Riconosciuta dall’Unesco “Urbs picta”, Padova, che festeggia anche gli ottocento
anni del proprio ateneo, sta vivendo un momento di grazia, premiata
dall’affetto dei turisti. Le riaperture hanno spinto presenze, iniziative, voglia
di riscoprire le sterminate ricchezze della città. Un abbraccio che questa
Firenze del Veneto si merita alla grande. L’arte a Padova si respira proprio
dappertutto, direi che è uno stato d’animo del luogo, e si sente subito appena
ci si incammina per le strade, ancor prima di aver raggiunto il centro. Dalla sconfinata bellezza delle collezioni civiche alla meraviglia della Cappella degli
Scrovegni, ai segni dell’arte di strada, cosicché un architrave
dipinto o un manifesto con uno strano Giotto nei panni di rapper o rocker,
che sembra seguirci con lo sguardo mentre imbocchiamo una viuzza del ghetto, riconducono
alla medesima immagine del mondo, offrendosi come appartenenze di uno stesso
crocevia culturale. È come se un’unica pulsazione governasse ogni traccia umana
e del tempo, dalle più lontane alle più recenti, come se ogni angolo si
rianimasse in questo gioco di specchi, in questo magnifico rovesciamento dove
vale tutto e tutto trova la sua necessità. Dal memoriale ai caduti di guerra,
che conserva anche i resti dei quasi mille padovani uccisi nei bombardamenti
della seconda guerra mondiale, tempio ad alta densità emotiva, alla dimensione
più lieve e conviviale dell’andare in visita, si attraversano mille sfumature,
in senso cromatico, sì, ma latamente.
Ecco
che in un’imitazione di Klimt sulla saracinesca abbassata di una bottega è pur
vivo un rimando sentimentale ai vetri dipinti riaffiorati dalle necropoli – i
vetri antichi più eccentrici, intatti, “moderni” che mi sia capitato di vedere
– esposti nelle teche degli Eremitani. Sono due universi paralleli, in teoria
lontanissimi fra loro, ma a Padova, no; dialogano, s’intendono a
meraviglia, seducono. Estrosa ed elegante, il suo patrimonio diffuso lascia
senza fiato. Il concetto di arte ovunque è una formula ambiziosa che sta
aprendo a ulteriori vie d’espressione e interessanti commistioni, premiata dal
crescente apprezzamento dei visitatori. E torniamo per un attimo davanti agli
Eremitani dove ci si sente proprio al centro del mondo. All’ingresso del museo
capita di incontrare appassionati d’arte di ogni latitudine; ci si intrattiene
contemporaneamente in italiano, inglese, portoghese, tedesco. Ma che culla
magnifica e che bel gruppo di persone all’accoglienza! Per non dire della pinacoteca,
scrigno nello scrigno, con oltre cinquecento opere può considerarsi fra le più
imponenti della regione: dalle icone veneto-bizantine a Giotto e Tiziano e poi
la sala con gli spettacolari arcangeli appesi, immersi nel buio, che osservano
il visitatore dall’alto. Apparizioni di un altro regno.
Infine,
come non menzionare quello che Marco Goldin, capofila di un bel progetto nel
circuito espositivo padovano, sta producendo al centro culturale Altinate.
Nella mostra che si è chiusa a giugno ha portato i capolavori dalla Fondazione
Oskar Reinhart, pitture incredibili che documentano da scorci poco noti le
metamorfosi dell’idea di paesaggio nell’Ottocento. Né mi è sembrato casuale incrociare
un simile percorso e la personalissima scrittura di Goldin sulle cose d’arte in
un momento in cui io stessa stavo lavorando alla ricerca di un mio linguaggio
fra letteratura e pittura, nel tentativo di gettare un ponte tra queste due sponde
che tante connessioni hanno generato e altrettante ce ne porgono.
Per
l’appunto, il titolo di cui Padova si fregia dallo scorso anno, è la perfetta
sintesi in parole del suo genius loci.
(Di
Claudia Ciardi)
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27 luglio 2022
Urbs picta
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8 aprile 2018
Filippo de Pisis al Museo Ettore Fico di Torino
Fino
al 22 aprile è possibile visitare al Museo Ettore Fico di Torino la mostra
dedicata a Filippo de Pisis. Un intenso percorso artistico che mette in luce il
variegato cammino del pittore ferrarese, una rassegna ben articolata sul piano
delle opere esposte e degli spunti tematici. L’evento conferma l’ottimo livello
delle iniziative culturali messe in campo dal capoluogo del Piemonte, centro
attrattivo fra i più consolidati in Italia per quantità e qualità dell’offerta.
A margine, e neanche tanto, si noti che la collocazione al Mef è un valore
aggiunto, essendo un polo espositivo d’eccellenza, bello e da vivere anche
per la sua semplicità architettonica, in una zona urbana che sta attraversando una
fase di espansione e fermento culturale ulteriore.
De Pisis è artista dalle tante sfaccettature che, partendo dalle esperienze a lui contemporanee di de Chirico, Savinio e dei “metafisici” e allo stesso tempo mostrando fin da giovane la più ampia ed eclettica dedizione allo studio dei grandi maestri del passato – la pittura del Cinquecento e del Seicento veneziano, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo e poi molti dei cosiddetti minori, tali solo per convenzione, gli impressionisti, poi studiati in loco durante il soggiorno parigino – crea un linguaggio proprio, fondante, nodale e subito destinato a tracciare rotte inesplorate nel panorama novecentesco.
La
sospensione delle nature morte, il perenne incerto a cui sono consegnate,
spoglie, ineffabili eppure così compiute, quasi fin troppo credibili nella loro
disarmante compiutezza, e l’irraggiamento di infiniti mondi all’orizzonte,
qualcosa di conturbante che apre a strani eterni, protesi, liquidi, fuggevoli.
Questa dualità stravolta di tempo in decadenza e non tempo, esercita un potere fiabesco
sull’osservatore, che si sente sempre trascinato a una soglia metafisica. Ma la
mostra ci racconta ancor più lo studio attento, perfino esplorativo se
vogliamo, coltivato da de Pisis in diverse direzioni del sapere. Dalla
consuetudine con la poesia, che coltivò in proprio ottenendo per i suoi versi
anche un certo riconoscimento in Francia, e accresciuto dall’amicizia coi
futuristi, con Umberto Saba ed Eugenio Montale, alla musica, alla botanica – fu
paziente compilatore di erbari, disegnatore, cercatore di piante per passione. E
ancora, collezionista d’arte e di codici miniati, interesse quest’ultimo che
gli fece sviluppare tecniche di finissimo decoratore, al punto che i suoi
“ritagli da amanuense” sembrano strappati a manoscritti originali.
Infine,
il suo studio, il microcosmo dove questi tanti universi paralleli entravano in
collisione, cercandosi, contaminandosi. Quello studio ovunque ricreato, angolo
salvifico e osservatorio privilegiato in ogni città vissuta; Ferrara, Bologna, Roma,
Parigi, Milano, il suo centro radiale, la sua conchiglia pulsante si ritrova
intatta ad ogni tappa. L’allestimento torinese consente di toccare con mano
questa intimità del processo creativo di de Pisis, di afferrarne le diverse
dinamiche e anche di entrare in sintonia con l’artista, tanto le stanze
dedicate si aprono allo sguardo come finestre biografiche, non solo complici
del fraseggio critico ma ancor più irradiate dal racconto umano.
(Di
Claudia Ciardi)
Link utili:
*Le prese sono state autorizzate dal
personale della mostra
Natura morta con libri
Paravento delle tre stagioni
Natura morta con candela
Composizione (Pagliaccio)
Erbario
Miniature
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4 febbraio 2017
Guida insolita delle Dolomiti
Guglie del Latemar dal Lago di Carezza
La
guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua
terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del
Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un
insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni,
personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle
testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non
meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore
prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire
a proprio agio i suoi visitatori.
E
proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con
cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi
che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla
realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini
regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista
gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono
sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa
sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il
popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si
coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi
quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito
dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta
testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e
tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi,
spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono
dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di
laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono
di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche
di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara
prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti
della vita in cui capita d’imbattersi, senza che si ripetano. Cenni al
folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il
carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres
da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si
racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non
da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune
particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli
abiti tradizionali dei valligiani.
Dino
se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui
ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori
notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di
montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che
tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son
sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse
coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle
il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente
valere.
Leggere
queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo
me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non
smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo
operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse
per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di
un territorio.
(Di Claudia Ciardi)
Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano
Dino
Dibona,
Guida
insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton
Compton editori, 2000 Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)
Related links:
I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton
Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna
Sosta d'autunno
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6 dicembre 2013
Entartete Kunst
La questione non è banale. A entrare in gioco, infatti, nella definizione formulata dai nazisti per bollare negativamente le opere dell’avanguardia sono sia l’idea di arte che il regime intendeva divulgare sia il processo, a ciò strettamente legato, di elaborazione di una damnatio memoriae che, se osservato più da vicino, si scopre estremamente ambiguo.
Il recente ritrovamento a Monaco, nella casa di un insospettabile, riservato cittadino tedesco, di millecinquecento quadri “dannati” dal nazismo che in molti avevano dato per distrutti, sollecita infatti una riflessione sui confini tra ciò che veniva apertamente disprezzato all’epoca della dittatura e quel che invece era considerato rappresentativo di una autenticità culturale tedesca oggetto di infaticabile propaganda. Ed è proprio qui che si cela, senza neanche troppi espedienti, quanto indubbiamente apparirà come una contraddizione ma che, se si parte dal presupposto che il regime nazista non poteva che essere per sua stessa natura un coacervo di incoerenze, non ci sembrerà cosa poi tanto difficile da digerire. Del resto, molti (più o meno tutti) gli aspetti che una dittatura sostiene di rigettare, a difesa della propria integrità morale e di un codice d’onore che viene offerto come unica soluzione possibile ai mali e alle corruttele dei propri avversari politici, sono già dentro alla sua messianica alternativa, prima ancora che abbia ricevuto la definitiva consacrazione. L’abuso di potere e il grado di immoralità che caratterizzarono l’operato dei gerarchi fin dalla prima ora della loro investitura, è cosa più che mai nota. Eppure il consenso si reggeva interamente proprio sull’annuncio di una differenza etica e sostanziale con i rivali.
La vicenda di Hildebrand Gurlitt, padre di Cornelius, l’uomo fermato una sera di settembre del 2010 alla frontiera Svizzera dalla polizia che, dopo averlo pescato senza documenti di identità, ha disposto un mandato di perquisizione nel suo appartamento monacense, luogo del ritrovamento delle opere d’arte ‘disperse’, è secondo me emblematica dei numerosi e complessi intrecci che hanno unito elementi di spicco del partito nazionalsocialista a figure poco note, se non del tutto ignote, faccendieri annidati nelle numerose zone d’ombra del potere, cui finora si è data scarsissima rilevanza. Gurlitt padre, per metà ebreo, venne selezionato dagli uomini del regime per le sue competenze in ambito artistico. A lui fu assegnato il compito di incettare le opere ritenute degeneri e, come è facilmente immaginabile, il suo lavoro si rivelò essenziale per l’allestimento della famosa mostra «Entartete Kunst», campionario avanguardista esibito a Monaco nel 1937, con l’intento dichiarato di metterlo in ridicolo.
Hitler aveva una vera e propria ossessione per l’arte, un rapporto di amore-odio che risale agli anni in cui frequentava senza successo l’accademia di Vienna. Questa compulsione alla ricerca dell’oggetto d’arte lo accompagnò per tutta la vita e fu al centro di clamorose sparizioni durante la dittatura. Diversi capolavori dati per distrutti, tra cui la Danae di Tiziano e il Polittico dell’agnello mistico di van Eyck, sono stati ritrovati in miniere e tunnel di montagna. Mancano tuttora all’appello, tra gli altri, quattordici lavori di Gustav Klimt e Il pittore per la sua strada al lavoro di van Gogh. Si potrebbe ipotizzare che questi quadri siano stati venduti, finiti nelle mani di qualche collezionista che, magari già da tempo sulle tracce della refurtiva, ha atteso gli anni confusi della guerra per combinare qualche affare. Alcuni degli stessi dipinti della «Entartete Kunst» sono stati venduti all’estero, mentre si pensava che fossero stati distrutti, grazie anche alla versione fornita da Gurlitt, il quale a più riprese non aveva mancato di dire che l’intera collezione era andata perduta nel bombardamento di Dresda.
Mentre gli alleati si preoccupavano di recuperare le grandi opere ‘classiche’, pochi pensarono alle sorti degli eccentrici frutti delle avanguardie europee, dando per scontato che il regime se ne fosse sbarazzato da tempo. Il rinvenimento in casa dei Gurlitt testimonia invece che i nazisti quantomeno avevano interesse a conservare i loro ‘figli’ degenerati, se non altro perché avrebbero potuto scambiarli con moneta sonante. Un investimento che andava preservato con cura e che necessitava di uno zelante custode.
Ma c’è di più. Al di là delle convenienze materiali che hanno messo al riparo una parte cospicua delle opere d’arte censurate, vi è indubbiamente una inconfessata fascinazione subita dagli uomini del regime, che senz’altro non potevano restare indifferenti di fronte alle somiglianze tra certe forme espressioniste e l’incubo nazionalsocialista, conservatore e rassicurante solo nei proclami ma modernamente affilato e terribilmente lugubre.
Altro tabù che si infrange, con buona pace di chi ama incasellare i fatti storici nell’ambiente asettico delle rappresentazioni ideologiche. Monaco di Baviera, nel progetto hitleriano, doveva essere la capitale dell’arte. Per questo il Führer vi fece erigere la Casa dell’arte tedesca. Questo posto avrebbe dovuto raccogliere i capolavori depositari del vero spirito tedesco. Nota, la mostra degenerata si tiene nel 1937. La Casa dell’arte è inaugurata l’anno successivo. Le due arti sembrano viaggiare a braccetto e osservarsi quasi in un gioco di specchi. Qualcuno, in questa strana e tormentata gara di mimesi, si è spinto anche oltre, sostenendo che la mostra del ’37 è una delle migliori che siano state dedicate all’avanguardia. E non vi è ragione di scaldarsi a provare il contrario. L’avanguardia intendeva rompere con una maniera di rappresentare e recepire l’arte, voleva destabilizzare, distruggere il concetto di arte dalle fondamenta, per rendere la creatività una cosa nuovamente viva, un tutto magmatico che potesse essere riplasmato. Perseguiva queste idee con ogni mezzo e per questo suscitò reazioni e sentimenti contrastanti: sberleffo, ironia, acredine, aggressività. La vicenda di Klimt, oggetto di violente polemiche nel corso della realizzazione dei pannelli decorativi per l’Aula magna dell’Università di Vienna, è esemplare. L’allestimento nazista del ’37 nel suo mood provocatorio e violento finisce paradossalmente per essere una scena quasi ideale e celebrativa della rottura che le avanguardie andavano significando.
Infine, la stessa Casa dell’arte a oggi risulta tutt’altro che antiquata e superata. Questo imponente tempio neoclassico, progettato da Paul Ludwig Troost, trasuda tutte le moderne, intimidatorie ambizioni della dittatura. Anche qui, del tradizionale ottocentesco idillio tedesco, sfumato di bucolico romanticismo, proprio non vi è traccia.
Insomma, volendo superare i tanti luoghi comuni sul rapporto arte-nazismo si avrebbe la possibilità di leggere più a fondo nei vizi del regime e analizzarne la psicologia in maniera più obiettiva. Oltre, sul piano pratico, ad aprire delle piste che potrebbero portarci a rinvenire altri capolavori scomparsi.
Ma forse si ha paura, per l’appunto, di riconoscere nello spietato specchio della storia più di un paio di riflessi che ci avvicinano oltre il limite di sicurezza alla barbarie, verso cui purtroppo non si riesce ancora a guardare con la dovuta onestà intellettuale, cosa che ci renderebbe anche meno vulnerabili di fronte al riproporsi di certe rischiose similitudini e assonanze nelle nostre società.
(Di Claudia Ciardi)
«arte degenerata» espressione con cui in Germania venne bollata l’arte moderna, condannata dalla propaganda nazionalsocialista. La condanna teorica, in nome della difesa della classicità, dell’ordine e dei valori della razza, fu accompagnata da una violenta campagna denigratoria e da misure vessatorie, che si inasprirono dopo la conquista del potere da parte di Hitler. In questo clima il Bauhaus, già obbligato a trasferirsi da Weimar a Dessau e da qui a Berlino, fu definitivamente soppresso nel 1933. Gli artisti non graditi al regime furono allontanati da incarichi pubblici, perseguitati, costretti all’esilio. Della lista dei «degenerati» facevano parte O. Dix, G. Grosz, K. Kollwitz, e altri compromessi con organizzazioni di sinistra; E. Barlach, M. Beckmann, E.L. Kirchner, A. Macke, F. Marc, E. Nolde, M. Pechstein; gli architetti W. Gropius, L. Hilberseimer, E. Mendelsohn, L. Mies van der Rohe e molti altri. Per ordine di Goebbels le loro opere furono ritirate dai musei, insieme con quelle di P. Cézanne, P. Gauguin, H. Matisse, G. Braque, P. Picasso, V. van Gogh, J. Ensor, E. Munch, P. Klee, V. Kandinskij, O. Kokoschka, L. Feininger, A. Archipenko e altri stranieri. Esposte in una mostra esemplare di Entartete Kunst a Monaco (1937), parte di quelle opere furono vendute in una pubblica asta a Lucerna.
******
Die Ausstellung «Entartete Kunst» wurde am 19. Juli 1937 in München eröffnet und zeigte 650 konfiszierte Kunstwerke aus 32 deutschen Museen. Bis April 1941 wanderte sie in zwölf weitere Städte. Sie zog über 3 Millionen Besucher an. Die Ausstellung wurde von Joseph Goebbels initiiert und von Adolf Ziegler (1892-1959), dem Präsidenten der Reichskammer der bildenden Künste, geleitet. Gleichzeitig setzte mit der Beschlagnahme von insgesamt rund 16.000 modernen Kunstwerken, die zum Teil ins Ausland verkauft oder zerstört wurden, die "Säuberung" der deutschen Kunstsammlungen ein. Berufsverbote für Künstler und Museumsleute, die moderne Kunst angekauft hatten, oder Hochschullehrer gab es bereits unmittelbar nach der Machtübernahme der Nationalsozialisten seit 1933.
Als "Entartete Kunst" galten im NS-Regime alle Kunstwerke und kulturellen Strömungen, die mit dem Kunstverständnis und dem Schönheitsideal der Nationalsozialisten nicht in Einklang zu bringen waren: Expressionismus, Impressionismus, Dadaismus, Neue Sachlichkeit, Surrealismus, Kubismus oder Fauvismus. Als "entartet" galten u.a. die Werke von George Grosz, Ernst Ludwig Kirchner, Max Ernst, Karl Schmidt-Rottluff, Max Pechstein, Paul Klee, Otto Griebel oder Ernst Barlach. In der Ausstellung "Entartete Kunst" wurden ihre Exponate mit Zeichnungen von geistig Behinderten gleichgesetzt und mit Photos verkrüppelter Menschen kombiniert, die bei den Besuchern Abscheu und Beklemmungen erregen sollten. So sollte der Kunstbegriff der avantgardistischen Moderne ad absurdum geführt und moderne Kunst als "entartet" und als Verfallserscheinung verstanden werden. Diese Präsentation "kranker", "jüdisch-bolschewistischer" Kunst diente auch zur Legitimierung der Verfolgung "rassisch Minderwertiger" und politischer Gegner. Parallel zur "Entarteten Kunst" zeigten die Nationalsozialisten in der "Großen Deutschen Kunstausstellung" im Münchner "Haus der Deutschen Kunst", was man unter "deutscher" Kunst zu verstehen habe.
Der Vernichtungsangriff auf die Moderne und ihre Protagonisten betraf alle Sparten der Kultur wie Literatur, Film, Theater, Architektur oder Musik. Moderne Musik wie der Swing oder der "Nigger-Jazz" wurden auf der am 24. Mai 1938 eröffneten Ausstellung "Entartete Musik" ebenso rücksichtslos diffamiert wie der "Musikbolschewismus" von international bekannten Komponisten wie Hanns Eisler, Paul Hindemith oder Arnold Schönberg.
Source:
dmh.de/lemo
Deutsches Historisches Museum (Berlin)
Alfred Kubin, untitled
«Entartete Musik»
Broschüre zur Ausstellung
Hans Severus Ziegler
Völkischer Verlag, 1939
Moderne Musik wie der Swing oder der "Nigger-Jazz" wurden auf der am 24. Mai 1938 eröffneten Ausstellung "Entartete Musik" ebenso rücksichtslos diffamiert wie der "Musikbolschewismus" von international bekannten Komponisten wie Arnold Schönberg, Hanns Eisler oder Paul Hindemith.
Link: Entartete Musik - Musica degenerata
Links:
ENTARTETE KUNST IN MÜNCHEN - Das NS-Enteignungsgesetz gilt noch immer
von Nikolaus Bernau, «Berliner Zeitung», 6. November 2013
Anita Kühnel - From Grove Art Online/ Moma collection
Il tesoro degenerato, Jonathan Jones, «The Guardian» tradotto su «Internazionale» 1026, pp. 74-75
Degenerate Art, notes and a supplement to the film
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1938,
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Cornelius Gurlitt,
damnatio memoriae,
Dresda,
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Gustav Klimt,
Monaco,
polemiche su Klimt,
Tiziano,
Univeristà di Vienna,
Vincent van Eyck
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