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24 giugno 2018

Ferdinand Hodler - La montagna mistica



«Un paesaggio che conosciamo ci tocca più profondamente; lo capiamo meglio perché ci è familiare. Bisogna averci vissuto per comprenderlo, esattamente come si deve aver sofferto per poter rappresentare la sofferenza. Bisogna aver visto i cieli». Così Ferdinand Hodler, pittore svizzero attivo tra la metà dell’Ottocento e la rumorosa stagione delle avanguardie d’inizio Novecento, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla morte.
Sguardo incline alla rarefazione e a un simbolismo metafisico spinto fino all’astratto, Hodler è una presenza sommessa nel panorama dell’arte, esattamente come la levigatezza poetica del suo segno. Dopo i precoci viaggi di formazione al Prado di Madrid, a Monaco di Baviera e in Italia, nel corso dei quali ebbe modo di osservare dal vivo i grandi capolavori medievali e del rinascimento, fu oggetto di importanti attestazioni nel variegato brulicare parigino, dove raccolse tra gli altri la stima di Gustave Moreau. Aderì ai Rosacroce, quindi entrò nelle Secessioni di Berlino e di Vienna, conoscendo Gustav Klimt nel 1904. Durante i primi anni del nuovo secolo continuò a ricevere committenze importanti, dedicandosi a soggetti storici, entrati nell’epica nazionale, come la battaglia di Morat per la Sala delle Armi del Museo nazionale di Zurigo.
A questa attività alternò sempre la sua pittura intimista, percorsa da vibrazioni spirituali. Autore di un paesaggismo introspettivo, che nel tempo tende sempre più a svincolarsi dalle residue impostazioni impressioniste per affinare l’intuizione turneriana delle campiture di colore, quali entità creatrici e ricreatrici dell’immagine di natura, fino a sfiorarne la sostanza visionaria, nell’ultimo quinquennio di vita Hodler esercitò la propria sensibilità in tale direzione, sintetizzando la sua tavolozza e approdando a un minimalismo panteista emozionale che sfugge ai canoni dell’epoca. Questo Hokusai elvetico, rapito dalle rive del lago Lemano e dal profilo del Monte Bianco, ha cercato di catturare le sue montagne con la medesima devozione, quasi sacra, che si riserva al ritratto. La ricerca di una escatologia figurativa entro le forme dei panorami verso cui orienta le sue tele si delinea in modo più evidente man mano che la sua esistenza si avvia alla fine. Una vicenda che incrocia la breve e intesa storia d’amore avuta con Valentine Godé-Darel, modella di vent’anni più giovane di lui, incontrata nel 1908, che gli diede la figlia Paulette. Subito dopo aver partorito Valentine cadde malata, morendo all’inizio del 1915. La gioia di un amore ritrovato, dopo il fallimento delle precedenti relazioni, e l’incombere sconvolgente della morte accentuano in Hodler il bisogno di uno scavo al fondo della realtà che lo assedia, nel tentativo di estrarne la radice di una trascendenza in quel momento percepita ancor più vicina. 



F. Hodler con la figlia Paulette nel 1918
    

Poche le rassegne a lui dedicate e altrettanto sporadiche le pubblicazioni. La sua opera trova spazio accanto a Tobia Bezzola, Paul Lang, Paul Müller, nel catalogo “Landscapes” del Kunsthaus di Zurigo (2004), e da ricordare è la recente mostra che gli ha reso omaggio proprio come pittore di montagna presso la Fondazione Beyler di Basilea (2013). In quest’occasione una sala è stata allestita con alcuni dei numerosi ritratti del ricovero di Valentine, rara apparizione pubblica di una serie altrimenti ignota. Ferdinand Hodler è una figura che merita d’essere approfondita, non foss’altro perché tanti sono gli scenari artistici da lui attraversati, dai quali pure è stato riconosciuto e cui ha dato di volta in volta il suo personalissimo apporto, mantenendo però nel proprio percorso una distanza da tutto e gettando sulle avanguardie un ponte di originale atemporalità, che lo colloca in una posizione piuttosto inedita nella storia dell’arte occidentale.               

(Di Claudia Ciardi)


* Il dipinto all’inizio dell’articolo è La Jungfrau sopra la nebbia del 1908.



 La Jungfrau al chiaro di luna (1908)



Thunersee



Thunersee (1905)



Dents du Midi da Chesières (1912)



Il Grand Muveran (1912)



Montagne blu



Paesaggio a Chateau d'Oex



Valle del Rodano con Dents du Midi (1912)



Lago Lemano e catena del Monte Bianco



Genfersee (Lago Lemano) e Monte Bianco (1918)




Genfersee (Lago Lemano) e Monte Bianco all'alba (1918)



Caspar David Friedrich - Paesaggio montano in Slesia


29 novembre 2013

Oriente-Occidente


«Che cosa è l’Oriente e che cosa è l’Occidente? Come possono due sostantivi come Tao e Dow (pron.: dao) diventare un facile gioco di parole e paradosso quando hanno lo stesso suono eppure sono così differenti nell’essenza? In cinese, Oriente-Occidente, come espressione di due parole unite insieme, significa “una cosa”, “un qualche cosa” – e forse “niente” del tutto»

Da Alan W. Watts, Il Tao. La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977

«Asiens Atem ist jenseits»
«Il respiro dell'Asia è al di là»

Ingeborg Bachmann



oriente:
uno dei quattro punti cardinali, quello dove sorge il Sole (est); con significato più ristretto, la parte dell'orizzonte dove sorge il Sole.

Il termine indicava già negli autori dell'antichità classica le culture, le religioni, le lingue dei paesi asiatici in contrapposizione a quelle occidentali. Assunse valore politico-geografico più preciso quando l'Impero romano fu diviso in Impero d'O. e Impero d'Occidente e quando all'Europa cristiana venne a contrapporsi l'Impero ottomano, di religione islamica.
Dopo che i viaggi di Marco Polo rivelarono agli Europei l'esistenza del mondo cinese, che rientrava in un ambito culturale diverso, il termine o. si cominciò a usare in un altro significato, distinguendosi i paesi più lontani con il nome di Estremo O., e quelli che si affacciano al Mediterraneo, detti anche paesi del Levante o semplicemente Levante, con il nome di Vicino Oriente.

Diffusione limitata ha avuto la denominazione Medio O. con riferimento all'India e ai paesi vicini, mentre, a partire dal mondo anglosassone, si è progressivamente affermato l'uso di tale espressione per indicare i paesi dell'Asia occidentale, dalla Turchia all'Iran (o anche all'Afghanistan). Fin dal 1908 il geografo tedesco E. Banse propose di designare con il termine O. una delle grandi parti del mondo, vasta 17 milioni circa di km2, comprendente, oltre al Vicino O., anche l'Africa settentrionale e caratterizzata da somiglianza di clima, vegetazione, e inoltre anche da caratteri culturali comuni. In seguito, nella polemica politica e ideologica, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale (ma precedenti si erano avuti con accenni già nel 19° sec., all'epoca della guerra di Crimea, 1853), con il nome di O., senza altra specificazione, si è designata comunemente l'Unione Sovietica in contrapposizione all'occidente.

Source:
Enciclopedia Treccani

oriente - Come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

Enciclopedia Dantesca (1970)
di Giovanni Buti-Renzo Bertagni (abstract)




occidente
[oc-ci-dèn-te]
A s.m. (pl. -ti)
1 Uno dei quattro punti cardinali, corrispondente alla parte dell'orizzonte in cui tramonta il sole
SIN. ponente, ovest
| CON. oriente
2 estens. Paese, zona e sim. localizzato verso occidente rispetto a un punto dato: l'o. dell'Europa
per anton. L'Occidente, il complesso delle popolazioni, la civiltà, la cultura dei paesi dell'Europa occidentale e del Nord America rispetto a quelli europei orientali e asiatici: la civiltà dell'Occidente; i problemi sociali dell'Occidente

B agg.
ant. e lett. Calante, che tramonta: giorno o. D'Annunzio

occidente - In senso storico e culturale, l'insieme dei popoli, delle civiltà, delle culture dei paesi occidentali, aventi caratteri e confini vari secondo le diverse epoche storiche in cui si affermò la coscienza di una contrapposizione fra O. e Oriente.
Dal 16° sec. con Oriente si intese designare tutti i territori sottoposti alla civiltà islamica, O. era invece il complesso degli Stati europei occidentali che si potevano ritrovare in una cultura e, sia pur in minor misura, in una religione comune. Con l'allontanamento dei Turchi dall'Europa, si affermò una concezione etico-politica per la quale i limiti culturali dell'O. venivano posti là dove era giunta a insediarsi, per due secoli e mezzo, con i Mongoli, l'influenza dell'Asia: grosso modo lungo la linea ideale che congiunge la foce del Dnestr con il Golfo di Riga e che segna i limiti storici della Russia verso ovest. A oriente di questa linea non si ebbe poi la feconda esperienza dell'Umanesimo e del Rinascimento, né il travaglio religioso messo in moto dalla Riforma, né il formarsi di una borghesia, così che la diversità culturale rispetto alla restante parte dell'Europa rimase per secoli determinante.
A partire dal 19° sec., la polemica politica e ideologica portò ad accentuare certi caratteri di unità dell'O. e la sua contrapposizione all'Oriente-Russia. La guerra di Crimea del 1853-56, per esempio, fu vista dalla pubblicistica del tempo come la contrapposizione fra un O. liberale e un Oriente assolutista. Questi atteggiamenti polemici rimasero in vita fino alla Prima guerra mondiale anche in relazione all'indirizzo panslavo della politica russa, prolungandosi nelle teorie linguistiche, geografiche, storiche dell'eurasismo, negli anni che precedettero e seguirono la Rivoluzione d'ottobre. Dopo la rivoluzione russa si accentuò la contrapposizione polemica e ideologica tra un O. capitalista e un Oriente socialista, contrapposizione giunta al culmine estremo dopo la Seconda guerra mondiale, con le rivoluzioni in Cina e in Indocina e con l'instaurazione dei regimi socialisti in Europa orientale (dopo il crollo di questi ultimi anche i paesi dell'Est europeo sono stati compresi nel concetto di Occidente).
Nel contesto attuale l'O. abbraccia un'estesa area che include le nazioni più ricche e industrializzate dell'Europa e dell'America, nonché l'Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e quei paesi accomunati, almeno idealmente, da determinate caratteristiche economiche e politiche: Stato di diritto, liberalismo, liberismo economico, multipartitismo, tutela delle libertà fondamentali (di espressione, di associazione ecc.), sentite come l'eredità della democrazia e del pensiero razionalista sviluppatisi principalmente attraverso le vicende storico-culturali dell'Illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese.

Source:
Enciclopedia Treccani


Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

Storie di circa due mesi fa tra occidente e oriente:

Conclusione relativa allo ‘shutdown’ statunitense, cioè la chiusura di tutti i servizi pubblici ritenuti non strettamente indispensabili:

Repubblicani e Democratici si sono affossati al Congresso Usa in una guerra di trincea sul bilancio e sul debito pubblico così furiosa da aver perso oramai di vista perfino le proprie motivazioni. Impossibile avere nostalgia di Roma: il leader democratico chiama i suoi avversari «banana republicans». Un senatore repubblicano gli risponde: «Urleremo così forte che alla fine ci dimenticheremo il perché». Senza motivazione realistica. Proprio come la sparatoria a Capitol Hill in cui giovedì ha perso la vita una donna che voleva sfondare con l'auto i cancelli della Casa Bianca e che è diventata la tragica rappresentazione di quanto avveniva nelle stesse ore dentro il Congresso.

Inseguendo la sua frangia più radicale, il partito repubblicano ha impedito un accordo sul bilancio e un aumento del tetto al debito pubblico, con l'obiettivo di protestare contro la riforma sanitaria di Obama ormai già attuata.

[…]

Tra le regole di funzionamento della democrazia c'è che i compromessi cominciano a prendere forma non appena uno dei due contraenti capisce che gli elettori non sono contenti di come sta conducendo il confronto. In effetti i sondaggi indicano che i repubblicani sono un po' più penalizzati dei democratici. Ma ogni giorno che passa sta dimostrando che – più che un partito rispetto all'altro - a perdere consensi è l'intero sistema democratico. Per questo la partita di Washington non è solo diversa da ogni precedente storico, ma è importante per capire il futuro incerto dell'Occidente.

Da «Il Sole 24 Ore» – Carlo Bastasin – 5 ottobre 2013
“La partita di Washington e il futuro dell'Occidente”

Contemporaneamente:

Teheran (Iran), 5 ott. (LaPresse/AP) - Alcuni aspetti del viaggio a New York di Hasan Rohani sono stati "non appropriati", ma è da sostenere la politica di apertura del presidente all'Occidente. Lo ha detto l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, sostenendo inoltre che gli Usa non sono "affidabili". I commenti sono stati riportati dal suo sito internet khamenei.ir e fanno seguito anche alle forti critiche giunte da alcuni oppositori della linea dura in seguito alla telefonata di 15 minuti tra lo stesso Rohani e il presidente Usa Barack Obama. Alcuni funzionari di spicco, tra cui comandanti della potente Guardia della rivoluzione, sostengono che Rohani sia andato troppo in là con le aperture a Washington.

Crisi economica e umana - Crisis económica y humana 

Così, quasi due mesi fa.
Eppure, a dispetto dei soliti disfattisti, l’accordo con l'Iran finalmente c’è e lo shutdown è accantonato.
Riprendo un mio testo del 2011, scritto mentre sbocciavano le primavere arabe. La traduzione in spagnolo è di un amico madrileno:

 Il difficile momento che stiamo vivendo in Europa e non soltanto qui, è certamente frutto di una grave crisi materiale e strutturale.
    Tuttavia questa constatazione non basta a spiegare l’arretramento complessivo dell’occidente, la stagnazione dei mercati, l’emergenza che va crescendo in tutta l’area mediterranea a seguito delle rivolte nei paesi arabi e la situazione ogni giorno più preoccupante in cui si trovano migliaia di profughi.

    Il drastico calo di produttività e risorse sono purtroppo un dato reale ma invocarle di continuo, senza difendere sul campo la possibilità e, quindi, la volontà di un’alternativa, rischia di amplificare in maniera rilevante gli effetti di questa crisi.
    Vengono in mente le parole di Walter Benjamin che tra il 1923 e il 1928, osservando gli effetti devastanti dell’inflazione sulla società tedesca, puntò il dito contro l’atteggiamento passivo e rinunciatario dei suoi concittadini.

«Nel patrimonio dei modi di dire in cui si tradisce ogni giorno la vita impastata di stupidità e di viltà del borghese tedesco, è particolarmente degno di nota il “così non si può andare avanti” riferito all’imminente catastrofe. Il goffo aggrapparsi alle idee di sicurezza e di possesso dei decenni passati impedisce all’uomo medio di cogliere i notevolissimi e affatto nuovi elementi di stabilità che stanno alla base della situazione attuale. […] Le popolazioni dell’Europa centrale vivono come gli abitanti di una città assediata cui vengano a mancare viveri e per i quali non sia umanamente prevedibile alcuna via di scampo»

    Rischiamo di essere vittime di un altrettanto simile abbaglio. Dalla crisi si esce restando lucidi, riconoscendo gli errori ma anche quel che di buono si può ancora salvare. Si tratta di gettar via le matrici difettose, quelle che hanno prodotto modelli e mentalità del tutto inservibili e chiusi alle nuove proposte.
    Ci vuole coraggio. Il coraggio di andare contro noi stessi e i nostri egoismi. Le generazioni, tutte, se non sapranno essere solidali tra loro avranno perso la sfida a cui sono ora chiamate.

Este difícil momento que estamos viviendo en Europa, y no solamente aquí, es en cierto sentido, consecuencia de una grave crisis tanto material como estructural.
    De todos modos, para realizar esta afirmación, no solamente basta con explicar la distancia de occidente, el estancamiento de los mercados, las urgencias que se multiplican en la zona mediterránea como consecuencia de las revueltas en los países árabes y la situación, cada día más preocupante, en la que se encuentran cada día milles de refugiados. Esta drástica caída de la productividad y recursos son, lamentablemente, un dato certero pero darle siempre culpa, pero sin aportar alternativas únicamente amplifica los efectos de esta grave crisis.

    Me vienen en mente las palabras de Walter Benajmen que entre 1923 y 1928, observando las devastadoras efectos que estaba causando la inflación en la sociedad germana, señalo como culpable a la actitud pasiva y conformista de sus conciudadanos :

    «en el patrimonio de los modos en los cuales se traiciona cada día la vida mezclada de estupidez y de cobardía del burgués alemán, y el particularmente digno de mención “así no se puede seguir” refiriéndose a la inminente catástrofe. El torpe acto de agarrarse a las ideas de seguridad y de posesión de los tiempos pasados impide al hombre medio de acoger nuevos elementos de estabilidad que giran en torno a la base de la situación actual. […] Las poblaciones de Europa central viven como los habitantes de una ciudad asediada a la cual le faltan víveres, y en la cual no hay, a la vista, alguna vía de escape»

    Nos enfrentamos a la posibilidad de ser víctimas de un error bastante parecido. De esta crisis solamente se sale permaneciendo lúcidos, reconociendo los errores pero, a su vez, identificando aquello que se puede salvar. Se trata de arrancar las malas hiervas que han producido estas consecuencias en el modelo y la mentalidad, inservible y cerrada, a las nuevas propuestas. Se necesita coraje, el coraje para ir contra nosotros mismos y contra nuestros egoísmos. Las generaciones, todas, si no saben ser solidarias entre ellas habrán perdido, sin lugar a dudas, el desafío que en este momento ha tocado en sus puertas.     

Texto: Claudia Ciardi
Traductor: Grigori Yefímovich

«Du sollst nicht töten»

Sulden - Nur wenige kennen den Nahen und Mittleren Osten so gut wie er. Seit Jahrzehnten bereist Autor und Publizist Jürgen Todenhöfer Kriegs- und Krisengebiete auf der gesamten Welt. In den vergangenen Jahren bereiste der Bestseller-Autor die Revolutionsschauplätze Ägypten, Libyen und Syrien sowie den Iran, Afghanistan und Gaza. In beeindruckenden Reportagen schildert er in seinem neuen Buch „Du sollst nicht töten – Mein Traum vom Frieden“ (C. Bertelsmann-Verlag) das Leben im Krieg und in der Revolution. Große Teile des Buches schrieb Todenhöfer in seiner urigen Berghütte in Sulden. An Sulden schätzt der ehemalige CDU-Bundestagsabgeordnete und Vorstandsmitglied des Burda-Medienkonzerns die Schönheit des Tals sowie die dort lebenden Menschen. Paul Hanny war es, der dem Deutschen Sulden näher brachte und unter dessen Leitung das Bauernhaus errichtet wurde. Todenhöfer, ein gebürtiger Offenburger, lebt heute – insofern er nicht auf Reisen ist – in München. derVinschger hat den 72-jährigen Autor in seiner Berghütte in Sulden, dort wo auch Michael Jackson einige Tage verbrachte, zu einem ausführlichen Gespräch getroffen.

Der Vinschger: Sie bereisten in den vergangenen Jahren mehrere Krisengebiete im Nahen Osten und erzählen davon in Ihrem neuen Buch, einem beeindruckenden Plädoyer gegen den Krieg. Seit über 50 Jahren halten Sie sich immer wieder in Kriegsgebieten auf. Was bewegt Sie dazu?
Jürgen Todenhöfer: Am Anfang, während des Algerien-Krieges in den 60er Jahren, war es die Neugier eines jungen Mannes, der in Paris studierte und wissen wollte, wie die Wahrheit aussieht. Bei meinen Reisen habe ich festgestellt, wie sehr die Menschen unter den Kriegen leiden und, dass das Leid der Zivilbevölkerung in den Reden der Politiker keine große Rolle spielt. Ich versuchte, das Schicksal der Zivilisten zu schildern. Wenn man Geschichtsbücher liest, geht es immer wieder um die großen Taten, die Erfolge und das Versagen von Politikern und Feldherren. Über die Zivilbevölkerung liest man fast nichts. Das war der Ansatz, mit dem ich versucht habe, Kriege zu verhindern – denn es geht nicht um Politiker, sondern um Menschen.
Segnalato dal blog Lettere dalla Germania

Große Landschaft bei Wein – Grande paesaggio nei dintorni di Vienna

Ingeborg Bachmann

Geister der Ebene, Geister des wachsenden Stroms,
zu unsrem Ende gerufen, haltet nicht vor der Stadt!
Nehmt auch mit euch, was vom Wein überging
auf brüchigen Rändern, und führt an ein Rinnsal,
wen nach Ausweg verlangt, und öffnet die Steppen!

Drüben verkümmert das nackte Gelenk eines Baums,
ein Schwungrad springt ein, aus dem Feld schlagen
die Bohrtürme den Frühling, Statuenwäldern weicht
der verworfene Torso des Grüns, und es wacht
die Iris des Öls über den Brunnen im Land.

Was liegt daran? Wir spielen die Tänze nicht mehr.
Nach langer Pause: Dissonanzen gelichtet, wenig cantabile.
(Und ihren Atem spur ich nicht mehr auf den Wangen!)
Still stehn die Räder. Durch Staub und Wolkenspreu
schleift den Mantel, der unsre Liebe deckte, das Riesenrad.

Nirgends gewährt man, wie hier, vor den ersten Küssen
die letzten. Es gilt, mit dem Nachklang im Mund
weiterzugehn und zu schweigen. Wo der Kranich
im Schilf der flachen Gewässer seinen Bogen vollendet,
tönender als die Welle, schlägt ihm die Stunde im Rohr.

Asiens Atem ist jenseits.

Rhythmischer Aufgang von Saaten, reifer Kulturen.
Ernten vorm Untergang, sind sie verbrieft, so weiß ichs
dem Wind noch zu sagen. Hinter der Böschung
trübt weicheres Wasser das Aug, und es will
mich noch anfallen trunkenes Limesgefühl;
unter den Pappeln am Römerstein grab ich
nach dem Schauplatz vielvölkiger Trauer,
nach dem Lächeln Ja und dem Lächeln Nein.

Alles Leben ist abgewandert in Baukästen,
neue Not mildert man sanitär, in den Alleen
blüht die Kastanie duftlos, Kerzenrauch
kostet die Luft nicht wieder, über der Brüstung
im Park weht so einsam das Haar, im Wasser
sinken die Bälle, vorbei an der Kinderhand
bis auf den Grund, und es begegnet
das tote Auge dem blauen, das es einst war.

Wunder des Unglaubes sind ohne Zahl.
Besteht ein Herz darauf, ein Herz zu sein?
Träum, daß du rein bist, heb die Hand zum Schwur,
träum dein Geschlecht, das dich besiegt, träum
und wehr dennoch mystischer Abkehr im Protest.
Mit einer andern Hand gelingen Zahlen
und Analysen, die dich entzaubern.
Was dich trennt, bist du. Verström,
komm wissend wieder, in neuer Abschiedsgestalt.

Dem Orkan voraus fliegt die Sonne nach Westen,
zweitausend Jahre sind um, und uns wird nichts bleiben.
Es hebt der Wind Barockgirlanden auf,
es fällt von den Stiegen das Puttengesicht,
es stürzen Basteien in dämmernde Höfe,
von den Kommoden die Masken und Kränze…

Nur auf dem Platz im Mittagslicht, mit der Kette
am Säulenfuß und dem vergänglichsten Augenblick
geneigt und der Schönheit verfallen, sag ich mich los
von der Zeit, ein Geist unter Geistern, die kommen.

Maria am Gestade –
das Schiff ist leer, der Stein ist blind,
gerettet ist keiner, getroffen sind viele,
das Öl will nicht brennen, wir haben
alle davon getrunken – wo bleibt
dein ewiges Licht?

So sind auch die Fische tot und treiben
den schwarzen Meeren zu, die uns erwarten.
Wir aber mündeten längst, vom Sog
anderer Ströme ergriffen, wo die Welt
ausblieb und wenig Heiterkeit war.
Die Türme der Ebene rühmen uns nach,
daß wir willenlos kamen und auf den Stufen
der Schwermut fielen und tiefer fielen,
mit dem scharfen Gehör für den Fall.


Spiriti della pianura, spiriti del fiume crescente,
invocati a contemplare la nostra fine,
non vi arrestate alle porte della città!
Portate con voi anche il vino che è traboccato
sopra le sponde sbrecciate, guidate ad un rivolo
chi cerca una via di scampo, e spalancate le steppe!

Laggiù intristisce lo scheletro nudo di un albero,
un volano s’ingrana, le trivelle soppiantano
la primavera, dinanzi a selve statuarie cede
il ripudiato torso della verzura, e nel paese
veglia un’oleosa iride sulle fontane.

Che importa? Noi non suoniamo più le danze.
Dopo lunga pausa: diradate le dissonanze, poco cantabile.
(E il suo respiro non avverto più sulle guance!)
Immobili sono le ruote. Tra polvere e pula di nuvole
trascina il mantello, che il nostro amore celava, la Ruota Gigante.

In nessun luogo come qui si avverte, prima
del primo bacio l’ultimo. Occorre
proseguire la via con l’eco in bocca,
e tacere. Dove la gru tra le canne
delle acque basse la sua parabola chiude,
l’ora batte nei giunchi per lei, più sonante dell’onda.

Il respiro dell’Asia è al di là.

Ritmica ascesa di semine, di civiltà mature,
di messi sull’orlo della rovina: se documentate,
so al vento narrarle ancora. Dietro il pendìo
Acqua più tenera intorbida l’occhio, e ancora m’assale
ebbro il senso del limes: sotto i pioppi
tra pietre romane scavo, cercando
la scena del lutto di tante nazioni:
sorrisi di consenso, e di rifiuto.

Ogni traccia di vita è passata nei giochi di costruzione,
la nuova miseria è alleviata dai sanitari,
nei viali il castagno fiorisce inodore,
l’aria non più assapora fumo di candele, alitano
deserti sul parapetto del parco i capelli,
il fondo dell’acqua raggiungono le palle sfiorate
da mani infantili, e incontrano
i morti occhi quelli azzurri di un tempo.

Innumerevoli sono i prodigi dell’incredulità.
Un cuore persiste tenace a essere un cuore?
Tu sogna di essere puro, leva la mano a giurare,
sogna il tuo sesso che ti vince, sogna eppure
respingi il distacco mistico nel contestare.
Con l’altra mano, fanno buona riuscita
cifre e analisi, che ti disincantano.
Quello che ti separa, sei tu. Defluisci
e saggio poi torna, in una nuova labile forma.

Precede l’uragano il sole che vola verso occidente:
due millenni sono trascorsi, e a noi non resterà nulla.
Il vento raccatta ghirlande barocche,
rotola per le scale la faccia del puttino,
bastioni precipitano dentro cortili in ombra
e giù dai canterani maschere e corone…

Sulla piazza soltanto, nel sole meridiano,
avvinta alla base della colonna, incline
all’attimo fuggente e alla bellezza votata,
mi separo dal tempo: un fantasma
tra fantasmi che avanzano.

Maria in Riva –
vuota è la navata, cieca la pietra,
nessuno è salvo, colpiti molti:
l’olio arde a stento, tutti
ne abbiamo bevuto – dov’è
il tuo lume eterno?

Così anche i pesci sono morti, sospinti
verso le grandi acque nere che ci attendono.
Ma noi trovammo foce da tempo, preda
del risucchio di altri fiumi, là dove
il mondo è finito e poca serenità regnava.
I campanili della pianura dicono a nostra lode
che involontaria fu la nostra venuta e sui gradini
cademmo della malinconia, sempre più in basso,
con lucido ascolto della caduta.

Traduzione di Maria Teresa Mandalari (Guanda, 2006)


Kazimir Malevich, Supremus n. 58, 1915-'16

5 giugno 2013

Novemberrevolution


Karl Liebknecht, Berlin 1917

Nel novembre 1918 il fronte tedesco crollò: i soldati disertarono a migliaia e l'intera macchina bellica rovinò. Nondimeno, a Kiel, gli ufficiali della flotta decisero di impegnarsi in un'ultima battaglia, per salvare l'onore. Allora i marinai rifiutarono di servire. Questo non era il loro primo sollevamento, ma i tentativi precedenti erano stati repressi dai proiettili e addomesticati dalle belle parole. Questa volta non v'erano più ostacoli immediati e la bandiera rossa si alzò prima su una nave da guerra, poi sulle altre. I marinai elessero dei delegati che si costituirono in Consiglio. Ormai i marinai erano costretti a fare di tutto per generalizzare il movimento. Essi non avevano voluto morire in combattimento contro il nemico; ma se fossero rimasti isolati, le truppe "lealiste" sarebbero intervenute e, di nuovo, ci sarebbe stata una sanguinosa repressione. Così i marinai sbarcarono e marciarono sul grande porto di Amburgo, e di là con il treno e con qualsiasi altro mezzo si sparsero per la Germania.

Il gesto liberatore era compiuto. Gli avvenimenti si susseguivano ora tumultuosamente. Amburgo accolse i marinai con entusiasmo; soldati ed operai solidarizzarono con loro e a loro volta elessero dei Consigli. Benché questa forma di organizzazione fosse fino ad allora sconosciuta nella pratica, una vasta rete di Consigli Operai e di Consigli di Soldati, rapidamente, nel giro di quattro giorni, ricoprì il paese. Forse si era già inteso parlare dei Soviet russi del 1917, ma fino ad allora, in verità, pochissimo; la censura vigilava. In ogni caso, nessun partito, nessuna organizzazione aveva mai proposto questa nuova forma di lotta.

Tuttavia, durante la guerra in Germania, organismi analoghi avevano fatto la loro apparizione nelle fabbriche. Essi si erano costituiti nel corso degli scioperi, formati da responsabili eletti, i cosiddetti uomini di fiducia. Incaricati di svolgere piccole funzioni sul posto, questi ultimi, coerentemente con la tradizione sindacale tedesca, dovevano assicurare un legame tra la base e le centrali sindacali, cioè trasmettere alle centrali le rivendicazioni degli operai. Durante la guerra queste lagnanze erano numerose (le principali vertevano sull'intensificazione del lavoro e sull'aumento dei prezzi). Ma i sindacati tedeschi - come quelli degli altri paesi - avevano costituito un fronte unico con il governo, facendosi garanti della pace sociale, in cambio di piccoli vantaggi per gli operai e della partecipazione dei dirigenti sindacali a diversi organismi ufficiali. Le "teste dure" erano, prima o poi, spedite nell'esercito, nelle unità speciali. Era dunque difficile prendere pubblicamente posizione contro i sindacati.
Ben presto gli “uomini di fiducia” smisero d'informare le centrali sindacali: non ne valeva la pena; ma la situazione, e di conseguenza le rivendicazioni operaie, non mutavano per questo; allora essi presero a riunirsi clandestinamente. Nel 1917, bruscamente, un'ondata di scioperi selvaggi investì l’intero paese. Del tutto spontanei, questi movimenti non erano diretti da un'organizzazione stabile e permanente; e se si svolgevano con una certa coerenza, è soltanto perché erano stati preceduti da discussioni e accordi tra le diverse fabbriche, contatti preliminari all'azione presi dagli uomini di fiducia di queste fabbriche. In questi movimenti, provocati da una situazione intollerabile, in mancanza di un'organizzazione alla quale accordare una seppur limitata fiducia (fosse essa socialdemocratica, cristiana, liberale, anarchica, ecc.), gli operai dovettero far fronte alle necessità del momento; le masse lavoratrici erano obbligate a decidere autonomamente, su una base di fabbrica. Nell'autunno 1918, questi movimenti, fino ad allora sporadici e più o meno separati gli uni dagli altri, assunsero una forma precisa e generalizzata. A fianco delle amministrazioni classiche (polizia, rifornimenti, ecc.) e talvolta, in parte, prendendone il posto, i Consigli Operai si appropriavano del potere nei centri industriali più importanti: Berlino, Amburgo, Brema, Ruhr, Germania centrale e Sassonia.

Le vecchie concezioni cominciavano ad essere stravolte. Ma presto divenne evidente che la tradizione parlamentare e sindacale erano troppo profondamente radicate nelle masse per poter essere estirpate nel breve periodo.
La borghesia, il Partito Socialdemocratico e i sindacati fecero appello a quelle concezioni tradizionali per battere in breccia le nuove concezioni. Il partito, in particolare, a parole si felicitava di questo nuovo modo che le masse avevano trovato per imporsi nella vita sociale; arrivava perfino ad esigere che questa forma di potere diretto fosse approvata e codificata da una legge. Ma se in questo modo testimoniava loro la sua simpatia, il vecchio movimento operaio, nel suo insieme,  rimproverava ai Consigli di non essere rispettosi del principio democratico - pur giustificandoli, in parte, per via della loro mancanza di esperienza, dovuta chiaramente alla loro nascita spontanea. Di fatto le vecchie organizzazioni rimproveravano ai Consigli di non riservare loro un posto sufficientemente importante e addirittura di far loro concorrenza. Proclamandosi a favore della democrazia operaia, i vecchi partiti e sindacati reclamavano che tutte le correnti del movimento operaio fossero rappresentate nei Consigli, proporzionalmente alla loro rispettiva importanza.

La maggior parte dei lavoratori era incapace di confutare questo argomento: esso corrispondeva troppo alle loro vecchie abitudini. Così i Consigli Operai finirono col riunire rappresentanti del partito socialdemocratico, dei sindacati, dei socialdemocratici di sinistra, delle cooperative di consumo, ecc., allo stesso titolo dei delegati di fabbrica. E' evidente che simili organismi non erano più espressione di gruppi di lavoratori, legati tra di loro dalla vita della fabbrica, ma diventavano formazioni assimilabili al vecchio movimento operaio ed operanti in favore della restaurazione capitalistica sulla base di un capitalismo di Stato democratico.
Tutto questo significò la rovina degli sforzi operai. Infatti, i delegati ai Consigli non ricevevano più le direttive dalla massa, ma dalle loro differenti organizzazioni. Essi invitavano i lavoratori a rispettare e a far rispettare "l'ordine", proclamando che "nel disordine, non vi può essere socialismo". In queste condizioni i Consigli persero rapidamente ogni valore agli occhi degli operai. Le istituzioni borghesi si rimisero a funzionare, senza naturalmente preoccuparsi del parere dei Consigli; tale era precisamente lo scopo del vecchio movimento operaio
Il vecchio movimento operaio poteva essere fiero della sua vittoria. La legge votata dal Parlamento fissava nel dettaglio i diritti ed i doveri dei Consigli. Essi avrebbero avuto come compito di sorvegliare l'applicazione delle leggi sociali. Detto altrimenti, i Consigli divenivano degli ingranaggi dello Stato; anziché demolirlo, dovevano partecipare al suo buon funzionamento. Cristallizzate nelle masse, le tradizioni si rivelavano più potenti dei risultati dell'azione spontanea.
Malgrado questa "rivoluzione abortita", non si può dire che la vittoria degli elementi conservatori sia stata facile. Il nuovo orientamento degli spiriti, nonostante tutto, era abbastanza forte perché centinaia di migliaia di operai lottassero con accanimento, affinché i Consigli conservassero il loro carattere di nuove unità dell’organizzazione di classe. Furono necessari cinque anni di conflitti incessanti, talvolta di combattimenti armati, e il massacro di 35.000 operai rivoluzionari, perché il movimento dei Consigli fosse definitivamente sconfitto dal fronte unico della borghesia, dal vecchio movimento operaio e dalle “guardie bianche” costituite dai signorotti prussiani e dagli studenti reazionari.

A grandi linee si possono distinguere, sul versante operaio, quattro grandi correnti politiche:

I socialdemocratici. Essi intendevano nazionalizzare gradualmente le grandi industrie utilizzando la via parlamentare. Tendevano ugualmente a riservare ai sindacati soltanto il ruolo di intermediari tra i lavoratori ed il capitale di Stato.

I comunisti. Ispirandosi più o meno all'esempio russo, questa corrente preconizzava un'espropriazione diretta dei capitalisti ad opera delle masse. Secondo loro, gli operai rivoluzionari avevano il dovere di “conquistare” i sindacati e di “renderli rivoluzionari”.

Gli anarco-sindacalisti. Essi si opponevano alla conquista del potere politico e alla sopravvivenza di qualsivoglia Stato. Nella loro concezione, i sindacati rappresentavano la formula dell'avvenire; bisognava lottare affinché i sindacati acquistassero un'estensione tale da renderli  capaci di gestire l’intera vita economica. Uno dei più conosciuti teorici di questa corrente, nel 1920, scriveva che i sindacati non dovevano essere considerati come un prodotto transitorio del capitalismo, bensì come i germi della futura organizzazione socialista della società. Proprio all'inizio nel 1919, sembrò che l'ora di questo movimento fosse finalmente venuta. I sindacati anarchici iniziarono a gonfiarsi, a partire dal crollo dell'Impero. Nel 1920, essi contavano circa 200.000 membri.

Le organizzazioni rivoluzionarie di fabbrica. Quello stesso anno, tuttavia, gli effettivi dei sindacati rivoluzionari iniziarono a diminuire. Una gran parte dei loro aderenti si volgeva ora verso un’altra forma di organizzazione, più adatta alle nuove condizioni della lotta: l’organizzazione rivoluzionaria di fabbrica. Ogni fabbrica aveva, o avrebbe dovuto avere, la sua propria organizzazione, agente indipendentemente dalle altre - che, in un primo stadio, non era nemmeno collegata alle altre. Ogni fabbrica assumeva dunque l'aspetto di una "repubblica indipendente", ripiegata su sé stessa.

Senza dubbio, questi organismi di fabbrica erano una realizzazione delle masse; tuttavia, bisogna sottolineare che essi facevano la propria apparizione nel quadro di una rivoluzione, se non già sconfitta, quantomeno stagnante. Divenne presto evidente che gli operai non potevano, nell'immediato, conquistare ed organizzare il potere economico e politico per mezzo dei Consigli. Bisognava dunque innanzitutto sostenere una lotta senza quartiere contro le forze che si opponevano ai Consigli. Gli operai rivoluzionari cominciarono dunque a raccogliere le proprie forze in tutte le fabbriche, al fine di restare in stretto contatto con la vita sociale. Con la loro propaganda, essi si sforzavano di risvegliare la coscienza degli operai, li invitavano ad uscire dai sindacati e ad aderire all'organizzazione rivoluzionaria di fabbrica: gli operai nel loro insieme avrebbero potuto in tal modo dirigere essi stessi le proprie lotte e conquistare il potere economico e politico su tutta la società.
In apparenza, la classe operaia faceva così un grande passo indietro sul terreno dell’organizzazione. Mentre prima, infatti, il potere degli operai era concentrato in alcune potenti organizzazioni centralizzate, ora si disgregava in centinaia di piccoli gruppi, che riunivano alcune centinaia o migliaia di aderenti, secondo l'importanza della fabbrica. In realtà, quella forma si rivelava la sola che permettesse di porre le basi di un potere operaio diretto. Così, benché relativamente piccole, queste nuove organizzazioni spaventavano la borghesia, la socialdemocrazia ed i sindacati.

Non era per principio che queste organizzazioni si tenevano isolate le une dalle altre. La loro apparizione era avvenuta in modo spontaneo e separato, nel corso degli scioperi selvaggi che caratterizzarono il periodo (quello dei minatori della Ruhr, nel 1919, per esempio). Una nuova tendenza si fece strada, allora, con l’obiettivo di unificare tutti questi organismi e di opporre un fronte coerente alla borghesia ed ai suoi accoliti. L'iniziativa partì dai grandi porti, Amburgo e Brema. Nell'aprile 1920, una prima conferenza, alla quale parteciparono delegazioni provenienti dalle principali regioni industriali della Germania, si tenne ad Hannover. La polizia intervenne e disperse il congresso. Ma arrivava troppo tardi. In effetti, un’organizzazione generale, unitaria, era già stata fondata e aveva potuto stilare i suoi più importanti princìpi d'azione. Questa organizzazione si era data il nome di AAUD - Allgemeine Arbeiter Union-Deutschlands (Unione Generale dei Lavoratori di Germania). L'AAUD annoverava tra i suoi princìpi essenziali la lotta contro i sindacati e i Consigli di impresa legali e il rifiuto del parlamentarismo. Ciascuna delle organizzazioni membre dell'Unione aveva diritto alla massima autonomia ed alla più grande libertà di scelta nella sua tattica.
A quell'epoca in Germania, i sindacati contavano più membri di quanti non ne avessero mai avuti e di quanti dovessero averne poi. Così, nel 1920 i sindacati di osservanza socialista raggruppavano quasi 8 milioni di persone, che versavano le rispettive quote nelle casse delle 52 associazioni sindacali; i sindacati cristiani contavano più di un milione di aderenti; i sindacati padronali, i “gialli”, ne riunivano quasi 300.000. Inoltre, vi erano alcune organizzazioni anarco-sindacaliste (FAUD) ed altre organizzazioni che, più tardi, avrebbero aderito all'ISR (Internazionale Sindacale Rossa, legata a Mosca).
All'inizio l'AAUD non riuniva che 80.000 lavoratori (aprile 1920); ma la sua crescita fu rapida e, alla fine del 1920, questo numero salì a 300.000 aderenti. Alcune delle organizzazioni che la componevano esprimevano, è vero, un'eguale simpatia per la FAUD o l'ISR. Ma nel dicembre 1920, divergenze politiche in seno all'AAUD provocarono una grave scissione; numerose associazioni aderenti se ne staccarono per formare una nuova organizzazione, detta unitaria: l’AAUD -E. Dopo questa rottura, all’epoca del suo IV Congresso (giugno 1921), l'AAUD dichiarava di contare più di 200.000 membri. In realtà, queste cifre erano gonfiate: nel mese di marzo 1921, il fallimento dell'insurrezione nella Germania centrale e la conseguente repressione avevano letteralmente decapitato e smantellato l'AAUD. Ancora debole, l'organizzazione non aveva potuto resistere in modo efficace ad un enorme ondata di repressione poliziesca e politica.

Source: Les mauvais jours finiront



L’11 novembre 1918 era stata fondata ufficialmente la Lega Spartachista (Spartakusbund) come organizzazione a livello nazionale. Il nucleo del movimento spartachista erano: Rosa Luxemburg, Hermann Duncker, Hugo Eberlein, Julian Marchlewski, Franz Mehring, Ernst Meyer, Wilhelm Pieck. Il nome intendeva esprimere un maggior livello di organizzazione e una presa di distanza dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco), nelle cui fila erano entrati 45 deputati dell’SPD nel marzo 1917 dopo essere stati espulsi dal partito perché contrari alla continuazione della guerra. In conseguenza di ciò venne fondato l’USPD, partito che raccoglieva membri dell’SPD contrari alla guerra.

Nei mesi successivi la Lega Spartachista tentò di influenzare in questo senso la situazione politica per mezzo del quotidiano «Die Rote Fahne» (Bandiera Rossa). Con le prime aggressioni militari armate il 6 dicembre contro marinai e soldati e col tentativo di sciogliere la Volksmarinedivision (una formazione armata composta da marinai insorti) si esplicitò il piano del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert di schiacciare e distruggere gli operai insorti e le forze che li appoggiavano per impedire ogni possibilità rivoluzionaria. A partire dal 10 dicembre Rosa Luxemburg si dichiarò pubblicamente favorevole alla creazione di una repubblica guidata da consigli popolari.

Il 29 dicembre, dopo gli scontri di dicembre a Berlino, la Lega Spartachista convocò un congresso nazionale dal 29 al 31 dicembre a Berlino. Là i suoi membri, insieme con i membri dell’IKD (Internationale Kommunisten Deutschlands, “Comunisti Internazionalisti Tedeschi”) formarono il Partito Comunista Tedesco (KPD). Questo assunse, praticamente senza modifiche, l’articolo di Rosa Luxemburg del 14 dicembre 1918 come proprio programma. Sosteneva un socialismo senza compromessi e promuoveva il proseguimento e la diffusione della rivoluzione.

Il KPD  diventò immediatamente un luogo di raduno per numerosi operai rivoluzionari che esigevano “tutto il potere ai Consigli Operai“.
I fondatori del KPD formarono i quadri del nuovo partito; dunque vi introdussero spesso lo spirito della vecchia socialdemocrazia. Gli operai che affluivano nel KPD e in pratica si preoccupavano delle nuove forme di lotta, non osavano sempre affrontare i loro dirigenti, per rispetto della disciplina e, frequentemente, si piegavano a delle concezioni superate.

Source: contromaelstrom.com


Bundesarchiv, Revolution in Bayern. Arresto di un rivoluzionario per mano dei Freikorps

Lo «Spartakusbund»

Per aver parlato in un comizio contro la guerra, il 1° maggio 1918, Liebknecht fu arrestato e condannato a 4 anni di lavori forzati. Alcuni mesi più tardi tuttavia, quando la sconfitta militare della Germania si profilerà ormai imminente, il governo sarà costretto a liberarlo, insieme agli altri detenuti politici, dalla forza delle dimostrazioni popolari.

Dopo la costituzione del «Soviet» di Kiel, in tutta la Germania, nei giorni seguenti, si formarono centinaia di Consigli.

Le forze armate erano divise: in genere si può dire che mentre i marinai solidarizzavano con gli insorti, i soldati, meno evoluti poeticamente, restavano in maggioranza influenzati dagli ufficiali, e quindi fedeli al governo. Il 9 novembre i lavoratori berlinesi scesero in sciopero e occuparono gli uffici governativi, la centrale di polizia, le caserme, dopo essere entrati in conflitto con reparti di truppa.

La sera stessa, sotto la pressione popolare e di tutti i partiti politici ad eccezione dei conservatori, l'imperatore Guglielmo II abdicò e lasciò il Paese: la repubblica venne proclamata in Germania.

Il riformista Scheidemann, facendosi portavoce del pensiero della borghesia, parlò di «libera repubblica tedesca», dimostrando di considerare ormai realizzati, con il raggiungimento di questa, gli scopi della rivoluzione. Ad esso si contrappose la posizione degli spartachisti, che invece consideravano la repubblica democratica come un primo passo verso la costituzione di una repubblica socialista: il che significava che la rivoluzione aveva per essi tutt'altro che esaurito i suoi compiti.

Il 13 novembre venne formato un governo provvisorio, composto da elementi socialdemocratici dello S.P.D. e dello U.S.P.D. (indipendenti). Mentre i primi sostenevano la necessità di convocare al più presto un'assemblea costituente e di delegare ad essa tutti i poteri, i secondi ritenevano che avrebbe potuto formarsi una ripartizione dei poteri tra Costituente e «Consigli». Gli spartachiani, che erano rimasti fuori dal governo, richiedevano invece tutto il potere ai Soviet, che ormai erano diffusi in ogni parte del Paese.

Il 19 novembre il governo emise un decreto per il quale ai Soviet (che peraltro, nella loro grande maggioranza erano dominati da elementi socialdemocratici moderati) veniva riconosciuta una semplice funzione di controllo. Per tutto il mese di novembre e dicembre si andarono moltiplicando le agitazioni e gli scioperi, con scontri continui e spesso cruenti tra dimostranti e truppe. Le votazioni tenute il giorno 15 per eleggere i delegati al congresso nazionale dei «Consigli degli Operai e dei Soldati» diedero i seguenti risultati: socialdemocratici 228 socialdemocratici indipendenti 87, democratici radicalsocialisti 47, senza partito 63.

Il giorno seguente fu inaugurato il Congresso, ma Liebknecht e la Luxemburg non poterono parteciparvi neanche come osservatori, lasciati fuori dalla maggioranza riformista dell'Assemblea. Una grande dimostrazione condotta dagli spartachisti e alla quale parteciparono ben 250 mila scioperanti, mise tragicamente in luce la divisione della classe operaia e la sconfitta che per questa divisione si preparava. Il 20 dicembre i Soviet rappresentati al Congresso sottoscrissero la loro fine, respingendo una proposta di mantenimento del sistema dei «Consigli».

Nascita del Partito Comunista

Verso la fine del mese il profondo dissidio che da lungo tempo si trascinava tra la direzione dell'U.S.P.D. e gli spartachisti ebbe la sua logica conclusione nella scissione. Il 30 dicembre si apri il congresso della «Lega Spartaco» che decise di trasformarsi in «Partito comunista della Germania».

Nel frattempo gli indipendenti si erano ritirati dal governo e il loro posto era stato preso dai socialdemocratici Noske, Loebel e Wissel. Il governo socialriformista diveniva intanto ogni giorno di più il baluardo della reazione; le sue collusioni con i gruppi capitalistici e militaristi erano sempre più frequenti. D'altra parte i funzionari governativi e i comandanti militari e delle polizia socialdemocratici non erano meno duri e brutali dell'estrema destra nella repressione del movimento operaio.

Deciso a stroncare radicalmente ogni minaccia spartachista prima che il movimento avesse il tempo di rafforzarsi, il governo ricorse alla provocazione diretta dei lavoratori, per attirarli in manifestazioni inconsulte e quindi batterli in modo definitivo.

Il 4 gennaio '19 il governo destituì dalla carica di questore di Berlino l'Indipendente Eichhorn, che godeva della fiducia popolare. Le masse incominciarono ad agitarsi spontaneamente, assumendo un atteggiamento insurrezionale. I capi spartachisti, sebbene contrari in quel momento ad un tentativo rivoluzionario che quasi certamente sarebbe stato destinato al fallimento, non videro tuttavia altra alternativa che quella di prendere nelle loro mani la direzione del movimento ormai avviato, per coordinare l'azione delle masse e dare ad esse un indirizzo preciso.

Dal 6 al 13 gennaio si ebbe la «settimana rossa», durante la quale la rivoluzione spartachista divampò per tutta la Germania. Duri e sanguinosi combattimenti furono impegnati dovunque tra gli insorti e le truppe governative, comandate dal socialdemocratico Noske. Gli spartachiani occuparono le principali stazioni ferroviarie del Paese e si impadronirono delle città di Lipsia e Stoccarda, nonché di numerosi quartieri e punti strategici di Berlino. Il loro slancio rivoluzionario tuttavia non poteva andare al di là di un certo limite, rappresentato dalla scarsità numerica, dall'inesperienza e dalle deficienze organizzative, nonché da una certa forma di primitivo estremismo e di settarismo, che si rivelò dannosissimo.

Rivoluzione democratica o rivoluzione socialista?

Due tesi si sono contrapposte, tra gli studiosi di parte marxista, nell'interpretazione del significato e nel valore da attribuire alla rivoluzione tedesca del '18-19: da una parte coloro che sostengono trattarsi di una rivoluzione socialista non riuscita; dall'altra quelli, come W. Pieck, i quali affermano che «la Rivoluzione di Novembre rimase una rivoluzione di tipo democratico borghese realizzata in notevole misura con metodi e mezzi proletari, e non raggiunse gli scopi a cui aspiravano le masse, cioè la liquidazione del potere degli aggressori imperialisti e la costruzione del socialismo».

La rivoluzione proletaria può vincere solo quando le masse sono dirette da un partito marxista-leninista; questo fu appunto uno degli insegnamenti più importanti della Rivoluzione di Novembre.

Il passaggio del potere nelle mani del popolo, richiesto da Karl Liebknecht e dalla "Lega Spartachista" non ebbe luogo; l'apparato statale reazionario non fu distrutto, i monopolisti e gli Junker conservarono le loro proprietà e la loro potenza economica; il militarismo e l'imperialismo, nemici mortali del popolo, non furono distrutti alle radici.

Ma al di là dei limiti e delle deficienze del movimento spartachista stava soprattutto l'enorme superiorità di uomini e di mezzi a disposizione dell'esercito governativo. L'1l gennaio le truppe iniziarono la loro massiccia offensiva contro le posizioni degli insorti: il giorno 13 questi, nonostante il loro valore e il loro disperato coraggio, erano completamente schiacciati. Alla vittoria del governo Ebert-Scheidemann seguì un'ondata sanguinosa di terrore bianco: migliaia di spartachisti furono incarcerati e massacrati.

Il 15 gennaio i due capi principali della rivolta, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, mentre venivano trasportati in macchina alla prigione, furono assassinati dagli ufficiali di scorta. La versione ufficiale del governo sul criminoso episodio fu che Liebknecht era stato colpito mentre tentava di fuggire, e che la Luxemburg era stata linciata dalla folla.

Non fu difficile tuttavia smascherare le menzogne di questa tesi e mettere in luce l'efferatezza e la premeditazione del duplice delitto. Dopo aver superato un'infinità di ostacoli e di difficoltà, nel mese di maggio fu tenuto il processo per giudicare gli assassini: ma questi, nonostante fosse evidente la loro colpevolezza, se la cavarono tutti con assoluzioni o lievissime condanne, solo in parte scontate.

Intanto, il 19 gennaio, si erano tenute in tutta la Germania le elezioni per l'assemblea costituente, che diedero 211 deputati ai partiti borghesi e 182 ai partiti socialdemocratici. Nasceva la Repubblica di Weimar che, dopo pochi anni di vita stentata e tumultuosa, avrebbe finito col capitolare di fronte all'ascesa di Hitler e del nazismo.

Source: resistenze.org


German Revolution, June 1919, General Strike in Berlin - Strassenkampf Freikorps

A Real Photo Postcard photograph of a General Strike in Berlin during the violent Strassenkampf or 'street battles' that took place between the left wing Spartakists / Communists and the center-right (Socialists, Imperialists, and Freikorps in an uneasy alliance) as both sides attempted to seize power.  After early Communist victories the Socialist-Right Wing coalition (led by Friedrich Ebert) eventually won.


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Fonti/ Bibliography:


Paul Frolich, Rudolf Lindau, Albert Schreiner, Jakob Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920. Dalla fondazione del Partito comunista al putsch di Kapp, Edizioni Pantarei, Milano 2001

Titolo originale: Illustrierte Geschichte der deutschen Revolution, Berlin 1929

La rivoluzione tedesca 1918-1919, a cura di G. A. Ritter e S. Miller, Feltrinelli, 1969

Max Hölz, Un ribelle nella rivoluzione tedesca (1918-1921), a cura di Oscar Mazzoleni, introduzione di Bruno Bongiovanni, BFS edizioni (Biblioteca Serantini)


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Ende September 1918 gaben die deutschen Militärs den Krieg verloren. Die Leiden des Ersten Weltkrieges entluden sich in vielen Staaten Europas in revolutionären Erschütterungen. Auch im Deutschen Reich verstärkten Hunger und Entbehrung zusammen mit der Enttäuschung über die militärische Niederlage demokratische und sozialistische Bestrebungen. Der monarchische Obrigkeitsstaat zerfiel ohne große Gegenwehr Anfang November 1918. Der Thronverzicht von Kaiser Wilhelm II. und die Ausrufung der Republik am 9. November entsprachen den politischen Wünschen vieler Deutscher. Trotz aller Bemühungen um Eindämmung revolutionärer Bestrebungen nahm die nahezu friedliche Revolution eine blutige Wendung, als die radikale Linke eine sozialistische Rätediktatur nach dem Vorbild der russischen Oktoberrevolution mit Gewalt erzwingen wollte. Anhänger einer parlamentarischen Demokratie entschieden den Machtkampf bis Frühjahr 1919 aber für sich.

Im Oktober 1918 fanden mit den Entente-Staaten erste Vorgespräche über einen Waffenstillstand statt. Dennoch befahl die deutsche Seekriegsleitung das Auslaufen der Flotte zu einem letzten "ehrenvollen" Gefecht gegen britische Verbände. Dieser Befehl war Anlass zu Meutereien kriegsmüder Matrosen in Wilhelmshaven und Kiel. Wie ein Flächenbrand weitete sich der Matrosenaufstand innerhalb weniger Tage über Deutschland aus. Zunehmend verlagerte sich die Initiative zur Revolte von Soldaten und Matrosen auf die ebenfalls kriegsmüden Arbeiter. Bis zum 10. November bildeten sich praktisch in allen größeren deutschen Städten revolutionäre Arbeiter- und Soldatenräte, welche - zum Teil unter der Losung "Wir sind das Volk" - die städtische Verwaltung übernahmen. Nunmehr stellten die Aufständischen über das Militärische hinausgehend politische Forderungen. Ihr Ruf nach Frieden, Abdankung des Kaisers und nach Umwandlung des Deutschen Reiches in eine demokratische Republik wurde lauter. Der erste deutsche Thron fiel in Bayern: In München proklamierte die Rätebewegung am 7. November die Bayerische Republik. Als auch andere Fürsten in den nächsten Tagen ihrem Thron entsagen mussten, zerfiel die Monarchie in Deutschland ohne nenneswertes Blutvergießen. 

Am Morgen des 9. November erreichte die revolutionäre, antimonarchische Stimmung Berlin. Aufgerufen von Revolutionären Obleuten, zumeist dem linken Flügel der USPD nahestehende Vertrauensleute in den Betrieben, traten die Arbeiter in den Ausstand. Zu Hunderttausenden formierten sie sich zu gewaltigen Demonstrationszügen durch das Zentrum der Reichshauptstadt. Ihnen schlossen sich die Soldaten der drei Jägerbataillone an, die zu diesem Zeitpunkt als einzige Truppen in Berlin stationiert waren. Die Demonstranten bekundeten ihren Willen zum Frieden, zum Bruch mit dem monarchischen Obrigkeitsstaat und zu einer umfassenden Neuordnung der politischen Verhältnisse.

Am 10. November bildeten SPD und USPD auf paritätischer Grundlage den Rat der Volksbeauftragten unter gleichberechtigtem Vorsitz von Ebert und Hugo Haase. Er stellte die tatsächliche Staatsspitze dar und stieß auf keinen ernsthaften Widerstand. Ebenfalls am 10. November gab General Wilhelm Groener im Namen der OHL eine Loyalitätserklärung gegenüber der neuen Regierung ab und sicherte ihr militärische Unterstützung im Fall linksradikaler Angriffe zu. Im Gegenzug garantierte Ebert die Autonomie der militärischen Führung. Mit dem Ebert-Groener-Pakt stellte sich mit dem Militär ein entscheidender Machtfaktor der Regierung zur Verfügung. Der Pakt ermöglichte es der Sozialdemokratie in den folgenden Wochen, ihren Machtanspruch auch in den bürgerkriegsähnlichen Zuständen durchzusetzen.

Der Durchsetzung der von der Sozialdemokratie angestrebten parlamentarischen Demokratie standen damit kaum noch Hindernisse im Weg, zumal die SPD auf dem Reichskongress der Arbeiter- und Soldatenräte Mitte Dezember 1918 über deutliche Mehrheitsverhältnisse verfügte. Die Delegierten traten mit überwältigender Mehrheit für die Wahl zur Nationalversammlung am 19. Januar 1919 ein. Der Wunsch zahlreicher Delegierten, am Rätesystem als Grundlage der neuen Verfassung festzuhalten, fand auf dem Kongress ebensowenig Gehör wie die radikale Parole der Spartakisten "Alle Macht den Räten". Nach dem Reichskongress verschärften sich die Auseinandersetzungen zwischen der Sozialdemokratie und den radikalen Kräften, die politische Ziele nunmehr gewaltsam auf der Straße durchzusetzen versuchten. Erstmals musste Ebert in den Berliner Weihnachtskämpfen 1918 reguläre Truppen um militärische Hilfe bitten, nachdem meuternde Soldaten der "Volksmarinedivision" am 23. Dezember 1918 die Regierung festgesetzt hatten.

Als Reaktion auf dieses Bündnis von SPD und kaiserlicher Armee verließen die Vertreter der USPD am 28. Dezember 1918 empört den Rat der Volksbeauftragten. Zuvor war es allerdings mit den SPD-Vertretern zu erheblichen Differenzen über den politischen Kurs der Regierung gekommen, der eine gemeinsame konstruktive Politik der beiden sozialdemokratischen Richtungen unmöglich machte. Eine weitere unmittelbare Folge der Weihnachtskämpfe war die Entlassung des zum linken Flügel der USPD gehörenden Berliner Polizeipräsidenten Emil Eichhorn (1863-1925). Mit Bewaffneten war Eichhorn der Volksmarinedivision während der Kampfhandlungen zu Hilfe gekommen und hatte so entscheidend zur Niederlage der Regierungstruppen beigetragen. Provoziert durch die Absetzung Eichhorns, der letzten Machtbastion der Linken in Berlin, riefen die Revolutionären Obleute, die USPD und die zur Jahreswende 1918/19 gegründete Kommunistische Partei Deutschlands (KPD) für den 5. Januar 1919 zu einer Protestdemonstration auf. Aufgrund der großen Teilnehmerzahl fassten radikale Kräfte der Initiatoren noch am Abend den Beschluss, die Demonstration zu einem bewaffneten Aufstand auszuweiten. Liebknecht und die zuvor jegliche putschistische Aktionen ablehnende Luxemburg riefen zum gewaltsamen Sturz der Regierung auf.

Vom 5. bis 12. Januar besetzten revolutionäre Arbeiter Teile der Innenstadt sowie das Berliner Zeitungsviertel und erklärten die Regierung für abgesetzt. Der spontane und strategisch unzureichend geplante Januaraufstand war der letzte Versuch der extremen Linken, die Wahl zur Nationalversammlung zu verhindern und eine Rätediktatur zu errichten. Die blutigen Kämpfe vom Januar 1919 prägten maßgeblich das Bild der Revolution von 1918/19 und vermittelten in weiten Bevölkerungskreisen die Schreckensszenarien der russischen Oktoberrevolution und des Bolschewismus. Angesichts der revolutionären Stimmung in Berlin wurde die am 19. Januar 1919 gewählte Nationalversammlung in Weimar eröffnet.

Das Scheitern des Aufstands sowie die Ermordung Luxemburgs und Liebknechts durch Mitglieder eines Freikorps radikalisierte einen erheblichen Teil der Arbeiter. Sie fühlten sich verraten von der Politik der SPD, die ihre Kontakte zur Armeeführung, den bürgerlichen Parteien und zu Wirtschaftsführern stetig intensivierte. Die einstmals so geschlossene Front der Arbeiterschaft war tief gespalten. Bei Landtags- und Gemeindewahlen im Frühjahr 1919 gaben viele ehemalige SPD-Wähler ihre Stimme den Kommunisten oder der USPD, die in zahlreichen Orten die SPD überflügelte. Viele dieser Wähler beteiligten sich auch an Streiks und revolutionären Unruhen, die bis zum Frühsommer 1919 weite Teile des Deutschen Reiches erfassten. Im Ruhrgebiet und im mitteldeutschen Bergbaugebiet um Halle/Saale kam es zu Generalstreiks und blutigen Auseinandersetzungen mit Regierungstruppen.

In Berlin versuchten Spartakisten einen Anfang März 1919 ausgerufenen Generalstreik zum Putsch gegen die Reichsregierung voranzutreiben. Fast 1.200 Menschen verloren bei den mehrere Tage anhaltenden Märzkämpfen ihr Leben. Wie der Aufstand in Berlin konnte auch die von der USPD Anfang April 1919 proklamierte Münchner Räterepublik nur mit Unterstützung massiver und äußerst brutaler Einsätze von Freikorpsformationen niedergeschlagen werden. Die revolutionäre Massenbewegung verlor nach diesen Kämpfen entscheidend an Dynamik. In der Folgezeit rüstete die radikale Linke zwar wiederholt zum Sturz der Weimarer Republik, eine breite Anhängerschaft wie noch im November/Dezember 1918 konnte allerdings zu keinem Zeitpunkt mehr mobilisiert werden.

Source: dmh.de/lemo
Deutsches Historisches Museum (Berlin)




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