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4 giugno 2019

Torino capitale della fotografia


È una galassia in espansione, un organismo diffuso in tutta la città, articolato in stanze, fabbriche dismesse, chioschi a bordo strada. Dal centro alla periferia con l’intenzione di portare l’arte in mezzo alle persone, di farne un elemento unitario, di coesione sociale e nuove progettualità urbane. Anche in luoghi difficili, dove si auspica un potenziamento del trasporto pubblico e sostenibile, dove ai lati delle grandi arterie di traffico a scorrimento veloce, addentrandosi per pochi passi nelle vie traverse, ci si imbatte in energie inaspettate, in aree strappate alla velocità, all’anonimato dei ritmi metropolitani. Un insieme di reti creative per innescare ricadute sulle dinamiche di aggregazione, artistica e non solo. Torino si sta configurando come un nodo rilevante fra queste maglie, sta anzi assumendo un ruolo da apripista, perché le iniziative messe in campo quest’anno con Fo.To 2019, progetto del Museo Ettore Fico, sono davvero molte e coinvolgono un numero elevatissimo di spazi. Galleristi, giovani collettivi, salotti storici al fianco di ambienti nuovi, dalle realtà più consolidate del panorama culturale a operatori esordienti, armati di entusiasmo e spirito d’impresa, tutti stanno facendo massa critica intorno a un’idea: avvicinare le persone, incentivare un processo di partecipazione ampio nel segno di un ritorno all’arte condivisa, meccanismo base per attrarre e consolidare le risorse umane e culturali latenti in una società. Se si sfoglia il libro-guida, un grazioso atlante tascabile che vi accompagnerà lungo le rotte della metropolitana e dei tram, prendono vita angoli impensati della città che promettono incontri fuori dai canoni, immersioni in percorsi fotografici non scontati, archivi d’immagini che hanno ritrovato una collocazione espositiva dopo un periodo di oblio o microcosmi scelti per il battesimo di giovani maestri.
La proposta è estremamente varia e raffinata, il livello del materiale presentato al pubblico alto e stimolante. L’impressione che se ne trae aggirandosi per le sale, osservando, setacciando ritratti e vedute, chiacchierando con i gestori, è quella di essere all’inizio di qualcosa. Sta prendendo forma una città dell’arte e per l’arte all’interno dell’area metropolitana, parallela ai circuiti istituzionali su cui maggiormente finora si è focalizzata l’attenzione, un arcipelago esteso e magmatico che ha appena iniziato a rilasciare le proprie cariche potenziali. Figura geometrica irregolare, multicentrica, talora mimetizzata, indiscutibilmente investita dal fermento.
Lungo le sue diagonali s’incrocia ad esempio in Via Cervino la bella avventura di Gagliardi e Domke, una galleria che fa convergere le metafisiche creazioni di Fabio Viale, scultore con solidissime basi classiche, una serie di dodici vedute di Roma in bianco e nero del noto fotografo tedesco Thomas Struth, con le macchine di Paolo Fogliati, paladino dell’arte povera, disegnatore e costruttore di congegni irripetibili, vera e propria meccanica dell’immaginazione, nonché progettista di opere a dimensione ambientale con cui sognava di aprire brecce fantastiche nella regolarità alienante del panorama cittadino. Poche vie più avanti, scendendo lungo Corso Vercelli c’è poi la scatola di Edicolarte, una specie di bozzolo smarrito negli ingorghi periferici. Provocazione leggibile anche come esempio di riutilizzo virtuoso di uno spazio in abbandono; le saracinesche di un vecchio chiosco di giornali sono tappezzate di foto d’artista.
E poi ancora si segnala alla Fondazione Bottari Lattes, fino al 15 giugno, un’appendice poetica di Michele Pellegrino, il grande narratore delle Langhe, protagonista già lo scorso anno della retrospettiva ospitata al San Francesco di Cuneo. Nelle due eleganti salette di Via della Rocca è esposto un piccolo campionario incentrato sul ritratto umano, uno dei grandi filoni percorsi dal maestro insieme al paesaggio e agli oggetti d’uso, arredi, stoviglie, ricami, soprammobili, fiochi eppure potenti riverberi del vivere. Divulgato in un cospicuo catalogo edito da Skira, dove Enzo Biffi Gentili definisce la sua fotografia «un prometeico mondo di rupi già evocato da Pavese», questa occasione torinese ci permette di tornare sulle tracce di un notevole interprete contemporaneo che non a caso è parte essenziale del Cuneo gotico, uno dei più originali e vivaci progetti di cultura attualmente sostenuti in Piemonte.
In finale, ma non per importanza, cito il centro di Camera, duemila metri quadrati di spazio espositivo per la fotografia in Via delle Rosine, un polo multifunzionale dove prendono vita grandi mostre e incontri a tema, uno dei templi assoluti al servizio di professionisti e appassionati della materia.


(Di Claudia Ciardi)


*Foto di Claudia Ciardi accompagnate da materiale a stampa messo a disposizione dalle gallerie 



Da Gagliardi e Domke
Via Cervino, 16.

Martedì/Venerdì 15,30-19,30 e su appuntamento.








Da Gagliardi e Domke



Edicolarte - Corso Vercelli, 31/A



Fondazione Bottari Lattes, Via della Rocca, 37/B




8 aprile 2018

Filippo de Pisis al Museo Ettore Fico di Torino







Fino al 22 aprile è possibile visitare al Museo Ettore Fico di Torino la mostra dedicata a Filippo de Pisis. Un intenso percorso artistico che mette in luce il variegato cammino del pittore ferrarese, una rassegna ben articolata sul piano delle opere esposte e degli spunti tematici. L’evento conferma l’ottimo livello delle iniziative culturali messe in campo dal capoluogo del Piemonte, centro attrattivo fra i più consolidati in Italia per quantità e qualità dell’offerta. A margine, e neanche tanto, si noti che la collocazione al Mef è un valore aggiunto, essendo un polo espositivo d’eccellenza, bello e da vivere anche per la sua semplicità architettonica, in una zona urbana che sta attraversando una fase di espansione e fermento culturale ulteriore.

De Pisis è artista dalle tante sfaccettature che, partendo dalle esperienze a lui contemporanee di de Chirico, Savinio e dei “metafisici” e allo stesso tempo mostrando fin da giovane la più ampia ed eclettica dedizione allo studio dei grandi maestri del passato – la pittura del Cinquecento e del Seicento veneziano, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo e poi molti dei cosiddetti minori, tali solo per convenzione, gli impressionisti, poi studiati in loco durante il soggiorno parigino – crea un linguaggio proprio, fondante, nodale e subito destinato a tracciare rotte inesplorate nel panorama novecentesco.
La sospensione delle nature morte, il perenne incerto a cui sono consegnate, spoglie, ineffabili eppure così compiute, quasi fin troppo credibili nella loro disarmante compiutezza, e l’irraggiamento di infiniti mondi all’orizzonte, qualcosa di conturbante che apre a strani eterni, protesi, liquidi, fuggevoli. Questa dualità stravolta di tempo in decadenza e non tempo, esercita un potere fiabesco sull’osservatore, che si sente sempre trascinato a una soglia metafisica. Ma la mostra ci racconta ancor più lo studio attento, perfino esplorativo se vogliamo, coltivato da de Pisis in diverse direzioni del sapere. Dalla consuetudine con la poesia, che coltivò in proprio ottenendo per i suoi versi anche un certo riconoscimento in Francia, e accresciuto dall’amicizia coi futuristi, con Umberto Saba ed Eugenio Montale, alla musica, alla botanica – fu paziente compilatore di erbari, disegnatore, cercatore di piante per passione. E ancora, collezionista d’arte e di codici miniati, interesse quest’ultimo che gli fece sviluppare tecniche di finissimo decoratore, al punto che i suoi “ritagli da amanuense” sembrano strappati a manoscritti originali.
Infine, il suo studio, il microcosmo dove questi tanti universi paralleli entravano in collisione, cercandosi, contaminandosi. Quello studio ovunque ricreato, angolo salvifico e osservatorio privilegiato in ogni città vissuta; Ferrara, Bologna, Roma, Parigi, Milano, il suo centro radiale, la sua conchiglia pulsante si ritrova intatta ad ogni tappa. L’allestimento torinese consente di toccare con mano questa intimità del processo creativo di de Pisis, di afferrarne le diverse dinamiche e anche di entrare in sintonia con l’artista, tanto le stanze dedicate si aprono allo sguardo come finestre biografiche, non solo complici del fraseggio critico ma ancor più irradiate dal racconto umano.  


(Di Claudia Ciardi)

  
Link utili:




*Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



Natura morta con libri



Paravento delle tre stagioni



Natura morta con candela



Composizione (Pagliaccio)



Erbario



Miniature


8 gennaio 2018

W. B. Yeats - I cigni selvatici a Coole




Un ragazzino timido e ritenuto quasi dislessico, che non aveva nessuna inclinazione per la scuola e a nove anni non sapeva ancora leggere. Un attaccamento fortissimo alla campagna irlandese per la quale continuava a struggersi da Londra e Dublino. Chi avrebbe scommesso che dentro questo involucro imbranato, all’apparenza privo di attitudini, aspettasse di rivelarsi il grande poeta?
Non furono le precoci esperienze nelle grandi città d’Europa a segnarne l’immaginazione ma i saltuari ritorni nella nativa Contea di Sligo. Qui crebbe in lui «un vecchio istinto di razza, come di un selvaggio» che investì la sua vita, facendogli sempre desiderare fino alle lacrime un pezzetto di terra di quei campi da stringere tra le mani.
E certo Yeats è una figura immensa che si iscrive profondamente nella storia del suo paese. La sua opera ha dato un grande contributo al ricongiungimento del popolo irlandese con la propria eredità culturale. Ne sono testimoni i numerosi scritti dedicati alle leggende, alle tradizioni contadine, alla sistemazione di un canone di autori rappresentativi della nazione, una infaticabile attività di letterato-antropologo, di cui il teatro fu espressione altrettanto cospicua e variegata.
Significativa fu a questo riguardo la collaborazione con Lady Gregory, la roccia d’Irlanda, l’amica, la confidente dalla quale Yeats approdò trentunenne in una fase di smarrimento di se stesso e, quindi, della propria arte. Un’ospitalità generosa che gli dischiuse le bellezze e la pace di Coole dove da allora in avanti, per più di trentanni, Yeats sarebbe tornato a soggiornare, recuperando la sua salute e un equilibrio mentale da tempo compromessi, trovando nuovi stimoli alla scrittura. Alla Gregory riconobbe di aver fatto di lui un vero poeta. Ciò che fino a quel momento era stata una forza latente trovò un fulcro e, crescendo in intensità, si indirizzò a una nuova ricerca.
I cigni selvatici a Coole sono dunque la sintesi di un passaggio fondamentale nel destino poetico di Yeats. La raccolta celebra l’affascinante emotività di un luogo, espressa non solo nella sua essenza geografica ma più ancora nella sua consistenza interiore, che i versi tracciano in un puro stato di grazia. “I cigni” sono una sorta di galleria aperta alle stagioni della vita, dove gli amici che se ne sono andati ricevono il loro tributo con un’intonazione melanconica e colma, nella speciale forza data alle cose dal ricordo. Questo inno sepolcrale cantato a una Demetra dal volto dipinto in bianco e nero sorprende il poeta mentre soppesa la clavicola di una lepre. E il primitivo manufatto «affinato dalla lingua dell’acqua» offre la reale visione di un mondo in difetto e la conferma all’artista di trovarsi su un confine selvaggio, ma infine veramente libero e autentico.
La poesia di Yeats ha le caratteristiche di un fluido che attraversa la vita e la morte. Non può considerarsi perciò casuale il ricorrere dell’immagine della corrente, l’inafferrabile stream che esercita un richiamo potentissimo su ogni essere e porta nel testo una sorta di memoria allegorica su cui condensa il misticismo yeatsiano.
Il poeta amalgama la materia in questo lievito primordiale e accende il fuoco che avvia il processo di trasformazione. Come la sostanza alchemica, la poesia si compone di due elementi, uno in combustione, la vita e le sue prove, e uno volatile, la luce lunare che osserva la metamorfosi del cigno sulle rive del lago, solitaria apparizione del sé.
«Sono uscito da me stesso e ho rivestito un corpo che non muore. […] Non sono più colorato, tangibile, misurabile», le parole del Corpus Hermeticum si adattano perfettamente all’opus di Yeats. Dal dolore e dalla macerazione, «vediamo il nudo camino spento e nero/ perché l’opera fu compiuta in quella vampa», e tra le ceneri si raccolgono le membra di Osiride. Yeats, mago e filosofo della natura, propizia il rinvenimento.
I nostri occhi sono colpiti dal biancore, «tra l’attrazione del plenilunio e della luna nuova», come davanti al modello di Omero, nel componimento “La doppia visione di Michael Robartes”. Noi stiamo camminando in bilico sul bordo dell’albedo, e da qui raggiungiamo «il picco di follia» quale giusta ricompensa, ossia uno sguardo chiaro e fermo su ciò che abbiamo attraversato in vita. L’opera al bianco, l’unione degli opposti nel foco che gli affina, ha finalmente dato il suo frutto di conoscenza.

(Di Claudia Ciardi - articolo del 2011)

*Alcuni dei componimenti, entrati nella “rosa” di Coole, fecero la loro prima comparsa a stampa nel 1917 sulle riviste «The Little Review» e «Poetry (Chicago)». L’edizione di I cigni selvatici a Coole risale al 1919.
Senza dubbio le caratteristiche simboliche ed evocative del cigno e del mito di Leda, oltre al legame personale con il paesaggio onirico di Coole, esercitarono sul poeta un fascino duraturo e lo spinsero a sviluppare ampiamente questi temi.

Edizione consigliata:

William Butler Yeats, I cigni selvatici a Coole, introduzione e commento di Anthony L. Johnson, traduzione di Ariodante Marianni, testo inglese a fronte, Bur, 2001 [prima edizione, 1989]


Yeats scelse a sua dimora Thoor Ballylee, una torre normanna acquistata intorno al giugno 1917. Gli arredi ordinò che venissero ricavati da un vecchio olmo della tenuta. In un poeta attento alla simbologia esoterica e alchemica la scelta di una casa-torre non passa inosservata. Nei tarocchi la torre squarciata dal fulmine rimanda al crollo delle difese, metaforicamente la distruzione delle fondamenta e delle certezze che riteniamo rassicuranti. Dall’altra parte ciò può avere anche implicazioni positive, tese al rinnovamento. Le costruzioni mentali complesse finiscono per decadere. Rompere i muri mentali se si vuole vedere oltre.



La Sibilla eritrea. Acquaforte di Giuseppe Canale (Roma, 1725 - Dresda, 1802). Collezione privata. Dal catalogo: Tarocchi dal Rinascimento a oggi, Edizioni Lo Scarabeo. In collaborazione col Museo Ettore Fico di Torino. Mostra aperta fino al 14 gennaio 2018.




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