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14 maggio 2017

Ernst Friedrich - Guerra alla guerra



Anarchico, pacifista, Ernst Friedrich fece della denuncia degli orrori scaturiti dalla prima guerra mondiale una ragione di vita. La sua pubblicazione, Guerra alla guerra, è una raccolta fotografica che tutt’oggi costituisce un unicum nel suo genere per la quantità dei materiali e il significato che questi numerosi scatti dai campi di battaglia assumono negli accostamenti voluti da Friedrich. Suo intento smascherare l’ipocrisia borghese, la sistematica menzogna, la violenza militarista di cui erano intrise le società europee di fine Ottocento. Tali aspetti non potevano che deflagrare in uno scontro immane destinato a cambiare il vecchio continente almeno su tre livelli: quello etnico, perché le popolazioni soffrirono perdite elevatissime e ripetuti sradicamenti dai territori dorigine, quello politico con il crollo degli imperi, e in conseguenza quello geografico, perché le nazioni videro mutare le loro frontiere. 
Nato a Wroclaw (Polonia) nel 1894 in una famiglia della piccola borghesia, Friedrich fin da giovane frequentò i movimenti operai. Poco prima della guerra riuscì a coronare il sogno di fare l’attore, recitando in diversi ruoli importanti al regio teatro prussiano di Potsdam. All’indomani dello scoppio del conflitto, essendosi rifiutato di andare al fronte, venne internato fino al 1918, quindi liberato dai rivoluzionari spartachisti alla cui causa decise di unirsi. Naufragato anche questo progetto, con lassassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, riparò a Berlino, dove si occupò di organizzare i gruppi pacifisti chiamati “Freie Jugend”. Proprio in uno di questi raduni Friedrich inaugurò la prima “Mostra d’arte dei lavoratori”, esposizione fortemente connotata dall’impegno sociale e il rispetto dei diritti dei ceti più poveri, in cui trovarono spazio opere di Käthe Kollwitz, Georg Grosz, Otto Dix e Marc Chagall.

Nel 1921 diede alle stampe l’opera Asilo proletario, manuale di cultura pacifista adottato dalle scuole del tempo nella speranza che formando le nuove generazioni al rifiuto della violenza bellica si sarebbero potute evitare altre tragedie. La storia andò diversamente. A neppure vent’anni di distanza il grande inganno fu di nuovo venduto ai popoli d’Europa che vi caddero dentro quasi senza alcuna presa di coscienza del recente passato.
Al ’24 risale il lavoro più importante di Friedrich, Guerra alla guerra, diventato in breve tempo un bestseller, tanto che l’anno successivo l’autore, prendendo spunto dalle serie fotografiche qui riprodotte, decise di creare un museo a tema proprio nel centro di Berlino, luogo in cui i disagi derivanti dal conflitto continuavano a farsi sentire in maniera ancor più grave che nel resto della Germania. Si pensi al problema rappresentato dai reduci, dagli invalidi, dalle vedove di guerra: se si considera l’impatto sulla società di queste migliaia di drammi ci facciamo un’idea del disastro che si andava consumando. Il celebre romanzo di Joseph Roth, La ribellione, è interamente incentrato sul trauma psicologico che affligge un reduce invalido il quale, tornando in patria, crede di essere portato in trionfo, mentre la realtà gli presenta un conto molto amaro: uno dei capolavori assoluti scaturiti dal primo dopoguerra. Quello che tende a sfuggirci fin troppo spesso è che una guerra non finisce mai nel momento in cui cessano le ostilità. Un paese che ha sopportato sul suo territorio una simile tragedia impiegherà decenni per riprendersi, per curare le ferite derivate dal suo impoverimento materiale e umano; è come un muro a cui vengono scalzate le fondamenta. Occorrerà un paziente lavoro di recupero, e se i danni sono irreparabili andrà ricostruito.
Come è ben immaginabile l’Internationales Anti-Kriegs-Museum fu soppresso dai nazisti e i suoi locali trasformati in luogo di tortura per prigionieri politici. Fuggito dalla Germania, Friedrich proseguì la sua attività in Belgio, riparando poi a Parigi nel secondo dopoguerra, dove si occupò attivamente della riconciliazione franco-tedesca.
Oggi, grazie all’impegno del nipote, il suo museo rivive a Berlino in Brusseler-Str. 21.

Mi sono imbattuta nell’opera di Ernst Friedrich durante la mia permanenza a Moena, visitando il polo Navalge, dov’erano presenti alcune riproduzioni di Guerra alla guerra. Si tratta di un allestimento ben curato che permette di avvicinare al meglio il lavoro di questo fotografo tedesco (visitabile fino a ottobre 2017).
Nel 1972 John Berger in un celebre saggio sulle fotografie di guerra, in Italia raccolto nel volume Contro i nuovi tiranni (Neri Pozza), s’interrogava sullo scopo di tali documenti e su come mai, nelle tragiche fasi del conflitto vietnamita, non avessero un impatto più dirompente nell’opinione pubblica. Secondo Berger foto di questo tipo, pubblicate sui maggiori quotidiani dell’epoca, avrebbero dovuto innescare un immediato moto collettivo di protesta, molto più ampio e trasversale di quello che si vide in seguito. Ecco cosa dice al riguardo: «Da circa un anno è diventato un fatto normale, per certi giornali a grande diffusione, pubblicare fotografie di guerra che qualche tempo fa sarebbero state censurate, perché ritenute troppo scioccanti. […] I giornali oggi pubblicano foto di guerra cariche di violenza perché il loro effetto, salvo rari casi, non è quello che una volta ci si aspettava. […] La macchina fotografica che isola un momento di agonia lo fa con la stessa violenza con cui l’esperienza di quel momento isola se stessa. La parola “scatto” usata per armi e macchine fotografiche, rispecchiava una corrispondenza che non si limita al semplice aspetto meccanico».
Perché, dunque, la reazione dei lettori non è quella aspettata? Perché il senso di rifiuto per quella violenza cieca non dura che qualche breve momento nella nostra giornata? Si potrebbe dire lo stesso, forse, degli orrori nei Balcani o più di recente per la guerra in Ucraina (irresponsabilmente fomentata da una parte della dirigenza occidentale e poi occultata) o per la Siria. Secondo Berger ciò si deve al fatto che il documento fotografico così divulgato punta il dito troppo genericamente sulle vere cause che stanno dietro al conflitto denunciato attraverso l’immagine. Tanto più che molti dei giornali che pubblicano simili materiali hanno avuto e hanno interessi in comune con quelle medesime dirigenze che preparano la guerra.
Ci sfuggono quindi le ragioni politiche, le convenienze più o meno nascoste, i coinvolgimenti del potere a vario livello, e così la denuncia si smorza e perde d’efficacia. Un tema su cui vale senz’altro la pena continuare a riflettere. Se si sfoglia il testo di Friedrich, la denuncia ha un preciso valore politico. Si dice Guglielmo II, le élites capitaliste, perfino la chiesa che manda i propri officianti a benedire i soldati e tradisce il vangelo che predica pace (ma non mancano scatti di preti impiccati perché appunto non hanno tradito e si sono tirati fuori dalla violenza); in quest’opera si mostra al popolo che viene mandato al fronte l’assoluto disprezzo dei capi che ne sfruttano il sacrificio  le immagini degli ufficiali in alta uniforme che sorseggiano tranquilli e beati il loro tè in veranda è emblematica.   
Qui la denuncia ha nomi e volti, e sebbene nei fatti Friedrich non sia riuscito a smuovere le coscienze per evitare il ripetersi della carneficina – ma come avrebbe potuto un uomo solo nella Germania di allora? – la sua è stata un’azione assai più efficace e intellettualmente più onesta e coerente di altre.


(Di Claudia Ciardi) 


    
    I facili e per certi versi isterici entusiasmi dell'agosto 1914



Papà in posa eroica per una rivista



Papà ritrovato due giorni dopo



Guglielmo II al fronte - la passerella in legno apparentemente serve per proteggersi dal fango, in realtà è per non affondare gli stivali nel sangue che impregna il terreno




Fosse comuni



Fosse comuni



Impiccagioni per tradimento
*Così si legge nella nota di Ernst Friedrich: «Durante la Grande Guerra nell'esercito austriaco migliaia di uomini sono stati condannati all'impiccagione. Nel solo esercito del granduca Ferdinando sono state erette 11.400 forche (sarebbero 36.000 secondo un'altra statistica)» 



Ernst Friedrich arringa la folla sulla Siegesallee di Berlino, incitando i soldati a ribellarsi



Edizione di riferimento:

Ernst Friedrich, Guerra alla guerra, 1914-1918: scene di orrore quotidiano, prefazione di Gino Strada, Einaudi, 2004  



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17 luglio 2015

Franco Cardini - L'ipocrisia dell'occidente



Franco Cardini,
Lipocrisia delloccidente.
Il califfo, il terrore e la storia,
Editori Laterza, 2015


Il saggio di Franco Cardini, di cui qui ci occupiamo brevemente, è uscito lo scorso aprile. Ribadirne la data di stampa è importante, perché l’autore tenta l’analisi di un fronte assai movimentato, che va dai conflitti che scuotono il Medio e Vicino Oriente alla posizione alquanto scivolosa, quando non apertamente contraddittoria, dei paesi occidentali. Dunque, trattandosi di una materia che più di altre è soggetta a continua mutazione, si rende ancor più necessario circoscriverne con precisione i limiti temporali cui ci si riferisce.
L’autore apre con l’attentato a «Charlie Hebdo» per poi intraprendere un cammino a ritroso, dall’invalicabile linea rossa dalla quale Obama si scagliò contro Assad nelle ore delle concitate notizie sull’uso di armi chimiche ai danni di civili siriani, alla nuova intifada tra israeliani e palestinesi, passando per l’escalation del califfato. Questo flashback ad alta densità si conclude con il violentissimo attacco talebano alla scuola gestita da militari a Peshawar: su 145 morti, 132 erano giovanissimi studenti dell’istituto. Il sanguinoso episodio sarebbe stato una ritorsione contro l’appoggio del premier pachistano Nawaz Sharif alle offensive con i droni statunitensi. Un attentato che ci riporta alla mente la barbarie dei 1200 piccoli ostaggi dall’1 al 3 settembre 2004 di un commando di fanatici nella scuola Numero 1 a Beslan, dove a morire furono centinaia di persone tra cui 186 bambini. Anche nel caso della strage in Ossezia, per quanto si debba andar cauti col prospettare delle sovrapposizioni, l’obiettivo dei sequestratori non era limitato all’indipendenza cecena ma si inseriva nel progetto fondativo di un emirato islamico nel nord del Caucaso.    
Nell’ultimo decennio la matassa si è drammaticamente ingarbugliata, trascinando con sé molti interrogativi circa la pesante compromissione delle lobbies occidentali che, ipotizza Cardini, pescano nel torbido al punto da servirsi di frange dell’islamismo radicale armato per destabilizzare a proprio vantaggio un’area, quella mediorientale per l’appunto, di notevole interesse sotto il profilo economico e geopolitico.
Districarsi tra gli attori in campo e le rispettive posizioni non è semplice, soprattutto perché, come lo storico si premura di far notare a chi legge, ciò che all’apparenza risulta contrapposto, a guardare da vicino, condivide interessi col suo presunto avversario. Non scendo troppo nel dettaglio, in quanto non sarebbe possibile in poche frasi; del resto Cardini provvede a farlo magistralmente nel libro, riuscendo in circa centocinquanta pagine a toccare i punti nevralgici della questione, comparando quel che avviene adesso con ciò che fu il potere califfale nel Medioevo e ancora nel corso della restaurazione ottomana ad opera di Selim I, durante il ‘500.
I rapporti tra mondo arabo e Europa di allora si scoprono complessi, talvolta tesi, ma continui e estremamente proficui. Cardini riporta le cose nell’alveo del tempo, e mostra come tutto quello che ha riempito in maniera anche sanguinosa il nostro oggi, si collochi al di fuori dei sentieri tracciati secoli fa. Da una parte vi è un’enorme ignoranza storica di chi pretende di raccontare le dinamiche in corso – l’autore è molto severo verso certa propaganda mediatica – dall’altra c’è la vulnerabilità di chi a quella propaganda è esposto, spesso senza avere adeguati strumenti per giudicare, che saremmo noi. Infine, c’è un elemento che sgombra il campo da molta retorica sul conflitto di civiltà, ed è il problema della sottoproletarizzazione delle società contemporanee, o disagio sociale che dir si voglia, al quale Cardini attribuisce in larga misura i problemi che ci troviamo di fronte. Dal momento che la ricchezza va concentrandosi in una élite sempre più ristretta, e finché accettiamo passivamente questa tendenza, per paura o per una sorta di rassegnata incapacità a intervenire, non potremo evitare che la progressiva marginalità vissuta da centinaia di milioni di esseri umani non sfoci in fenomeni violenti. L’autore insiste più volte sul dato incontrovertibile ma forse non assimilato come tale dal cittadino medio d’occidente, che il mondo scosso dalla maggiore conflittualità è anche quello in cui più estesamente sussiste, peraltro aggravandosi, il divario riguardante la distribuzione di risorse, ossia l’Africa e l’Asia orientale. C’è anzi, denuncia Cardini, un insopportabile banalizzante manicheismo che colloca alle nostre latitudini le patrie di ogni moderna libertà, mentre a oriente le matrici di un pericoloso regresso. È un po’ la storia del parente ricco che accusa il parente povero di essere un inguaribile fannullone, ma che sa bene come la propria fortuna si regge sulla truffa al suo consanguineo.
E per suffragare tale manicheismo che ancora con malriposta acredine filtra nei discorsi di certa intellighenzia nostrana, vorrei tornare un attimo ai fatti della Grecia. A questo paese si possono rimproverare a volontà la disinvoltura e le corruttele nella gestione della cosa pubblica, però è uno sproposito buttare tutto il discredito da una parte e farci paladini – nel caso di noi italiani men che mai – di un modello che sappiamo contenere fin troppe ingiustizie. Nella giornata del referendum, il commento di un giornalista di una nota testata nazionale mi ha lasciata di stucco: «È la lotta di chi non sa l’inglese, non viaggia e non ha nulla da perdere, contro gli altri». Il sessantuno per cento dell’elettorato che si era pronunciato per il “no” alle ricette di austerità, si appiattiva nell’informe massa dei diseredati, persi al sistema liberista. Ci sarebbe molto da discutere attorno alla frase che ho citato, mi limito a dire che è desolatamente volgare perché dipinge un mondo in scala insopportabilmente ridotta, e si libera del disagio altrui sfiorando quasi l’autocompiacimento.
Per tornare alla prefazione di Cardini, che affronta il problema del crescente divario tra ricchi e poveri in modo del tutto diverso, senza ipertesti che con troppa leggerezza scivolano nel luogo comune, ecco ciò che dice di certa faziosità mediatica: «la vulgata continua a trionfare, bella semplice pulita. E maniacale, repellente nel suo manicheismo che si spera sia almeno in malafede, perché altrimenti sarebbe troppo idiota». Me lo auguro anch’io, ma che le cose stiano davvero così non mi consola per nulla. Anzi, la malafede per questioni di carriera su cui si illudono ancora certi giovanissimi, mi crea una ripulsa anche peggiore rispetto all’opinione dell’attempato giornalista di cui sopra. Vi è nel libro in questione una chiosa illuminante, presa in prestito da Bertolt Brecht: «Quando marciate contro il nemico, state attenti che il nemico non marci alla vostra testa».
Leggetelo questo saggio di Cardini, perché vi aiuta a ragionare, nella prospettiva storica, sui dilemmi che ci esortano a prendere posizione e che stanno mettendo alla prova la tenuta stessa dell’unione europea. 
Si può essere in disaccordo su alcuni punti, su certe proposte e soluzioni – nel mio caso difendo le “primavere arabe” come autentica volontà di rovesciamento di assetti che ormai non erano più percepiti come rappresentativi, né credo all’opportunità di interventi di terra per uscire dal pantano-Isis; non riesco neppure a immaginare come potrebbero essere concepiti perché abbiano una qualche efficacia, se non per il sostegno indiretto che si può dare ai curdi. Ma al di là di queste e altre riflessioni, Cardini ha il merito di tenere i fatti a distanza dalle campane dell’allarmismo o di retoriche ormai scadute. Ripercorre gli eventi e li puntella con le solide e rassicuranti impalcature della storia. Un buon diario di bordo, con molte osservazioni utili e sagge, in un periodo di rischiosa navigazione a vista.

(Di Claudia Ciardi)
      

24 maggio 2014

Verso quale Europa?




A poche ore dal voto la domanda sorge spontanea, anche e forse di più tra quanti si professano euroscettici, specie se la loro diffidenza non si traduce in consenso politico ma resta in balia della marea astensionista. La crisi economica sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione, e chi sottovaluta l’impatto sociale di ciò che stiamo vivendo, o nasconde altri interessi o dissennatamente si limita a spostare la polvere sotto il tappeto. Ricordiamo che i “protocolli” di Bruxelles hanno seriamente contribuito alla nascita di Alba dorata in Grecia. E se ci guardiamo attorno, i segnali che vengono da Francia, Inghilterra e Ungheria non sono affatto incoraggianti. Questi tre paesi conoscono un’impennata dell’adesione alle destre nazionaliste. In Ungheria assistiamo addirittura alla quasi completa occupazione della scena politica da parte di due forze ultranazionaliste, da un lato Fidesz, il partito di Orban, il quale ha fondato la sua leadership sull’opposizione dura allo strapotere delle banche, dall’altro Jobbik, formazione neonazista che alle recenti elezioni si è attestata oltre il 20%. Più che di due sponde, conviene parlare di due schieramenti che si inseriscono nel medesimo quadro ideologico e che vanno a nozze col malcontento popolare. Merita anzi tutta la nostra attenzione il dato, per nulla confortante, secondo cui mentre Fidesz, pur confermandosi come primo partito ungherese nell’ultimo confronto elettorale, ha perso ben otto punti percentuali, Jobbik è in continua ascesa.
Cosa vogliamo che abbia voce e dunque crei rappresentanza per il nostro immediato futuro nel vecchio continente? È innegabile che le attuali politiche europee di gestione della crisi vanno accrescendo problemi e disparità che, da focolai isolati, rischiano di divenire situazioni fuori controllo. Un’inversione di rotta sarebbe stata opportuna già da diverso tempo, almeno dagli inizi del “caso Grecia”. Non sono un’analista politica ma una tale perseverante cecità può sembrare per certi versi pianificata. Supponiamo che qualcuno voglia far precipitare le cose – intendo con ciò favorire l’estrema destra – non avrebbe che da suggerire, senza neanche accalorarsi più di tanto, l’attuale linea di gestione delle turbolenze economiche e politiche da cui siamo investiti. Uno su tutti, i rimandi continui nell’affrontare la pesante crisi dell’occupazione dei paesi euromediterranei col conseguente scivolamento di una porzione enorme di cittadini europei nel disagio sociale. Le attuali statistiche contano 126 milioni di poveri e 27 milioni di disoccupati in tutta l’Unione.
Così, questa presunta alleanza tra incapacità e ragionato catastrofismo sta facendo pericolosamente inclinare la barca. Sarebbe anche importante non perdere di vista le pressioni esercitate dai gruppi di potere che, da un’epoca all’altra, si avvicendano attorno alle classi dirigenti per far prevalere i propri interessi. Nel tempo che noi stiamo attraversando, si possono menzionare il lobbismo bancario e in generale legato alle attività finanziarie, il profitto delle multinazionali capace di macinare leggi e limitazioni imposte dagli Stati, l’applicazione del liberismo a tutti i costi quale unico e irrinunciabile teorema della politica occidentale, ormai con ricadute negative sul sistema che lo fiancheggia, ricadute che sono sotto gli occhi di ognuno, ma senza che questo basti a decretarne il superamento. Gli obiettivi dei gruppi dirigenziali e le spinte da essi generate, sono talora responsabili di avvenimenti storici di enorme portata, come è stato per la Grande Guerra. Tutt’altro che guerra “scoppiata per caso”, le sue motivazioni sono da ricercare negli squilibri che caratterizzano la geopolitica europea tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. L’efficace saggio di Luciano Canfora sul 1914 ha il pregio di spiegarceli con semplicità, mostrandoci quali fossero i partiti che allora si dividevano il campo, analizzando il sistema democratico in Francia versus gli imperi (Germania, Austria-Ungheria, Turchia, Russia) e le monarchie (Inghilterra, Italia). In realtà nessun paese poteva dirsi lo specchio fedele della propria forma di governo: ad esempio, in Francia la repubblica era scaturita dall’eccidio dei Comunardi, atroce antefatto che, associato alla pratica elettorale a collegio uninominale, retaggio del secondo impero, metteva in discussione l’essenza repubblicana dalle fondamenta. Lo studioso inoltre, narrando ampiamente delle politiche colonialiste di tutti gli attori presenti sulla scena, ci indica l’origine di scenari conflittuali di lì a poco destinati a replicarsi all’interno del continente.
Trascorso un secolo da tali eventi, il voto europeo cade in una fase che presenta non poche problematicità. Si va alle urne in un momento di forte prostrazione economica per le democrazie occidentali, dove la flessione del binomio produttività-lavoro dura da almeno quattro anni, mentre il Mediterraneo e i confini orientali sono attraversati da gravi instabilità. Domenica 25 gli ucraini sono chiamati a scegliere il loro presidente, ma per i leader che si contendono la piazza è sempre più difficile risultare credibili e scacciare l’immagine di debolezza che li accompagna. In tutto questo appare evidente il black out di una politica europea chiamata a far fronte comune. Così, i problemi della Grecia li abbiamo ormai liquidati come “questioni di periferia”, allineandoci a un bieco calvinismo che comanda la totale assunzione di responsabilità per i propri guai, e la Siria, terra lunare di un Medio Oriente troppo lontano da noi, dove pure il 3 giugno si svolgeranno le elezioni presidenziali, in qualche modo provvederà a se stessa.
Qualsiasi sia la nostra posizione, bisogna innanzitutto aver coscienza di quanto sta accadendo in casa nostra e fuori. Si parte dalla giustizia sociale e dalla necessità di dare regole chiare all’economia, ben al di là del puro esercizio ragionieristico in voga tra i burocrati dell’Unione. L’Europa non può più procedere a due, tre velocità. Chi sta davanti, se non vuole aspettare per paura di perdere il treno, bisogna che conceda almeno condizioni eque ai mercati in affanno. Altrimenti nasce il fondato sospetto che le economie cosiddette forti abbiano più di un interesse a far chiudere le imprese dei paesi più esposti a un default; la crisi può anche essere cavalcata per togliere di mezzo concorrenti scomodi.
Quando il ministro delle finanze tedesche Schäuble ripete che «le regole comuni vanno rispettate», il concetto rimane fastidiosamente appeso per qualche istante alle orecchie di chi lo interroga. Ci si aspetterebbe qualche indicazione un po’ più precisa sul da farsi, qualche apertura verso le situazioni di maggiore incertezza che rischiano di avere pesanti ripercussioni sul resto del continente, ma negli ultimi anni si è assistito più che altro alla ripetizione di tanta poco ragionata teoria sia sul piano storico che dell’attualità politica.
L’Europa è esposta a numerosi pericoli. La miseria e quindi l’esclusione sociale generate dalla crisi economica sono una vera e propria manna per delinquenza e corruzione, anticamera delle mafie che vanno radicandosi dappertutto, specie in quei paesi dove si continua a considerare la criminalità organizzata un fenomeno del folclore italiano. Un’altra drammatica ricorrenza si insinua in questo voto per l’Europa. Il 25 maggio 1992 nella basilica S. Domenico di Palermo si svolgevano i funerali del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, vittime della strage mafiosa di Capaci. Lungi dall’essere una patologia del Sud Italia, la mafia infiltra tessuti sociali considerati impermeabili alla sua natura e la si ritrova ovunque si prospettino laute spartizioni: appalti, gestione di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari. Perciò è necessario impedire con ogni mezzo la concentrazione di grossi capitali nelle mani di oligarchie che con elevata probabilità suscitano gli appetiti dei poteri mafiosi.
Chiudo con un riferimento al meccanismo dei tribunali arbitrali, cui le grandi imprese che operano a livello globale nei settori più disparati, dall’energia alle costruzioni, possono ricorrere quando uno Stato recede il contratto stipulato. Nati per una giusta causa, ossia evitare che le espropriazioni o certe controversie sugli investimenti, sfociassero in crisi internazionali, l’istruzione di un processo in questi tribunali può tuttavia divenire un’arma minatoria delle sovranità nazionali. Le cause sono costosissime, così uno Stato che si trovi coinvolto in un contenzioso con una multinazionale ci rimette un bel po’ di risorse pubbliche - oltre a uscirne quasi sempre sconfitto - uno sperpero che di questi tempi non lascia tranquillo nessun governante. Attualmente la svedese Vattenfall è in causa con la Germania, in seguito alla marcia indietro del governo tedesco riguardo gli accordi sul nucleare. Questo è solo uno degli episodi più clamorosi, ma le cause fioccano continuamente, e c’è più di una persona tra gli addetti ai lavori che se ne serve come macchine da “soldi facili”. Il problema è di enorme portata specialmente per quanto riguarda le scelte di politica ambientale dei singoli paesi. La consapevolezza di andare incontro a processi di questo tipo, può divenire uno strumento per influenzare le decisioni di un governo.
Nella mia idea di Europa vorrei che ognuna della questioni qui solo brevemente accennate trovasse un suo spazio rappresentativo. Maggiore omogeneità nella considerazione dei popoli che ne fanno parte, una politica estera più rigorosa e definita, misure volte a stimolare crescita, occupazione e in generale a configurare una partecipazione reale e non di facciata. Rispetto del diritto a circolare liberamente nei paesi dell’Unione, a fruire di sovvenzioni statali e fondi che garantiscano con equità esperienze formative, conferendo ai più meritevoli ruoli di mediazione culturale, investendoli dell’onore e dell’onere di rinnovare il dialogo tra stati membri e paesi emergenti. C’è tanto da fare e altrettanto ha da cambiare, soprattutto nel meccanismo di elargizione di favori a clientele e parentadi politici che da trent’anni a questa parte molto sono costati e pochi risultati hanno portato a casa. Un’intera generazione che più o meno va da quella di chi scrive questo pezzo ai tanti giovani e meno giovani esclusi da incarichi di responsabilità e ruoli decisionali in qualsiasi ambito della società, attende di far valere una visione che lasci da parte la teoria e il principio, dietro i quali si nasconde neanche troppo bene la volontà di continuare a bloccare tutto, così da mettere a disposizione le proprie competenze per costruire qualcosa di più coinvolgente in cui sentirsi finalmente reclutati e garantiti.

(Di Claudia Ciardi)



8 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (I)


Presentiamo in due parti una breve riflessione sulla crisi in Ucraina. Desideriamo mettere per scritto qualche idea che ci è venuta da diverse letture, più intensamente condotte a cominciare dal bagno di sangue dello scorso 20 febbraio, quando i cecchini hanno preso di mira i manifestanti di Majdan, lasciando per strada cento morti e cinquecento feriti. Delle tante immagini registrate dagli inviati nel disastro di quelle ore, una ci ha colpito in modo particolare perché coglie in pieno molte delle stridenti contraddizioni del nostro tempo: «Al centro del viale Kreshatik, di fronte a un caffè elegante e a una boutique di moda con surreali cartelli “chiuso per rivoluzione”, c’è un capannello di una cinquantina di persone che prega. Ai loro piedi otto cadaveri allineati». Tempo fa in un reportage dal Medio Oriente, leggevamo che in un quartiere di Baghdad, una città che nel corso del 2013 è stata martoriata da una terribile sequela di attentati, dove ancora le interruzioni di corrente elettrica si protraggono per buona parte della giornata, esiste un centro commerciale superlusso, protetto da guardie armate, in cui è possibile togliersi più di uno sfizio, come acquistare un profumo per sessantacinque dollari. Il consumismo arriva dappertutto e, a quanto sembra, la convivenza con la morte non incide affatto sulle sue caratteristiche. 
Difficile analizzare tutto questo. In prima battuta, si resta più che altro disorientati.
L’Ucraina si è finora rivelata un pantano per la diplomazia internazionale, che comunque dall’una e dall’altra sponda pare abbia lavorato senza sforzarsi più di tanto e senza variare di una virgola modelli preconfezionati e ormai scaduti.   
Che la frontiera orientale sia una soglia inquieta e un cosmo assolutamente peculiare ce lo spiega in maniera straordinaria Joseph Roth nel suo capolavoro, La marcia di Radetzky, romanzo del 1932, nel quale è rievocata la fine dell’impero austro-ungarico. A lui dedicheremo il nostro secondo articolo.
Qui ci limitiamo a sottolineare che la questione ucraina è uno strascico della prima guerra mondiale. Questa eredità problematica trova spazio nell’opera rothiana, la quale si chiude non a caso con lo scoppio del conflitto che sorprende i reparti austriaci proprio al confine tra Russia e Ucraina. La lunga mano della guerra si stende gradualmente sui personaggi, braccandoli sempre più da vicino fino all’inevitabile confronto con la morte. È la cronaca, se vogliamo, di uno scivolamento della storia verso un compimento annunciato.
Vogliamo quindi riproporre e discutere la conclusione del romanzo, perché ci sembra compendiare ciò che al momento accade in questa agitata frontiera del vecchio continente. Ma su tale aspetto ci soffermeremo la prossima volta.

 
Kiev-Pechersk, 1895


Ogni settimana che passa, districarsi nel pasticcio ucraino è impresa sempre più difficile. Osservatori, analisti, diplomatici non fanno in tempo a disegnare scenari e ipotizzare soluzioni, che puntualmente, poche ore dopo, il banco salta. Ultima delle tante clamorose retromarce che hanno costellato il tesissimo dialogo tra cancellerie occidentali e vertici russi, l’accordo di Ginevra lo scorso 17 aprile. Tre giorni dopo, uno scontro a fuoco nella città separatista di Sloviansk, ha quasi mandato tutto a monte. Forse però, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che ciò che è stato siglato in Svizzera un paio di settimane fa, solo con un grande esercizio di fantasia delle parti avrebbe potuto tradursi in una seria soluzione del problema. Firmare una carta affatto stringente sul disarmo, priva di indicazioni pratiche su come si sarebbe dovuto realizzare sul campo, senza pertanto spingere la Russia a scoprirsi e a mettere nero su bianco una collaborazione fattiva con il governo ucraino in tale senso, ha regalato parecchi punti a chi scommette sul caos in Ucraina. E si sta facendo anche di peggio. I tentennamenti dell’Occidente, dentro i quali si annida una preoccupante stanchezza nella gestione delle crisi internazionali – al di là delle sanzioni pare esserci poca lucidità per considerare altro – rischiano di arare il terreno proprio a quella violenza che può far da alibi a qualsiasi escalation. Ogni volta che leggo di nuove sparatorie nell’est dell’Ucraina, non posso far a meno di pensare alle alacri manovre del regime hitleriano per creare il proprio casus belli con la Polonia. Ricordiamo, a titolo d’esempio di quella torbida stagione, l’incidente del 10 agosto 1939, quando Reinard Heydrich in persona ordinò a Alfred Naujocks, Sturmbannführer, oltre che futuro terrorista e falsario, di inscenare con i suoi agenti un atto di sabotaggio nella zona di confine, alla stazione radio di Geiwitz. I retroscena di questo episodio, in cui le SS lasciarono il cadavere di un militare polacco sul luogo dell’attentato come prova della paternità dell’azione, vennero poi alla luce in seguito alle deposizioni rilasciate da Naujocks al processo di Norimberga.
Eppure nel “grande gioco” tra Oriente e Occidente lo stesso Putin è una pedina che organizza mosse contraddittorie, le quali tradiscono, oltre i roboanti proclami, l’assenza di una vera e propria strategia. Al di là del principio vecchio di una decina di anni, formulato da Vladislav Surkov, ideologo dell’attuale regime russo, secondo cui la sovranità non è solo un diritto ma una capacità, non si intravede in alcun modo come, facendo leva su questa teoria politica, possano essere elaborati nuovi e concreti indirizzi per affrontare i problemi che stanno sul tavolo – l’Ucraina ma anche la Siria, situazioni tra loro sempre più pericolosamente allacciate.
La base navale di Sebastopoli (Crimea) ospita la flotta russa dal 1738. Il contingente militare presente in città è di 14.000 unità. Porto da sempre strategico per la Russia, dal momento che attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli le assicura in inverno uno sbocco nel Mediterraneo e nell’Oceano indiano, quando le basi del Baltico e del Mar Bianco sono impraticabili a causa del ghiaccio, la sua importanza si è improvvisamente accresciuta nel marzo 2011, all’inizio del conflitto siriano. Da qui infatti Mosca coordina i movimenti della propria flotta a Tartus e Latakia.
Putin sembra smanioso di usare l’Ucraina per una dimostrazione di forza, sia nei confronti degli occidentali, rei di aver smarrito leadership e integrità morale, sia verso i propri nemici interni – non è da sottovalutare il rinfocolarsi del terrorismo nell’area caucasica; così stando le cose salta qualsiasi lettura “lineare” del conflitto. Quando in politica estera c’è in ballo l’emotività, e la Russia putiniana nell’attuale vicenda ne mescola molta al già di per sé confuso corso degli eventi, allora è possibile tutto e il contrario di tutto. Ci si interroga se dietro l’atteggiamento russo non vi sia l’intento di alzare la posta in gioco, per proporre agli occidentali un rinnovato patto sulle grandi crisi e la cooperazione in Europa. Potrebbe darsi, ma va detto che in una fase tanto concitata andare al rilancio è quasi come entrare in una polveriera con un fiammifero acceso. Fatti presenti questi elementi, persino buona parte dell’armamentario da guerra fredda, frequentemente tirato in ballo da tanti che scrivono sulla crisi, va adattato a un contesto per molti aspetti inedito. Si ha l’impressione, semmai, che lo stesso capo del Cremlino, a corto di argomenti, si spinga sul filo delle allusioni a quel clima per seppellire ogni trattativa sul nascere.  
Negli stalli delle situazioni siriana e ucraina – da una parte una guerra civile cruenta che va avanti da tre anni nell’indifferenza generale, dall’altra una guerra civile che rischia di deflagrare e avere un decorso non meno lungo e drammatico – si scontano inoltre diversi omissis e errori nelle relazioni tra Russia e Occidente degli ultimi vent’anni. Con la fine della guerra fredda si è continuato a trattare i russi come nemici sconfitti. Nel 1991 diversi sondaggi indicavano che l’80% della popolazione russa aveva una buona opinione degli americani. Nel ’99 il dato si era ridotto al 20%. Nel 2000, quando è andato al potere, le posizioni di Putin erano tutto sommato concilianti verso l’Occidente. Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan e smobilitato le basi sovietiche a Cuba e in Vietnam. L’eterno belligerante George W. Bush ha subito ringraziato con delle mosse alquanto discutibili, espandendo la Nato nel Baltico e nei Balcani, decidendo l’invasione dell’Iraq senza il mandato dell’Onu, dando sostegno alle rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan. Questi pasticci hanno creato un circolo vizioso che influisce tuttora sui rapporti USA-Russia e inevitabilmente fa traballare i negoziati.
Non è infine trascurabile la complicata situazione economica in cui versa l’Ucraina. I debiti pesano e, lo si è visto, vengono agitati come uno spauracchio dai russi che promettono di rimpinguare le casse di Kiev. Ma tra il dire e il fare, si infila sempre quella tentazione propagandista che sposta i termini della questione. La rabbia degli ucraini si è indirizzata principalmente alla corruzione della propria classe dirigente, uno stato d’animo che in questo momento scuote e risveglia le coscienze di molti popoli in diverse parti del mondo. Majdan ha convogliato buona parte di questa frustrazione e del rifiuto di uno stato corrotto. Non lo si è detto né scritto abbastanza. Di fronte a tale problema, l’Europa non può pensare che il compitino del Fondo monetario pervenuto al ministero dell’economia ucraino possa far cambiare l’aria che si respira nel paese.
Nei futuri incontri diplomatici bisognerà tenerlo ben presente e cominciare a mettere a fuoco una via percorribile, se si vogliono neutralizzare certi proclami russi. Sarebbe inoltre auspicabile un ravvedimento di entrambe le parti – a ovest si dovrebbe fare uno sforzo di volontà e lavorare in maniera un po’ meno scoordinata e sorniona di quanto si è visto finora, a est si spera che più di qualcuno si stia accorgendo di aver imboccato un vicolo cieco.

(Di Claudia Ciardi)





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Il Caffè geopoliticoDossier Ucraina


«La situazione in Ucraina peggiora e le opzioni militari cominciano purtroppo ad affiorare. Abbiamo trattato il tema dal punto di vista politico, strategico-militare, mediatico e vi presentiamo una serie di contenuti speciali con opinioni, foto e video per capire meglio»


A cura di Claudia Ciardi:

L'estrema destra "forconista" in Piazza Majdan c'è stata e c'è. La propaganda putiniana ne ha fatto una clamorosa strumentalizzazione, promuovendo la crociata contro i "fascisti di Kiev". Tuttavia non pochi opinionisti occidentali, in maniera altrettanto scorretta, hanno preferito glissare su una presenza molto scomoda.
Si veda l'utile sintesi di Guido Caldiron, «Il Manifesto», 21. 2. 2014: «Macerie d'Europa. L'estrema destra vuole l'escalation».

In questo blog:

«Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali».

«Il ‘decalogo’ che ci scorre sotto gli occhi mostra in tutte le sue sfaccettature il processo che comporta l’occupazione dei vertici dello Stato e di ogni posizione disponibile nella società da parte di soggetti incompetenti e totalmente pervertiti dall’indottrinamento. Si tratta della messa a nudo di un vizio umano che nella Germania hitleriana conobbe una stagione trionfale, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivarono, ma a fronte del quale ancora oggi è importante mettere in campo tutte le risorse disponibili per restare vigili e non cadere in tentazione».

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