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1 luglio 2015

Espressionismo tedesco




Palazzo Ducale, a Genova, rinnova quest’anno l’appuntamento espressionista e “berlinese”, inaugurato nel 2013-2014 da Edvard Munch, con una bella mostra dedicata al gruppo della Brücke. Si tratta di un evento di grande spessore, che conferma la qualità dell’offerta culturale del capoluogo ligure.
La rassegna, curata da Magdalena M. Moeller, direttrice del Brücke-Museum di Berlino, comprende oltre centotrenta opere fra dipinti, stampe e disegni che hanno il compito di illustrare contaminazioni ma anche sostanziali differenze tra gli animatori di questa avanguardia. Occupa un ruolo centrale l’impatto con la nascente metropoli, che ebbe una sostanziale importanza per certi sviluppi del gruppo ma fu anche alla base della sua disgregazione. Del resto, tale è la storia dell’espressionismo, non solo per quanto riguarda il suo manifestarsi in pittura o nella grafica. Se ne seguiamo i progressi in poesia, nella musica, nel cinema, sarà impossibile non constatarne la natura di amalgama più che composito, nel quale confluiscono personalità anche assai diverse tra loro, dove a fronte di strappi e continue rigenerazioni, anzi proprio in virtù di queste forze contrastanti, per circa un decennio perdurano quelle istanze di rifiuto dello status quo che hanno contribuito a scuotere le fondamenta del potere imperiale in Germania.
Un’ascesa tutto sommato veloce, dunque, dalle profonde implicazioni politiche. Dagli inizi di questa avventura, nata ufficialmente il 7 giugno 1905 a Dresda, allo scioglimento del gruppo nel 1913, alcune straordinarie personalità fanno clamorosamente parlare di sé e sconvolgono il panorama dell’arte tedesca. Tutto comincia, perfino un po’ per caso, sui banchi del Politecnico di Dresda, alla facoltà di architettura. Fritz Bleyl e Ernst Ludwig Kirchner si conobbero lì nel 1901. Era il loro primo semestre di lezioni, Bleyl fu attirato da un compagno a dare un’occhiata ai disegni di un corsista. Ne rimase subito molto colpito e verso quel ragazzo di Chemnitz, che era per l’appunto Kirchner, sentì un’immediata simpatia. Divennero inseparabili per l’intero periodo universitario. Lo scarso interesse per i programmi accademici, era ampiamente compensato dalla comune passione per il disegno. Nel 1904 fecero la conoscenza di Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff. A proposito di quei momenti in cui il gruppo stava prendendo forma, ecco il ricordo di Kirchner: «E così un giorno un giovane salì le scale di casa mia declamando lo Zarathustra a gran voce, senza bavero né cappello, presentandosi come Erich Heckel». A Schmidt-Rottluff il merito di aver trovato il nome con cui presentarsi sulla scena culturale tedesca: «Schmidt-Rottluff disse che avremmo dovuto chiamare il gruppo Brücke, era una parola dai tanti significati, non avrebbe rimandato ad alcun programma preciso ma avrebbe per così dire condotto da una sponda all’altra».
Tra i più clamorosi tentativi di reclutamento, gli inviti caduti nel vuoto a Matisse e a Munch. La Brücke si distinse da subito anche per la verve comunicativa, grazie a un intenso lavoro pubblicistico che ne accompagnò le attività, approdando a numerosi allestimenti che videro un graduale crescente afflusso di visitatori. Dalla prima, per certi versi improbabile, esposizione tenuta nell’autunno del 1906 nella sala vendite di una fabbrica di lampadari, a Dresda, alle migliori gallerie d’arte, da cui iniziarono a essere ospitati già a partire dal 1907. Fino al 1910 saranno più di trenta le grandi mostre organizzate in Germania, Svizzera e Scandinavia.
Un ambito specifico sono proprio i manifesti, le locandine, i materiali promozionali delle attività del gruppo; si noti che il programma artistico non venne affidato a un lungo articolo di giornale (come nel caso del futurismo) ma a un breve testo inciso su una xilografia di Kirchner. 
Merita infine spendere qualche parola sull’adesione, piuttosto inaspettata, di Emil Nolde alle istanze dell’avanguardia. Nel gennaio del 1906 Nolde espose le sue opere alla prestigiosa Galerie Arnold di Dresda. Neppure un mese dopo ricevette una lettera di ammirazione per le sue “tempeste di colore” e la richiesta di prendere parte alle attività della Brücke. Nell’allestimento genovese, Nolde è una presenza imponente, sia sul piano pittorico sia per la grafica. Notevoli le acqueforti e le xilografie esposte. Nolde fece parte dell’associazione per un anno e mezzo, uscendone dopo un tempo abbastanza breve a causa di divergenze con gli altri membri; il suo era un temperamento spiccatamente individuale e si può comprendere con facilità come abbia sentito presto il bisogno di tornare al suo percorso. Da mettere in conto anche una non trascurabile differenza di età, rispetto ai fondatori – Nolde era più vecchio di una ventina d’anni. Resta un nome di punta del gruppo, e il suo passaggio tra i fondatori ebbe conseguenze rilevanti per se stesso ma anche per coloro che con lui entrarono in contatto durante quell’esperienza.
Il 1911 fu l’anno del trasferimento a Berlino di Kirchner, Schmidt-Rotluff e Heckel. Max Pechstein si era occupato di sviluppare contatti in loco fin dal 1908, e il salto si prospettava alquanto appetibile. Ma l’incontro con Berlino poteva essere privo conseguenze. La metropoli in pieno fermento, quasi in preda a violente convulsioni con le quali smarriva il proprio volto ottocentesco, perfino agreste, per diventare grande città (dai 300.000 abitanti del 1850 era arrivata a contarne 2 milioni nel 1910), sprigionò una carica di aggressività difficile da controllare per i giovani artisti. Ognuno reagì in maniera diversa, ognuno si sentì arricchito ma anche irrimediabilmente sottratto a se stesso. I colori si scurirono le forme divennero spigolosi: una metamorfosi che si coglie bene ad esempio nelle cosiddette “scene di strada” di Kirchner. E proprio costui fu tra i principali responsabili della rottura, avvenuta nel maggio del 1913.
A Genova, non solo potrete aggirarvi come se vi trovaste nelle sale del museo berlinese, ma sotto i vostri occhi scorrerà attentamente ricostruita una straordinaria parabola creativa che è anche una delle stagioni più intense dell’arte novecentesca, dove il bisogno di rinnovamento del linguaggio pittorico e letterario si salda su istanze cruciali che alimenteranno la protesta sociale in Germania e altrove, nei difficili anni successivi alla prima guerra mondiale. 

(Di Claudia Ciardi)



Emil Nolde - Violette Berglandschaft 


Catalogo della mostra:
Espressionismo tedesco. Da Kirchner a Nolde, 1905-1913, Skira, 2015




In concomitanza, sempre nel contesto di Palazzo Ducale, troverete una retrospettiva sul fotografo tedesco August Sander, accompagnata da un film documentario in cui le persone che lo hanno conosciuto ne raccontano l’arte. Qualcuno ha definito la fotografia di Sander lo “specchio magico” del popolo tedesco. I suoi ritratti hanno colto esattamente com’erano i tedeschi  in un preciso momento. Ma è negli scatti di quel ceto derelitto, spinto ai margini della società, che l’arte di Sander acquista la forza di una rivelazione: la mendicante, il rappresentante di misuratori di forza, gli artisti del circo, il carnevale degli artisti a Colonia, il minatore invalido, la donna delle pulizie, il facchino. Soffermatevi su ognuno di questi volti e vi si aprirà un mondo.
Eppure la particolarità di Sander sta anche nell’aver saputo ritrarre la natura come se fosse una persona umana. Eccovi gli scatti dedicati all’amatissimo Siebengebirge con la corona dei monti vista dal Reno. Oppure i bellissimi alberi innevati sui sentieri di quelle stesse montagne, immortalati ad esempio nella pace di un sentiero, la vigilia di Natale del 1938.
Per approfondire rimandiamo all’articolo Antlitz der Zeit, pubblicato su questo blog.
   

24 marzo 2014

Werner Bischof – After the War

«Jede Begegnung mit dem Tod muss bezahlt werden»
Da Reporter als Kampfgenossen – Ingrid Kolb


Berlin, 1946 ©
 La sagoma del Reichstag sventrato naviga sullo sfondo di una Berlino divenuta spettrale cornice della distruzione.

Desideriamo tornare su un tema che ci appassiona molto, ossia il fotoreportage dalle zone di guerra. Abbiamo già avuto modo di spendere qualche parola sull’ascesa della fotografia nel corso del Novecento quale supporto di straordinaria efficacia per raccontare la storia ma anche e soprattutto come strumento in grado di sollecitare, come mai prima, una riflessione attorno a eventi di portata così devastante, quali ad esempio le due guerre mondiali.
È proprio con la Grande Guerra che il documento fotografico conosce un’inedita affermazione. Molti furono infatti gli ufficiali che partirono per il fronte con tanto di macchina portatile al seguito. I loro scatti segnarono una decisiva svolta nell’utilizzo dell’immagine, che venne allora svincolandosi dalle sue funzioni tecnico-scientifiche, e si impose come mezzo narrativo di sconvolgente immediatezza.
Il documento fotografico avrebbe dunque contribuito a sviluppare un importante dibattito sulle atrocità commesse nei territori di guerra e, preservando la memoria di fatti che per la prima volta con tanta veemenza scuotevano le coscienze, a creare un ampio fronte di consapevolezza verso tali avvenimenti.


Brandenburger Tor, Berlin, 1946 ©

Warsaw, 1948 ©

Werner Bischof (Zurigo, 1916 – Perù, 1954) è uno dei nomi di maggior rilievo a livello internazionale nel campo del fotoreportage del dopoguerra. Dal 1932 al 1936 studia alla Scuola di arti applicate di Zurigo con il fotografo Hans Finsler legato al movimento Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit). In un primo tempo, quindi,  percorrendo con grande precisione e perfezione la strada della fotografia realistica e di moda. Qualcosa di simile agli inizi di carriera di molti autori, (ad esempio August Sander, del quale abbiamo parlato) incentrati sulla ritrattistica, il che consentiva di esercitarsi avendo garantiti i proventi necessari a coltivare la professione. Nel 1942 entra a far parte, come collaboratore fisso, della redazione della rivista svizzera «Du» per la quale svolge principalmente l'attività di fotografo di moda. Durante la seconda guerra mondiale non si muove dalla Svizzera. Resiste nell’ “occhio del ciclone”. Quando la tempesta si placa, Bischof si mette in cammino per documentare i disastri della guerra. Parte nel settembre 1945 diretto nella Germania sud-occidentale, nella zona controllata dai francesi, con una bicicletta, zaino, rullino e fotocamera Leica. Nel suo diario annota questo suo primo incontro con la devastazione, dà conto di come in preda allo stordimento barcollasse in mezzo a un paesaggio di rovine, crateri di esplosioni, montagne di mattoni, sotto cui i corpi seguitavano a imputridire. Di questa esperienza chiave in seguito ha scritto: «Poi venne la guerra e da ciò la distruzione della mia torre d’avorio. Il volto dell’umanità sofferente divenne il punto centrale». E lui si trasforma in fotoreporter. Dedicandosi al fotoreportage ha dovuto modificare il suo modo di lavorare – non conta più infatti l'immagine preparata e elaborata in studio, bensì il momento reale, che è impossibile programmare. Dal 1949 inizia a lavorare per la stampa internazionale e entra nel gruppo Magnum.

(Di Claudia Ciardi)


A man looking at the ruined city, Frankfurt, 1946 ©

«Während der sechs Kriegsjahre verließ Bischof die Schweiz kein einziges Mal mehr, blieb, wie sein Vaterland, unversehrt von den kriegerischen Wirren, die ringsherum in Europa tobten. Er harrete aus im Auge des Sturms. Als dieser sich gelegt hatte, brach Bischof auf. Im September 1945 fuhr er – mit Fahrad, Rucksack, einer Rollei und einer Leica – nach Südwestdeutschland, in die französisch besetzte Zone. Im Tagebuch notierte er, dies sei seine erste Begegnung mit der vollkommenen Verwüstung. Wie benommen taumelte er durch eine Landschaft aus Ruinen, Bombenkratern, Bergen von Backsteinen, unter denen noch immer Leichen rotteten. Später schrieb er über dieses Schlüsserlebnis: «Dann kam der Krieg und damit die Zerstörung meines “Elfenbeinturms”. Das Gesicht des leidenden Menschen wurde zum Mittelpunkt». Er wurde zum Reportagefotografen. Die Nähe zur Malerei und die künstlerischen Kompositionen, mit denen Bischof sich als Werbefotograf einen Name gemacht hatte, blieben auch für seine journalistischen Bilder stilbildend: In ihnen zeigt sich ein außergewöhnlicher Instinkt für Augenblicke, in denen die Zeit innezuhalten scheint. Viele der Fotos, auch traurige, auch tragische, sind von kontemplativer Schönheit. Manche, wie das des halbzerstörten Berliner Reichstags, vor dessen in Nebel gehüllter Silhouette ein Soldatenhelm und die Sonne sich im Wasser einer Pfütze spiegeln, wirken wie aufwendig arrangierte Stillleben, in denen sich Licht, Schatten, Formen, Proportionen zu einem durchkomponierten Ganzen verdichten».

Abstract from Wunden der Welt – Der zweite Weltkrieg, Zeitenspiegel-Reportageschule, Günther Dahl


A mother breastfeeding her child, Bonn ©
Bibliography:

After the war

Werner Bischof, Werner Adalbert Bischof
Smithsonian Institution Press, 1997 - 39 pagine


Smithsonian Institution Press is pleased to join Motta Fotografia, one of Europe's foremost publishers of photography, in presenting a series showcasing the work of postwar masters. Each book includes more than forty duotone or color images and represents an original approach to a particular theme by one of the century's finest documentary or fine-art photographers.This extraordinary portrait of Europe's slow emergence from the rubble of World War ll documents in luminous images Werner Bischof's travels through Germany France, Hungary, Greece, and Italy during a time of profound transition in both countryside and city.

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Questions To My Father: A Tribute to Werner Bischof

Werner Bischof, Marco Bischof (Werner's son)
Phaidon Press, 2004 - 160 pagine

In 1916, with the Great War reducing northern Europe to a treeless, shattered void, a boy was born to the prosperous director of a pharmaceutical firm in Zurich. He was named Werner. It was not an auspicious time to be born and, indeed, his mother died soon after. As a child, young Werner sought order in his life by dissecting snails and photographing, in the limpid light of his creation, the elegant whorls revealed. He did not become the physical training instructor his father wanted him to be. He did not become the painter he had once wanted to be in Paris in 1939, on the brink of another devastating conflict. He became Werner Bischof, the man, and a photographer of incalculable artistry who found in both order and the chaos he confronted and experienced a sublime beauty, a humanity that was singularly his own. His photographs of a post-war Europe in poverty and despair expressed infinite hope for the human condtion, yet he was only 29. Less than 10 years later he was dead, leaving behind among his last photographs that of a Peruvian child playing his flute on the edge of a ravine. It is now an iconic photograph with a fatal allure. Bischof himself died when his jeep plunged over a ravine in the Andes on a quest for the faces, the lives, of harmony there. Fifty years later his son Marco has gathered together 70 previously unpublished photographs by Werner Bischof. They powerfully reiterate the man his father was, the nature of his humanity and his search for a benign and beautiful cognisance of the brief and terrifying world he lived in.

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Wunden der Welt - Ferite del mondo
Zeitenspiegel-Reportageschule, Günther Dahl und Magnum Photos

Da una guerra all’altra, cambiano i luoghi e le persone ma la miseria umana si ripete e la riflessione che ne scaturisce è sempre la stessa: di fronte alla violenza, nessun argine tiene. Gli uomini che si aggirano in queste prese ci inchiodano senza scampo alle contraddizioni del Novecento, secolo del progresso scientifico, delle grandi ratifiche in materia di diritti e ambiente, e al contempo fabbrica di sconvolgenti catastrofi.


Portrait
Werner Bischof - offizielle Website

Magnum Photos - Portfolio

4 gennaio 2014

August Sander - Antlitz der Zeit


August Sander im Siebengebirge um 1941 
 (Forse pensando a Caspar David Friedrich)

A partire dalla metà dell’Ottocento la fotografia acquista un ruolo sempre più importante, aiutando lo studio dell’uomo e delle sue abitudini. L’impiego di questo mezzo infatti, quasi per naturale predisposizione, si accompagna agli sviluppi della nascente antropologia, di cui le Società francese e tedesca erano allora le più autorevoli esponenti, dettando non a caso il metodo per la realizzazione del ritratto scientifico. All’inizio del XX secolo si assiste a un interessante mutamento della figura del fotografo antropologico che va svincolandosi dal suo compito di documentarista e inizia a coltivare in maniera autonoma alcuni aspetti più creativi insiti nel meccanismo di riproduzione delle immagini. La prima guerra mondiale è stata un banco di prova assolutamente peculiare anche per i fotografi. Non solo professionisti, incaricati di mappare il territorio o immortalare i reparti ma anche ufficiali che di loro spontanea iniziativa hanno portato con sé le apparecchiature per documentare l’esperienza in prima linea.
Nascono così, nell’affollato trentennio che unisce due guerre spaventose e le tragedie dei molti e dei singoli da esse generate, talenti come Edward Curtis, famoso per gli scatti dedicati agli indiani d’America, Roman Vishniac, russo di origini, fotografo della Germania del ’20 e dal 1935, su incarico di un ente umanitario ebraico, della vita nei ghetti, August Sander, ‘biografo’ delle diverse classi sociali tedesche a partire dalla fine dell’Ottocento e soprattutto celebre narratore delle tante ombre che assediavano i volti dei suoi connazionali nel periodo weimariano. Kodak, Brownie, Rolleiflex e Leica sono tra le prime macchine portatili che ci hanno raccontato il turbolento e drammatico passaggio dalla Belle Époque alla seconda guerra mondiale.


Roman Vishniac, People behind bars - Berlin Zoo, early 1930s ©

August Sander - Beggar (mendicante), 1926 ©

«Il mio primo incontro con la fotografia avvenne nel 1890, in un'epoca in cui il kitsch e la degradazione del gusto erano ancora al loro apogeo. Per me, come per tutti quelli che non ne avevano mai avuto, il primo apparecchio fotografico appariva come una scatola magica. […]
I primi negativi che stampai mi procurarono una gioia immensa, più stemperata per i miei familiari i quali trovarono che le rughe dei volti erano poco estetiche e creavano dei brutti effetti. Era come dire che la fotografia di un dilettante non ritoccata non poteva equivalere alle fotografie di pessimo gusto dei fotografi professionisti dell'epoca».

Queste riflessioni di August Sander (1876-1964) non solo esprimono tutto l’entusiasmo di un giovane ragazzo cresciuto nel bacino minerario di Herdorf (Siegerland), che trova proprio negli abitanti della borgata industriale i soggetti dei suoi primi scatti, ma tradiscono anche l’insoddisfazione per certe mode che rischiano di inchiodare la fotografia a vacui e inservibili clichés
Sembra di riascoltare qui le parole che Roth affidò a un feuilleton del 1929 nel quale ragionava della maggiore empatia che si respirerebbe nelle vecchie fotografie in contrapposizione alla freddezza che assedia i ‘nuovi’ ritratti.

È dunque chiara, fin dall’inizio, in Sander la volontà di fare della fotografia una professione ma ancor più un’arte nella quale la ricerca di verità e poesia permettono di dipanare quel filo sottile di memorie che unisce le generazioni, contribuendo alla storia di un paese.
Nel tempo resterà fedele ai volti che ne avevano tenuto a battesimo gli esordi. La sua predilezione andrà alla strada, agli sguardi di accattoni, reduci, invalidi, disoccupati, girovaghi, artisti del circo, gente ai margini che volutamente ‘fa sfilare’ accanto a ordinati ritratti di borghesi e impeccabili divise. Un silenzioso dialogo, un accostamento perfino irriverente, agli occhi di molti, da cui traspare la devozione sincera di Sander per gli ultimi.

Dopo l’esperienza come fotografo militare nel reggimento di fanteria di stanza a Treviri (1897-1899), si impiega nello stabilimento fotografico Greif a Linz, dove il suo nome inizia a circolare fuori dalla ristretta cerchia della sua clientela. Questo gli permette di esporre con successo i suoi lavori, riuscendo a segnalarsi con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi. Nel 1910 si trasferisce a Colonia, da quel momento in poi sua città adottiva, inaugurandovi il proprio atelier.

Parlando della sua carriera e delle fonti di ispirazione dei soggetti via via rappresentati, come nel caso della raccolta Uomini del XX secolo, più volte Sander indugerà sull’infanzia e l’adolescenza, su quel microcosmo acerbo e arcaico che aveva contribuito alle sue prime impressioni sul mondo.

«Ma è nel mio paesetto del Westerwald che sono nati i personaggi della cartella. Queste persone delle quali io conoscevo le abitudini fin dall'infanzia mi sembravano, anche per il loro legame con la natura, designati apposta per incarnare la mia idea di archetipo. La prima pietra era così posta, e il tipo originale servì da referente per tutti quelli che ho trovato in seguito per illustrare nella loro molteplicità le qualità dell'universale umano».

La fedeltà alle origini intride tutta la sua poetica e comporta scelte non allineate col gusto estetico del tempo. I visi scavati dei suoi contadini, gli operai fiaccati da massacranti turni di lavoro, i suoi storpi e acrobati non hanno nulla a che fare con i canoni della bellezza ariana propagandati dal regime. Sander ci mostra una Germania in bilico tra arretratezza e progresso, una nazione afflitta da fragilità mascherate da prove di forza ma perciò tanto più vera e commovente, molto più disponibile a raccontare se stessa nei suoi primi piani di quanto non lo fosse sui cartelloni pubblicitari e nelle martellanti campagne d’immagine pianificate dal potere.

(Di Claudia Ciardi)


August Sander - Circus Artists, 1926 ©

August Sander photographiert Deutsche Menschen Published in 1959 which includes 46 portraits with text, from the series "project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people) including a text about August Sanders himself. All in Dutch.
The magazine DU a Swiss publication was founded in 1941 and still running today.

The name August Sander (1867-1964) is famous for the extensive series of portraits from the project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people). With this extensive collection, Sander attempted to portray all walks of life in the first half of 20th-century Germany.

Source: DU MAGAZINE 225 | November 1959


During military service, August Sander was an assistant in a photographic studio in Trier; he then spent the following two years working in various studios elsewhere. By 1904 he had opened his own studio in Linz, Austria, where he met with success. He moved to a suburb of Cologne in 1909 and soon began to photograph the rural farmers nearby. Around three years later Sander abandoned his urban studio in favor of photographing in the field, finding subjects along the roads he traveled by bicycle.

"Man of the Twentieth Century" was Sander's monumental, lifelong photographic project to document the people of his native Westerwald, near Cologne. Stating that "[w]e know that people are formed by the light and air, by their inherited traits, and their actions. We can tell from appearance the work someone does or does not do; we can read in his face whether he is happy or troubled," Sander photographed subjects from all walks of life and created a typological catalogue of more than six hundred photographs of the German people. Although the Nazis banned the portraits in the 1930s because the subjects did not adhere to the ideal Aryan type, Sander continued to make photographs. After 1934 his work turned increasingly to nature and architectural studies.

Source: Getty.edu


August Sander - Circus Artist (portrait), 1926 ©

Bibliography:

August Sander: Photographs from the J. Paul Getty Museum
August Sander
Getty Publications, 2000

The long life of German photographer August Sander (1876-1964) spanned one of the most turbulent eras in his country's history. The Great War of 1914-1918, the Weimar Republic, the reign of National Socialism, and the horrors of World War II all left an indelible imprint on both the man and his work. Sander, a conventional studio portraitist who transformed himself into an avant-gardist, exemplified the complex and sometimes contradictory nature of his time.

The Photography of Crisis: The Photo Essays of Weimar Germany
Daniel H. Magilow
Penn State Press, 2012

The Photography of Crisis examines narrative photography and creates a snapshot of where Germany was after World War I and what it would become with the rise of National Socialism. By reading Weimar photo essays within their historical and literary context, Daniel Magilow shows how German photographers intervened in modernity's key political and philosophical debates regarding the changing notions of nature, culture, personal identity, and national identity.

August Sander. Uomini del ventesimo secolo
August Sander, Alfred Döblin
Abscondita, 2012

Il volume, che contiene anche un saggio di Alfred Döblin, raccoglie sessanta ritratti in bianco e nero scattati da Sander tra il 1905 e il 1929.

Links:

Moma Collection

Extensive Sander's photo gallery on Amber online

August Sander – Portfolio



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