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12 marzo 2021

Una foglia contro i fulmini

 

Di questo libro sentii parlare proprio Tonino Guerra, all’indomani della sua uscita. Ne spiegava il titolo folgorante, quasi formula iniziatica, che gli aveva trasmesso un nobile conosciuto in Georgia. L’uomo, in fuga dalle persecuzioni dei comunisti, non alludeva a nessun fatto politico, come in un primo momento aveva pensato il poeta, ma attribuiva a quelle parole un fatalismo letterale, perché secondo lui bisognava «credere a tutto, specialmente alle cose che sembrano impossibili. In questa vita troppa gente vuole cancellare gli errori e le piccole credenze popolari. Eppure le grandi verità non sopportano la chiarezza». Così senza saperlo questo gentile signore ritirato in una casupola sopra Bakuriani aveva fatto dono al mondo del suo amuleto, che anni dopo le mani di quell’estroso viaggiatore italiano avrebbero raccolto e incastonato in un poema della memoria, tutto votato alla sacralità della natura, agli insegnamenti del vivere semplice.

Altrettanto singolare è che queste pagine le abbia riscoperte in mezzo all’epidemia, un giorno in cui mi è capitato di ascoltare un’intervista a Lora, la compagna di una vita, che col suo “respiro russo”, come amava definirlo Tonino, disegnava altri quadri e sogni nel ritiro campestre che si erano scelti insieme sull’Appennino tosco-romagnolo. Custode di ricordi e di un generoso spirito materno, materico che nasce dalla terra, mi fece tornare alla prosa in versi incontrata anni prima. Quell’immagine di alberi e tappeti erbosi visitati dal sole, la cura per il bel frutteto, la serenità di un cosmo all’apparenza fragile, in bilico sull’aridità di non lontane violate pianure, eppure saldo nelle proprie radici, era identica all’animus-ánemos che attraversa nel poema.

Ed esattamente questo lieve trascorrere di ombre, quasi un taoismo ad uso di pochi adepti, di quelli che ancora hanno fede nei sentimenti, è ciò che conserva per sempre i luoghi che abbiamo attraversato, gli incontri che ci sono stati, le luci, le cadenze, i ritorni in un tempo fuori dal tempo. La volontà di tendere a quell’infanzia del mondo coi suoi odori e rumori, come per il poeta lo è la pioggia che cade sui capanni di montagna e che gli fa ritrovare i pomeriggi con sua madre a casa del nonno, quando sedevano in silenziosa beatitudine aspettando che finisse il temporale. E in quel momento si poteva esser lì o in qualunque altra contrada emotiva. C’è una tenace ossessione per i brandelli dell’umana presenza, per i resti delle case come corpi che si lasciano visitare dal soffio delle stagioni e in sé trattengono tutto, le orme passate, la malinconia dei viandanti, le fresche ferite di crolli o le fioriture che ne invadono gli spazi abbandonati. In un periodo di smarrimento, che tuttavia non assume i toni di una resa ma implica piuttosto una sosta nel proprio cammino, il poeta sente il bisogno di aggrapparsi ai tenui riflessi che aleggiano nelle vene di tali organismi soffusi. Le opache luminescenze su un intonaco in disfacimento, i tramonti che s’impigliano ai rami, i solitari abitatori dei casoni, donne inginocchiate davanti alle rovine di una chiesa intente a una preghiera che soltanto loro sanno, cui s’accompagnano i ricordi dei viaggi in oriente, approdi segnati su favolose mappe interiori. L’epos di Tonino Guerra è tutto racchiuso in questa diafania dei sensi e reca un messaggio rassicurante, per certi versi catartico, incentrato com’è sulla delicatezza, sulle corde più dolci della personalità che presiedono all’incanto delle nostre vite. Un portolano che si tiene volentieri in tasca nell’attesa che la bufera si plachi.


(Di Claudia Ciardi)

 
Tonino Guerra, Una foglia contro i fulmini. Poema in prosa, Maggioli Editore, 2006
Illustrato con acquerelli di Tonino Guerra, prefazione di Roberto Roversi

Testi selezionati

 
«La meraviglia e l’emozione mi arrivano di colpo se mi trovo
davanti a costruzioni in rovina. Ho bisogno di sentire
la presenza di spessori, di incrostazioni create
dalla pioggia, dal sole e delle pietre che si
smarrivano, così capisco che la natura dà un suo
contributo fondamentale all’architettura regalando
l’impronta del tempo e della morte. I palazzi gotici e del
rinascimento così ben conservati chiedono soltanto la mia
ammirazione e invece i monumenti in rovina, oltre all’ammirazione
vogliono commozione e affetto per la loro agonia umana.
In più devo confessarvi che entrano nella memoria
le conversazioni silenziose con oggetti e
presenze mute. Quei colloqui segreti
che ci riempiono di verità nascoste.
Per queste mie voglie di borghi abbandonati
molto è dipeso anche da un orto che confinava
col cortile di casa mia…».

[…]

 «Probabilmente era una delle ultime
affezionate a questa chiesuola a quel profumo. Prima di
allontanarsi mi dice: «Spesso è
nel momento dei saluti che cominciano gli
incontri». Non mi ha dato il tempo di
rispondere e io sono rimasto a lungo
preso da quella frase misteriosa
e bella».

[…]

 «Ho notato che i muri di queste casupole disabitate
e anche i ruderi vivono ancora con le ombre di chi capita
a curiosare. Quando mi sono accorto che la mia ombra era piena di
conforto per quei muri sono passato a imprimerla
per qualche momento anche su tutte le piccole
rovine».

[…]

«Così ci fu una caduta d’aria
chiara all’interno. Passò ancora un po’ di tempo e
finalmente il primo filo aereo di profumo arrivò
fino a lei e la donna pensò che quella
piccola spirale di odore fosse già
una confidenza misteriosa».

[…]

«Da un momento all’altro dovrò pur dire a qualcuno che
non sto cercando soltanto la mia infanzia, ma addirittura
l’infanzia del mondo. Non so perché, quando sono arrivato
in fondo alla valle a guardare le rovine
del Palazzo dei Monaci, la memoria ha
vuotato su quei ruderi del convento l’immagine
immensa della città di Berlino diventata alla fine della
guerra un immenso alveare con tutte le celle svuotate dal miele.
E subito mi sono arrivati addosso brandelli delle grandi città che ho
visitato….».

[…]

 «Abbiamo bisogno non soltanto di parole per toglierci dalla
monotonia di questa vita. Anche un paesaggio può ributtarti addosso
una vita primitiva abbandonata da milioni di anni
e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo».

[…]

«Qualcuno mi ha raccontato che Pasternak visse un tempo in una
dacia abbastanza isolata.
Quando un amico andò a prenderlo per riportarlo a casa si accorse che
non si decideva ad uscire neanche quando le valigie
erano state caricate sulla
macchina. Lo trovò che era seduto
in silenzio in cucina. Dopo qualche momento
d’attesa l’amico chiese al poeta: «Succede qualcosa?». «No»,
rispose con voce annebbiata Pasternak,
«saluto il me stesso che ha vissuto per quaranta
giorni in questo mondo di rumori leggeri».



30 settembre 2020

La fotografia di Riccardo Moncalvo

 

Pubblicato nel 1976 dalla Tipografia Torinese Editrice, questo catalogo di Riccardo Moncalvo è una delle più suggestive e complete panoramiche sulla fotografia del Novecento. Un volume che ogni cultore di quest’arte, e non solo, dovrebbe conoscere tanto è sfaccettata la materia qui offerta, raccolta essenziale ed esemplare di uno dei grandi maestri italiani che ha letteralmente attraversato il secolo. Di fronte a un’opera del genere si resta ammirati e subito dopo si avverte il bisogno di rinnovarne la divulgazione, magari percorrendo di nuovo quell’impresa editoriale che Alfonso Dellavedova, fotografo, ma anche grafico esperto ed editore, volle con estro tenace perché da queste pagine si scattasse un’altra e più compiuta fotografia alla mostra promossa in occasione del cinquantenario di attività dell’autore.

Il padre, Carlo Emilio Moncalvo (1887-1935), giunto giovanissimo nella capitale sabauda, radicato in una famiglia della vecchia aristocrazia piemontese, si forma presso l’atelier di Ferdinando Bietenholz, quindi, trasferitosi per un periodo a Napoli, realizza qui le inedite riprese della vita delle creature marine nell’acquario cittadino, riscuotendo il favore della critica per l’assoluta novità della prova. Tra il 1928 e il 1929, Carlo Moncalvo fonda – primo a Torino – il nuovo laboratorio per lo sviluppo, l’ingrandimento e la stampa del 35 millimetri – nel volantino della ditta si leggeva “stampa garantita in ventiquattro ore”. In questo antro delle meraviglie, il giovane Riccardo inizia a prendere familiarità coi ferri del mestiere, rivelando un’attitudine così spiccata da garantirgli un esordio assai precoce, ad appena quindici anni. Da allora la sua carriera non conosce battute d’arresto, consegnandolo a premi e rassegne nazionali ed estere. Incarichi, mostre, ma anche, soprattutto, tanta ininterrotta devozione che lo induceva a “vedere” l’immagine sempre, ovunque, a scovare l’incanto della composizione anche quando non lavorava.

Attraverso le parole di Angelo Dragone, Luigi Firpo, Michele Ghigo, Alfonso Dellavedova che dedicano autentici saggi di poesia all’opera di Moncalvo, prende vita un mondo culturale di ascendenze piemontesi che tessendo i più diversi talenti e stimoli creativi ha saputo fare scuola, segnando indiscutibilmente le arti e i saperi per mettere poi in circolo questi semi. Tra le tante voci citate non si può trascurare quella di Carlo Mollino, architetto e fotografo, autore del celebre libro Il messaggio della camera oscura che nel 1969 scriveva così: «le cose di Moncalvo sono ritratto, una rivelazione di una cosa che prima ci appariva senz’anima»

Quando a Torino ho visto l’album dei suoi provini sul Barocco sono rimasta folgorata. Già solo da quel campionario, quasi il quaderno di un sarto che colleziona stoffe per i suoi abiti migliori, s’intuiva una storia avventurosa ed estremamente densa di luoghi, soggetti, ispirazioni. L’occhio instancabile di Moncalvo ha infatti saputo rendere omaggio tanto alla natura, con le sue cadenze sospese tra estasi romantica e tempeste sublimi, quanto alle architetture industriali. Due versanti investiti dalle medesime venature simboliche, suggestioni e toni affini, sebbene si tratti di cose all’apparenza tanto lontane. Bellissimi i ritratti dei langaroli che ho amato dapprima nelle serie di Michele Pellegrino e che qui ho scoperto a uno stadio per così dire primevo, ancor più circonfusi e allo stesso tempo intagliati in quell’arcaismo terreno da cui sembrano affiorare direttamente.

Perché l’uomo è in queste immagini misura e compendio del tempo. È l’elemento da cui si rinvengono le proporzioni, anche in senso metaforico  – il fondovalle apuano con il piccolo gruppo in marcia, le orme sulla neve altrimenti immacolata e perfetta, i comignoli che fumano in un mattino di periferia. L’essere umano sia che si stagli in un paesaggio che lo soverchia sia che rimanga non visto nel chiuso delle case è una presenza che scandisce, un controcanto cromatico, un’armonica dissonanza su cui in ogni caso ci si trova a riflettere. Così pure nel caso degli oggetti i reticoli delle impalcature con la loro geometria ossessiva o il lucido speculare bilanciamento metallico dei binari si trasfigurano, quasi un voluttuoso ideogramma l’uno, e un morbido spago intrecciato alle mani per un gioco d’infanzia l’altro. Anche nell’apparente freddezza, estraneità delle cose avviene di sentirsi attraversati dal tepore di chi le ha fabbricate, dall’intima quotidianità di chi le utilizza e dunque da chi, il fotografo, fa per avvicinarcele. Dettagli – la catena di un contadino o la punta del suo badile –  che dominano la scena o panoramiche assolute che sembrano sfuggire e che si tendono in una coralità pur tesa, ma infine raccolta. E una religiosità dellattimo spesso affidata al titolo, segnacolo che richiama il potere magico dello scatto. Ci sono generi e stagioni nei temi prescelti da Riccardo Moncalvo ma anche molti ritorni, sintomo di una sperimentazione, di una volontà di rivedere quel che si era già visto sotto una luce nuova, investendolo delle attese di una ricerca in cammino, di un passo ulteriore. Non sorprende pertanto incontrarlo ancora all’inizio del millennio e sulla soglia dei novant’anni, allestire le sue ultime personali. Segno anche di una professionalità indiscussa e di un temperamento ammirevole, ben ripartito fra scrupolo dettato dal mestiere e straordinaria passione del creare.


(Di Claudia Ciardi)

 

Catalogo:

La fotografia di Riccardo Moncalvo, introduzione di Angelo Dragone, Tipografia Torinese Editrice, 1976


Link: Archivio Riccardo Moncalvo


Salgono le nubi - Champoluc (Aosta), settembre, ore 11 (1938)



Langaroli al mercato - Murazzano (Cuneo), luglio, ore 11 (1947)



Tempo d'autunno nel vercellese - novembre, nebbia, ore 10 (1938)



Cézar 'd la fisa - Antagnod (Aosta), febbraio, al sole, ore 14 (1938)


Appunto di paese - Racconigi, Cuneo, novembre, ore 9 (1937)




Fondovalle - Cave di marmo nelle Apuane, luglio, ore 13:30 (1975)

 

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