Visualizzazione post con etichetta Ost. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ost. Mostra tutti i post

30 settembre 2014

Else Lasker-Schüler - Concerto/ Konzert


«Cinque brevi prose inedite in Italia della grande poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler, incentrate sul racconto della sua infanzia in Germania, momento di vita ideale e idealizzato in cui germogliano i semi di una maturità lirica che ne faranno una delle voci femminili più intense e struggenti nel panorama letterario europeo del primo Novecento.
Immenso tema quello della Kindheit, cosmo sentimentale, patria perduta, orizzonte della Sehnsucht. Da Kleist a Benjamin, Roth e Rilke, l’infanzia è una metafora dell’esistenza, la latitudine prescelta per narrare la fragilità umana e il naufragio del mondo. Il poeta la dissotterra come fosse una città sepolta e torna a farvi ardere le fiaccole della propria immaginazione. In questo percorso a ritroso, dove la realtà appare necessariamente sfumata e il filo delle memorie si svolge nel duplice affanno di chi è intento a dipanarlo e di chi lo insegue, emergono nella loro sconvolgente crudezza solitudini e contraddizioni dell’epoca odierna. 
Tra tali fuochi fatui, La finestra illuminata della Schüler, vertice di contenuto e di stile tra le prose qui raccolte, è una radura fiabesca, momentaneo risveglio del ricordo strappato all’indifferenza della storia, prodigio di scrittura sul quale si allungano le ombre della sera. Dal riflesso dei suoi vetri si tende una calda mano materna che viene a rassicurare colui che per un attimo vi getta lo sguardo».

(Di Claudia Ciardi)



Else Lasker-Schüler, Concerto e altre prose sull'infanzia,
a cura di Claudia Ciardi,
traduzione di Claudia Ciardi e Katharina Majer,
Via del Vento edizioni, settembre 2014
ISBN 978-88-6226-079-4
Euro 4,00

Scheda del libro/ Book snippet

Contiene/ Table of content:

Di prima mattina
Elberfeld nel Wuppertal
La mia infanzia
Concerto
La finestra illuminata

Collection/ collana Ocra gialla


«Venticinque anni fermentò questa poesia nel mio cuore, divenne una vigna, un’antica vite di Spagna, vite giudaica, dell’età delle stelle. Con l’arte va infatti come col vino. Quanto più si dispiega sulla volta del cuore, tanto più si rafforza. Alla mia adorata mamma, che io, da quando mi si rivelò la finestra ad arco, nell’andare a dormire la sera con timore ero solita abbracciare forte, raccontavo con grandi occhi il segreto del vetro illuminato. «Sei una poetessa», diceva mia madre. E il fatto che lei ora sia morta e non possa prendere parte di persona al banchetto apparecchiato dei miei versi, rattrista la mia anima. È in cielo, e quando è sera, la cerco dietro il luminoso granato della finestra di nuvole».

Da La finestra illuminata 


In questo blog/ related links:

Infanzia e Oriente - Kindheit und Orient





La recensione dell'ultimo numero della rivista «Incroci», dove è stato pubblicato un inedito di Joseph Roth, su «Poesia» di Nicola Crocetti - n. 296, settembre 2014, p. 30

31 luglio 2014

Date le circostanze




Una volta, in un negozio di cianfrusaglie a Pescara, una vecchia cinese mi convinse a comprare una lunga gonna azzurra con delle balze di velluto che incorniciavano la stoffa, ravvivandola. A dire il vero, persuadermi non le costò un grande sforzo. Ho un debole per l’azzurro, e l’interesse per l’indumento si sommava all’unicità della circostanza. Girovagavo da due ore buone in certe vie laterali, dove il tempo pare depositarsi sui muri con maggiore fiducia che il suo tocco sia notato dal passante, e proprio là in fondo, da qualche parte, trovai la venditrice. Ricordo perfettamente la vetrata vuota con la gonna esposta al centro come una reliquia, e la luce opaca che stazionava in quel posto, una strana luce sospesa a mezz’aria. Fuori stava forse per piovere. La mano della cinese svolazzò sopra il bancone, a quell’ora in quell’atmosfera da sartoria dei poveri, il suo gesto fu come un imperativo al quale non mi potei sottrarre. Non so come, la gonna scese dal mezzo busto che avrebbe voluto imitare un manichino, e così spogliato, improvvisamente a disagio, quel trespolo sembrò sul punto di sbottare ora con me ora con la sua risoluta padrona. Per un attimo, tutta la vetrina fu in subbuglio, l’intera bottega parve affannarsi dietro il bel drappo che cambiava tetto. Non era una perdita indifferente né ebbi il coraggio di voltarmi per vedere cosa venisse in sua sostituzione. Un regno finiva, un altro iniziava. Anche per me sarebbe andata così, ma allora capitava che mi affidassi solo a quella vaga aspettativa su cui le cose scivolavano senza far trapelare nulla o quasi delle loro reali intenzioni con me. La gonna non è che l’abbia indossata così tanto, ma questo a modo suo rientrava nei patti. Comprarla aveva più che altro il senso di una necessità, avrebbe salvato l’istante in cui il luogo cercava di farsi ricordo, di assicurarsi la devozione della sua visitatrice.
Questo atto nato da un solitario pomeriggio pescarese, non ha di certo inaugurato la mia inclinazione per la bizzarria degli abiti e perfino per alcuni travestimenti. Ho sempre accordato volentieri a stoffe, vesti, maschere, copricapi buona parte delle mie simpatie, ovunque mi trovi a passeggiare, e più ancora so di averne destinate ai loro custodi, in genere donne e uomini lunatici, poco avvezzi alla compagnia.
Ricordo di essermi letteralmente beata a guardare una berlinese allo Spittelmarkt provarsi e riprovarsi un cappotto nero, un vecchio capo sicuramente usato, stretto in vita, con grandi bottoni disposti su due file, finemente ricamati sul petto; quel banco di robivecchi, dove il proprietario con grazia di altri tempi si faceva prontamente specchio, assecondando i leziosi movimenti delle clienti, mi suggerì una timida idea di femminilità sfuggita per miracolo alle sale adamantine di boutique al neon. E ricordo alla perfezione con quale stupore, in una calda estate della mia città, mi sono trovata davanti a un banco pieno zeppo di colbacchi. Sarebbero bastati per qualche memorabile pagina di Gogol’, mentre erano venuti a spiaggiarsi in un’assolata città, che nulla aveva in comune con gli inverni pietroburghesi. Era più o meno il tempo dei “russi”, la gente chiamava così i mercatari dell’est Europa che per qualche stagione si riversarono nelle strade del sud, col proposito di dar vita a un piccolo commercio e garantirsi modesti guadagni, dopo anni di isolamento dall’altro lato del muro. Si tiravano dietro orologi, radio portatili, torce, marchingegni e attrezzi di ogni tipo, e l’andirivieni di tali carovane, sotto i loggiati del centro e anche sulle vie del litorale, non durò poco. Mi accadde con mio padre di trattare il prezzo di una lente, e quando l’affare fu sul punto di concludersi, il tizio della bancarella, con un’espressione alquanto enigmatica, mi allungò una moneta d’argento con l’effigie dell’imperatrice dei Boxer – ma a quell’età non avevo la più pallida idea di chi o cosa rappresentasse. Era una gran bella moneta, disse che me l’avrebbe data per poche lire in più e io non ci pensai un attimo a intascarla. Mio padre non fece parola, limitandosi ad assecondare la mia decisione. Quando però mi spiegò la storia, trasalii. Quel venditore aveva inteso burlarsi di me? Il mio primo incontro con la Cina fu dunque in un improvvisato mercatino di città, attraverso le mani di un “russo” che era più probabilmente un polacco, che mi vendette la moneta di una sanguinaria. Caspita. Forse è anche per questo che in seguito, quando ho avuto a che fare con delle cinesi, fossero commesse di un negozio, cuoche gentili che mi mettevano sul tavolo un anellino o un portafortuna, pazienti in fila dal mio medico, e perfino nelle lettere che da universitaria scambiavo con una studentessa di Wuhan, mi ha sempre colta la sensazione di trovarmi davanti delle agguerrite visionarie, e le loro fugaci apparizioni hanno finito per accrescermi questo sconcerto. Tutta colpa di un polacco che ha voluto giocare con me a testa o croce.
Per carnevale invece andavo da una matta che viveva in uno sgabuzzino dietro una delle piazze del centro. Mia madre mi sgridava ma entrare lì mi serviva, sì “mi serviva”, era proprio quello che le dicevo, e puntualmente sentivo la voce alzarsi e inseguirmi sulle scale. Le mie caviglie però erano più veloci, mi buttavo giù a capofitto e in un baleno ero dentro quel terribile bugigattolo, dove la puzza di umidità albergava senza rimedio e i vestiti si davano manforte a moltiplicare sotto ogni aspetto il fastidio e l’inquietudine. Questa tizia, appartenente a un anarchico e assai creativo meticciato pisano, razza ormai quasi del tutto scomparsa, a febbraio noleggiava costumi e il resto dell’anno lo passava a cercarli. Non riesco proprio a capire come tirasse avanti. Dopo alcune spedizioni andate a vuoto, ci trovai anch’io il mio indumento, e la pratica del noleggio nelle mani di questa anarchica divenne una volteggiante cerimonia, senza capo né coda. Mi rifilò un biglietto che andò subito perso, era bellissimo vedere come si sforzava di dare ufficialità alla cosa senza riuscirci. “Allora ricordatelo”, fu il massimo della puntualità con cui mi congedò. Quel posto nella mia fantasia contava assai più di qualcosa, ed era ancor più prezioso per un motivo che ho capito dopo, crescendo. Dimostrava che sopravvivere si poteva, eccome, che ci si poteva salvare e anche redimere, rivendicando il proprio nome a se stessi, tenendo fede a un carattere indocile, furioso se vogliamo, se quello che ci costringe è sbagliato se il prezzo che comporta ci rende uguali e irrimediabilmente perduti.
È stata poi la volta di un fantasma. Esattamente, un fantasma. Per un po’ ho cambiato città, conosciuto nuove persone, e in questo via vai la sorte mi ha regalato uno dei suoi cenni più bizzarri; sulle prime pensavo si trattasse di un’altra burla ma la costanza con cui questa sagoma bianca mi ha fatto visita, mi ha costretta ad accantonare l’idea. Già al mio arrivo – era di novembre, una domenica – la donna con indosso un lenzuolo mi è guizzata al fianco, il viso coperto di biacca, tra le mani un piattino per le elemosine. La sua presenza è rifluita in me come l’acqua di un temporale nelle grondaie delle case; da quando ci siamo incrociate, l’ho sentita uguale al morbido tamburellare che fa la pioggia, quando è vicina a smettere. L’ho avvistata poi tante altre volte, e nessuna mi è mai rimasta indifferente, per il mio umore, l’ora, la situazione.
Ultimamente penso però che si sia messa addirittura a seguirmi. Ma questo sarebbe troppo, o magari potrebbeanche  essere. La verità è che non sono sicura sia lei. Mi pare ben strano, non ha mai osato tanto, la sua distanza è ciò che me l’ha resa superba. E lei lo sa. Ora che è sulle mie tracce, ho quasi l’impressione che mi abbia tradita. Sentirla parlare è stata una tortura. No, tu non puoi parlare. Ma se parla, significa che è arrivato il momento di passare le consegne. Ha ragione, non ne potrà più di star dietro alle mie contraddizioni. In fin dei conti ha adempiuto magnificamente ai suoi compiti. Non ho da rimproverarle nulla.
E date le circostanze, desidero che la cosa faccia il suo corso.

(Testo e foto di Claudia Ciardi)



12 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (II)




Proseguiamo l’intervento sull’Ucraina, occupandoci della frontiera orientale dal punto di vista di uno dei suoi più profondi narratori, Joseph Roth. Originario di Brody, piccola città della Galizia, regione asburgica ora scomparsa, la più densamente popolata da ebrei all’interno dell’impero, ebreo lui stesso afflitto dalle chiusure della provincia ma anche consapevole dell’iniziazione poetica che quest’ambiente gli aveva regalato, Roth ha per l’arcipelago orientale una straordinaria predilezione, che riversa in pagine estremamente commosse. Si avverte, in questi quadri ovunque disseminati nella sua opera, tutto l’attaccamento a un mondo segnato da intrinseca fragilità e da un ineludibile destino di dissoluzione. Ucraina significa “regione di frontiera” e non è un caso che proprio in luoghi come questo gli eventi si concentrino in dorsali estremamente instabili. Anche un’analisi letteraria risulta quindi di assoluto interesse per comprendere il carattere di tali territori e il loro problematico inserimento negli assetti disegnati da vicini potenti e agguerriti.
Nei riferimenti rothiani alla terra di confine, in cui interviene certamente anche una dose di sublimazione, si colgono alcuni caratteri ricorrenti. Il primo è la natura che si impone con forza sugli uomini, i quali non riescono a opporgli resistenza – lo shtetl, il villaggio, è quasi un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda e non ha nulla a che vedere con la distaccata astrazione delle città. In tal senso si può parlare di una sorta di paganesimo rothiano che nel celebrare la natura attua un ritorno ai Lares della propria infanzia e, in generale, della propria cultura. Di esempi se ne possono fare tanti, ma uno dei vertici, se si escludono i passi di La Marcia di Radetzky – in cui mi vengono in mente le belle descrizioni della Moravia in estate o l’arcaica serenità della campagna slovena –  è senza dubbio l’immagine della Siberia, estrema propaggine dell’Oriente, in Fuga senza fine.
Ci sono poi gli abitanti della frontiera, la cui arretratezza non alimenta alcun disprezzo, semmai contribuisce a rappresentare quella dimensione epica che Roth rimpiange come ormai perduta alla vita e dunque alla scrittura. Se si analizza un testo incompiuto quale il Perlefter, o il lungo abbozzo (Fragole) che avrebbe dovuto fare da battistrada a un romanzo autobiografico sull’infanzia trascorsa in Galizia, vi troviamo condensati molti di questi motivi, puntualmente sviluppati e inseriti nell’opera per così dire maggiore. Figure di carrettieri, falegnami, osti, mercanti, girovaghi, piccoli bottegai, ebrei avvolti nei lunghi caffettani «come un campo di strane spighe nere al vento», un cosmo oscillante, i cui protagonisti fronteggiano ogni giorno le necessità dettate dalla sopravvivenza. Leggiamo insieme l’incipit del frammento autobiografico: «La città dove sono nato si trova nell’Europa orientale, in una grande pianura scarsamente popolata. Verso est questa pianura è infinita. A ovest è delimitata da una catena di colline blu, visibile soltanto in limpide giornate estive. Nella mia città natale vivevano all’incirca diecimila abitanti. Di questi, tremila erano matti anche se innocui. Una soave pazzia li avvolgeva come un nembo d’oro. Attendevano ai loro affari e guadagnavano soldi. Si sposavano e generavano figli. Leggevano libri e giornali. S’interessavano delle faccende del mondo. Conversavano in tutte le lingue parlate dalla popolazione assai composita della nostra regione».
Chi dalla cosiddetta civiltà approda alla frontiera, spesso ne viene sopraffatto. È questa una riflessione dominante gran parte di La Marcia di Radetzky, dopo il trasferimento di Carl Joseph, l’inetto rampollo della famiglia Trotta, nel reggimento dei Cacciatori, d’istanza al confine con la Russia. I soldati cadono vittime dell’alcol e del gioco, e non mostrano alcuna convinzione per i loro incarichi: «Nessuno era forte come la palude. Nessuno poteva reggere alla vita di frontiera. Verso quell’epoca i più alti capi a Vienna e Pietroburgo cominciavano già a preparare la grande guerra. Gli uomini della frontiera la sentivano arrivare prima degli altri; non solo perché erano avvezzi a presagire le cose, ma anche perché ogni giorno potevano vedere con i propri occhi gli indizi del disastro».
L’usuraio Kapturak, che compare anche nel Giobbe, nei panni di chi dietro un lauto compenso aiuta i soldati a disertare, è qui l’emissario di una corruzione che lentamente si infiltra nel mondo, nelle falle di una società che va esaurendo la sua forza: «Ai confini della monarchia austro-ungarica c’erano a quell’epoca molti uomini del genere di Kapturak. Essi cominciavano a volteggiare intorno al vecchio Impero come quei neri e vili uccelli che da infinita distanza adocchiano un moribondo. Con impazienti e foschi colpi d’ala aspettano la sua fine. Coi becchi ricurvi si avventano sulla preda. Non si sa da dove vengono, né dove volan via. Sono i pennuti fratelli della misteriosa morte, suoi nunzi, sua scorta e suo seguito».
Che siano i contadini di Sipolje, il villaggio sloveno dove i Trotta hanno origine, o quelli della frontiera ucraina, Roth ama trasmettere al lettore l’attaccamento alla terra, unico elemento certo e inamovibile, attorno al quale la vita si ripete con ciclica ritualità. In un passo piuttosto emblematico da questo punto di vista, nel romanzo Destra e sinistra, lo scrittore austriaco indica la sede della nostalgia nei piedi, ai quali il richiamo alla terra, al luogo di nascita è solito trasmettersi per primo: «È ai piedi che la nostalgia si è comunicata per primi, ai piedi, gli strumenti della peregrinazione».
Nei villaggi di campagna il tempo si modula sull’alternanza delle stagioni, arando una poesia che armonizza opere e giorni. La precarietà dell’esistenza avrebbe pertanto una compensazione nella maggiore autenticità che la sorregge.
Accanto alle effimere comparse di questi idilli, tuttavia, è il tempo storico che in La Marcia di Radetzky accentra e livella qualsiasi sviluppo della narrazione, correndo inarrestabile in quella “azione parallela” che è la guerra. Sebbene il conflitto sia ancora lungi dal deflagrare, il sentore della morte aleggia continuamente sui personaggi, che sia nell’aspetto sia nel comportamento ne portano addosso i segni. Si direbbe che Roth volutamente indugi sul carattere profetico della morte, sul suo lento insinuarsi nella vita, attraverso indizi all’apparenza di poco conto ma inequivocabili. Perfino nella parte finale del romanzo, quando ormai i giochi sono fatti, non abbandona questo espediente narrativo. I russi hanno già cominciato a muoversi lungo il confine e la loro presenza è annunciata dall’arrivo dei corvi: «I grossi uccelli neri erano immobili sui rami, frutti sinistri, piombati dallo spazio. Se ne stavano lì imperterriti, gli uccelli neri, gracchiavano e basta. Stepaniuk tirò dei sassi contro di loro. Ma i corvi si limitarono a sbattere due o tre volte le ali. Erano accoccolati sui rami come frutti nati dall’albero». Questa sinistra rivelazione che gli abitanti della frontiera, avvezzi a leggere nei cambiamenti della natura, colgono subito, era stata preceduta da un’altra non meno sconvolgente. La festa organizzata dal reggimento, oltre a essere l’occasione in cui affiorano al completo le ridicole manie di ufficiali e soldati – è la fotografia di un esercito in rotta prima ancora di approdare sul campo di battaglia – si trasforma in un evento più che surreale. Funestata da un temporale che costringe gli ospiti a riparare nel vicino castello, e che indispone l’animo degli organizzatori, la natura sembra voler a tutti i costi allearsi con la storia. E in effetti la notizia dell’assassinio dell’erede al trono non si fa attendere: irrompe in piena notte, mentre le orchestrine suonano morbidi valzer per accompagnare gli invitati verso l’ultima illusione.
Più volte Carl Joseph aveva preso e riposto l’uniforme nell’armadio, infine l’aveva sistemata nel proprio bagaglio dove «la personalità di soldato di Trotta giaceva, un cadavere ripiegato secondo il regolamento». Al destino non si scampa. Di lì a poche settimane inizia la mobilitazione, e anche nel momento della marcia dei soldati Roth non tralascia di elencarci quei dettagli che alludono alla disfatta: il fango che si richiude schioccando sugli stivali dei soldati, intralciandone il passo, è già di per sé un’immagine di sepoltura non solo dei singoli ma anche della storia cui appartengono.

(Di Claudia Ciardi)



In questo blog:

«Otto prose inedite in Italia. Otto “personaggi in cerca d’autore” che escono dalla penna di Joseph Roth come altrettante miniature fantastiche. Effimeri protagonisti di un’epica marginale e sofferta, comparse di un mondo sconvolto dalla guerra. Clowns e camerieri alle prese col carovita, fantasmi, maghi, fotografi come negromanti, un luogo di villeggiatura stregato dall’aria di ottobre, donne inghiottite dalle mode alle quali hanno irrimediabilmente svenduto la propria femminilità, viandanti stanchi del clamore e del vuoto incontrati in viaggio, che ora siedono malinconici e traditi a un angolo di strada».

«Concordemente al saggio di Kracauer sulla vita weimariana, la letteratura della flânerie emergeva da un’esperienza di vacuità e alienazione individuali e collettive, da un’esperienza della nullità [Nichtigkeit] dell’individuo. Insieme alla rassegnazione procurata dalla prima guerra mondiale, alla confusione di una rivoluzione tedesca, e all’incertezza che serpeggiava nei primi anni della democrazia di Weimar, questo filone letterario riflette pure in modalità visive l’insicurezza generata dalle innovazioni tecniche e dalla rivolta, eventi che aiutarono ad accrescere il numero di immagini liberamente accessibili nella sfera pubblica e nello spazio esterno della metropoli del tempo di Weimar».


Sfogliando il romanzo

12 marzo 2014

La grande illusione




Un film di Jean Renoir. Con Jean Gabin, Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Dita Parlo, Marcel Dalio
Titolo originale: La grande illusion 
Genere: drammatico
Durata: 113'
Francia, 1937

«Da una parte ragazzi che giocano a fare i soldati, dall’altra soldati che giocano come ragazzi». Affacciati a una finestra che guarda sul cortile delle esercitazioni in un campo di prigionia in Germania, le voci dei soldati francesi s’insinuano a fatica nel rumore assordante della marcia delle giovani reclute tedesche. Jean Renoir rappresenta la prima guerra mondiale ma nulla o quasi di quel che accade in prima linea entra nel racconto. La sua è una guerra che si fa strada attraverso i bollettini affissi alle pareti del campo o si lascia interpretare nei gesti e nelle espressioni dei sorveglianti, la cui quotidianità scorre en face con quella dei prigionieri. Guerra di logoramento, dunque, non solo per chi è immerso nel fango delle trincee, ma anche per coloro che da troppo tempo se ne stanno rinchiusi, lontani dalla casa e dagli affetti. Nel frattempo si attinge a ogni risorsa per provare a evadere. Più che altro con la mente. Per una ragione o per l’altra qualsiasi tentativo di fuga infatti non tarda a rivelarsi inutile, e i prigionieri finiscono sempre per ritrovarsi attorno a un tavolo con la loro impotenza e tutta la stanchezza che il protrarsi degli eventi comporta. In questo perenne, a tratti perfino comico, inseguimento di ruoli degno del più riuscito "guardie e ladri", è racchiuso il fortissimo desiderio di normalità provato da tutti i protagonisti. Ogni trasgressione del regolamento apre delle crepe in cui affiora con prepotenza la voglia di tornare a essere uomini. La ribellione è principalmente nei confronti di ciò che tiene distanti gli uomini l’uno dall’altro. Di scene da incorniciare ve ne sono molte, e l’interpretazione di Jean Gabin (Maréchal), un gigante nel ruolo del pilota ferito che le prova tutte finché, insieme a un compagno, non gli riesce di scappare dalla fortezza in cui lo hanno confinato, è un contributo rilevante al capolavoro. L’aspetto ludico attraversa per intero il film, culminando nel concerto di flauti e pentole, orchestrato da un maestro d’eccezione, il capitano De Boëldieu, che vuole dare al suo buon Maréchal un’ultima possibilità per chiuderla una volta per tutte con la prigionia. La danza tra i costoni del perimetro del castello, nella quale De Boëldieu si esibisce, suonando il flauto davanti ai suoi carcerieri, è la metafora della fine di un mondo. Quando il direttore della fortezza, che con il capitano ha un rapporto di profondo rispetto, perché a lui lo accomuna l’appartenenza a quell’aristocrazia ormai avviata al tramonto, si vede costretto a sparargli, il colpo che esce dalla sua pistola è come se uccidesse anche lui. 
Prima di cadere esanime, De Boëldieu guarda un istante l’orologio: certezza che la fuga è riuscita, volontà di stabilire l’attimo della propria fine. Il corpo che si accascia nel buio è l’istante in cui la realtà, la tragedia che si consuma fuori, entra nel forzato isolamento dei soldati. Quella pallottola che squarcia la notte ricorda che nulla è accaduto per gioco.   
La grande illusione è un film sulla pace. Il titolo non sorprende: quanto a illusioni la prima guerra mondiale ne ha seppellite parecchie. Il conflitto secondo Renoir ha un volto grottesco, gli uomini sono principalmente prigionieri di se stessi, delle tante aberrazioni grandi e piccole che il tempo così sospeso, estromesso dal vivere di tutti i giorni, comporta. Con una scelta narrativa volutamente arretrata rispetto ai campi di battaglia, il regista illumina da una prospettiva fino a allora inedita l’amara ribalta della Grande Guerra. Va in parallelo, viene da dire in perfetta sintonia col messaggio dell’opera, la storia travagliata della sua conservazione. Premiato alla Mostra di Venezia del ’37, il film lascia freddi Hitler e Mussolini. Quest’ultimo pensa bene di vietarne la diffusione in Italia: ci vorranno dieci anni perché la censura fascista decada. Intanto i primi venti di guerra prendono forza sul continente. Con l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi (giugno del ’40), le bobine scompaiono dal laboratorio parigino che le custodiva per riapparire a Berlino. Niente di preciso si sa riguardo questa operazione: l’unico dato certo è che non deve essere stata semplice, perché parliamo di almeno quaranta casse di materiali. Ma l’odissea di Renoir non è affatto conclusa. Entrati a Berlino i sovietici si impadroniscono delle casse che migrano a Mosca. Non se ne saprà più nulla fino alla metà degli anni Sessanta, quando il ritorno del film in Francia viene barattato per un episodio di James Bond. Restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2011, ne è finalmente riemerso in tutto il suo splendore narrativo. Quando è stato girato, è chiaro che nessuno poteva immaginare un destino così difficile e tanto profondamente legato alle lacerazioni continentali. Di fatto a ovest come a est l’impegno di Renoir contro la guerra sembra aver incantato anche coloro che, prigionieri dell’ideologia dei due blocchi, non se la sono sentita di distruggerlo.

(Di Claudia Ciardi)




In questo blog:

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».

«Un libro passato forse senza troppo clamore nelle librerie italiane ma su cui vale la pena riaccendere l'attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l'autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

«Cinque frammenti che ci consegnano uno spaccato di vita di un grande interprete della Mitteleuropa. Un flâneur che con passo lucido e originale ha esplorato ambienti e ossessioni della propria epoca, a partire da una deflagrazione drammatica occorsa lungo il suo cammino: l’esperienza del primo conflitto mondiale».

Naufragio di guerra #0:
«Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia».



25 gennaio 2014

Meeting Ost: «Most»



Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali.
Non è infrequente sentir dire che il recente allargamento dell’Unione sarebbe una delle cause della crisi e del suo acuirsi. Dirimere una tale questione implicherebbe incrociare diversi dati e perdersi in parecchi meandri statistici. Sia sufficiente dire che le letture sbilanciate verso una sola ‘verità’ in genere fanno rima con parzialità, e chi punta preventivamente il dito contro qualcuno, di solito ha più di una cosa da farsi perdonare. Ricordiamo, per chiarezza storica, che a Atene nel 2003, dieci paesi dell’Europa centrale, orientale e mediterranea firmavano il trattato di adesione alla UE, entrato in vigore il 1° maggio del 2004 con le quindici ratifiche dei vecchi stati membri. Si realizzava così quello che è stato ribattezzato come “allargamento big bang”, con il passaggio dei membri UE da quindici a venticinque, per poi divenire ventisette nel 2007 (con l’ingresso di Romania e Bulgaria). Di fatto, a partire dal 2004, l’Unione non è più soltanto tra stati occidentali. Saper guardare a questa nuova realtà implica uscire dalla sindrome del “blocco unico”, visione livellante e deliberatamente preclusa a qualsiasi approfondimento. Entità unica l’Europa orientale lo è stata, pagando peraltro, è giusto non dimenticarlo, un prezzo altissimo a livello culturale e identitario. Ciò che ha reso temporaneamente possibile tale assimilazione è una sovrastruttura politica, perciò quando parliamo di Europa dell’est si dà propriamente a tale espressione un significato politico e non geografico. Questa Europa infatti non è nata né culturalmente né etnicamente omogenea. Al suo interno vivono comunità di orientamento religioso differente: cattolico, greco-cattolico, russo-ortodosso, romeno-ortodosso, luterano, battista, ebraico e musulmano. Abitano in città cosmopolite o comunità rurali, appartengono a diverse aree linguistiche: slave, romanze, ugro-finniche, baltiche e germaniche. Si può parlare di una regione orientale, non senza periodi di insofferenza e turbolenze all’indirizzo di Mosca, in un periodo storico preciso, che si colloca tra il 1945 e il 1989. E anche all’interno di questa forzata koiné bisogna distinguere tra chi faceva parte dell’Unione Sovietica già dal 1917-’18 e chi è entrato nel blocco dopo la seconda guerra mondiale. Se poi ci si spinge ancora più indietro, alla dominazione asburgica e all’influsso veneziano, ad esempio, si scoprono ulteriori incroci e ci si imbatte in altre realtà peculiari e non meno complesse. La sensazione rothiana di «perdere una patria dopo l’altra» – dapprima la sua Galizia si dissolverà insieme ai fasti viennesi con lo scoppio della Grande Guerra, poi l’annessione dell’Austria da parte della Germania nel 1938, aprirà una falla irreparabile nella sopravvivenza di questo ‘mondo di mezzo’ – testimonia la labilità in cui è immerso da sempre il variegato cosmo orientale, inevitabilmente fascinoso quanto sfuggente agli occhi di chi lo attraversa.  
Dunque, come differenti sono le storie e gli apporti culturali dei paesi dell’est (una cosa sono le repubbliche baltiche, un’altra i Balcani, altra ancora Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria), come differente è stato il loro complicato decorso post sovietico, altrettanto versatile, comprensivo e lungimirante dovrebbe essere il dialogo che i membri fondatori dell’Unione europea hanno interesse a sostenere con una realtà tanto frastagliata.
La tendenza che va per la maggiore, anche perché per proporzione inversa comporta uno sforzo minore a livello di studio e ricerca sull’altro, è invece quella della riduzione della complessità fino alla banalizzazione del passato storico. Non c’è da stupirsi dunque, se la dialettica ovest-est conosce periodi di allontanamento e battute di arresto. Il pregiudizio occupa un posto ancora rilevante nel dibattito, e il vederne affiorare per intero l’apporto negativo, quando maggiori sono le difficoltà per tutti i membri comunitari, invita a fare urgentemente autocritica e a svecchiare visioni politiche molestamente incardinate a una dottrina occidentalista ormai in affanno.
L’incertezza che costantemente paralizza l'azione, il rigore astratto dei dettati protocollari di Bruxelles, il calendario delle regalie da elargire non prima di aver dato prova di adesione incondizionata alle teologie della BCE, se tirati troppo per le lunghe e senza che si giunga a un maggior coinvolgimento delle parti, come in tutti i progetti, quindi anche in quello unitario, rischiano di produrre disaffezione e logoramento.
Di tutto questo ci parla con competenza e passione «Most», la rivista quadrimestrale prodotta dalla redazione di East Journal, sito di approfondimento storico e analisi politica dedicato a eventi rilevanti di Europa centrale, orientale, Russia, Vicino Oriente e Asia. Si tratta di un osservatorio quanto mai prezioso, che mi sento di consigliare a chi desidera documentarsi e tenersi aggiornato su questa parte di mondo, perché proprio qui sono in atto importanti redistribuzioni di potere non prive di conseguenze per il futuro dell’Europa.
Gli autori insistono a ragione su un concetto che, in questo momento di bonaccia e disorientamento nelle dinamiche europeiste, è bene non stancarsi di divulgare: «Il processo di allargamento è ancora in corso e i Balcani e la Turchia sono oggi le sfide che l’Unione si trova davanti. Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento e approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. L’UE assomiglia ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, come paventato da alcuni, il rischio è che anche l’integrazione si arresti».
Un’affermazione che proprio nell’Ucraina degli ultimi due mesi vede un banco di prova molto delicato. La protesta pro-Europa si sta allargando anche alla parte russofona della popolazione. Se in questa circostanza Bruxelles mostrasse un po’ più di coraggio, la Russia finirebbe per venire a più miti consigli. Una Ucraina europea farebbe cadere le minacce russe: davvero Putin insisterebbe sulla chiusura dei rubinetti del gas? Andrebbe avanti su una posizione che implicherebbe la perdita degli entroiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi ai paesi europei? Improbabile. Si tratta più che altro di una guerra dei nervi. L’Europa teme una escalation delle ritorsioni e allora l’unica cosa di cui è capace, mettendosi nella scia di Washington, è agitare lo spauracchio delle sanzioni, che danneggerebbero inevitabilmente la popolazione, già provata da un quadro economico difficile. I tentennamenti europei nei confronti dell’Ucraina hanno ricadute immediate sulla gente che adesso è in piazza ma anche sulla tenuta e coerenza del processo di integrazione. La giornalista Julija Mostovaja ha dato voce alla drammaticità di questo stallo, riassumendolo qualche settimana fa su «Zerkalo Nedeli» con queste parole: «Un tempo l’Ucraina era considerata il ponte tra la Russia e l’Europa. Lo è ancora oggi, ma in questa fase i suoi estremi geografici stanno affondando in un mare di soldi russi. E in questo mare si trova anche Evromajdan ["Piazza europea", il nome con cui in Ucraina si indica la mobilitazione filoeuropea]. Mosca la odia, Washington è nervosa, Bruxelles la ama di un amore platonico».
Il laboratorio di «Most» contribuisce alla costruzione di un’alternativa culturale e politica. Attraverso la ricognizione di dati storici, alternati al racconto dell’ampio spettro dell’attualità, invita il lettore a esercitare tutto il proprio senso critico, perché essere attori di quel che sta accadendo, avrà una profonda rilevanza nel dialogo tra future generazioni.

(Di Claudia Ciardi)


Alcuni tra gli argomenti di maggior rilievo su «Most» #6:
  • L’avventurosa e difficile migrazione dei Trentini in Bosnia
  • La questione dei Rom in Ungheria: tra razzismo e degrado sociale
  • L’allargamento dell’Europa: il problematico dialogo con la Turchia, la costellazione jugoslava, le aspettative europee del popolo ucraino
Ulteriori informazioni sul sito di East Journal 

In questo blog:
Oriente-Occidente
oriente - come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

4 gennaio 2014

August Sander - Antlitz der Zeit


August Sander im Siebengebirge um 1941 
 (Forse pensando a Caspar David Friedrich)

A partire dalla metà dell’Ottocento la fotografia acquista un ruolo sempre più importante, aiutando lo studio dell’uomo e delle sue abitudini. L’impiego di questo mezzo infatti, quasi per naturale predisposizione, si accompagna agli sviluppi della nascente antropologia, di cui le Società francese e tedesca erano allora le più autorevoli esponenti, dettando non a caso il metodo per la realizzazione del ritratto scientifico. All’inizio del XX secolo si assiste a un interessante mutamento della figura del fotografo antropologico che va svincolandosi dal suo compito di documentarista e inizia a coltivare in maniera autonoma alcuni aspetti più creativi insiti nel meccanismo di riproduzione delle immagini. La prima guerra mondiale è stata un banco di prova assolutamente peculiare anche per i fotografi. Non solo professionisti, incaricati di mappare il territorio o immortalare i reparti ma anche ufficiali che di loro spontanea iniziativa hanno portato con sé le apparecchiature per documentare l’esperienza in prima linea.
Nascono così, nell’affollato trentennio che unisce due guerre spaventose e le tragedie dei molti e dei singoli da esse generate, talenti come Edward Curtis, famoso per gli scatti dedicati agli indiani d’America, Roman Vishniac, russo di origini, fotografo della Germania del ’20 e dal 1935, su incarico di un ente umanitario ebraico, della vita nei ghetti, August Sander, ‘biografo’ delle diverse classi sociali tedesche a partire dalla fine dell’Ottocento e soprattutto celebre narratore delle tante ombre che assediavano i volti dei suoi connazionali nel periodo weimariano. Kodak, Brownie, Rolleiflex e Leica sono tra le prime macchine portatili che ci hanno raccontato il turbolento e drammatico passaggio dalla Belle Époque alla seconda guerra mondiale.


Roman Vishniac, People behind bars - Berlin Zoo, early 1930s ©

August Sander - Beggar (mendicante), 1926 ©

«Il mio primo incontro con la fotografia avvenne nel 1890, in un'epoca in cui il kitsch e la degradazione del gusto erano ancora al loro apogeo. Per me, come per tutti quelli che non ne avevano mai avuto, il primo apparecchio fotografico appariva come una scatola magica. […]
I primi negativi che stampai mi procurarono una gioia immensa, più stemperata per i miei familiari i quali trovarono che le rughe dei volti erano poco estetiche e creavano dei brutti effetti. Era come dire che la fotografia di un dilettante non ritoccata non poteva equivalere alle fotografie di pessimo gusto dei fotografi professionisti dell'epoca».

Queste riflessioni di August Sander (1876-1964) non solo esprimono tutto l’entusiasmo di un giovane ragazzo cresciuto nel bacino minerario di Herdorf (Siegerland), che trova proprio negli abitanti della borgata industriale i soggetti dei suoi primi scatti, ma tradiscono anche l’insoddisfazione per certe mode che rischiano di inchiodare la fotografia a vacui e inservibili clichés
Sembra di riascoltare qui le parole che Roth affidò a un feuilleton del 1929 nel quale ragionava della maggiore empatia che si respirerebbe nelle vecchie fotografie in contrapposizione alla freddezza che assedia i ‘nuovi’ ritratti.

È dunque chiara, fin dall’inizio, in Sander la volontà di fare della fotografia una professione ma ancor più un’arte nella quale la ricerca di verità e poesia permettono di dipanare quel filo sottile di memorie che unisce le generazioni, contribuendo alla storia di un paese.
Nel tempo resterà fedele ai volti che ne avevano tenuto a battesimo gli esordi. La sua predilezione andrà alla strada, agli sguardi di accattoni, reduci, invalidi, disoccupati, girovaghi, artisti del circo, gente ai margini che volutamente ‘fa sfilare’ accanto a ordinati ritratti di borghesi e impeccabili divise. Un silenzioso dialogo, un accostamento perfino irriverente, agli occhi di molti, da cui traspare la devozione sincera di Sander per gli ultimi.

Dopo l’esperienza come fotografo militare nel reggimento di fanteria di stanza a Treviri (1897-1899), si impiega nello stabilimento fotografico Greif a Linz, dove il suo nome inizia a circolare fuori dalla ristretta cerchia della sua clientela. Questo gli permette di esporre con successo i suoi lavori, riuscendo a segnalarsi con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi. Nel 1910 si trasferisce a Colonia, da quel momento in poi sua città adottiva, inaugurandovi il proprio atelier.

Parlando della sua carriera e delle fonti di ispirazione dei soggetti via via rappresentati, come nel caso della raccolta Uomini del XX secolo, più volte Sander indugerà sull’infanzia e l’adolescenza, su quel microcosmo acerbo e arcaico che aveva contribuito alle sue prime impressioni sul mondo.

«Ma è nel mio paesetto del Westerwald che sono nati i personaggi della cartella. Queste persone delle quali io conoscevo le abitudini fin dall'infanzia mi sembravano, anche per il loro legame con la natura, designati apposta per incarnare la mia idea di archetipo. La prima pietra era così posta, e il tipo originale servì da referente per tutti quelli che ho trovato in seguito per illustrare nella loro molteplicità le qualità dell'universale umano».

La fedeltà alle origini intride tutta la sua poetica e comporta scelte non allineate col gusto estetico del tempo. I visi scavati dei suoi contadini, gli operai fiaccati da massacranti turni di lavoro, i suoi storpi e acrobati non hanno nulla a che fare con i canoni della bellezza ariana propagandati dal regime. Sander ci mostra una Germania in bilico tra arretratezza e progresso, una nazione afflitta da fragilità mascherate da prove di forza ma perciò tanto più vera e commovente, molto più disponibile a raccontare se stessa nei suoi primi piani di quanto non lo fosse sui cartelloni pubblicitari e nelle martellanti campagne d’immagine pianificate dal potere.

(Di Claudia Ciardi)


August Sander - Circus Artists, 1926 ©

August Sander photographiert Deutsche Menschen Published in 1959 which includes 46 portraits with text, from the series "project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people) including a text about August Sanders himself. All in Dutch.
The magazine DU a Swiss publication was founded in 1941 and still running today.

The name August Sander (1867-1964) is famous for the extensive series of portraits from the project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people). With this extensive collection, Sander attempted to portray all walks of life in the first half of 20th-century Germany.

Source: DU MAGAZINE 225 | November 1959


During military service, August Sander was an assistant in a photographic studio in Trier; he then spent the following two years working in various studios elsewhere. By 1904 he had opened his own studio in Linz, Austria, where he met with success. He moved to a suburb of Cologne in 1909 and soon began to photograph the rural farmers nearby. Around three years later Sander abandoned his urban studio in favor of photographing in the field, finding subjects along the roads he traveled by bicycle.

"Man of the Twentieth Century" was Sander's monumental, lifelong photographic project to document the people of his native Westerwald, near Cologne. Stating that "[w]e know that people are formed by the light and air, by their inherited traits, and their actions. We can tell from appearance the work someone does or does not do; we can read in his face whether he is happy or troubled," Sander photographed subjects from all walks of life and created a typological catalogue of more than six hundred photographs of the German people. Although the Nazis banned the portraits in the 1930s because the subjects did not adhere to the ideal Aryan type, Sander continued to make photographs. After 1934 his work turned increasingly to nature and architectural studies.

Source: Getty.edu


August Sander - Circus Artist (portrait), 1926 ©

Bibliography:

August Sander: Photographs from the J. Paul Getty Museum
August Sander
Getty Publications, 2000

The long life of German photographer August Sander (1876-1964) spanned one of the most turbulent eras in his country's history. The Great War of 1914-1918, the Weimar Republic, the reign of National Socialism, and the horrors of World War II all left an indelible imprint on both the man and his work. Sander, a conventional studio portraitist who transformed himself into an avant-gardist, exemplified the complex and sometimes contradictory nature of his time.

The Photography of Crisis: The Photo Essays of Weimar Germany
Daniel H. Magilow
Penn State Press, 2012

The Photography of Crisis examines narrative photography and creates a snapshot of where Germany was after World War I and what it would become with the rise of National Socialism. By reading Weimar photo essays within their historical and literary context, Daniel Magilow shows how German photographers intervened in modernity's key political and philosophical debates regarding the changing notions of nature, culture, personal identity, and national identity.

August Sander. Uomini del ventesimo secolo
August Sander, Alfred Döblin
Abscondita, 2012

Il volume, che contiene anche un saggio di Alfred Döblin, raccoglie sessanta ritratti in bianco e nero scattati da Sander tra il 1905 e il 1929.

Links:

Moma Collection

Extensive Sander's photo gallery on Amber online

August Sander – Portfolio



15 novembre 2013

Flüchtlinge aus dem Osten - Profughi dell’est


Joseph Roth und der Osten



Fürst Geza – (in Ungarn setzt man den Vornamen nach den Familiennamen), und er heißt nur so dank einem launigen Schcksal, das Bettlern manchmal herrscahftliche Attribute beizulegen beliebt –, also eigentlich: Geza Fürst war in einem Budapester Kolonialwarengeschäft Lehrling seit seinem zwölften Lebensjahre. Als er sechzehn Jahre alt war, began die ungarische Räteherrschaft, und der Kolonialwarenladen wurde geschlossen. Infolgedessen ging Geza zur roten Armee.
Als die Reaktion in Ungarn ans Ruder kam, flüchteten Geza Fürst und seine Eltern in das von den Rumänen besetzte Gebiet Ungarns. Die Rumänen wiesen die Familie Fürst aus. Der Vater Fürst, ein jüdischer Schneidermeister, übersiedelte mit Frau, vier Töchtern, Schere, Elle, Zwirn, Nadel und seinem jüngsten Sohn Geza in die Slowakei.
Nach Budapest konnte der sechzehnjährige Geza, der ja in der rotten Armee gedient hatte, nicht zurück. Also kam er nach Berlin.
Nicht etwa, um in Berlin zu bleiben. Der Demobilmachungskommissar ließ es ja ohnehin nicht zu. Geza Fürst, der kaum Siebzehnjährige, will nach Hamburg. Auf ein Schiff. Als Schiffsjunge. Soll er etwa neuerlich in einem Kramladen kunstvolle Tüten drehn, Heringe bei steifen Schwänzen aus den Fässern ziehn und Rosinen hinter dem Ladentisch verschütten? Oder sich bei Armeen anwerben lassen? Geza Fürst will mit Recht auf ein Schiff. Sirenen tuten, weiße Kamine prusten Dampf, Schiffsglocken läuten, Matrosen abgeben. Er ist breit gebaut und dennoch von schon Grenzenlosigkeit und blaue Horizonte.
Nun kam Geza Fürst nicht nach Hamburg, weil er vorläufig keine Papiere hatte.
Geza Fürst schlief in einem Logierhaus in der Grenadierstraße. Dort machte ich seine Bekanntschaft. Ich lernte noch andere kennen. In diesem Logierhaus waren nämlich etwa hundertzwanzig aus dem Osten geflüchtete Juden untergebracht. Viele Männer waren geradewegs aus der russischen Kriegsgefangenschaft gekommen. Ihre Kleidung bildete eine groteske Monteurfetzeninternationale. In ihren Augen war tausendjähriges Leid zu sehen. Frauen waren da. Sie trugen ihre Kinder auf dem Rücken wie schmutzige Wäschebündel. Und Kinder, die auf krummen Beinen durch eine rachitische Welt krochen, knabberten an harten Brotrinden.

Es waren Flüchtlinge. Man kennt sie allgemein unter dem Namen «Die Gefahr aus dem Osten». Pogromangst schweißt sie zusammen zu einer Lawine aus Unglück und Schmutz, die, langsam wachsend, aus dem Osten über Deutschland rollt. Im Berliner Ostviertel staut sich ein Teil in größeren Klumpen. Wenige sind jung und haben gesunde Glieder wie Geza Fürst, der geborene Schiffsjunge. Fast alle sind alt, gebrechlich und gebrochen.
Sie stammen aus der Ukraine, Galizien, Ungarn. Hunderttausende sind zu Hause Pogromen zum Opfer gefallen. Hundertvierzigtausend fielen in der Ukraine. Überlebende kommen nach Berlin. Von hier aus wandern sie nach dem Westen, nach Holland, Amerika und manche nach dem Süden, nach Palästina.
Im Logierhaus riecht es nach Schmutzwäsche, Sauerkraut und Menschenmasse. Auf dem Fußboden lagern zusammengerollte Körper wie Gepäckstücke auf einem Bahnsteig. Ein paar alte Juden rauchen Pfeife. Die Pfeife stinkt nach verbranntem Horn. Kinderkreischen flattert in den Winkeln herum. Seufzer verlieren sich in den Ritzen der Dielenbretter. Einer Petroleumlampe rötlicher Schimmer kämpft sich mühsam durch eine Wand aus Rauch und Schweißdunst.
Geza Fürst aber hält es nicht aus. Er streckt die Hände in die ausgefransten Rocktaschen, pfeift sich eins und geht auf die Straße, frische Luft schöpfen. Morgen wird er vielleicht in dem ostjüdischen Obdachlosenasyl in der Wiesenstraße unterkommen. Wenn er nur Papiere hätte. Denn man ist sehr streng in der Wiesenstraße und nimmt nicht so ohne Weiteres jeden auf.
Im Ganzen sind 50.000 Menschen aus dem Osten nach dem Kriege nach Deutschland gekommen. Es sieht freilich aus, als wären es Millionen. Denn das Elend sieht man doppelt, dreifach, zehnfach. So groß ist es. Es sind mehr Arbeiter und Handwerker unter den Zugewanderten als Händler. Nach der beruflichen Gliederung sind 68,3 Prozent Arbeiter, 14,26 Prozent Lohnarbeiter und nur 11,13 Prozent freie Händler.
Sie können in keinem deutschen Betrieb untergebracht werden, obwohl die größte Gefahr nur dann besteht, wenn die Leute nicht arbeiten dürfen. Dann warden sie natürlich Schieber, Schmuggler und sogar gemeine Verbrecher.
Der Verein der Ostjuden in Berlin bemüht sich vergeblich, die Öffentlichkeit zu überzeugen, dass das Gesündeste die Verteilung der zugewanderten Arbeitskräfte auf den gesamten deutschen Arbeitsmarkt wäre. Aber selbst die Abschiebung der Leute begegnet Schwierigkeiten bei den Behörden. Statt allen jenen, die ein Ausreisevisum verlangen, sofort die Abreise zu ermöglichen, versucht die Behörde, die Erledigung der Ausreisegesuche in die Länge zu ziehen. Wochenlang sterben die Geflüchteten hier von der Mildtätigkeit der Mitmenschen, eh’ es ihnen möglich wird, das Weite zu suchen. Bis jetzt ist es zwölfhundertneununddreißig Personen gelungen, Berlin zu passieren, ohne hungers gestorben zu sein.

In der Wiesenstraße, in dem städtischen Asyl für Obdachlose, das eine Zeit lang geschlossen war, ist jetzt eine Unterkunftsstätte für geflüchtete Ostjuden geschaffen worden. Die Leute werden gebadet, desinfiziert, entlaust, gespeist, gewärmt und schlafen gelegt. Dann verschafft man ihnen die Möglichkeit, Deutschland zu verlassen. Es ist eines der segensreichsten Vorbeugungsmittel gegen die «Gefahr aus dem Osten».
Hie und da ist einer unter den Leuten, der Intelligenz und Unternehmungsgeist besitzt. Er wird nach New York gehen und Dollarprinz werden.
Vielleicht gelingt es Geza Fürst, nach Hamburg zu kommen und Schiffsjunge zu werden. Geza Fürst, der jetzt in der Grenadierstraße auf und ab geht. Hände in der Hosentasche, Rotgardist außer Dienst, Abenteuer und Seepirat in spe. Ich hörte ihn letzthin ein ungarisches Lied singen, das hatte folgenden Text: Ich und der Wind, wir beide sind gut Freund; kein Haus und kein Hof und kein Menschenkind, das um uns weint …

«Neue Berliner Zeitung», 12 – Uhr-Blatt, 20.10.1920

Michael Bienert, Joseph Roth in Berlin. Ein Lesebuch für Spaziergänger,
KiWi (Kiepenheuer & Witsch), 2010
   


Cover - KiWi ©


Fürst Geza – gli ungheresi mettono il nome di battesimo dopo il cognome – si chiama così solo grazie a un capriccio del destino, che qualche volta si diletta ad assegnare ai mendicanti titoli signorili; Geza Fürst, dunque, lavorava come apprendista per un negozio di generi coloniali a Budapest da quando aveva dodici anni. Quando ne compì sedici ebbe inizio il governo ungherese dei soviet e il negozio di generi coloniali venne chiuso. Così Geza si arruolò nell’Armata Rossa.
Dopo il trionfo della rivoluzione ungherese, Fürst Geza fuggì con i suoi genitori nei territori dell’Ungheria che erano occupati dai rumeni, i quali però cacciarono l’intera famiglia Fürst. Fürst padre, un maestro sarto ebreo, emigrò così in Slovacchia con moglie, quattro figlie, forbici, metro, filo da cucire, ago, nonché il figlio minore Geza. Il sedicenne Geza, poiché aveva servito l’Armata Rossa, non poteva fare ritorno a Budapest. Andò dunque a Berlino.
Non per rimanervi: il commissario della smobilitazione non glielo avrebbe in nessun caso concesso. Fürst Geza ha appena compiuto diciassette anni, vuole andare ad Amburgo e imbarcarsi come mozzo su una nave. Deve forse tornare a preparare buste di carta artigianali in una bottega? Tirare fuori dalle botti le aringhe con la coda rigida e versare uva passa sul bancone? Oppure lasciarsi arruolare nell’Armata? Fürst Geza vuole a buon diritto imbarcarsi su una nave: squillano le sirene, i camini bianchi sbuffano vapore, suonano le campane e il mondo non ha fine. Fürst Geza sarebbe un buon marinaio, ha spalle larghe e un corpo agile, e i suoi occhi verdi già vedono orizzonti sconfinati e l’azzurro infinito.
Tuttavia, Fürst Geza non è partito per Amburgo, poiché non aveva i documenti.
Dormiva in un dormitorio per i poveri nella Grenadierstrasse. Fu là che feci la sua conoscenza. Ne conobbi molti altri: in quella pensione erano alloggiati infatti circa centoventi ebrei fuggiti dall’est.. Molti uomini tornavano direttamente dalla prigionia russa; il loro abbigliamento costituiva una grottesca sfilata internazionale di divise stracciate. Negli occhi vi si leggeva una sofferenza millenaria. C’erano donne, portavano sulla schiena i loro figli come fagotti di biancheria sporca, e bambini che, provenienti da un mondo rachitico, si trascinavano su gambe storte sgranocchiando croste di pan secco.
Sono profughi. Si conoscono sotto il nome comune di ‘pericolo dell’est’. La paura dei pogrom li tiene insieme come una valanga di infelicità e fango, che, crescendo piano piano, arriva rotolando dall’est attraverso la Germania. Una parte di loro si è fermata in grandi gruppi nel quartiere orientale di Berlino. Ce ne sono di giovani con corpi sani, come Geza Fürst, il marinaio nato. Ma quasi tutti sono vecchi, deboli, disfatti.
Vengono dall’Ucraina, dalla Galizia, dall’Ungheria. Centinaia di magliaia sono stati vittime di pogrom in casa propria. Quattrocentomila sono morti in Ucraina. I sopravvissuti arrivano a Berlino. Da qui volgono a occidente, verso l’Olanda, l’America, e alcuni verso il sud, in Palestina.
Il dormitorio odora di corpi umani ammucchiati, di biancheria sporca e crauti. Sul pavimento si accampano persone come bagagli sulla pensilina di una stazione. Un paio di anziani ebrei fuma la pipa. La pipa puzza di corno bruciato. Si sentono strilli di bambini tutt’intorno. I sospiri si disperdono tra le fessure delle assi del pavimento. Il chiarore rossastro di una lampada a petrolio lotta con fatica per farsi varco attraverso un muro di fumo e sudore.
Geza Fürst non ne può più. Infila le mani nelle tasche sfilacciate della sua giacca e fischiettando se ne va in strada per respirare un po’ di aria fresca. Forse domani troverà un alloggio all’asilo per gli ebrei dell’est senzatetto nella Wiesenstrasse.
Se solo avesse i documenti. Perché nella Wiesenstrasse sono molto severi, e non accolgono chiunque si presenti.
In tutto sono 50.000 le persone che dall’est sono venute in Germania dopo la guerra. Ma a dire il vero sembrano milioni, poiché la miseria appare doppia, tripla, decuplicata, tanto è grande. Tra gli immigrati ci sono più operai e artigiani che commercianti. Secondo le statistiche sull’impiego per il 68,3 per cento sono operai, per il 14,26 lavoratori salariati e solo l’11,13 è costituito da liberi commercianti. Non possono essere collocati in nessuna azienda tedesca, sebbene il pericolo maggiore venga proprio dal non permettere alla gente di lavorare. Allora diventano, com’è ovvio, spacciatori, contrabbandieri e persino criminali comuni. L’associazione degli ebrei dell’est a Berlino si impegna inutilmente per convincere l’opinione pubblica che la miglior soluzione sarebbe la ripartizione della forza lavoro degli immigrati sull’intero mercato del lavoro tedesco. Ma persino l’espulsione di queste persone incontra difficoltà da parte dell’amministrazione. Invece di autorizzare la partenza immediata a tutti quelli che richiedono un visto di uscita, le autorità si ingegnano a prolungare il processo di richiesta di espatrio. Per intere settimane i profughi si sfiniscono così stando dietro alla carità del prossimo per riuscire a prendere il largo. Fino ad ora ce l’hanno fatta milleduecentonovantatre persone a passare per Berlino senza prima morire di fame.

Nella Wiesenstrasse, nell’asilo cittadino per i senzatetto, che per un certo tempo è rimasto chiuso, è stato creato ora un alloggio per gli ebrei profughi. La gente viene lavata, disinfettata, spidocchiata, alimentata, riscaldata e messa a letto. Poi viene data loro la possibilità di lasciare la Germania. È una delle più utili misure preventive contro ‘il pericolo dell’est’.
Di quando in quando capita qualcuno tra di loro che possiede intelligenza e spirito d’iniziativa: andrà a New York e diventerà miliardario.
Forse a Geza Fürst riuscirà di andare ad Amburgo e diventare un mozzo. Geza Fürst che ora va su e giù per la Grenadierstrasse, mani in tasca, guardia rossa fuori servizio, e forse futuro avventuriero e pirata dei mari. Di recente l’ho sentito canticchiare una canzone ungherese: io e il vento siamo buoni amici, né una casa né un cortile né un figlio spargono una lacrima per noi…

Joseph Roth, A passeggio per Berlino,
a cura di Vittoria Schweizer,
Passigli Editori, 2010



Cover - Passigli Editori ©


Il grazioso volumetto edito da Passigli propone per la prima volta in traduzione italiana delle Berliner Bilder stese da Joseph Roth, quando si aggirava per le strade della metropoli in qualità di corrispondente dei numerosi giornali che vi si stampavano. La scrittura berlinese restituisce uno spaccato di vita quotidiana in Germania che ha un profondo valore documentale, catturando sguardi, mode, drammi, che si alternarono a ritmi vertiginosi tra gli anni Venti e Trenta sulla scena della Grande Città. “Figure e sfondi” frutto dei capricci della storia, poco più che manichini di cera destinati a soccombere alle bizzarrie del tempo, «spettrali e insieme corporei», per citare l’inizio del Panoptikum, dove lo scrittore non mancherà di recuperare questa grottesca qualità duale che assimila uomini e cose. Maschere effimere e tuttavia struggenti nel loro mondo di fantasticherie e repentini rovesci, attori che di lì a poco sarebbero scomparsi, come la maggior parte dei luoghi che li avevano tenuti a battesimo. Il libro contiene anche una cospicua sezione di note che aiutano a collocare i singoli brani nell’orizzonte culturale in cui hanno visto la luce. Quest’opera non può che impreziosire la biblioteca di qualsiasi appassionato di Roth e di storia di Berlino.

(Di Claudia Ciardi)



Marc Chagall - Il violinista sul tetto

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...