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14 maggio 2017

Ernst Friedrich - Guerra alla guerra



Anarchico, pacifista, Ernst Friedrich fece della denuncia degli orrori scaturiti dalla prima guerra mondiale una ragione di vita. La sua pubblicazione, Guerra alla guerra, è una raccolta fotografica che tutt’oggi costituisce un unicum nel suo genere per la quantità dei materiali e il significato che questi numerosi scatti dai campi di battaglia assumono negli accostamenti voluti da Friedrich. Suo intento smascherare l’ipocrisia borghese, la sistematica menzogna, la violenza militarista di cui erano intrise le società europee di fine Ottocento. Tali aspetti non potevano che deflagrare in uno scontro immane destinato a cambiare il vecchio continente almeno su tre livelli: quello etnico, perché le popolazioni soffrirono perdite elevatissime e ripetuti sradicamenti dai territori dorigine, quello politico con il crollo degli imperi, e in conseguenza quello geografico, perché le nazioni videro mutare le loro frontiere. 
Nato a Wroclaw (Polonia) nel 1894 in una famiglia della piccola borghesia, Friedrich fin da giovane frequentò i movimenti operai. Poco prima della guerra riuscì a coronare il sogno di fare l’attore, recitando in diversi ruoli importanti al regio teatro prussiano di Potsdam. All’indomani dello scoppio del conflitto, essendosi rifiutato di andare al fronte, venne internato fino al 1918, quindi liberato dai rivoluzionari spartachisti alla cui causa decise di unirsi. Naufragato anche questo progetto, con lassassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, riparò a Berlino, dove si occupò di organizzare i gruppi pacifisti chiamati “Freie Jugend”. Proprio in uno di questi raduni Friedrich inaugurò la prima “Mostra d’arte dei lavoratori”, esposizione fortemente connotata dall’impegno sociale e il rispetto dei diritti dei ceti più poveri, in cui trovarono spazio opere di Käthe Kollwitz, Georg Grosz, Otto Dix e Marc Chagall.

Nel 1921 diede alle stampe l’opera Asilo proletario, manuale di cultura pacifista adottato dalle scuole del tempo nella speranza che formando le nuove generazioni al rifiuto della violenza bellica si sarebbero potute evitare altre tragedie. La storia andò diversamente. A neppure vent’anni di distanza il grande inganno fu di nuovo venduto ai popoli d’Europa che vi caddero dentro quasi senza alcuna presa di coscienza del recente passato.
Al ’24 risale il lavoro più importante di Friedrich, Guerra alla guerra, diventato in breve tempo un bestseller, tanto che l’anno successivo l’autore, prendendo spunto dalle serie fotografiche qui riprodotte, decise di creare un museo a tema proprio nel centro di Berlino, luogo in cui i disagi derivanti dal conflitto continuavano a farsi sentire in maniera ancor più grave che nel resto della Germania. Si pensi al problema rappresentato dai reduci, dagli invalidi, dalle vedove di guerra: se si considera l’impatto sulla società di queste migliaia di drammi ci facciamo un’idea del disastro che si andava consumando. Il celebre romanzo di Joseph Roth, La ribellione, è interamente incentrato sul trauma psicologico che affligge un reduce invalido il quale, tornando in patria, crede di essere portato in trionfo, mentre la realtà gli presenta un conto molto amaro: uno dei capolavori assoluti scaturiti dal primo dopoguerra. Quello che tende a sfuggirci fin troppo spesso è che una guerra non finisce mai nel momento in cui cessano le ostilità. Un paese che ha sopportato sul suo territorio una simile tragedia impiegherà decenni per riprendersi, per curare le ferite derivate dal suo impoverimento materiale e umano; è come un muro a cui vengono scalzate le fondamenta. Occorrerà un paziente lavoro di recupero, e se i danni sono irreparabili andrà ricostruito.
Come è ben immaginabile l’Internationales Anti-Kriegs-Museum fu soppresso dai nazisti e i suoi locali trasformati in luogo di tortura per prigionieri politici. Fuggito dalla Germania, Friedrich proseguì la sua attività in Belgio, riparando poi a Parigi nel secondo dopoguerra, dove si occupò attivamente della riconciliazione franco-tedesca.
Oggi, grazie all’impegno del nipote, il suo museo rivive a Berlino in Brusseler-Str. 21.

Mi sono imbattuta nell’opera di Ernst Friedrich durante la mia permanenza a Moena, visitando il polo Navalge, dov’erano presenti alcune riproduzioni di Guerra alla guerra. Si tratta di un allestimento ben curato che permette di avvicinare al meglio il lavoro di questo fotografo tedesco (visitabile fino a ottobre 2017).
Nel 1972 John Berger in un celebre saggio sulle fotografie di guerra, in Italia raccolto nel volume Contro i nuovi tiranni (Neri Pozza), s’interrogava sullo scopo di tali documenti e su come mai, nelle tragiche fasi del conflitto vietnamita, non avessero un impatto più dirompente nell’opinione pubblica. Secondo Berger foto di questo tipo, pubblicate sui maggiori quotidiani dell’epoca, avrebbero dovuto innescare un immediato moto collettivo di protesta, molto più ampio e trasversale di quello che si vide in seguito. Ecco cosa dice al riguardo: «Da circa un anno è diventato un fatto normale, per certi giornali a grande diffusione, pubblicare fotografie di guerra che qualche tempo fa sarebbero state censurate, perché ritenute troppo scioccanti. […] I giornali oggi pubblicano foto di guerra cariche di violenza perché il loro effetto, salvo rari casi, non è quello che una volta ci si aspettava. […] La macchina fotografica che isola un momento di agonia lo fa con la stessa violenza con cui l’esperienza di quel momento isola se stessa. La parola “scatto” usata per armi e macchine fotografiche, rispecchiava una corrispondenza che non si limita al semplice aspetto meccanico».
Perché, dunque, la reazione dei lettori non è quella aspettata? Perché il senso di rifiuto per quella violenza cieca non dura che qualche breve momento nella nostra giornata? Si potrebbe dire lo stesso, forse, degli orrori nei Balcani o più di recente per la guerra in Ucraina (irresponsabilmente fomentata da una parte della dirigenza occidentale e poi occultata) o per la Siria. Secondo Berger ciò si deve al fatto che il documento fotografico così divulgato punta il dito troppo genericamente sulle vere cause che stanno dietro al conflitto denunciato attraverso l’immagine. Tanto più che molti dei giornali che pubblicano simili materiali hanno avuto e hanno interessi in comune con quelle medesime dirigenze che preparano la guerra.
Ci sfuggono quindi le ragioni politiche, le convenienze più o meno nascoste, i coinvolgimenti del potere a vario livello, e così la denuncia si smorza e perde d’efficacia. Un tema su cui vale senz’altro la pena continuare a riflettere. Se si sfoglia il testo di Friedrich, la denuncia ha un preciso valore politico. Si dice Guglielmo II, le élites capitaliste, perfino la chiesa che manda i propri officianti a benedire i soldati e tradisce il vangelo che predica pace (ma non mancano scatti di preti impiccati perché appunto non hanno tradito e si sono tirati fuori dalla violenza); in quest’opera si mostra al popolo che viene mandato al fronte l’assoluto disprezzo dei capi che ne sfruttano il sacrificio  le immagini degli ufficiali in alta uniforme che sorseggiano tranquilli e beati il loro tè in veranda è emblematica.   
Qui la denuncia ha nomi e volti, e sebbene nei fatti Friedrich non sia riuscito a smuovere le coscienze per evitare il ripetersi della carneficina – ma come avrebbe potuto un uomo solo nella Germania di allora? – la sua è stata un’azione assai più efficace e intellettualmente più onesta e coerente di altre.


(Di Claudia Ciardi) 


    
    I facili e per certi versi isterici entusiasmi dell'agosto 1914



Papà in posa eroica per una rivista



Papà ritrovato due giorni dopo



Guglielmo II al fronte - la passerella in legno apparentemente serve per proteggersi dal fango, in realtà è per non affondare gli stivali nel sangue che impregna il terreno




Fosse comuni



Fosse comuni



Impiccagioni per tradimento
*Così si legge nella nota di Ernst Friedrich: «Durante la Grande Guerra nell'esercito austriaco migliaia di uomini sono stati condannati all'impiccagione. Nel solo esercito del granduca Ferdinando sono state erette 11.400 forche (sarebbero 36.000 secondo un'altra statistica)» 



Ernst Friedrich arringa la folla sulla Siegesallee di Berlino, incitando i soldati a ribellarsi



Edizione di riferimento:

Ernst Friedrich, Guerra alla guerra, 1914-1918: scene di orrore quotidiano, prefazione di Gino Strada, Einaudi, 2004  



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4 febbraio 2017

Guida insolita delle Dolomiti


Guglie del Latemar dal Lago di Carezza

La guida delle Dolomiti a cura di Dino Dibona, ampezzano innamorato della sua terra oltre che attivista per la tutela dell’ambiente montano, è una lettura a cui non può rinunciare chi voglia avvicinarsi alla geografia e alla cultura del Trentino. Il volume dedica diversi capitoli ai singoli ecosistemi di valle, un insieme di monografie che passano in rassegna luoghi, usi, tradizioni, personaggi illustri, leggende. Le parti dedicate ai racconti e alle testimonianze letterarie ladine proiettano il libro in una dimensione non meramente didascalica ma confidenziale, un tono narrativo che rende l’autore prossimo a chi legge, quasi fosse un ospite gentile preoccupato di far sentire a proprio agio i suoi visitatori.
E proprio nelle descrizioni di antichi rimedi a base di erbe o nella passione con cui ci introduce all’opera di trentini illustri, pittori, scultori, studiosi che si sono fatti conoscere per il loro talento, spesso dedicandosi alla realizzazione e compilazione di opere importanti note ben al di là dei confini regionali, emerge il carattere di questo scrittore, ecologista e alpinista gentile, che tanto impegno ha profuso nella stesura dei suoi lavori.
Scorrono sotto i nostri occhi le avventure dei primi uomini che migliaia di anni fa sfidarono le cime assediate dall’ultima glaciazione, la vicenda dei Reti, il popolo stanziale discendente dai Celti, i cui resti linguistici si coglierebbero ancora seppur lontanamente nel ladino, la conquista romana, e poi quella longobarda, con il graduale inserimento del cristianesimo a discapito dei culti pagani. Di tali rovesci i racconti contadini sono un’acuta testimonianza, dal momento che spesso vi si narrano gli amori impossibili e tragici di uomini che incontrano salvarie e anguane, creature dei boschi, spiriti magici temuti o disprezzati dalle comunità.
Prendono dunque forma in queste pagine i profili ora bonari ora paurosi di dracones alpini appostati sulle rive di laghi o nel profondo di grotte segrete, che per passare inosservati si muovono di notte “lasciando una scia luminosa, accompagnati da tuoni e forti raffiche di vento”. Storie toccanti come quella della ciasarina de Cuca, leggenda della Val Gardena su una malgara prigioniera di una baita stregata, che molto ci dice riguardo certi incanti della vita in cui capita dimbattersi, senza che si ripetano. Cenni al folclore locale, rappresentato da feste e ricorrenze, come ad esempio il carnevale di Canazei con il celebre corteo delle faceres da bel e le faceres da strions. E poi ancora descrizioni di fiori, alberi, animali dei quali si racconta l’aspetto e il carattere, al pari di personaggi in carne e ossa. Dettaglio non da poco, il testo è corredato da numerose incisioni ottocentesche, alcune particolarmente suggestive, dedicate ai principali gruppi delle Dolomiti o agli abiti tradizionali dei valligiani.        
Dino se n’è andato, dopo una breve malattia, alla fine del 2014. Una perdita di cui ho saputo per caso, dopo aver letto questo suo libro, mentre cercavo ulteriori notizie su di lui. È stato così che ho trovato un ricordo del Gruppo italiano scrittori di montagna, dove peraltro si lamentava una mancanza d’attenzione per l’uomo che tanto si è speso nel divulgare i saperi e le consuetudini del vivere in quota. E questo, son sincera, mi è dispiaciuto perché in primo luogo una persona bisognerebbe fosse coccolata e apprezzata fra i suoi, i quali dovrebbero anche occuparsi di renderle il giusto merito se, come nel caso di Dibona, si è fatta particolarmente valere.
Leggere queste pagine e parlarne è il mio personale omaggio a una figura di cui secondo me la nostra società soffre una discreta carenza. Un intellettuale che non smarrisce il legame con la natura ma lo innalza semmai a cardine del suo operare, traendovi interamente le ragioni della proprio impegno e le risorse per una creatività genuina, in quanto radicata nella storia e nel quotidiano di un territorio.   

(Di Claudia Ciardi)

   Disegno di un’anguana attribuito a Tiziano


Dino Dibona,
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti,
Newton Compton editori, 2000  


Scorcio del Latemar da Moena (mio scatto)


Related links:

I libri di Dino Dibona pubblicati da Newton Compton

Il ricordo del Gruppo Italiano degli scrittori di montagna

Sosta d'autunno


30 dicembre 2016

Dal taccuino giapponese


Circa dal gennaio 2014 ho iniziato a disegnare montagne. Per la maggioranza schizzi ma pure rese più elaborate che talora sviluppano l’idea tracciata in velocità su carta durante alcune escursioni. Luoghi non solo attraversati fisicamente ma soprattutto dialoganti con la mia sensibilità, nei quali si è sedimentata larga parte del mio immaginario.
Questa galleria di disegni rientra in una raccolta abbastanza recente, detta il “taccuino giapponese” per le sue suggestioni orientali, cui del resto il tema della montagna si mostra particolarmente incline. È un progetto tuttora in fase di realizzazione.


(Di Claudia Ciardi)



Le Alpi Apuane innevate da Boccadarno - uno studio preparatorio, 6 aprile 2015




Le Alpi Apuane da Boccadarno, 6 aprile 2015




Le Alpi Apuane innevate dal Guadolongo - uno studio preparatorio, 4 marzo 2016




Le Alpi Apuane innevate dal Guadolongo - uno schizzo, 4 marzo 2016




Il Monte Pisanino (Apuane) innevato dal Guadolongo, 4 marzo 2016




Le Alpi Apuane innevate dal Guadolongo, 4 marzo 2016




Il Monte di Caprona e Monti Pisani sullo sfondo - uno studio preparatorio, 16 aprile 2016




Le Dolomiti da Moena con il caratteristico "aquilone" all'estremità del gruppo - uno studio preparatorio (il motto in ladino è dipinto sulla facciata di una delle case del borgo), 24 settembre 2016


26 ottobre 2016

Due antologie poetiche


È stato un periodo di ricerche piuttosto intense, utili a concludere lavori che mi auguro vengano alla luce a breve. Si tratta di ricognizioni condotte per lo più nella prima parte dell’anno e ora attendono solo di essere divulgate. In parallelo diverse idee di scrittura hanno trovato la loro strada, nuovi spunti che in un paio d’occasioni sono stati anche presentati e pubblicati nell’ambito di premi ed eventi letterari. Di seguito gli estremi delle due antologie che a Mantova e in Trentino, luoghi molto cari e che meglio non potevano incarnare il mio percorso poetico, hanno dato ospitalità ai miei scritti.
A chi mi disse anni fa che nella vita “non si può fare solo quello che piace” (sic insegnante, donna, con una preoccupante visione reazionaria) replico oggi con la massima convinzione che lo studio è un piacere sommo – su tale argomento è intervenuta in termini molto appropriati qualche tempo fa la professoressa Eva Cantarella che ne ha tutta l’autorità, certamente assai più della persona con cui per mia sventura colloquiai, credendo di trovarvi una sponda ai miei interessi.
Lo studio dovrebbe essere un diritto e non un privilegio feudale. Se qualcuno crede di praticare l’insegnamento partendo da una premessa culturale così esclusivista, sarebbe opportuno cambiasse mestiere per non recare danno al prossimo. Senza risolvere questa colossale diseguaglianza tra chi ha accesso al sapere e chi ne viene sistematicamente escluso, la crisi continuerà a gravare sulle nostre spalle e in generale nella storia umana, guastata da un simile stato di cose anche ipotizzando le migliori condizioni.
A quanti insistono a divulgare l’astratta distinzione tra l’essere studiosi o poeti dico che farebbero meglio per primi a dedicarsi allo studio anziché arrogarsi una capacità creativa che in loro non può operare in alcun modo, viziata com’è da tanta ingenua ignoranza. È da deprecare l’artista che sentenzia contro i vizi borghesi ma di quella stessa borghesia insegue ogni sussulto. Costui è solo un borghese mancato, che non avendo saputo realizzarsi in quella dignità sociale finge di ribellarsi senza possedere lo scatto e i contenuti che gli permettano di essere altro.


(Di Claudia Ciardi)

  
Con lungimiranza e passione Dario Bellini, responsabile di Gilgamesh Edizioni, pubblica l’antologia dei poeti premiati e segnalati al concorso “Terra di Virgilio”, nell’ambito delle iniziative tenute a Mantova, capitale italiana della cultura 2016.

Gilgamesh Edizioni, Mantova, maggio 2016
ISBN 978-88-6867-152-5
Euro 10,00 (8,50 su ibs)








L’ antologia delle opere finaliste di
Il Carro delle Muse 2016, premio letterario internazionale al femminile.
La Greco&Greco Editori raccoglie in volume le voci di tutte le donne che hanno contribuito con le loro opere a rendere unica la serata del Teatro Navalge (Moena, 24 settembre 2016). Un ringraziamento speciale anche alla straordinaria madrina dell’evento Mary de Rachewiltz.
ISBN  978-88-7980-752-4
Euro 14,00

6 ottobre 2016

Sosta d'autunno



La casa di uno scultore del legno a Moena


Per questi trentacinque anni, dedicato a tutti i miei lettori.


Di equivoci nella vita ne capitano molti, errori se ne fanno anche di più. Ma soste poche. Quelle rare tregue in cui il mondo ci dice qualcosa di sé sono sempre troppo rapide e stentate. E quando vengono non le riconosciamo, tanto siamo abituati a non dar peso a quel che ci passa per le mani senza avvertimento, chiedendo in cambio solo qualche attimo di abbandono, un gesto di riconciliazione al quale non badiamo quasi mai. Dipende da noi. Non aspettarsi nulla è forse meglio.
Ultimamente quando passeggio mi succede di fissare lo sguardo a una lanterna, un’opaca corolla che veglia il piano nobile di una villa tutta dipinta di bianco. Se ne sta timida e quasi corrucciata nell’attesa che l’ultimo sole di novembre le cada sul viso; e in quell’istante che precede la sera può finalmente sbocciare. L’autunno culla le cose come un’altalena, a ogni slancio le vesti si gonfiano sopra i ricordi, i sandali adescano l’infanzia. Nel giro di poche ore si annida un trapasso che è uno scolorarsi di tinte umorali di anni, dove la memoria si fa strada in ritardo. Il bambino è preso al capestro come una farfalla nella rete, la luce spalanca il cancello del giardino, un ditale stregato filtra dai muri di confine nel cartoccio delle ombre. E la lanterna aspetta di sapere, incerta se affidarsi all’ultimo caldo che il sole le offre o alle nubi dove la burrasca ha radunato le sue messaggere. Naviga nei rosoni orientali del cielo, con la fronte corrugata dietro scalmi di vetro e si lascia abbindolare. Tra poco verrà il buio, il lampo investirà le rotte dei navigli. Un viandante potrebbe portarla con sé, appesa al suo mantello e a una chitarra scortecciata, mentre in una piazza qualcuno si soffermerà su quelle risvolte lise. Però lei forse non vuole. Somiglia a certe donne che dentro al mondo ci si sono solo immaginate, e non si sa se cambieranno idea. 
Davanti al morire del giorno, gli orti sperano ancora che un inizio estate faccia di nuovo capolino. Resta fedele alla sua parete la lanterna, eppure si sente trascinata. Perde il controllo, ora si atteggia a meridiana confusa. Forse si strugge per un porto conosciuto dai versi di un poeta. Orme sulla prima neve, così pare recitasse una canzone, morbide chiazze nel mare della notte sui moli desolati di una città spazzata dal vento. Ballate di marinai, cartoline d’innamorati che mai più si vedranno. L’ago del sole cadente cuce gli orli alle gonne, lunghissime sono ora le ombre, vulnerabili e lente come una fine. Siedono gli amanti nei parchi, ogni cosa è fuoco e come fuoco si alza e muore. Le giovani camminano nel rosso del tramonto, hanno sui visi una smorfia di piacere. Tra non molto chiuderanno nel fazzoletto rosso la loro adolescenza, un pane lasciato a lievitare.
Un vagabondo disteso sulla sua sacca incorniciato dal solito angolo, idolo tinto di malta, suonando vuol dare una benedizione. Il suo corpo riflette ogni giorno l’inizio e il coricarsi del tempo, e l’unisono del suo ripetersi in stagioni, tutto lo sfiora senza mai assolverlo. A migliaia i cantastorie si sono addormentati sul dorso della terra, dondolante schiena di cammello che attraversa la vita, e molto fu scritto nei loro spartiti. Ovunque hanno sostato, saggiando il carattere degli uomini. Se uno moriva in una bettola o in mezzo a un campo, un altro veniva a dargli sepoltura e un altro ancora ne faceva il racconto. Così va la gloria degli ultimi e tali sono le loro gesta. Di mano in mano passa la fiaccola della loro arte, come una corona in una dinastia di re. Venivano, non è molto, sulle piazze coi panni stracciati a prendersi l’applauso e lo scherno. Ogni anno l’autunno versava le foglie sul loro spettacolo. Ma ora se ne vedono sempre meno. Qualcuno ha donato i suoi poemi, magari pensando servissero a consolare altri. Sia lecito nella poesia di novembre vedere anche l’opera loro, e quella di caldarrostai, ambulanti e artigiani e giocolieri improvvisati, maestose figure che orgogliosamente voltano le spalle ai rintocchi della fortuna o forse più di tutti lafferrano. Chi da piccolo ha tenuto in tasca le reliquie di simili santi, chi avrà conservato per sé questi lari graziosi, non smarrirà l’incanto che gli hanno gettato addosso. Ognuno si sente toccato dal ricordo, poveri resti d’uomini che agli uomini insegnavano altre vie e loro, pur rinunciandovi, erano felici di conoscerle. Questa e altre eresie s’ingolfano sui visi scarniti del fogliame rimasto in bilico sui rami. Arrossiscono i muri reggendo quei pudichi fantasmi; spoglie d’alberi che nessuno verrà a visitare, queste inutili ossa che sono state. Ma se ne ricorda l’odore e il brusio il bambino incerto che le calpestava, mosso ai primi giochi, vi affondava le scarpe, e quello spezzarsi di ali lo stringeva al mondo senza che lui lo sapesse. Spezzava un ramo, profanava un ossario e lì qualcosa nasceva, nell’andare sui prati, per quelle ignote terre con indosso il suo favoloso manto di piccolo re. Essere un tutt’uno col fiotto che esce dalla pelle di cose vive e non vive, essere tutto e confondersi.
La buccia dei frutti trasuda, separata dalla polpa eppure di un’unica sostanza. Il piatto è rotondo, brilla sotto la lampada accesa e sembra quasi non avere forma. Gli spigoli della tavola disegnano la stanza, intorno è già scuro, per strada non si sente nessuno. Davanti alla finestra nuota questa esile radura sulla superficie di un lago silenzioso, cola amaranto dalle nubi dentro le pupille dei tetti, scende un chiarore che ancora resiste nell’azzurro di qualche ruga. Siede al suo posto il figlio con un sorriso largo e la tovaglia manda un bagliore fatato. Tutto è all’inizio, si avvicina in punta di piedi alla soglia del suo cuore che non ha difese e attende di essere accolto. Lui stringe una bacchetta con cui s’illude di andare lontano. Oltre il celeste dei vetri, di là dalle rose autunnali che ne ricamano la fronte, avrà in dono i suoi pomi rotondi, diversi da quelli che la madre gli ha messo nel piatto. Imparerà l’amarezza dei nuovi frutti, li rifiuterà, ma altri verranno e finirà con laccettarli. Innanzi a quel vetro si sente vicino al mondo eppure respinto. Ancora non lo sa con certezza, prova unindicibile delusione nel guardare, e non la spiega. Cerca di mischiarsi alle cose ma neanche questo gli riesce. Comincia a dubitare se mai gli riuscirà di unire se stesso agli altri. La madre gli mette nel piatto la luna, rifila gli anni come una collana, impasta le sue tenere carni alle perle che ruba al mercato, vegliandolo. E la lanterna sempre ben salda sulla casa.
Il bambino vince il fazzoletto a rubabandiera e conquista metri alla sua ribellione. La corsa gli dà vigore. Avanza in mezzo alle foglie, l’autunno lo ritrova cresciuto. La sua inesperienza non è più il fragile spago con cui legava l’amore della madre. Adesso può tenere testa alle ombre del giardino, l’azzurra maschera della finestra non riesce più a catturarlo; ha tracciato un confine sicuro, lui crede, tra sé e il mondo. Non cadrà più nell’inganno di andare incontro alla vita. Ha imparato a non restare deluso, è la sua convinzione. Ma proprio da qui verrà la sua scontentezza. Nessuna tavola luccicherà più, il piatto dorato dell’infanzia rimarrà vuoto sotto la lampada che nessuno curerà più di accendere. Abbandonate saranno le stanze nell’opaco splendore di un’aspettativa fugata.
L’intera esistenza si aggira in questo sommesso limitare di cose. Gli argini prima o dopo finiscono travolti, atterrati. Si rimescola il tempo nella carne, occulte doline franano sui contrafforti che saldamente hanno spartito lo spazio. Un laccio stringe i polsi ai ricordi, e il sangue sgorga pesante e già rappreso, trafila da questo lembo di volontà troppo sottile che aspira a preservare.
Novembre tiene per le caviglie, gioca a tirare indietro, quasi camminassimo in mezzo alle onde. Dagli ultimi orti della città esala un fumo denso di sterpaglie. Le bacche si aprono sulla via dandosi agli insetti. Non so cosa porti qui, ad aggirarsi per queste bianche case dove non sincontro nessuno. I cortili vanno a morire nei campi insieme al sole. Tutto qui ha un riverbero di pace. Quanto più cedo a questa tregua autunnale, anche solo per poco, in questo strano confine di abitati e abbandono, più ancora ho l’impressione di udire una piccola morte farsi strada dentro di me, un palpito di fibre scivolate dal trapezio del mondo. Così vicina non l’ho mai sentita. Ma è la mia sosta, è calda come una madre, e all’infinito vorrei poterla assecondare.       


(Di Claudia Ciardi, novembre 2014)

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