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3 novembre 2015

Igort - Quaderni ucraini






L’opera di Igort, disegnatore nato a Cagliari cinquantasette anni fa e bolognese di adozione, è stata per me una delle più interessanti scoperte narrative sulla vicenda ucraina. In generale direi che è finora una della più belle graphic novel che mi sia capitato di leggere. Un volume denso che ripercorre le principali e strazianti tappe della storia del paese, dalle collettivizzazioni staliniane, passando per l’invasione nazista e l’inquinamento radioattivo, a oggi. Un paese povero difficile, poco amato dai suoi amministratori, troppo spesso corrotti quando non spudoratamente collusi con la criminalità locale. Patria perciò di disagio, divario, scissioni, violenze, drammi. Luogo destinato a oscillare tra la farsa delle “rivoluzioni colorate” e i carri armati russi. Nel febbraio 2014 abbiamo visto com’è finita a piazza Majdan. Un massacro consumato tra un’opinione pubblica cosiddetta europeista che se ne sbatteva dei fremiti fascisteggianti di Kiev – come dire, va bene tutto, purché sia muro contro muro con la Russia – e dall’altra parte gli entourages sovietici sempre più determinati a trasformare la questione ucraina in una prova di forza. Intanto la crisi economica si è aggravata. Sempre nel 2014 i razionamenti dell’energia elettrica hanno comportato il ritorno all’utilizzo del carbone e della legna anche in città, con un conseguente aumento dei prezzi di questi materiali. Nella sua appendice Igort dedica una tavola più che eloquente alle foreste della steppa, minacciate dall’assalto al legname da parte di bisognosi e trafficanti.
Quanto a me, per tutto il periodo delle medie, associai l’Ucraina al mio manuale di tecnica. E più precisamente a una pagina di quel manuale che descriveva l’incidente di Černobyl’. Una striminzita cronologia sulle fasi del disastro, descritto ora per ora, da cui trapelava una crescente concitazione mentre la cosa scivolava di mano agli addetti. Insomma, nell’adolescenza l’Ucraina fu per me nient’altro che un incubo nucleare, rafforzato dalla presenza dei bambini contaminati ospiti di alcune colonie marine. L’Holodomor non sapevo neppure cosa fosse. La prima volta che ho sentito questa parola, prima ancora di capire a cosa si riferisse, ricordo di averla percepita in tutta la sua negatività; era a causa delle sillabe, come dire, mi suonava male. In genere succede così, i suoni mi influenzano, anche dopo averli riportati al loro significato. Qualora una spiegazione venga in soccorso e attenui l’effetto negativo, e non è certo questo il caso, la mia sensibilità si converte a fatica.
Holodomor, suono scuro, pesante, una di quelle parole che ti battono in testa fredde come il ferro. Dal ’31 al ’33 l’Ucraina, la regione del Kuban’, il Kazakistan sono falcidiati dalla carestia. Le vittime vengono stimate tra i 4 e i 7 milioni. Ci si liberava dei corpi scaricandoli in fosse comuni. Venivano issati a gruppi di venti sui carri, come si faceva durante le epidemie. Qualcuno, ancora vivo, si divincolava in mezzo alla catasta, troppo debole per liberarsi. I monatti ucraini arrivavano di notte, nei villaggi, un giro silenzioso, affrettato, con cui si cercava di occultare l’orrore. Questa la conseguenza degli espropri stalinisti. Un autentico genocidio che Igort evoca con struggenti litanie di volti disegnati a carboncino, fantasmi in giacca e colbacco, in fila con una valigia in mano, avviati alla deportazione. E poi le isbe, le fattorie abbandonate, corpi rantolanti di fronte a un focolare vuoto.
L’Ucraina è stata per la Russia ciò che l’Egitto fu per Roma: un immenso granaio, la dispensa dell’impero. Sotto Stalin venne avviato un programma a marce forzate teso a sostenere l’industrializzazione sovietica; i prodotti agricoli, principalmente il grano, furono prelevati per la quasi totalità dai commissari incaricati. Con un impatto devastante sull’economia e sui secolari equilibri di quel mondo. Annientata la proprietà, spazzate via in un soffio le relazioni che ruotavano attorno a questa. I funzionari furono così cinicamente zelanti nell’attuare il piano che lo stesso Stalin ebbe a lamentarsene. Tardi comunque e con lacrime di coccodrillo. Più che altro gli bruciava la consapevolezza che l’Ucraina sarebbe stata da allora in poi refrattaria al sentimentalismo russofilo. Solita cecità della politica di regime. Pretendere tutto e subito, bruciare le tappe a qualsiasi prezzo, fosse anche l’autodistruzione. Quello ucraino è un popolo paziente, avvezzo alla fatica, al sacrificio. Come in ogni società contadina, il carattere è dato dalle lunghe attese cui abitua la natura. Sfiancarlo, svilirlo, perseguitarlo è stato un errore colossale, irrimediabile. Un vulnus che resta lì, aperto, talmente sconcio da far rabbrividire. E anche ora la Russia, anziché assecondare l’indole di questo popolo, slavo di cultura, dunque vicino, più che mai vicino – impossibile non capirsi tra vicini, se non per una reciproca voluta sconsideratezza – insiste sulla strada dello scontro aperto, perfino del terrore. 
La terra, dunque. Questa sconfinata bellezza ucraina. Oggi i giovani non la vedono come una risorsa. È semmai qualcosa che suscita apprensione. Inurbamento e fine violenta di un microcosmo tradizionale, antico, cosparso di una grazia originaria. Morte pasoliniana di un mondo arcaico. Come è stato per il nostro meridione e per ogni collettività trascinata nel livellamento capitalista. Con l’aggravante del nazismo e dei soviet; proprio il caso di dire che gli ucraini hanno sperimentato tutte le “opzioni” politiche. E i segni sulla loro pelle sono ben visibili.
Igort punta la sua matita sulla leva biografica. Nel libro si alterna una galleria di ritratti, visi di anziani con una storia familiare sconvolgente alle spalle e davanti a loro. Perché sempre ci sono i figli, perduti allo stesso modo e forse anche peggio in questo Holodomor permanente, una carestia della storia, una vacatio di potere e progettualità politica che dura da troppo tempo. Holodomor, parola grave, di timbro cupo che suona ancora più triste quando si apprende che neppure sul riconoscimento della carestia come crimine contro l’umanità gli Stati sovrani sono riusciti a pronunciarsi in modo unanime. Fra i sottoscrittori pesano le assenze di Cina, Russia, Francia, Inghilterra e Germania, per citare le più vistose. 
Molti sentimenti scuotono le pagine di questo reportage. Tutto ruota attorno a un’umanità gentile ma annichilita, rassegnata, ormai chiusa in se stessa, per aver visto oltre ciò che è umanamente sopportabile. E tutto torna sempre alla terra, eterno ciclo degli eventi. Quella campagna generosa ma anche estremamente desolata che Igort inserisce come un fondale ritmico nel suo racconto. Un personaggio silenzioso eppure potente che entra dappertutto, vero specchio dell’anima ucraina, radice della sua identità e resistenza.

(Di Claudia Ciardi) 


Igort – Quaderni ucraini. Le radici del conflitto.
Un reportage disegnato,
Coconino Press, 2010 (2014)






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Quaderni ucraini - La scheda su Coconino Press

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L'inquieta frontiera orientale (I) - Dalla protesta alla strage. Escalation di un conflitto

L'inquieta frontiera orientale (II) - Joseph Roth, La marcia di Radetzky. Una narrazione della frontiera

12 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (II)




Proseguiamo l’intervento sull’Ucraina, occupandoci della frontiera orientale dal punto di vista di uno dei suoi più profondi narratori, Joseph Roth. Originario di Brody, piccola città della Galizia, regione asburgica ora scomparsa, la più densamente popolata da ebrei all’interno dell’impero, ebreo lui stesso afflitto dalle chiusure della provincia ma anche consapevole dell’iniziazione poetica che quest’ambiente gli aveva regalato, Roth ha per l’arcipelago orientale una straordinaria predilezione, che riversa in pagine estremamente commosse. Si avverte, in questi quadri ovunque disseminati nella sua opera, tutto l’attaccamento a un mondo segnato da intrinseca fragilità e da un ineludibile destino di dissoluzione. Ucraina significa “regione di frontiera” e non è un caso che proprio in luoghi come questo gli eventi si concentrino in dorsali estremamente instabili. Anche un’analisi letteraria risulta quindi di assoluto interesse per comprendere il carattere di tali territori e il loro problematico inserimento negli assetti disegnati da vicini potenti e agguerriti.
Nei riferimenti rothiani alla terra di confine, in cui interviene certamente anche una dose di sublimazione, si colgono alcuni caratteri ricorrenti. Il primo è la natura che si impone con forza sugli uomini, i quali non riescono a opporgli resistenza – lo shtetl, il villaggio, è quasi un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda e non ha nulla a che vedere con la distaccata astrazione delle città. In tal senso si può parlare di una sorta di paganesimo rothiano che nel celebrare la natura attua un ritorno ai Lares della propria infanzia e, in generale, della propria cultura. Di esempi se ne possono fare tanti, ma uno dei vertici, se si escludono i passi di La Marcia di Radetzky – in cui mi vengono in mente le belle descrizioni della Moravia in estate o l’arcaica serenità della campagna slovena –  è senza dubbio l’immagine della Siberia, estrema propaggine dell’Oriente, in Fuga senza fine.
Ci sono poi gli abitanti della frontiera, la cui arretratezza non alimenta alcun disprezzo, semmai contribuisce a rappresentare quella dimensione epica che Roth rimpiange come ormai perduta alla vita e dunque alla scrittura. Se si analizza un testo incompiuto quale il Perlefter, o il lungo abbozzo (Fragole) che avrebbe dovuto fare da battistrada a un romanzo autobiografico sull’infanzia trascorsa in Galizia, vi troviamo condensati molti di questi motivi, puntualmente sviluppati e inseriti nell’opera per così dire maggiore. Figure di carrettieri, falegnami, osti, mercanti, girovaghi, piccoli bottegai, ebrei avvolti nei lunghi caffettani «come un campo di strane spighe nere al vento», un cosmo oscillante, i cui protagonisti fronteggiano ogni giorno le necessità dettate dalla sopravvivenza. Leggiamo insieme l’incipit del frammento autobiografico: «La città dove sono nato si trova nell’Europa orientale, in una grande pianura scarsamente popolata. Verso est questa pianura è infinita. A ovest è delimitata da una catena di colline blu, visibile soltanto in limpide giornate estive. Nella mia città natale vivevano all’incirca diecimila abitanti. Di questi, tremila erano matti anche se innocui. Una soave pazzia li avvolgeva come un nembo d’oro. Attendevano ai loro affari e guadagnavano soldi. Si sposavano e generavano figli. Leggevano libri e giornali. S’interessavano delle faccende del mondo. Conversavano in tutte le lingue parlate dalla popolazione assai composita della nostra regione».
Chi dalla cosiddetta civiltà approda alla frontiera, spesso ne viene sopraffatto. È questa una riflessione dominante gran parte di La Marcia di Radetzky, dopo il trasferimento di Carl Joseph, l’inetto rampollo della famiglia Trotta, nel reggimento dei Cacciatori, d’istanza al confine con la Russia. I soldati cadono vittime dell’alcol e del gioco, e non mostrano alcuna convinzione per i loro incarichi: «Nessuno era forte come la palude. Nessuno poteva reggere alla vita di frontiera. Verso quell’epoca i più alti capi a Vienna e Pietroburgo cominciavano già a preparare la grande guerra. Gli uomini della frontiera la sentivano arrivare prima degli altri; non solo perché erano avvezzi a presagire le cose, ma anche perché ogni giorno potevano vedere con i propri occhi gli indizi del disastro».
L’usuraio Kapturak, che compare anche nel Giobbe, nei panni di chi dietro un lauto compenso aiuta i soldati a disertare, è qui l’emissario di una corruzione che lentamente si infiltra nel mondo, nelle falle di una società che va esaurendo la sua forza: «Ai confini della monarchia austro-ungarica c’erano a quell’epoca molti uomini del genere di Kapturak. Essi cominciavano a volteggiare intorno al vecchio Impero come quei neri e vili uccelli che da infinita distanza adocchiano un moribondo. Con impazienti e foschi colpi d’ala aspettano la sua fine. Coi becchi ricurvi si avventano sulla preda. Non si sa da dove vengono, né dove volan via. Sono i pennuti fratelli della misteriosa morte, suoi nunzi, sua scorta e suo seguito».
Che siano i contadini di Sipolje, il villaggio sloveno dove i Trotta hanno origine, o quelli della frontiera ucraina, Roth ama trasmettere al lettore l’attaccamento alla terra, unico elemento certo e inamovibile, attorno al quale la vita si ripete con ciclica ritualità. In un passo piuttosto emblematico da questo punto di vista, nel romanzo Destra e sinistra, lo scrittore austriaco indica la sede della nostalgia nei piedi, ai quali il richiamo alla terra, al luogo di nascita è solito trasmettersi per primo: «È ai piedi che la nostalgia si è comunicata per primi, ai piedi, gli strumenti della peregrinazione».
Nei villaggi di campagna il tempo si modula sull’alternanza delle stagioni, arando una poesia che armonizza opere e giorni. La precarietà dell’esistenza avrebbe pertanto una compensazione nella maggiore autenticità che la sorregge.
Accanto alle effimere comparse di questi idilli, tuttavia, è il tempo storico che in La Marcia di Radetzky accentra e livella qualsiasi sviluppo della narrazione, correndo inarrestabile in quella “azione parallela” che è la guerra. Sebbene il conflitto sia ancora lungi dal deflagrare, il sentore della morte aleggia continuamente sui personaggi, che sia nell’aspetto sia nel comportamento ne portano addosso i segni. Si direbbe che Roth volutamente indugi sul carattere profetico della morte, sul suo lento insinuarsi nella vita, attraverso indizi all’apparenza di poco conto ma inequivocabili. Perfino nella parte finale del romanzo, quando ormai i giochi sono fatti, non abbandona questo espediente narrativo. I russi hanno già cominciato a muoversi lungo il confine e la loro presenza è annunciata dall’arrivo dei corvi: «I grossi uccelli neri erano immobili sui rami, frutti sinistri, piombati dallo spazio. Se ne stavano lì imperterriti, gli uccelli neri, gracchiavano e basta. Stepaniuk tirò dei sassi contro di loro. Ma i corvi si limitarono a sbattere due o tre volte le ali. Erano accoccolati sui rami come frutti nati dall’albero». Questa sinistra rivelazione che gli abitanti della frontiera, avvezzi a leggere nei cambiamenti della natura, colgono subito, era stata preceduta da un’altra non meno sconvolgente. La festa organizzata dal reggimento, oltre a essere l’occasione in cui affiorano al completo le ridicole manie di ufficiali e soldati – è la fotografia di un esercito in rotta prima ancora di approdare sul campo di battaglia – si trasforma in un evento più che surreale. Funestata da un temporale che costringe gli ospiti a riparare nel vicino castello, e che indispone l’animo degli organizzatori, la natura sembra voler a tutti i costi allearsi con la storia. E in effetti la notizia dell’assassinio dell’erede al trono non si fa attendere: irrompe in piena notte, mentre le orchestrine suonano morbidi valzer per accompagnare gli invitati verso l’ultima illusione.
Più volte Carl Joseph aveva preso e riposto l’uniforme nell’armadio, infine l’aveva sistemata nel proprio bagaglio dove «la personalità di soldato di Trotta giaceva, un cadavere ripiegato secondo il regolamento». Al destino non si scampa. Di lì a poche settimane inizia la mobilitazione, e anche nel momento della marcia dei soldati Roth non tralascia di elencarci quei dettagli che alludono alla disfatta: il fango che si richiude schioccando sugli stivali dei soldati, intralciandone il passo, è già di per sé un’immagine di sepoltura non solo dei singoli ma anche della storia cui appartengono.

(Di Claudia Ciardi)



In questo blog:

«Otto prose inedite in Italia. Otto “personaggi in cerca d’autore” che escono dalla penna di Joseph Roth come altrettante miniature fantastiche. Effimeri protagonisti di un’epica marginale e sofferta, comparse di un mondo sconvolto dalla guerra. Clowns e camerieri alle prese col carovita, fantasmi, maghi, fotografi come negromanti, un luogo di villeggiatura stregato dall’aria di ottobre, donne inghiottite dalle mode alle quali hanno irrimediabilmente svenduto la propria femminilità, viandanti stanchi del clamore e del vuoto incontrati in viaggio, che ora siedono malinconici e traditi a un angolo di strada».

«Concordemente al saggio di Kracauer sulla vita weimariana, la letteratura della flânerie emergeva da un’esperienza di vacuità e alienazione individuali e collettive, da un’esperienza della nullità [Nichtigkeit] dell’individuo. Insieme alla rassegnazione procurata dalla prima guerra mondiale, alla confusione di una rivoluzione tedesca, e all’incertezza che serpeggiava nei primi anni della democrazia di Weimar, questo filone letterario riflette pure in modalità visive l’insicurezza generata dalle innovazioni tecniche e dalla rivolta, eventi che aiutarono ad accrescere il numero di immagini liberamente accessibili nella sfera pubblica e nello spazio esterno della metropoli del tempo di Weimar».


Sfogliando il romanzo

8 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (I)


Presentiamo in due parti una breve riflessione sulla crisi in Ucraina. Desideriamo mettere per scritto qualche idea che ci è venuta da diverse letture, più intensamente condotte a cominciare dal bagno di sangue dello scorso 20 febbraio, quando i cecchini hanno preso di mira i manifestanti di Majdan, lasciando per strada cento morti e cinquecento feriti. Delle tante immagini registrate dagli inviati nel disastro di quelle ore, una ci ha colpito in modo particolare perché coglie in pieno molte delle stridenti contraddizioni del nostro tempo: «Al centro del viale Kreshatik, di fronte a un caffè elegante e a una boutique di moda con surreali cartelli “chiuso per rivoluzione”, c’è un capannello di una cinquantina di persone che prega. Ai loro piedi otto cadaveri allineati». Tempo fa in un reportage dal Medio Oriente, leggevamo che in un quartiere di Baghdad, una città che nel corso del 2013 è stata martoriata da una terribile sequela di attentati, dove ancora le interruzioni di corrente elettrica si protraggono per buona parte della giornata, esiste un centro commerciale superlusso, protetto da guardie armate, in cui è possibile togliersi più di uno sfizio, come acquistare un profumo per sessantacinque dollari. Il consumismo arriva dappertutto e, a quanto sembra, la convivenza con la morte non incide affatto sulle sue caratteristiche. 
Difficile analizzare tutto questo. In prima battuta, si resta più che altro disorientati.
L’Ucraina si è finora rivelata un pantano per la diplomazia internazionale, che comunque dall’una e dall’altra sponda pare abbia lavorato senza sforzarsi più di tanto e senza variare di una virgola modelli preconfezionati e ormai scaduti.   
Che la frontiera orientale sia una soglia inquieta e un cosmo assolutamente peculiare ce lo spiega in maniera straordinaria Joseph Roth nel suo capolavoro, La marcia di Radetzky, romanzo del 1932, nel quale è rievocata la fine dell’impero austro-ungarico. A lui dedicheremo il nostro secondo articolo.
Qui ci limitiamo a sottolineare che la questione ucraina è uno strascico della prima guerra mondiale. Questa eredità problematica trova spazio nell’opera rothiana, la quale si chiude non a caso con lo scoppio del conflitto che sorprende i reparti austriaci proprio al confine tra Russia e Ucraina. La lunga mano della guerra si stende gradualmente sui personaggi, braccandoli sempre più da vicino fino all’inevitabile confronto con la morte. È la cronaca, se vogliamo, di uno scivolamento della storia verso un compimento annunciato.
Vogliamo quindi riproporre e discutere la conclusione del romanzo, perché ci sembra compendiare ciò che al momento accade in questa agitata frontiera del vecchio continente. Ma su tale aspetto ci soffermeremo la prossima volta.

 
Kiev-Pechersk, 1895


Ogni settimana che passa, districarsi nel pasticcio ucraino è impresa sempre più difficile. Osservatori, analisti, diplomatici non fanno in tempo a disegnare scenari e ipotizzare soluzioni, che puntualmente, poche ore dopo, il banco salta. Ultima delle tante clamorose retromarce che hanno costellato il tesissimo dialogo tra cancellerie occidentali e vertici russi, l’accordo di Ginevra lo scorso 17 aprile. Tre giorni dopo, uno scontro a fuoco nella città separatista di Sloviansk, ha quasi mandato tutto a monte. Forse però, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che ciò che è stato siglato in Svizzera un paio di settimane fa, solo con un grande esercizio di fantasia delle parti avrebbe potuto tradursi in una seria soluzione del problema. Firmare una carta affatto stringente sul disarmo, priva di indicazioni pratiche su come si sarebbe dovuto realizzare sul campo, senza pertanto spingere la Russia a scoprirsi e a mettere nero su bianco una collaborazione fattiva con il governo ucraino in tale senso, ha regalato parecchi punti a chi scommette sul caos in Ucraina. E si sta facendo anche di peggio. I tentennamenti dell’Occidente, dentro i quali si annida una preoccupante stanchezza nella gestione delle crisi internazionali – al di là delle sanzioni pare esserci poca lucidità per considerare altro – rischiano di arare il terreno proprio a quella violenza che può far da alibi a qualsiasi escalation. Ogni volta che leggo di nuove sparatorie nell’est dell’Ucraina, non posso far a meno di pensare alle alacri manovre del regime hitleriano per creare il proprio casus belli con la Polonia. Ricordiamo, a titolo d’esempio di quella torbida stagione, l’incidente del 10 agosto 1939, quando Reinard Heydrich in persona ordinò a Alfred Naujocks, Sturmbannführer, oltre che futuro terrorista e falsario, di inscenare con i suoi agenti un atto di sabotaggio nella zona di confine, alla stazione radio di Geiwitz. I retroscena di questo episodio, in cui le SS lasciarono il cadavere di un militare polacco sul luogo dell’attentato come prova della paternità dell’azione, vennero poi alla luce in seguito alle deposizioni rilasciate da Naujocks al processo di Norimberga.
Eppure nel “grande gioco” tra Oriente e Occidente lo stesso Putin è una pedina che organizza mosse contraddittorie, le quali tradiscono, oltre i roboanti proclami, l’assenza di una vera e propria strategia. Al di là del principio vecchio di una decina di anni, formulato da Vladislav Surkov, ideologo dell’attuale regime russo, secondo cui la sovranità non è solo un diritto ma una capacità, non si intravede in alcun modo come, facendo leva su questa teoria politica, possano essere elaborati nuovi e concreti indirizzi per affrontare i problemi che stanno sul tavolo – l’Ucraina ma anche la Siria, situazioni tra loro sempre più pericolosamente allacciate.
La base navale di Sebastopoli (Crimea) ospita la flotta russa dal 1738. Il contingente militare presente in città è di 14.000 unità. Porto da sempre strategico per la Russia, dal momento che attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli le assicura in inverno uno sbocco nel Mediterraneo e nell’Oceano indiano, quando le basi del Baltico e del Mar Bianco sono impraticabili a causa del ghiaccio, la sua importanza si è improvvisamente accresciuta nel marzo 2011, all’inizio del conflitto siriano. Da qui infatti Mosca coordina i movimenti della propria flotta a Tartus e Latakia.
Putin sembra smanioso di usare l’Ucraina per una dimostrazione di forza, sia nei confronti degli occidentali, rei di aver smarrito leadership e integrità morale, sia verso i propri nemici interni – non è da sottovalutare il rinfocolarsi del terrorismo nell’area caucasica; così stando le cose salta qualsiasi lettura “lineare” del conflitto. Quando in politica estera c’è in ballo l’emotività, e la Russia putiniana nell’attuale vicenda ne mescola molta al già di per sé confuso corso degli eventi, allora è possibile tutto e il contrario di tutto. Ci si interroga se dietro l’atteggiamento russo non vi sia l’intento di alzare la posta in gioco, per proporre agli occidentali un rinnovato patto sulle grandi crisi e la cooperazione in Europa. Potrebbe darsi, ma va detto che in una fase tanto concitata andare al rilancio è quasi come entrare in una polveriera con un fiammifero acceso. Fatti presenti questi elementi, persino buona parte dell’armamentario da guerra fredda, frequentemente tirato in ballo da tanti che scrivono sulla crisi, va adattato a un contesto per molti aspetti inedito. Si ha l’impressione, semmai, che lo stesso capo del Cremlino, a corto di argomenti, si spinga sul filo delle allusioni a quel clima per seppellire ogni trattativa sul nascere.  
Negli stalli delle situazioni siriana e ucraina – da una parte una guerra civile cruenta che va avanti da tre anni nell’indifferenza generale, dall’altra una guerra civile che rischia di deflagrare e avere un decorso non meno lungo e drammatico – si scontano inoltre diversi omissis e errori nelle relazioni tra Russia e Occidente degli ultimi vent’anni. Con la fine della guerra fredda si è continuato a trattare i russi come nemici sconfitti. Nel 1991 diversi sondaggi indicavano che l’80% della popolazione russa aveva una buona opinione degli americani. Nel ’99 il dato si era ridotto al 20%. Nel 2000, quando è andato al potere, le posizioni di Putin erano tutto sommato concilianti verso l’Occidente. Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan e smobilitato le basi sovietiche a Cuba e in Vietnam. L’eterno belligerante George W. Bush ha subito ringraziato con delle mosse alquanto discutibili, espandendo la Nato nel Baltico e nei Balcani, decidendo l’invasione dell’Iraq senza il mandato dell’Onu, dando sostegno alle rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan. Questi pasticci hanno creato un circolo vizioso che influisce tuttora sui rapporti USA-Russia e inevitabilmente fa traballare i negoziati.
Non è infine trascurabile la complicata situazione economica in cui versa l’Ucraina. I debiti pesano e, lo si è visto, vengono agitati come uno spauracchio dai russi che promettono di rimpinguare le casse di Kiev. Ma tra il dire e il fare, si infila sempre quella tentazione propagandista che sposta i termini della questione. La rabbia degli ucraini si è indirizzata principalmente alla corruzione della propria classe dirigente, uno stato d’animo che in questo momento scuote e risveglia le coscienze di molti popoli in diverse parti del mondo. Majdan ha convogliato buona parte di questa frustrazione e del rifiuto di uno stato corrotto. Non lo si è detto né scritto abbastanza. Di fronte a tale problema, l’Europa non può pensare che il compitino del Fondo monetario pervenuto al ministero dell’economia ucraino possa far cambiare l’aria che si respira nel paese.
Nei futuri incontri diplomatici bisognerà tenerlo ben presente e cominciare a mettere a fuoco una via percorribile, se si vogliono neutralizzare certi proclami russi. Sarebbe inoltre auspicabile un ravvedimento di entrambe le parti – a ovest si dovrebbe fare uno sforzo di volontà e lavorare in maniera un po’ meno scoordinata e sorniona di quanto si è visto finora, a est si spera che più di qualcuno si stia accorgendo di aver imboccato un vicolo cieco.

(Di Claudia Ciardi)





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Il Caffè geopoliticoDossier Ucraina


«La situazione in Ucraina peggiora e le opzioni militari cominciano purtroppo ad affiorare. Abbiamo trattato il tema dal punto di vista politico, strategico-militare, mediatico e vi presentiamo una serie di contenuti speciali con opinioni, foto e video per capire meglio»


A cura di Claudia Ciardi:

L'estrema destra "forconista" in Piazza Majdan c'è stata e c'è. La propaganda putiniana ne ha fatto una clamorosa strumentalizzazione, promuovendo la crociata contro i "fascisti di Kiev". Tuttavia non pochi opinionisti occidentali, in maniera altrettanto scorretta, hanno preferito glissare su una presenza molto scomoda.
Si veda l'utile sintesi di Guido Caldiron, «Il Manifesto», 21. 2. 2014: «Macerie d'Europa. L'estrema destra vuole l'escalation».

In questo blog:

«Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali».

«Il ‘decalogo’ che ci scorre sotto gli occhi mostra in tutte le sue sfaccettature il processo che comporta l’occupazione dei vertici dello Stato e di ogni posizione disponibile nella società da parte di soggetti incompetenti e totalmente pervertiti dall’indottrinamento. Si tratta della messa a nudo di un vizio umano che nella Germania hitleriana conobbe una stagione trionfale, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivarono, ma a fronte del quale ancora oggi è importante mettere in campo tutte le risorse disponibili per restare vigili e non cadere in tentazione».

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