Visualizzazione post con etichetta scultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scultura. Mostra tutti i post

6 maggio 2019

Il piegar de’ panni s’immerge nella luce


Per i cinquecento anni di Leonardo non poteva mancare una grande mostra a Firenze su quello che senza sbaglio può essere definito il più importante carismatico ispiratore non solo del genio vinciano ma di quasi tre generazioni di artisti che si alternarono nella sua bottega, seguendo poi ciascuno la traccia del proprio talento e spargendone l’eredità in buona parte dell’Italia centro meridionale, tra Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo.
La personalità di Andrea del Verrocchio sbocciò in quella tumultuosa stagione dell’artigianato fiorentino che da decenni vedeva la perizia dei suoi interpreti sfidare limiti e convenzioni, in una compresenza di stili dove gotico e rinascimento disseminano sguardi chiaroscurali, alleanze alchemiche, insospettabili sincretismi. Stili speculari e allo stesso tempo concentrici, trama e ordito su cui s’innescano collisioni, zone d’ombra elevate a fulgide levità, ipotesi di squarci visionari. Avviato neanche ventenne all’arte orafa, nella quale si distinse subito per la precisione tecnica e la finezza del cesello, lo scrupolo e il virtuosismo messi a punto nei lavori di toreutica non lo abbandonarono mai, dalla scultura alla pittura. Il tratto limpido e delicato che disegna vesti e ornamenti tanto da infondere alla materia un senso di leggerezza inedito, la complessità che si contiene interamente nell’armonia delle forme evocate, nella minuzia di lievissimi dettagli, ne fanno un vero e proprio iniziatore, presto svincolato dai due più influenti maestri di allora, Donatello e Domenico da Settignano. Un capostipite d’impronta fiamminga a Firenze, l’unico a tener testa alla scuola nordica opponendo una maniera volta a quel mondo ma anche assolutamente innovativa e peculiare. 

Non sorprende che un’intera sezione della rassegna sia dedicata a quel “piegar de’ panni”, esercizio plastico in grado di dar vita a potenti assoli, come mostrato dai disegni del Verrocchio e di Leonardo, e del quale fu caposcuola Fra Filippo Lippi, il primo a studiare gli effetti della luce su brani isolati di panneggio. In ciò ispirati dal De pictura di Leon Battista Alberti che invitava all’attenta osservazione delle statue per comprendere i cambi di luce. 

Dopo un veloce apprendistato presso gli orafi fiorentini, dunque, Andrea del Verrocchio iniziò a imporsi all’attenzione della propria città ma, in via altrettanto folgorante, pure fuori del suo territorio. Entrato nell’orbita delle committenze medicee, il che implicava un legame diretto coi cantieri dell’Opera del Duomo, la sua fama crebbe rapidamente, consentendogli l’apertura di una bottega in proprio nella quale molti giovani artisti scoprirono e affinarono le loro doti. A entrare nella sua cerchia, oltre al già menzionato Leonardo, e solo per citare i nomi più eclatanti, troviamo il Perugino, Domenico Ghirlandaio, forse perfino Sandro Botticelli, che se non fu veramente suo allievo, ne subì di sicuro l’influsso mentre stava emancipandosi dall’insegnamento di Filippo Lippi.
Questo molto ci dice sulla qualità della mostra allestita a Palazzo Strozzi, uno scrigno delle meraviglie in cui trova spazio quell’arcipelago prodigioso e immensamente sfaccettato che è l’arte italiana quattrocentesca. Sono qui raccolte oltre cento opere che diedero sostanza spirituale al corpo dell’umanesimo. Da qui è passata la storia politica delle signorie e del papato, in queste tele, ceramiche, terrecotte, nei bozzetti, nei busti sono racchiuse le aspirazioni di un’epoca. Intelligenze raffinate, genialità, estro, capacità di unire i talenti per imprese collettive che rasentano l’incredulità, come nel prodigio dell’altare d’argento, nato dalle energie creative, oltre che di Verrocchio stesso, di progettisti del calibro di Ghiberti e Pollaiolo. 
Andrea del Verrocchio fu artista versatile, il cui merito è stato sminuito talvolta da certa critica troppo incentrata sui suoi allievi in quanto esecutori materiali dei suoi stessi progetti. Peraltro tale aspetto, quando appurato, nulla toglie alle sue qualità di fondatore e ispiratore, anzi a buon diritto le conferma. Indicativi gli incarichi ricevuti fuori da Firenze che lo portarono in alcuni dei centri più vitali e ambiti per gli artisti del tempo, a Pistoia, addirittura nelle vesti di “frescante”, a Roma e Venezia. La ricchissima esposizione aperta al pubblico fino a luglio è dunque un appuntamento cruciale per approfondire i tanti scambi e influssi sollecitati da uomini aperti e curiosi, propensi in ogni fase della loro vita a valorizzare le possibilità dell’ingegno, uomini che indiscutibilmente contribuirono alla grandezza di un’epoca.


(Di Claudia Ciardi)














* Catalogo: Verrocchio, il maestro di Leonardo, Marsilio, 2019

4 febbraio 2017

Guida insolita delle Dolomiti


Guglie del Latemar dal Lago di Carezza

La guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni, personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire a proprio agio i suoi visitatori.
E proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi, spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti della vita in cui capita dimbattersi, senza che si ripetano. Cenni al folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli abiti tradizionali dei valligiani.        
Dino se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente valere.
Leggere queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di un territorio.   

(Di Claudia Ciardi)

   Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano


Dino Dibona,
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton Compton editori, 2000  


Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)


Related links:

I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton

Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna

Sosta d'autunno


Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...