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12 marzo 2021

Una foglia contro i fulmini

 

Di questo libro sentii parlare proprio Tonino Guerra, all’indomani della sua uscita. Ne spiegava il titolo folgorante, quasi formula iniziatica, che gli aveva trasmesso un nobile conosciuto in Georgia. L’uomo, in fuga dalle persecuzioni dei comunisti, non alludeva a nessun fatto politico, come in un primo momento aveva pensato il poeta, ma attribuiva a quelle parole un fatalismo letterale, perché secondo lui bisognava «credere a tutto, specialmente alle cose che sembrano impossibili. In questa vita troppa gente vuole cancellare gli errori e le piccole credenze popolari. Eppure le grandi verità non sopportano la chiarezza». Così senza saperlo questo gentile signore ritirato in una casupola sopra Bakuriani aveva fatto dono al mondo del suo amuleto, che anni dopo le mani di quell’estroso viaggiatore italiano avrebbero raccolto e incastonato in un poema della memoria, tutto votato alla sacralità della natura, agli insegnamenti del vivere semplice.

Altrettanto singolare è che queste pagine le abbia riscoperte in mezzo all’epidemia, un giorno in cui mi è capitato di ascoltare un’intervista a Lora, la compagna di una vita, che col suo “respiro russo”, come amava definirlo Tonino, disegnava altri quadri e sogni nel ritiro campestre che si erano scelti insieme sull’Appennino tosco-romagnolo. Custode di ricordi e di un generoso spirito materno, materico che nasce dalla terra, mi fece tornare alla prosa in versi incontrata anni prima. Quell’immagine di alberi e tappeti erbosi visitati dal sole, la cura per il bel frutteto, la serenità di un cosmo all’apparenza fragile, in bilico sull’aridità di non lontane violate pianure, eppure saldo nelle proprie radici, era identica all’animus-ánemos che attraversa nel poema.

Ed esattamente questo lieve trascorrere di ombre, quasi un taoismo ad uso di pochi adepti, di quelli che ancora hanno fede nei sentimenti, è ciò che conserva per sempre i luoghi che abbiamo attraversato, gli incontri che ci sono stati, le luci, le cadenze, i ritorni in un tempo fuori dal tempo. La volontà di tendere a quell’infanzia del mondo coi suoi odori e rumori, come per il poeta lo è la pioggia che cade sui capanni di montagna e che gli fa ritrovare i pomeriggi con sua madre a casa del nonno, quando sedevano in silenziosa beatitudine aspettando che finisse il temporale. E in quel momento si poteva esser lì o in qualunque altra contrada emotiva. C’è una tenace ossessione per i brandelli dell’umana presenza, per i resti delle case come corpi che si lasciano visitare dal soffio delle stagioni e in sé trattengono tutto, le orme passate, la malinconia dei viandanti, le fresche ferite di crolli o le fioriture che ne invadono gli spazi abbandonati. In un periodo di smarrimento, che tuttavia non assume i toni di una resa ma implica piuttosto una sosta nel proprio cammino, il poeta sente il bisogno di aggrapparsi ai tenui riflessi che aleggiano nelle vene di tali organismi soffusi. Le opache luminescenze su un intonaco in disfacimento, i tramonti che s’impigliano ai rami, i solitari abitatori dei casoni, donne inginocchiate davanti alle rovine di una chiesa intente a una preghiera che soltanto loro sanno, cui s’accompagnano i ricordi dei viaggi in oriente, approdi segnati su favolose mappe interiori. L’epos di Tonino Guerra è tutto racchiuso in questa diafania dei sensi e reca un messaggio rassicurante, per certi versi catartico, incentrato com’è sulla delicatezza, sulle corde più dolci della personalità che presiedono all’incanto delle nostre vite. Un portolano che si tiene volentieri in tasca nell’attesa che la bufera si plachi.


(Di Claudia Ciardi)

 
Tonino Guerra, Una foglia contro i fulmini. Poema in prosa, Maggioli Editore, 2006
Illustrato con acquerelli di Tonino Guerra, prefazione di Roberto Roversi

Testi selezionati

 
«La meraviglia e l’emozione mi arrivano di colpo se mi trovo
davanti a costruzioni in rovina. Ho bisogno di sentire
la presenza di spessori, di incrostazioni create
dalla pioggia, dal sole e delle pietre che si
smarrivano, così capisco che la natura dà un suo
contributo fondamentale all’architettura regalando
l’impronta del tempo e della morte. I palazzi gotici e del
rinascimento così ben conservati chiedono soltanto la mia
ammirazione e invece i monumenti in rovina, oltre all’ammirazione
vogliono commozione e affetto per la loro agonia umana.
In più devo confessarvi che entrano nella memoria
le conversazioni silenziose con oggetti e
presenze mute. Quei colloqui segreti
che ci riempiono di verità nascoste.
Per queste mie voglie di borghi abbandonati
molto è dipeso anche da un orto che confinava
col cortile di casa mia…».

[…]

 «Probabilmente era una delle ultime
affezionate a questa chiesuola a quel profumo. Prima di
allontanarsi mi dice: «Spesso è
nel momento dei saluti che cominciano gli
incontri». Non mi ha dato il tempo di
rispondere e io sono rimasto a lungo
preso da quella frase misteriosa
e bella».

[…]

 «Ho notato che i muri di queste casupole disabitate
e anche i ruderi vivono ancora con le ombre di chi capita
a curiosare. Quando mi sono accorto che la mia ombra era piena di
conforto per quei muri sono passato a imprimerla
per qualche momento anche su tutte le piccole
rovine».

[…]

«Così ci fu una caduta d’aria
chiara all’interno. Passò ancora un po’ di tempo e
finalmente il primo filo aereo di profumo arrivò
fino a lei e la donna pensò che quella
piccola spirale di odore fosse già
una confidenza misteriosa».

[…]

«Da un momento all’altro dovrò pur dire a qualcuno che
non sto cercando soltanto la mia infanzia, ma addirittura
l’infanzia del mondo. Non so perché, quando sono arrivato
in fondo alla valle a guardare le rovine
del Palazzo dei Monaci, la memoria ha
vuotato su quei ruderi del convento l’immagine
immensa della città di Berlino diventata alla fine della
guerra un immenso alveare con tutte le celle svuotate dal miele.
E subito mi sono arrivati addosso brandelli delle grandi città che ho
visitato….».

[…]

 «Abbiamo bisogno non soltanto di parole per toglierci dalla
monotonia di questa vita. Anche un paesaggio può ributtarti addosso
una vita primitiva abbandonata da milioni di anni
e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo».

[…]

«Qualcuno mi ha raccontato che Pasternak visse un tempo in una
dacia abbastanza isolata.
Quando un amico andò a prenderlo per riportarlo a casa si accorse che
non si decideva ad uscire neanche quando le valigie
erano state caricate sulla
macchina. Lo trovò che era seduto
in silenzio in cucina. Dopo qualche momento
d’attesa l’amico chiese al poeta: «Succede qualcosa?». «No»,
rispose con voce annebbiata Pasternak,
«saluto il me stesso che ha vissuto per quaranta
giorni in questo mondo di rumori leggeri».



18 dicembre 2020

In osservanza degli augures


Nell’italiano letterario, soprattutto d’uso poetico, augure è un aggettivo che significa “di buon auspicio”. In un tempo di profonda comunanza spirituale con i fenomeni della natura, di fatale immedesimazione nei miti di uomini e dèi, figure favolose e prodigi destinati a scritture oracolari o alle sante prime codificazioni del diritto pubblico e privato quali le XII tavole, incuneate non a caso nell’epigrafe dei foscoliani Sepolcri [Deorum Manium iura sancta sunto], hanno disegnato i tratti fondanti dell’antica Roma. Sacri recinti, alberi benedetti, boschi abitati dalla divinità, inumazione di pietre o manufatti toccati dal fulmine, fonti protette da solitarie ninfe, ombre e altre ineffabili presenze negli horti custoditi dai Lari, vegliati dalle nuvole, dal vento, dal fluire delle cose in cui accogliere segni augurali. Fu questo un mondo di spiriti e poesia e creature vicine all’essenza dei cicli che regolano la nostra vita terrena, menti rivelatrici di quanto la modernità ci avrebbe tolto, «il riverbero di una luce votiva» per dirla con Heidegger, cui l’arido della tecnica, la freddezza del nuovo mondo non avrebbero lasciato scampo.

Nei pressi del comizio romano, il primo foro, si narra vi fosse un luogo recintato per il culto, ove sorgeva un fico anch’esso consacrato, pianta ritenuta in concordia coi fulmini. Qui venne eretta la statua di Atto Navio, l’indovino ammantato di un’aura leggendaria nel quale alcuni vollero vedere la lotta fra l’antica comunità teocratica latina e la nuova monarchia dei Tarquinii (Livio, I, 36; Dionisio, III, 71 seg.; [Aurelio Vittore], De viris illustribus, 6). Sacro e profano, il mutamento negli assetti di un organismo comunitario che passa dolorosamente per la profanazione dell’antico. Ma pure in tale profanazione i resti sono ancora palpitanti e sprigionano la forza che possedettero nella loro integrità. Chi li avvicina, sente e presente la materia che li ha animati, cosicché sfiorandoli la loro energia trasmigra nei corpi assetati che sono ancora in cerca di quell’autentico, del senso che non è andato perduto ma solo giace in attesa. E noi siamo ora più che mai su quella soglia, frammenti in bilico che potrebbero accendersi di una sorte presaga, ritrovandoci in un dopo finalmente liberato, ricomposto, autentico.


Seguendo la mappa dell’antico, Alessia Rovina ci conduce attraverso la liminalità dell’auspicio, riflettendo sulla mutazione necessaria, sulla capacità di cogliere in questa metamorfosi gli indizi che salvano, per una consapevolezza della rotta da tenere nelle prove che abbiamo di fronte.


(Di Claudia Ciardi)


I miei auguri, i miei auspici

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

 

Auguri, auspici: due facce della stessa medaglia. Altre due roccaforti di uso quotidiano in cui i nostri Latini sono riusciti a stabilirsi, osservando da vicino quanto della loro sacralità sia rimasta in noi. Gli augùri, per noi, sono un sostegno fondamentale alla ritualità che distingue i grandi eventi: il Natale, la Pasqua, i compleanni, le tappe familiari e lavorative della vita di ognuno. D’altro canto, gli augures latini altro non erano che i grandi sacerdoti preposti all’interpretazione dell’augurium: il segno con cui gli dèi davano la possibilità di conoscere il loro responso in merito agli interrogativi umani, quali scelte, decisioni, in fin dei conti quale destino spettasse a ciascuno. Un destino che ognuno di noi immagina e desidera il più fulgido possibile, e a buon diritto: augurium è infatti stretto parente del verbo augeo, il verbo del titolo imperiale di Augustus, il cui significato precipuo è «far crescere», «far diventare grande», dunque «far riuscire». Questo continuo compimento umano verso una grandezza interiore, e dunque verso la piena maturità, poteva essere interpretato dai sacerdoti mediante l’auspicium: la visione attenta – spectare – del volo degli uccelli – aves – oppure mediante lo studio delle interiora animali; non ci sono altre vie al proprio destino di grandezza: la percezione attenta dell’Alto, la percezione attenta del Dentro, dunque del Basso. In questo particolare Natale, Alto e Basso sembrano pericolosamente disfarsi, e confondersi in un indistinto e tetro garbuglio. Una festività tanto fondamentale, di nascita, è più che mai annodata con il termine ultimo della Vita, e parrebbe inutile celebrare questa ricorrenza. Io non penso che sia così. Credo che l’umano dentro di sé porti una bellezza tanto grande e complessa, e che meriti di poter scegliere consapevolmente ogni giorno una via degna di tale tesoro, con i mezzi che ciascuno di noi dispone, e andando anzi a colmare, a «far crescere» la bellezza di chi, in sé e nel mondo, non la vede. Vorrei concludere questa nostra riflessione con un brano estremamente importante di Italo Calvino, autore magnifico che merita una rilettura continua nel corso della nostra vita, nella speranza che ad ognuno possa dare un fascio di luce dorata ed abbacinante, da riconsiderare ogni giorno.

«Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World. Dice: - Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente. E Polo: - L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

A tutti noi il mio augurio: di far crescere ciò che non è inferno, in noi e nel mondo, ogni giorno!

(Di Alessia Rovina, classicista e studiosa di teatro, novembre 2020
account twitter: @rovina_alessia)


8 gennaio 2018

W. B. Yeats - I cigni selvatici a Coole




Un ragazzino timido e ritenuto quasi dislessico, che non aveva nessuna inclinazione per la scuola e a nove anni non sapeva ancora leggere. Un attaccamento fortissimo alla campagna irlandese per la quale continuava a struggersi da Londra e Dublino. Chi avrebbe scommesso che dentro questo involucro imbranato, all’apparenza privo di attitudini, aspettasse di rivelarsi il grande poeta?
Non furono le precoci esperienze nelle grandi città d’Europa a segnarne l’immaginazione ma i saltuari ritorni nella nativa Contea di Sligo. Qui crebbe in lui «un vecchio istinto di razza, come di un selvaggio» che investì la sua vita, facendogli sempre desiderare fino alle lacrime un pezzetto di terra di quei campi da stringere tra le mani.
E certo Yeats è una figura immensa che si iscrive profondamente nella storia del suo paese. La sua opera ha dato un grande contributo al ricongiungimento del popolo irlandese con la propria eredità culturale. Ne sono testimoni i numerosi scritti dedicati alle leggende, alle tradizioni contadine, alla sistemazione di un canone di autori rappresentativi della nazione, una infaticabile attività di letterato-antropologo, di cui il teatro fu espressione altrettanto cospicua e variegata.
Significativa fu a questo riguardo la collaborazione con Lady Gregory, la roccia d’Irlanda, l’amica, la confidente dalla quale Yeats approdò trentunenne in una fase di smarrimento di se stesso e, quindi, della propria arte. Un’ospitalità generosa che gli dischiuse le bellezze e la pace di Coole dove da allora in avanti, per più di trentanni, Yeats sarebbe tornato a soggiornare, recuperando la sua salute e un equilibrio mentale da tempo compromessi, trovando nuovi stimoli alla scrittura. Alla Gregory riconobbe di aver fatto di lui un vero poeta. Ciò che fino a quel momento era stata una forza latente trovò un fulcro e, crescendo in intensità, si indirizzò a una nuova ricerca.
I cigni selvatici a Coole sono dunque la sintesi di un passaggio fondamentale nel destino poetico di Yeats. La raccolta celebra l’affascinante emotività di un luogo, espressa non solo nella sua essenza geografica ma più ancora nella sua consistenza interiore, che i versi tracciano in un puro stato di grazia. “I cigni” sono una sorta di galleria aperta alle stagioni della vita, dove gli amici che se ne sono andati ricevono il loro tributo con un’intonazione melanconica e colma, nella speciale forza data alle cose dal ricordo. Questo inno sepolcrale cantato a una Demetra dal volto dipinto in bianco e nero sorprende il poeta mentre soppesa la clavicola di una lepre. E il primitivo manufatto «affinato dalla lingua dell’acqua» offre la reale visione di un mondo in difetto e la conferma all’artista di trovarsi su un confine selvaggio, ma infine veramente libero e autentico.
La poesia di Yeats ha le caratteristiche di un fluido che attraversa la vita e la morte. Non può considerarsi perciò casuale il ricorrere dell’immagine della corrente, l’inafferrabile stream che esercita un richiamo potentissimo su ogni essere e porta nel testo una sorta di memoria allegorica su cui condensa il misticismo yeatsiano.
Il poeta amalgama la materia in questo lievito primordiale e accende il fuoco che avvia il processo di trasformazione. Come la sostanza alchemica, la poesia si compone di due elementi, uno in combustione, la vita e le sue prove, e uno volatile, la luce lunare che osserva la metamorfosi del cigno sulle rive del lago, solitaria apparizione del sé.
«Sono uscito da me stesso e ho rivestito un corpo che non muore. […] Non sono più colorato, tangibile, misurabile», le parole del Corpus Hermeticum si adattano perfettamente all’opus di Yeats. Dal dolore e dalla macerazione, «vediamo il nudo camino spento e nero/ perché l’opera fu compiuta in quella vampa», e tra le ceneri si raccolgono le membra di Osiride. Yeats, mago e filosofo della natura, propizia il rinvenimento.
I nostri occhi sono colpiti dal biancore, «tra l’attrazione del plenilunio e della luna nuova», come davanti al modello di Omero, nel componimento “La doppia visione di Michael Robartes”. Noi stiamo camminando in bilico sul bordo dell’albedo, e da qui raggiungiamo «il picco di follia» quale giusta ricompensa, ossia uno sguardo chiaro e fermo su ciò che abbiamo attraversato in vita. L’opera al bianco, l’unione degli opposti nel foco che gli affina, ha finalmente dato il suo frutto di conoscenza.

(Di Claudia Ciardi - articolo del 2011)

*Alcuni dei componimenti, entrati nella “rosa” di Coole, fecero la loro prima comparsa a stampa nel 1917 sulle riviste «The Little Review» e «Poetry (Chicago)». L’edizione di I cigni selvatici a Coole risale al 1919.
Senza dubbio le caratteristiche simboliche ed evocative del cigno e del mito di Leda, oltre al legame personale con il paesaggio onirico di Coole, esercitarono sul poeta un fascino duraturo e lo spinsero a sviluppare ampiamente questi temi.

Edizione consigliata:

William Butler Yeats, I cigni selvatici a Coole, introduzione e commento di Anthony L. Johnson, traduzione di Ariodante Marianni, testo inglese a fronte, Bur, 2001 [prima edizione, 1989]


Yeats scelse a sua dimora Thoor Ballylee, una torre normanna acquistata intorno al giugno 1917. Gli arredi ordinò che venissero ricavati da un vecchio olmo della tenuta. In un poeta attento alla simbologia esoterica e alchemica la scelta di una casa-torre non passa inosservata. Nei tarocchi la torre squarciata dal fulmine rimanda al crollo delle difese, metaforicamente la distruzione delle fondamenta e delle certezze che riteniamo rassicuranti. Dall’altra parte ciò può avere anche implicazioni positive, tese al rinnovamento. Le costruzioni mentali complesse finiscono per decadere. Rompere i muri mentali se si vuole vedere oltre.



La Sibilla eritrea. Acquaforte di Giuseppe Canale (Roma, 1725 - Dresda, 1802). Collezione privata. Dal catalogo: Tarocchi dal Rinascimento a oggi, Edizioni Lo Scarabeo. In collaborazione col Museo Ettore Fico di Torino. Mostra aperta fino al 14 gennaio 2018.




28 luglio 2016

Thomas Stearns Eliot «Non c'è neppure solitudine fra i monti»




Si vuole qui commentare brevemente la chiusa del The Waste Land, oscillante tra allucinazione colta, miraggio onirico e profetismo nietzschiano, del quale si coglie un riflesso nel titolo, Ciò che disse il tuono, ma che nei fatti risulta subito disinnescato da un’attitudine alla miniatura ironica e scomposta, in linea col resto del poema. Riconosciuto all’unanimità come pietra angolare della poesia novecentesca, che con questo lavoro di Eliot si allarga a nuovi orizzonti sul piano tecnico e dei suoi principi ispiratori, in riferimento alla mia esperienza personale posso dire di averlo letto una dozzina di volte in italiano e altrettante in inglese. E di non esserne ancora sazia, direi anzi per nulla. Il fotomontaggio per frammenti che Eliot ha concepito sfugge e allo stesso tempo attrae in virtù della sua assoluta compiutezza. Le intersezioni letterarie, il loro peso immaginifico, ma ancor più la disinvoltura con cui vengono fatte cadere nel grembo dell’opera, le assicurano il costante ritorno di chi legge.
Lode del frammento, della rovina, dell’abbandono, di ciò che non si riesce compiutamente a raccontare di sé, come lautore non manca di ribadire in una delle strofe finali che introducono non a caso l’immagine dantesca della prigione di Ugolino. È chiara, soprattutto, l’amarezza per il poeta che non sa trasmettere agli altri il momento della resa (a moment’s surrender), quando spiritualmente diviene unisono col mondo raggiungendo quelle altezze interiori che l’ordinarietà delle cose disperde: «La terribile audacia d’un momento d’abbandono/ che una vita di prudenza non potrà mai revocare». Disfatta e attesa di rigenerazione in un aprile “non crudele”, questi i due centri radiali che tengono a battesimo l’intero ragionamento poetico. 
Tali tematiche si prestano all’entrata in scena di quelle ombre rituali ed escatologiche che si addensano attorno a buona parte della lirica anglosassone del primo Novecento. Lo smembramento di Osiride-Dioniso, metafora dell’atomizzazione della storia dopo la prima guerra mondiale, la morte di Cristo, associato a Tammuz e alle altre figure divine della fertilità, che raccoglie su di sé l’idea di una palingenesi, cui spesso si accompagna l’alternarsi delle stagioni imperniate sulla primavera, come metafora di rinascita. Anche qui infatti l’origine è aprile, sebbene di un tempo sovvertito si tratti, doloroso snodo di memoria e desiderio dove tutto si rimescola. A ciò vanno aggiunte l’allegoria dell’ascesa al monte e la sacralità che circonfonde il paesaggio di montagna, così come il viaggiatore che gli si avvicina. Nel caso del passo di Eliot, tutto risulta amplificato dall’accumulo di altri indizi pertinenti con l’immaginario sacro orientale: il Gange, il fiume della vita e della morte, asse dell’induismo, il riferimento esplicito all’Himavant, una delle cime dell’Himalaya che presiede alla manifestazione del tuono, e le citazioni dalle Upanishad, che Eliot era in grado di padroneggiare avendo studiato sanscrito ad Harvard nel 1911-’13. Una propensione all’orientalismo che attraversa la cultura europea dalla fine del Settecento, continuando a ramificarsi nelle più recenti espressioni della creatività letteraria. Pensiamo ad esempio al soggiorno di W. B. Yeats a Palma di Majorca in compagnia di uno Swami indiano, Shri Purohit, al fine di tradurre insieme le maggiori Upanishad.
Si consideri la frequenza con la quale simili riferimenti affiorano tra le pagine dei Pisan Cantos di Ezra Pound, la cui elaborazione risale al termine della seconda guerra mondiale ma che evidentemente sviluppano motivi già incardinati nel ciclo dei Cantos inaugurato nel 1919. Uno su tutti, la sovrapposizione tra il Taishan, il complesso montuoso venerato in Cina, e i Monti Pisani che fanno da sfondo alla prigionia del poeta. Allegoria, quella della salita al monte, che nell’immaginario poundiano si salda sull’essenza femminile in quanto mistica portatrice di un principio di creazione: «To be gentildonna in a lost town in the mountains» (Canto 78).
Sui nomi di Eliot, Pound, Yeats confluiscono dunque interessi che attengono al medesimo sostrato culturale, dagli spunti mitologici all’esoterismo, dal modo di dialogare con l’antico e in generale con le lingue all’insegna del pastiche fino al gioco onomatopeico. Letterati che strinsero tra loro rapporti di amicizia e che forse, proprio per questo, si ritrovarono anche nella trasposizione di una memoria autobiografica, oggetto di scavo simbolico e depositaria di una sintassi parallela a quella del mito.
Le opere dove più sono vivi i contatti cui si accennava originano peraltro nel medesimo arco di anni. Il The Waste Land vide la luce nel ’22, ultimo in ordine di tempo. Dell’inizio dei Cantos si è già detto; li precedette di poco la raccolta I cigni selvatici a Coole di Yeats (’17). Costruiti attorno alla sagoma della vecchia torre normanna di Ballylee, sua amata residenza raggiungibile a piedi da Coole House, dimora dell’amica e protettrice Lady Gregory, i versi di Yeats nella loro soffusa rappresentazione di un cosmo primitivo dal quale dipende l’alchimia spirituale che sorregge l’intera architettura poetica, esprimono probabilmente una delle più profonde consonanze con il poema di Eliot. Quell’accenno à la tour abolie, la torre infranta, su cui si chiude La terra desolata appare quasi un tributo iniziatico alle simbologie del grande poeta irlandese. 

Nei tarocchi la carta della torre, emblema della ragione, ci mostra un fulmine che si abbatte sulla sommità dell’edificio. Monito a non salire troppo in alto, guidati dalla superbia – richiamo al meden agan greco – ma di nuovo pure aspirazione al cambiamento, alla conquista della libertà. La folgore distrugge le strutture del pensiero e in tal senso l’autore guarda con una specie di accondiscendenza al capitolare del proprio stesso lavoro. Il suo sforzo di traduzione imperfetta e incompleta dell’umano sentire, del travaglio di intelligenza e cultura che è alla base della civiltà, trova rifugio e autentica comprensione in una pace che travalica l’esercizio raziocinante.

(Di Claudia Ciardi)  


Ciò che disse il tuono
(Parte V – The Waste Land)

Dopo la luce rossa delle torce su volti sudati
dopo il silenzio gelido nei giardini
dopo langoscia in luoghi petrosi
le grida e i pianti
la prigione e il palazzo e il suono riecheggiato
del tuono a primavera su monti lontani
colui che era vivo ora è morto
noi che eravamo vivi ora stiamo morendo
con un po di pazienza

Qui non cè acqua ma soltanto roccia
roccia e non acqua e la strada di sabbia
la strada che serpeggia lassù fra le montagne
che sono montagne di roccia senzacqua
se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
fra la roccia non si può né fermarsi né pensare
il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia
vi fosse almeno acqua fra la roccia
bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare
non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere
non cè neppure silenzio fra i monti
ma secco sterile tuono senza pioggia
non cè neppure solitudine fra i monti
ma volti rossi arcigni che ringhiano e sogghignano
da porte di case di fango screpolato

Se vi fosse acqua
e niente roccia
se vi fosse roccia
e anche acqua
e acqua
una sorgente
una pozza fra la roccia
se soltanto vi fosse suono dacqua
non la cicala
e lerba secca che canta
ma suono dacqua sopra una roccia
dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini
drip drop drip drop drop drop drop
ma non cè acqua

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
cè sempre un altro che ti cammina accanto
che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
io non so se sia un uomo o una donna
- ma chi è che ti sta sull'altro fianco?

Cosè quel suono alto nellaria
quel mormorio di lamento materno
chi sono quelle orde incappucciate che sciamano
su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata
accerchiata soltanto dal piatto orizzonte
qual è quella città sulle montagne
che si spacca e si riforma e scoppia nellaria violetta
torri che crollano
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
irreali

Una donna distese i suoi capelli lunghi e neri
e sviolinò su quelle corde un bisbiglio di musica
e pipistrelli con volti di bambini nella luce violetta
squittivano, e battevano le ali
e strisciavano a capo all'ingiù lungo un muro annerito
e capovolte nellaria cerano torri
squillanti di campane che rammentano, e segnavano le ore
e voci che cantano dalle cisterne vuote e dai pozzi ormai secchi.

In questa desolata spelonca fra i monti
nella fievole luce della luna, lerba fruscia
sulle tombe sommosse, attorno alla cappella
cè la cappella vuota, dimora solo del vento.
non ha finestre, la porta oscilla,
aride ossa non fanno male ad alcuno.
Soltanto un gallo si ergeva sulla trave del tetto
chicchirichì chicchirichì
nel guizzare di un lampo. Quindi unumida raffica
portatrice di pioggia

Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate
attendevano pioggia, mentre le nuvole nere
si raccoglievano molto lontano, sopra lHimavant.
La giungla era accucciata, ingobbita in silenzio.
allora il tuono parlò
DA
Datta: che abbiamo dato noi?
Amico mio sangue che scuote il mio cuore
lardimento terribile di un attimo di resa
che unèra di prudenza non potrà mai ritrattare
secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo
che non si troverà nei nostri necrologi
o sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico
o sotto i suggelli spezzati dal notaio scarno
nelle nostre stanze vuote
DA
Dayadhvam: ho udito la chiave
girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione
pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione
solo al momento in cui la notte cade, rumori eterei
ravvivano un attimo un Coriolano affranto
DA
Damyata: la barca rispondeva
lietamente alla mano esperta con la vela e con il remo
il mare era calmo, anche il tuo cuore avrebbe corrisposto
lietamente, invitato, battendo obbediente
alle mani che controllano

Sedetti sulla riva
a pescare, con la pianura arida dietro di me
riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
poi sascose nel foco che gli affina
quando fiam uti chelidon - O rondine rondine
le Prince dAquitaine à la tour abolie
con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
bene allora vaccomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih sbantih sbantib


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