter in den Ausstand. Zu Hunderttausenden formierten sie sich zu gewaltigen Demonstrationszügen durch das Zentrum der Reichshauptstadt. Ihnen schlossen sich die Soldaten der drei Jägerbataillone an, die zu diesem Zeitpunkt als einzige Truppen in Berlin stationiert waren. Die Demonstranten bekundeten ihren Willen zum Frieden, zum Bruch mit dem monarchischen Obrigkeitsstaat und zu einer umfassenden Neuordnung der politischen Verhältnisse.

Am 10. November bildeten SPD und USPD auf paritätischer Grundlage den Rat der Volksbeauftragten unter gleichberechtigtem Vorsitz von Ebert und Hugo Haase. Er stellte die tatsächliche Staatsspitze dar und stieß auf keinen ernsthaften Widerstand. Ebenfalls am 10. November gab General Wilhelm Groener im Namen der OHL eine Loyalitätserklärung gegenüber der neuen Regierung ab und sicherte ihr militärische Unterstützung im Fall linksradikaler Angriffe zu. Im Gegenzug garantierte Ebert die Autonomie der militärischen Führung. Mit dem Ebert-Groener-Pakt stellte sich mit dem Militär ein entscheidender Machtfaktor der Regierung zur Verfügung. Der Pakt ermöglichte es der Sozialdemokratie in den folgenden Wochen, ihren Machtanspruch auch in den bürgerkriegsähnlichen Zuständen durchzusetzen.

Der Durchsetzung der von der Sozialdemokratie angestrebten parlamentarischen Demokratie standen damit kaum noch Hindernisse im Weg, zumal die SPD auf dem Reichskongress der Arbeiter- und Soldatenräte Mitte Dezember 1918 über deutliche Mehrheitsverhältnisse verfügte. Die Delegierten traten mit überwältigender Mehrheit für die Wahl zur Nationalversammlung am 19. Januar 1919 ein. Der Wunsch zahlreicher Delegierten, am Rätesystem als Grundlage der neuen Verfassung festzuhalten, fand auf dem Kongress ebensowenig Gehör wie die radikale Parole der Spartakisten "Alle Macht den Räten". Nach dem Reichskongress verschärften sich die Auseinandersetzungen zwischen der Sozialdemokratie und den radikalen Kräften, die politische Ziele nunmehr gewaltsam auf der Straße durchzusetzen versuchten. Erstmals musste Ebert in den Berliner Weihnachtskämpfen 1918 reguläre Truppen um militärische Hilfe bitten, nachdem meuternde Soldaten der "Volksmarinedivision" am 23. Dezember 1918 die Regierung festgesetzt hatten.

Als Reaktion auf dieses Bündnis von SPD und kaiserlicher Armee verließen die Vertreter der USPD am 28. Dezember 1918 empört den Rat der Volksbeauftragten. Zuvor war es allerdings mit den SPD-Vertretern zu erheblichen Differenzen über den politischen Kurs der Regierung gekommen, der eine gemeinsame konstruktive Politik der beiden sozialdemokratischen Richtungen unmöglich machte. Eine weitere unmittelbare Folge der Weihnachtskämpfe war die Entlassung des zum linken Flügel der USPD gehörenden Berliner Polizeipräsidenten Emil Eichhorn (1863-1925). Mit Bewaffneten war Eichhorn der Volksmarinedivision während der Kampfhandlungen zu Hilfe gekommen und hatte so entscheidend zur Niederlage der Regierungstruppen beigetragen. Provoziert durch die Absetzung Eichhorns, der letzten Machtbastion der Linken in Berlin, riefen die Revolutionären Obleute, die USPD und die zur Jahreswende 1918/19 gegründete Kommunistische Partei Deutschlands (KPD) für den 5. Januar 1919 zu einer Protestdemonstration auf. Aufgrund der großen Teilnehmerzahl fassten radikale Kräfte der Initiatoren noch am Abend den Beschluss, die Demonstration zu einem bewaffneten Aufstand auszuweiten. Liebknecht und die zuvor jegliche putschistische Aktionen ablehnende Luxemburg riefen zum gewaltsamen Sturz der Regierung auf.

Vom 5. bis 12. Januar besetzten revolutionäre Arbeiter Teile der Innenstadt sowie das Berliner Zeitungsviertel und erklärten die Regierung für abgesetzt. Der spontane und strategisch unzureichend geplante Januaraufstand war der letzte Versuch der extremen Linken, die Wahl zur Nationalversammlung zu verhindern und eine Rätediktatur zu errichten. Die blutigen Kämpfe vom Januar 1919 prägten maßgeblich das Bild der Revolution von 1918/19 und vermittelten in weiten Bevölkerungskreisen die Schreckensszenarien der russischen Oktoberrevolution und des Bolschewismus. Angesichts der revolutionären Stimmung in Berlin wurde die am 19. Januar 1919 gewählte Nationalversammlung in Weimar eröffnet.

Das Scheitern des Aufstands sowie die Ermordung Luxemburgs und Liebknechts durch Mitglieder eines Freikorps radikalisierte einen erheblichen Teil der Arbeiter. Sie fühlten sich verraten von der Politik der SPD, die ihre Kontakte zur Armeeführung, den bürgerlichen Parteien und zu Wirtschaftsführern stetig intensivierte. Die einstmals so geschlossene Front der Arbeiterschaft war tief gespalten. Bei Landtags- und Gemeindewahlen im Frühjahr 1919 gaben viele ehemalige SPD-Wähler ihre Stimme den Kommunisten oder der USPD, die in zahlreichen Orten die SPD überflügelte. Viele dieser Wähler beteiligten sich auch an Streiks und revolutionären Unruhen, die bis zum Frühsommer 1919 weite Teile des Deutschen Reiches erfassten. Im Ruhrgebiet und im mitteldeutschen Bergbaugebiet um Halle/Saale kam es zu Generalstreiks und blutigen Auseinandersetzungen mit Regierungstruppen.

In Berlin versuchten Spartakisten einen Anfang März 1919 ausgerufenen Generalstreik zum Putsch gegen die Reichsregierung voranzutreiben. Fast 1.200 Menschen verloren bei den mehrere Tage anhaltenden Märzkämpfen ihr Leben. Wie der Aufstand in Berlin konnte auch die von der USPD Anfang April 1919 proklamierte Münchner Räterepublik nur mit Unterstützung massiver und äußerst brutaler Einsätze von Freikorpsformationen niedergeschlagen werden. Die revolutionäre Massenbewegung verlor nach diesen Kämpfen entscheidend an Dynamik. In der Folgezeit rüstete die radikale Linke zwar wiederholt zum Sturz der Weimarer Republik, eine breite Anhängerschaft wie noch im November/Dezember 1918 konnte allerdings zu keinem Zeitpunkt mehr mobilisiert werden.

Source: dmh.de/lemo
Deutsches Historisches Museum (Berlin)




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