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13 gennaio 2015

Jason Lutes - Berlin. La città di fumo




Seconda parte del romanzo storico a fumetti di Lutes, ambientato nel periodo weimariano. L’autore si concentra sui fatti compresi tra giugno 1929 e settembre 1930. Mentre la crisi economica si acuisce, sale anche la tensione per le strade della città. Torme di disoccupati assediano le fabbriche, gli scontri tra “rossi” e “neri” sono all’ordine del giorno. Imprenditori sul lastrico si tolgono la vita, gente in fila ogni giorno davanti agli sportelli delle banche, i nazisti approfittano del caos per far girare i loro volantini contro i mali del capitalismo. Voci che si alzano, colluttazioni, nervi tesi. 
Due sono gli eventi che si susseguono a breve distanza e attorno a cui si consuma l’ultima parte del dramma tedesco. Il 3 ottobre 1929 muore a Berlino Gustav Stresemann, membro dell’assemblea costituente della repubblica di Weimar, attore fondamentale nella politica di riconciliazione tra Germania e resto d’Europa dopo la prima guerra mondiale. Stresemann seppe rivedere le sue posizioni con lungimiranza, ammettendo il totale fallimento della dottrina di espansione economica e coloniale del proprio paese. Cancelliere dall’agosto al novembre del ’23, annus horribilis dell’inflazione tedesca, fu a capo di una grande coalizione, comprendente anche i socialdemocratici, gettando in poche settimane le basi del risanamento finanziario e del ristabilimento della pace interna: innanzitutto con l’emissione della Rentenmark, quindi rovesciando i governi comunisti in Turingia e Sassonia, e bloccando il Putsch di Hitler a Monaco.
È tuttavia facile comprendere come la Germania navigasse in un fragile equilibrio e le forze contrarie che la trascinavano, lungi dall’essere state neutralizzate, seguitavano a operare in uno stato larvale, nell’attesa del momento propizio per riprendere vigore. Precocemente estromesso dal cancellierato, Stresemann portò avanti nei panni di ministro degli esteri la propria delicata missione di reinserimento del Reich nella comunità internazionale postbellica. In ciò fu infaticabile, non vi è storico che non gliene dia atto, e seppe interpretare alla perfezione il proprio ruolo di mediatore, ricucendo fra l’altro anche il rapporto con la Russia, sfociato nel cosiddetto “patto di Berlino” del ’26, che sanciva la neutralità in caso di aggressione. Insignito del premio Nobel per la pace nello stesso ’26, si tratta di una figura chiave, alla cui scomparsa Lutes dà nel suo lavoro un grande risalto, preoccupandosi di restituirne al lettore anche il contraccolpo emotivo. Lo sconforto dei moderati, e il panico che ne seguì, fanno parte della storia, e l’autore non manca di raccontarceli nel dettaglio. Come ho già avuto modo di dire, questo lavoro è saldamente poggiato su molte buone letture e analisi sociologiche che il narratore-illustratore ha condotto con scrupolo, attingendovi per dare credibilità e profondità ai suoi personaggi.
Ne è prova una sequenza molto interessante che riguarda la concitata riunione di redazione del giornale di Ossietzsky, «Die Weltbühne». Vi sono rappresentati tutti i punti di vista, dai radical chic versati nel socialismo di parole ma che non possono fare a meno di considerare gli operai sporchi e ignoranti, al pacifismo tout court che difende tutti e nessuno, al massimalismo incarnato da Kurt Tucholsky, che cerca di spronare i colleghi a esporsi con maggior coraggio e decisione contro la deriva di estrema destra. Tutto sta per andare a rotoli. L’inquietudine è per così dire il rumore di fondo che accompagna la narrazione di Lutes, fin dalle sue prime battute, e qui la ritroviamo nei contorni di un’ombra ormai lunghissima che occupa la scena. La nevrastenia di Severing ne è forse la manifestazione più rilevante: «Devo accettare che ciò che ha potere lo avrà per sempre? Che noncuranti del malcontento o persino della rivoluzione, gli stessi poteri vivranno sempre del popolo che, raggirato, li nutre? Come le malefiche stufe di non so quale storia dei Grimm, in cui la massa cieca infila i propri cuori ardenti per farseli risputare fuori consumati e neri come il fumo che è la causa della cecità. Ho un disperato bisogno di credere che le cose possano andare diversamente».
Questa frase ci dà anche il senso della metafora che dà il titolo al volume, chiamando in causa quel fumo che è sia il simbolo della fabbrica, quindi della fatica e dello sfruttamento dei lavoratori, sia ciò che annebbia la vista e ottunde le coscienze. 
Non che l’autore voglia far passare a tutti i costi una sua morale, ma qua e là si nota che non riesce a trattenersi dal puntare il dito contro l’indecisione di molti, soprattutto di coloro che controllavano i mezzi di informazione e che ricoprivano incarichi ufficiali, i quali avrebbero potuto far prendere una piega diversa alle cose. La Germania, sembra dirci Lutes, sbandò perché troppi, per indifferenza o viltà, non vollero schierarsi. La società non fu compatta, consegnandosi a una crisi da cui sarebbe uscita solo dopo una nuova guerra e la distruzione totale. In un tale clima il crollo della borsa di New York, avvenuto il 29 ottobre 1929, neppure un mese dopo la morte di Stresemann, divenne un innesco fatale.  
Volendo spendere ancora qualche parola sulla più che pregevole caratterizzazione dei protagonisti, confermo le impressioni che ho avuto alla lettura del primo volume. La storia tra Marthe e Severing pecca di qualche luogo comune di troppo; qui addirittura la separazione tra i due, anziché essere occasione di recupero per sgombrare il campo da forzature un po’ ingenue, apre la strada a una riflessione sull’omosessualità – un po’ per gioco un po’ per consolarsi Marthe inizia una relazione con un’amica conosciuta al corso d’arte – che doppia i toni alquanto superficiali già sperimentati nel rapporto con Severing. È come se a un certo momento si dovesse parlare di relazioni omosessuali, solo perché allora (e ancora) erano un fatto di costume in Germania, trascurando di dare alla cosa una maggiore e più problematica profondità. 
Nella fotografia del sottoproletariato, invece, Lutes scarica tutta l’incisività della sua matita. Mense affollate, prostituzione minorile, accattonaggio, caporalato. Il ritratto di Pavel, il Luftmensch, l’ebreo dell’est che vive rovistando nell’immondizia e rivendendo gli oggetti così recuperati all’antiquario Schwartz, incarnazione dell’ebreo integrato, è a mio avviso uno dei più completi e struggenti dell’intero racconto. Insieme a quello di Silvia, la giovane figlia dell’operaia uccisa per strada, ridotta a fare la vagabonda, aiutata dallo stesso Pavel e poi dagli Schwartz.
In tutto ciò le rappresaglie squadriste sono sempre più frequenti e violente. Le molte tavole disegnate da Lutes al riguardo hanno un indubbio spessore, rendendo con esattezza quella turbolenta atmosfera. Alla contrapposizione tra comunisti e SA (Sturm Abteilungen, squadre d'assalto) il disegnatore riserva una coralità visiva di grande impatto. Da una parte il corteo per i funerali di Horst Wessel, cui è intitolato l’inno del partito nazionalsocialista, dall’altra le celebrazioni per l’anniversario della strage del primo maggio del ’29, quando i poliziotti aprirono il fuoco sui manifestanti. Ognuno agita la sua rivoluzione.
Rifugiato tra i tavoli del Romanisches Café, Severing stigmatizza lo spolvero di retorica e la vacuità dei programmi che accompagnano le elezioni anticipate: «Il mondo di fuori è saturo di diversi tipi di mondi. In occasione delle elezioni anticipate la retorica si è ispessita, come il fumo di un edificio in fiamme trascinato a mezza altezza dal vento. L’aria è consumata dagli slogan scanditi ad alta voce e dalle canzoni che risuonano nei cortili. Il cielo è sorretto da muri di parole».
La vittoria dei nazionalsocialisti è alle porte.

(Di Claudia Ciardi)



Related links:

Berlin. Vol. II - Coconino Press - Catalogo

In questo blog: Jason Lutes - Berlin. Vol. I

The Quarterly Conversation - Berlin. City of Smoke


Berlin. City of Smoke - The Night River

16 febbraio 2014

Weimar – La tentazione delle similitudini storiche



La si è sentita evocare, di tanto in tanto, durante l'ultimo quinquennio di crisi economica che, attraverso il grande crash innescato dai mutui subprime negli Stati Uniti, ha investito i paesi dell’unione europea. Citazione colta, non c’è dubbio. La Repubblica di Weimar infatti è cosa misconosciuta ai più – basta pensare ai nostri programmi scolastici, che non di rado si interrompono assai prima o, se anche capita di esplorare insieme agli studenti qualche aspetto del ventennio tra le due guerre, finisce per essere liquidato piuttosto frettolosamente. Il periodo weimariano è tuttavia argomento infido e sterminato pure per gli addetti ai lavori e avvicinare la molteplicità di questioni che tale decennio, poco più, porta con sé, implica destreggiarsi in mezzo a robuste letture che spaziano dalla saggistica storica alla letteratura, dall’approfondimento sociologico alle scienze politiche. 
Di coloro che hanno fatto ricorso alla similitudine tra l’attuale situazione attraversata dall’Europa e la crisi vissuta negli anni di Weimar, Antonis Samaras, premier greco, è certamente colui che più ha lasciato il segno. Erano i primi di ottobre del 2012, la Grecia, in attesa della seconda tranche di aiuti internazionali che tardava a essere erogata, tornava a occupare le prime pagine di tutti i giornali. Vedendo avvicinarsi nuovamente l’incubo della bancarotta, Samaras si lasciò andare all’esternazione secondo cui di lì a poco in Grecia sarebbe scoppiato il caos, come accadde nella Germania del primo dopoguerra. Difficile dire quanti abbiano capito il riferimento. Ma i suoi interlocutori, all’indirizzo dei quali lo sfogo era principalmente rivolto, cioè il governo della Cancelliera, certamente sì. Va comunque detto che il parallelo tra l’attualità e la febbre inflazionistica che fece vacillare, fino al loro cedimento, i deboli equilibri su cui si reggeva la repubblica tedesca, ha assai più del romanzesco rispetto a una reale pertinenza storica.
Il tedesco colto con incarichi dirigenziali viene educato nel sacro timore dell’iperinflazione che fece la sua comparsa in Germania come fenomeno devastante e fuori controllo nel 1923, non a caso soprannominato l’“anno inumano”. Questa traumatica eredità storica e culturale, frutto del concatenarsi di diversi fattori, tra i quali non è di poco conto la dissennata gestione del “caso Germania” da parte dei paesi vincitori della Grande Guerra, non va sottovalutata nell’attuale linea di austerità sostenuta oltralpe come unica ricetta per l’uscita dalla crisi. Samaras agitava lo spettro di Weimar forse anche per suggestionare i ministri tedeschi a prendere una decisione energica e chiara sulla Grecia, ottenendo però poca comprensione e molte reazioni dettate da aperta insofferenza. Ricordare a chi si ha davanti un momento complesso della propria storia che ha fatto da viatico a un periodo ancor più duro, non è il modo migliore per predisporlo a considerare il proprio disagio. Per i tedeschi il capitolo weimariano è sinonimo di catastrofe sociale e confusione politica, due elementi che non sono mai stati rimossi dall’inconscio collettivo. La Grecia alla ricerca di empatia fra i partner europei, si è fatta tentare dalle similitudini storiche ed è rimasta isolata, rassegnata alla lettura passiva dei dispacci di Bruxelles e all’esecuzione dei “compiti a casa” – i rigidi memoranda che hanno raggiunto i tavoli degli amministratori greci come ingiunzioni di sfratto. 
Ma allora, se nella storia il terreno dei parallelismi non fruttifica, perché è affascinante proprio in questo momento approfondire la vicenda di Weimar? Innanzitutto vi è il fattore economico. Se si vuole scoprire come una crisi può essere gestita nel modo peggiore, gli anni della repubblica sono un manuale impietoso. Subito dopo c’è il dato politico. E, secondo me, se s’intende addentraci un pochino nella similitudine, pur con tutti i distinguo del caso, è forse più riconoscibile una fratellanza spirituale tra la progressiva perdita di terreno dei partiti in campo nella Germania degli anni Venti e quel che sta accadendo ora, ad esempio, in casa nostra (in Italia in maniera più vistosa, ma anche nel resto d’Europa si registra un pauroso appiattimento e arretramento del dibattito pubblico). 
Il Partito nazionalsocialista si affacciò alla scena politica nel 1920 (la Repubblica era nata l’anno prima). Da allora una torma di provocatori, scalmanati, agitatori, picchiatori non mancò di aggirarsi per le strade della Germania, profittando di qualsiasi occasione di sbandamento del paese per farsi largo e spianarsi la strada verso il potere. Queste masnade e i loro masnadieri esistono sempre e ovunque. Aspettano di soffiare sul fuoco per i propri interessi. E i più pericolosi fanno capo a quel genere di burattinai che stanno nell’ombra fino all’ultimo minuto, finché non sono sicuri che il carro passi dalle loro parti in sicurezza e trionfo. Quale regia, ad esempio, si celava dietro i cosiddetti “forconi”, cui si è cercato di ridare forza alla fine del 2013?
La storia di Weimar, se ha da insegnarci qualcosa, è rivelatrice proprio in questo: ci mostra come gli attivisti della propaganda a buon mercato si fanno sotto agitando il bene comune in una mano, comodissimo passepartout quando in una collettività serpeggiano fame, disoccupazione, stanchezza, e nell’altra la rivoltella. Il loro pretesto? Necessità dell’ordine, necessità dell’ordine, necessità dell’ordine. Non vedono l’ora di dirlo.

(Di Claudia Ciardi)




Gunther Mai, La Repubblica di Weimar [Die Weimarer Republik]
ed. it. Il Mulino, 2011

From Introduction:

«Quando verso la metà del gennaio del 1933 la crisi della repubblica di Weimar toccò il culmine, il governo del Reich era impegnato a discutere di pomodori, formaggi e cavoli. Si trattava di decidere se i contratti commerciali con l’Olanda e la Svezia dovessero essere rinnovati o lasciati scadere. Se si fosse deciso di non rinnovarli, bisognava mettere in conto possibili ritorsioni ai danni dell’esportazione dei prodotti industriali tedeschi. La possibilità di evitare la nomina di Hitler a cancelliere sembrava a prima vista un problema secondario. Eppure era una questione cruciale, la cui importanza per le sorti della repubblica non era certo inferiore ai contrasti che tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930 erano sorti in merito all’aumento di un quarto di punto dei contributi per l’assicurazione di disoccupazione. Anche questo conflitto apparentemente irrilevante aveva prodotto una svolta decisiva: la sua mancata soluzione provocò infatti la fine della Grande coalizione guidata dalla SPD, portò a un radicale cambiamento del quadro politico-parlamentare, con l’ascesa della NSDAP, [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori – la formazione di Hitler] e segnò l’inizio del passaggio a un regime presidenziale autoritario. Nel 1930 la lotta per il potere si concluse a favore dell’industria e contro la SPD e i sindacati. Nel 1933, sullo sfondo del dibattito sui cavoli e sul formaggio, si consumava uno scontro di potere tra industria e agricoltura. In quei giorni di gennaio le associazioni di tutti i grandi gruppi sociali fecero visita al cancelliere e al presidente del Reich. Per una volta stranamente d’accordo, sindacati e industriali sostenevano all’unisono che il rincaro dei generi alimentari non avrebbero solo aggravato le già difficili condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto quelle dei sei milioni di disoccupati, ma avrebbe ulteriormente ridotto la domanda di prodotti agricoli e industriali.
[…]
Gli agrari ebbero la meglio e provocarono la caduta del governo Schleicher. Mossi dal timore che il governo Hitler-Papen che ormai si andava delineando, potesse optare per una politica autarchica vicina agli interessi del mondo agricolo, all’inizio di febbraio gli industriali non solo cercarono di convincere Hitler che bisognava favorire l’«ulteriore espansione dell’export per creare nuova occupazione», ma gli fecero anche minacciosamente presente che il governo avrebbe potuto incontrare difficoltà se avesse optato per una «politica troppo sbilanciata in favore dell’agricoltura». Nel corso delle trattative che intavolò alla fine di gennaio, anche il gruppo parlamentare del partito di centro cattolico (Zentrum) chiese a Hitler se era favorevole a rafforzare il mercato interno, come Walther Darré, il suo esperto di questioni agricole, aveva sollecitato in una lettera aperta al cancelliere del Reich, o se egli riconosceva piuttosto la necessità di incentivare le esportazioni sul mercato mondiale, come si poteva evincere da alcune sue dichiarazioni. Hitler si guardò bene dal fornire i chiarimenti richiesti.
Dietro questi conflitti c’era una rilevante questione: il Reich era uno stato agricolo o industriale? Questo dibattito era sorto all’inizio del XX secolo e il Reich imperiale aveva risolto d’autorità il conflitto optando per la parità, decidendo quindi in pratica a favore dell’agricoltura, che però stava sempre più perdendo importanza nell’ambito dell’economia nazionale. La monarchia dipendeva da un forte ceto nobiliare, che aveva le sue radici economiche e culturali nelle campagne e nell’agricoltura, in particolare in Prussia.  Con la Adelskammer (Camera dei nobili) le costituzioni del XIX secolo avevano riservato al ceto nobiliare una posizione privilegiata. Quando nel 1918 questo privilegio venne meno, la bilancia tra l’industria e l’agricoltura cominciò a pendere dalla parte della prima per effetto dei nuovi rapporti di forza che si andavano delineando nella società. Ma il vecchio mondo era ancora abbastanza forte, come dimostravano la persistenza sulla scena delle vecchie élite, il perdurare di una certa mentalità collettiva, le abitudini di vita, nonché la lunga durata dei modelli culturali e delle interpretazioni ideologiche del mondo. È vero che nel 1918 l’aristocrazia fu quasi ovunque privata dei privilegi legali e delle istituzioni di rappresentanza, ma non ancora (o comunque poco) delle basi economiche, dell’influenza politica e dell’egemonia culturale nelle campagne. Nondimeno, la grande proprietà terriera, regno pressoché incontrastato dell’aristocrazia, perdette gradualmente l’appoggio dei contadini, che cominciarono a dar vita a propri partiti, leghe e associazioni. Ancor più profondamente polarizzate erano le relazioni nell’ambito industriale, dal momento che sindacati e imprenditori erano divisi su tutto e lottavano secondo il più classico schema della lotta di classe. Il risultato era un equilibrio assai precario e soggetto a continue rotture tra i vari gruppi e classi sociali. E dal momento che anche i loro referenti politico-parlamentari si paralizzavano a vicenda lottando per l’egemonia politica e culturale, alla fine sembrò che da questa situazione di stallo si potesse uscire solo con un sistematico ricorso alla violenza: dal basso con la rivoluzione, dall’alto con la dittatura. In nessun periodo della recente storia europea si dà il caso di un così massiccio ricorso alla violenza sul piano della politica interna: dagli scioperi politici allo sciopero generale, dai vari tentativi golpisti e rivoluzionari fino a un’accanita guerra civile.
[…]
La repubblica di Weimar dovette fare i conti con la fase probabilmente più difficile del passaggio da una società ancora largamente agricola a una capitalistico-industriale. Nel periodo tra le due guerre, d’altro canto, analoghi sviluppi caratterizzarono tutta l’Europa, come pure – fatte le debite differenze – l’America settentrionale e meridionale, e perfino alcune aree dell’Asia. Questo passaggio epocale si compì sullo sfondo di un rapido susseguirsi di crisi congiunturali e strutturali: dalla «grande depressione» del periodo 1873-1895 fino alla crisi economica mondiale del 1929-’36 passando per l’economia di guerra, l’inflazione e la deflazione degli anni tra il 1914 e il 1923. La guerra mondiale e le rivoluzioni che scoppiarono un po’ dovunque nell’immediato dopoguerra non furono all’origine di tali trasformazioni (anche se presso i contemporanei prevalse questa riduttiva interpretazione), ma impressero loro una drammatica accelerazione: tuttavia la prima guerra mondiale fu la vera rivoluzione, mentre il periodo tra le due guerre fu caratterizzato dalla ricerca di nuovi modelli politico-sociali. In quegli anni si delinearono in Europa almeno cinque di questi modelli o percorsi di sviluppo: 1. quello europeo-occidentale della ricerca di un consenso parlamentare difficile ma alla lunga produttivo; 2. quello scandinavo basato sull’equilibrio parlamentare tra socialdemocrazia e contadini; 3. quello tedesco e italiano basato sull’eliminazione del dissenso con la violenza totalitaria; 4. quello delle dittature dell’Europa orientale e meridionale impegnate nello sviluppo “forzato” dei loro paesi con metodi autoritari; 5. quello russo dell’esperimento comunista-bolscevico. Come la democrazia parlamentare in molti stati europei, anche la dittatura era un esperimento storicamente inedito, una soluzione che a molti sembrò adatta ai tempi e alle circostanze.
[…]
In Germania molti si convinsero che si poteva sacrificare la repubblica di Weimar sull’altare di una dittatura presidenziale, che per di più poteva ancora richiamarsi alla “costituzione di riserva” insita nella costituzione weimariana. Il continuo alternarsi di governi presidenziali a partire dal 1930 evidenzia il processo di ricerca e di sperimentazione della forma più adatta di regime autoritario.
[…]
In ordine di tempo, la dittatura fu la decima a essere instaurata in Europa. Nel 1939 solo 11 dei ventotto stati europei erano ancora democrazie parlamentari, mentre in tutto il mondo lo erano solo 17 su 65 stati sovrani: dati che mostrano con chiarezza quanto fosse instabile il sistema politico affermatosi dopo la prima guerra mondiale. Il parlamentarismo non sopravvisse a lungo in nessuno dei paesi sconfitti. Le rivoluzionarie trasformazioni seguite alla sconfitta militare non vennero accettate da vasti strati della popolazione, e le dure clausole dei trattati di pace contribuirono ad aggravare la crisi: basti pensare alla perdita di status e di prestigio, alle conseguenze economiche, alle mutilazioni territoriali e alle aspirazioni secessioniste delle minoranze etniche.
[…]
In questo contesto europeo la repubblica di Weimar non può essere giudicata partendo dalla sua fine, vale a dire come mero antefatto del Terzo Reich o come intermezzo tra un autoritario Kaiserreich e una dittatura totalitaria. Allo stesso modo sarebbe ingiustificato giudicarla come una repubblica “debole” per via delle “possibilità non sfruttate” nella sua fase costitutiva e dunque come una repubblica il cui fallimento si dovette più ai limiti intrinseci che al potenziale distruttivo dei molti nemici. Ci sono stati, e ci sono, molti tentativi di spiegazione monocausali… […] La repubblica, insomma, non era votata al fallimento. Ma se si guarda all’Europa di quegli anni, il suo collasso rientrava nell’ordine delle cose possibili o in qualche modo prevedibili, anche se lo stesso non si può dire del successo del Terzo Reich».






Related Links:

4,2 Billionen Mark – das ist unser Inflationstrauma, «Die Welt», 13.11.13
Im November 1923 war ein Dollar 4,2 Billionen Reichsmark wert. Die Menschen hungerten, Millionen wurden ruiniert. Die Einführung der Rentenmark brachte Besserung. Und der Staat sparte radikal.

Prostituierte in der Weimarer Republik - blog.stuttgarter-zeitung.de

Tauentzielgirl team

In questo blog:


Inflation:
L’analisi economica del periodo weimariano in Germania è un tema stimolante perché ci narra una delle crisi più spaventose vissute nel continente europeo, esplosa non a caso dopo la prima guerra mondiale. Quella che viviamo oggi è una situazione diversa, soprattutto per le cause che l’hanno determinata e per il fatto che il contagio coinvolge quasi tutte le economie del mondo, in un andamento sussultorio di scarse riprese, più annunciate che reali, e immediate ricadute. [...] La micidiale svalutazione del marco tedesco tra il 1921-’23 ricostruita nelle pagine di Fergusson diviene allora una materia in grado di attirare il lettore di oggi, soprattutto in quanto gli viene offerta la possibilità di approfondire dinamiche e ricadute sociali di un fenomeno che sta di nuovo erodendo le certezze di molti paesi, giocando pericolosamente con le aspettative di milioni di persone.

«La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933».

Weimar fu una stagione di grande vitalismo politico e culturale ma anche di tensioni e difficoltà di ordine sociale ed economico che finirono per produrre molte delle fratture esiziali alla sua sopravvivenza.
Questa coraggiosa fabbrica dell’alternativa sociale, nata dal dramma della guerra, ebbe un cammino affatto agevole e fece non poca fatica a sfuggire ai bassi tiri del conservatorismo e ai maneggi di certi professionisti della politica e delle arti, il cui unico obiettivo era servire il proprio interesse, flirtando il minimo indispensabile con la repubblica per tirare avanti e aver garantita la propria esistenza all’interno della collettività.

4 gennaio 2014

August Sander - Antlitz der Zeit


August Sander im Siebengebirge um 1941 
 (Forse pensando a Caspar David Friedrich)

A partire dalla metà dell’Ottocento la fotografia acquista un ruolo sempre più importante, aiutando lo studio dell’uomo e delle sue abitudini. L’impiego di questo mezzo infatti, quasi per naturale predisposizione, si accompagna agli sviluppi della nascente antropologia, di cui le Società francese e tedesca erano allora le più autorevoli esponenti, dettando non a caso il metodo per la realizzazione del ritratto scientifico. All’inizio del XX secolo si assiste a un interessante mutamento della figura del fotografo antropologico che va svincolandosi dal suo compito di documentarista e inizia a coltivare in maniera autonoma alcuni aspetti più creativi insiti nel meccanismo di riproduzione delle immagini. La prima guerra mondiale è stata un banco di prova assolutamente peculiare anche per i fotografi. Non solo professionisti, incaricati di mappare il territorio o immortalare i reparti ma anche ufficiali che di loro spontanea iniziativa hanno portato con sé le apparecchiature per documentare l’esperienza in prima linea.
Nascono così, nell’affollato trentennio che unisce due guerre spaventose e le tragedie dei molti e dei singoli da esse generate, talenti come Edward Curtis, famoso per gli scatti dedicati agli indiani d’America, Roman Vishniac, russo di origini, fotografo della Germania del ’20 e dal 1935, su incarico di un ente umanitario ebraico, della vita nei ghetti, August Sander, ‘biografo’ delle diverse classi sociali tedesche a partire dalla fine dell’Ottocento e soprattutto celebre narratore delle tante ombre che assediavano i volti dei suoi connazionali nel periodo weimariano. Kodak, Brownie, Rolleiflex e Leica sono tra le prime macchine portatili che ci hanno raccontato il turbolento e drammatico passaggio dalla Belle Époque alla seconda guerra mondiale.


Roman Vishniac, People behind bars - Berlin Zoo, early 1930s ©

August Sander - Beggar (mendicante), 1926 ©

«Il mio primo incontro con la fotografia avvenne nel 1890, in un'epoca in cui il kitsch e la degradazione del gusto erano ancora al loro apogeo. Per me, come per tutti quelli che non ne avevano mai avuto, il primo apparecchio fotografico appariva come una scatola magica. […]
I primi negativi che stampai mi procurarono una gioia immensa, più stemperata per i miei familiari i quali trovarono che le rughe dei volti erano poco estetiche e creavano dei brutti effetti. Era come dire che la fotografia di un dilettante non ritoccata non poteva equivalere alle fotografie di pessimo gusto dei fotografi professionisti dell'epoca».

Queste riflessioni di August Sander (1876-1964) non solo esprimono tutto l’entusiasmo di un giovane ragazzo cresciuto nel bacino minerario di Herdorf (Siegerland), che trova proprio negli abitanti della borgata industriale i soggetti dei suoi primi scatti, ma tradiscono anche l’insoddisfazione per certe mode che rischiano di inchiodare la fotografia a vacui e inservibili clichés
Sembra di riascoltare qui le parole che Roth affidò a un feuilleton del 1929 nel quale ragionava della maggiore empatia che si respirerebbe nelle vecchie fotografie in contrapposizione alla freddezza che assedia i ‘nuovi’ ritratti.

È dunque chiara, fin dall’inizio, in Sander la volontà di fare della fotografia una professione ma ancor più un’arte nella quale la ricerca di verità e poesia permettono di dipanare quel filo sottile di memorie che unisce le generazioni, contribuendo alla storia di un paese.
Nel tempo resterà fedele ai volti che ne avevano tenuto a battesimo gli esordi. La sua predilezione andrà alla strada, agli sguardi di accattoni, reduci, invalidi, disoccupati, girovaghi, artisti del circo, gente ai margini che volutamente ‘fa sfilare’ accanto a ordinati ritratti di borghesi e impeccabili divise. Un silenzioso dialogo, un accostamento perfino irriverente, agli occhi di molti, da cui traspare la devozione sincera di Sander per gli ultimi.

Dopo l’esperienza come fotografo militare nel reggimento di fanteria di stanza a Treviri (1897-1899), si impiega nello stabilimento fotografico Greif a Linz, dove il suo nome inizia a circolare fuori dalla ristretta cerchia della sua clientela. Questo gli permette di esporre con successo i suoi lavori, riuscendo a segnalarsi con la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi. Nel 1910 si trasferisce a Colonia, da quel momento in poi sua città adottiva, inaugurandovi il proprio atelier.

Parlando della sua carriera e delle fonti di ispirazione dei soggetti via via rappresentati, come nel caso della raccolta Uomini del XX secolo, più volte Sander indugerà sull’infanzia e l’adolescenza, su quel microcosmo acerbo e arcaico che aveva contribuito alle sue prime impressioni sul mondo.

«Ma è nel mio paesetto del Westerwald che sono nati i personaggi della cartella. Queste persone delle quali io conoscevo le abitudini fin dall'infanzia mi sembravano, anche per il loro legame con la natura, designati apposta per incarnare la mia idea di archetipo. La prima pietra era così posta, e il tipo originale servì da referente per tutti quelli che ho trovato in seguito per illustrare nella loro molteplicità le qualità dell'universale umano».

La fedeltà alle origini intride tutta la sua poetica e comporta scelte non allineate col gusto estetico del tempo. I visi scavati dei suoi contadini, gli operai fiaccati da massacranti turni di lavoro, i suoi storpi e acrobati non hanno nulla a che fare con i canoni della bellezza ariana propagandati dal regime. Sander ci mostra una Germania in bilico tra arretratezza e progresso, una nazione afflitta da fragilità mascherate da prove di forza ma perciò tanto più vera e commovente, molto più disponibile a raccontare se stessa nei suoi primi piani di quanto non lo fosse sui cartelloni pubblicitari e nelle martellanti campagne d’immagine pianificate dal potere.

(Di Claudia Ciardi)


August Sander - Circus Artists, 1926 ©

August Sander photographiert Deutsche Menschen Published in 1959 which includes 46 portraits with text, from the series "project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people) including a text about August Sanders himself. All in Dutch.
The magazine DU a Swiss publication was founded in 1941 and still running today.

The name August Sander (1867-1964) is famous for the extensive series of portraits from the project Menschen des 20. Jahrhunderts (20th-century people). With this extensive collection, Sander attempted to portray all walks of life in the first half of 20th-century Germany.

Source: DU MAGAZINE 225 | November 1959


During military service, August Sander was an assistant in a photographic studio in Trier; he then spent the following two years working in various studios elsewhere. By 1904 he had opened his own studio in Linz, Austria, where he met with success. He moved to a suburb of Cologne in 1909 and soon began to photograph the rural farmers nearby. Around three years later Sander abandoned his urban studio in favor of photographing in the field, finding subjects along the roads he traveled by bicycle.

"Man of the Twentieth Century" was Sander's monumental, lifelong photographic project to document the people of his native Westerwald, near Cologne. Stating that "[w]e know that people are formed by the light and air, by their inherited traits, and their actions. We can tell from appearance the work someone does or does not do; we can read in his face whether he is happy or troubled," Sander photographed subjects from all walks of life and created a typological catalogue of more than six hundred photographs of the German people. Although the Nazis banned the portraits in the 1930s because the subjects did not adhere to the ideal Aryan type, Sander continued to make photographs. After 1934 his work turned increasingly to nature and architectural studies.

Source: Getty.edu


August Sander - Circus Artist (portrait), 1926 ©

Bibliography:

August Sander: Photographs from the J. Paul Getty Museum
August Sander
Getty Publications, 2000

The long life of German photographer August Sander (1876-1964) spanned one of the most turbulent eras in his country's history. The Great War of 1914-1918, the Weimar Republic, the reign of National Socialism, and the horrors of World War II all left an indelible imprint on both the man and his work. Sander, a conventional studio portraitist who transformed himself into an avant-gardist, exemplified the complex and sometimes contradictory nature of his time.

The Photography of Crisis: The Photo Essays of Weimar Germany
Daniel H. Magilow
Penn State Press, 2012

The Photography of Crisis examines narrative photography and creates a snapshot of where Germany was after World War I and what it would become with the rise of National Socialism. By reading Weimar photo essays within their historical and literary context, Daniel Magilow shows how German photographers intervened in modernity's key political and philosophical debates regarding the changing notions of nature, culture, personal identity, and national identity.

August Sander. Uomini del ventesimo secolo
August Sander, Alfred Döblin
Abscondita, 2012

Il volume, che contiene anche un saggio di Alfred Döblin, raccoglie sessanta ritratti in bianco e nero scattati da Sander tra il 1905 e il 1929.

Links:

Moma Collection

Extensive Sander's photo gallery on Amber online

August Sander – Portfolio



29 novembre 2013

Oriente-Occidente


«Che cosa è l’Oriente e che cosa è l’Occidente? Come possono due sostantivi come Tao e Dow (pron.: dao) diventare un facile gioco di parole e paradosso quando hanno lo stesso suono eppure sono così differenti nell’essenza? In cinese, Oriente-Occidente, come espressione di due parole unite insieme, significa “una cosa”, “un qualche cosa” – e forse “niente” del tutto»

Da Alan W. Watts, Il Tao. La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977

«Asiens Atem ist jenseits»
«Il respiro dell'Asia è al di là»

Ingeborg Bachmann



oriente:
uno dei quattro punti cardinali, quello dove sorge il Sole (est); con significato più ristretto, la parte dell'orizzonte dove sorge il Sole.

Il termine indicava già negli autori dell'antichità classica le culture, le religioni, le lingue dei paesi asiatici in contrapposizione a quelle occidentali. Assunse valore politico-geografico più preciso quando l'Impero romano fu diviso in Impero d'O. e Impero d'Occidente e quando all'Europa cristiana venne a contrapporsi l'Impero ottomano, di religione islamica.
Dopo che i viaggi di Marco Polo rivelarono agli Europei l'esistenza del mondo cinese, che rientrava in un ambito culturale diverso, il termine o. si cominciò a usare in un altro significato, distinguendosi i paesi più lontani con il nome di Estremo O., e quelli che si affacciano al Mediterraneo, detti anche paesi del Levante o semplicemente Levante, con il nome di Vicino Oriente.

Diffusione limitata ha avuto la denominazione Medio O. con riferimento all'India e ai paesi vicini, mentre, a partire dal mondo anglosassone, si è progressivamente affermato l'uso di tale espressione per indicare i paesi dell'Asia occidentale, dalla Turchia all'Iran (o anche all'Afghanistan). Fin dal 1908 il geografo tedesco E. Banse propose di designare con il termine O. una delle grandi parti del mondo, vasta 17 milioni circa di km2, comprendente, oltre al Vicino O., anche l'Africa settentrionale e caratterizzata da somiglianza di clima, vegetazione, e inoltre anche da caratteri culturali comuni. In seguito, nella polemica politica e ideologica, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale (ma precedenti si erano avuti con accenni già nel 19° sec., all'epoca della guerra di Crimea, 1853), con il nome di O., senza altra specificazione, si è designata comunemente l'Unione Sovietica in contrapposizione all'occidente.

Source:
Enciclopedia Treccani

oriente - Come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

Enciclopedia Dantesca (1970)
di Giovanni Buti-Renzo Bertagni (abstract)




occidente
[oc-ci-dèn-te]
A s.m. (pl. -ti)
1 Uno dei quattro punti cardinali, corrispondente alla parte dell'orizzonte in cui tramonta il sole
SIN. ponente, ovest
| CON. oriente
2 estens. Paese, zona e sim. localizzato verso occidente rispetto a un punto dato: l'o. dell'Europa
per anton. L'Occidente, il complesso delle popolazioni, la civiltà, la cultura dei paesi dell'Europa occidentale e del Nord America rispetto a quelli europei orientali e asiatici: la civiltà dell'Occidente; i problemi sociali dell'Occidente

B agg.
ant. e lett. Calante, che tramonta: giorno o. D'Annunzio

occidente - In senso storico e culturale, l'insieme dei popoli, delle civiltà, delle culture dei paesi occidentali, aventi caratteri e confini vari secondo le diverse epoche storiche in cui si affermò la coscienza di una contrapposizione fra O. e Oriente.
Dal 16° sec. con Oriente si intese designare tutti i territori sottoposti alla civiltà islamica, O. era invece il complesso degli Stati europei occidentali che si potevano ritrovare in una cultura e, sia pur in minor misura, in una religione comune. Con l'allontanamento dei Turchi dall'Europa, si affermò una concezione etico-politica per la quale i limiti culturali dell'O. venivano posti là dove era giunta a insediarsi, per due secoli e mezzo, con i Mongoli, l'influenza dell'Asia: grosso modo lungo la linea ideale che congiunge la foce del Dnestr con il Golfo di Riga e che segna i limiti storici della Russia verso ovest. A oriente di questa linea non si ebbe poi la feconda esperienza dell'Umanesimo e del Rinascimento, né il travaglio religioso messo in moto dalla Riforma, né il formarsi di una borghesia, così che la diversità culturale rispetto alla restante parte dell'Europa rimase per secoli determinante.
A partire dal 19° sec., la polemica politica e ideologica portò ad accentuare certi caratteri di unità dell'O. e la sua contrapposizione all'Oriente-Russia. La guerra di Crimea del 1853-56, per esempio, fu vista dalla pubblicistica del tempo come la contrapposizione fra un O. liberale e un Oriente assolutista. Questi atteggiamenti polemici rimasero in vita fino alla Prima guerra mondiale anche in relazione all'indirizzo panslavo della politica russa, prolungandosi nelle teorie linguistiche, geografiche, storiche dell'eurasismo, negli anni che precedettero e seguirono la Rivoluzione d'ottobre. Dopo la rivoluzione russa si accentuò la contrapposizione polemica e ideologica tra un O. capitalista e un Oriente socialista, contrapposizione giunta al culmine estremo dopo la Seconda guerra mondiale, con le rivoluzioni in Cina e in Indocina e con l'instaurazione dei regimi socialisti in Europa orientale (dopo il crollo di questi ultimi anche i paesi dell'Est europeo sono stati compresi nel concetto di Occidente).
Nel contesto attuale l'O. abbraccia un'estesa area che include le nazioni più ricche e industrializzate dell'Europa e dell'America, nonché l'Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e quei paesi accomunati, almeno idealmente, da determinate caratteristiche economiche e politiche: Stato di diritto, liberalismo, liberismo economico, multipartitismo, tutela delle libertà fondamentali (di espressione, di associazione ecc.), sentite come l'eredità della democrazia e del pensiero razionalista sviluppatisi principalmente attraverso le vicende storico-culturali dell'Illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese.

Source:
Enciclopedia Treccani


Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

Storie di circa due mesi fa tra occidente e oriente:

Conclusione relativa allo ‘shutdown’ statunitense, cioè la chiusura di tutti i servizi pubblici ritenuti non strettamente indispensabili:

Repubblicani e Democratici si sono affossati al Congresso Usa in una guerra di trincea sul bilancio e sul debito pubblico così furiosa da aver perso oramai di vista perfino le proprie motivazioni. Impossibile avere nostalgia di Roma: il leader democratico chiama i suoi avversari «banana republicans». Un senatore repubblicano gli risponde: «Urleremo così forte che alla fine ci dimenticheremo il perché». Senza motivazione realistica. Proprio come la sparatoria a Capitol Hill in cui giovedì ha perso la vita una donna che voleva sfondare con l'auto i cancelli della Casa Bianca e che è diventata la tragica rappresentazione di quanto avveniva nelle stesse ore dentro il Congresso.

Inseguendo la sua frangia più radicale, il partito repubblicano ha impedito un accordo sul bilancio e un aumento del tetto al debito pubblico, con l'obiettivo di protestare contro la riforma sanitaria di Obama ormai già attuata.

[…]

Tra le regole di funzionamento della democrazia c'è che i compromessi cominciano a prendere forma non appena uno dei due contraenti capisce che gli elettori non sono contenti di come sta conducendo il confronto. In effetti i sondaggi indicano che i repubblicani sono un po' più penalizzati dei democratici. Ma ogni giorno che passa sta dimostrando che – più che un partito rispetto all'altro - a perdere consensi è l'intero sistema democratico. Per questo la partita di Washington non è solo diversa da ogni precedente storico, ma è importante per capire il futuro incerto dell'Occidente.

Da «Il Sole 24 Ore» – Carlo Bastasin – 5 ottobre 2013
“La partita di Washington e il futuro dell'Occidente”

Contemporaneamente:

Teheran (Iran), 5 ott. (LaPresse/AP) - Alcuni aspetti del viaggio a New York di Hasan Rohani sono stati "non appropriati", ma è da sostenere la politica di apertura del presidente all'Occidente. Lo ha detto l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, sostenendo inoltre che gli Usa non sono "affidabili". I commenti sono stati riportati dal suo sito internet khamenei.ir e fanno seguito anche alle forti critiche giunte da alcuni oppositori della linea dura in seguito alla telefonata di 15 minuti tra lo stesso Rohani e il presidente Usa Barack Obama. Alcuni funzionari di spicco, tra cui comandanti della potente Guardia della rivoluzione, sostengono che Rohani sia andato troppo in là con le aperture a Washington.

Crisi economica e umana - Crisis económica y humana 

Così, quasi due mesi fa.
Eppure, a dispetto dei soliti disfattisti, l’accordo con l'Iran finalmente c’è e lo shutdown è accantonato.
Riprendo un mio testo del 2011, scritto mentre sbocciavano le primavere arabe. La traduzione in spagnolo è di un amico madrileno:

 Il difficile momento che stiamo vivendo in Europa e non soltanto qui, è certamente frutto di una grave crisi materiale e strutturale.
    Tuttavia questa constatazione non basta a spiegare l’arretramento complessivo dell’occidente, la stagnazione dei mercati, l’emergenza che va crescendo in tutta l’area mediterranea a seguito delle rivolte nei paesi arabi e la situazione ogni giorno più preoccupante in cui si trovano migliaia di profughi.

    Il drastico calo di produttività e risorse sono purtroppo un dato reale ma invocarle di continuo, senza difendere sul campo la possibilità e, quindi, la volontà di un’alternativa, rischia di amplificare in maniera rilevante gli effetti di questa crisi.
    Vengono in mente le parole di Walter Benjamin che tra il 1923 e il 1928, osservando gli effetti devastanti dell’inflazione sulla società tedesca, puntò il dito contro l’atteggiamento passivo e rinunciatario dei suoi concittadini.

«Nel patrimonio dei modi di dire in cui si tradisce ogni giorno la vita impastata di stupidità e di viltà del borghese tedesco, è particolarmente degno di nota il “così non si può andare avanti” riferito all’imminente catastrofe. Il goffo aggrapparsi alle idee di sicurezza e di possesso dei decenni passati impedisce all’uomo medio di cogliere i notevolissimi e affatto nuovi elementi di stabilità che stanno alla base della situazione attuale. […] Le popolazioni dell’Europa centrale vivono come gli abitanti di una città assediata cui vengano a mancare viveri e per i quali non sia umanamente prevedibile alcuna via di scampo»

    Rischiamo di essere vittime di un altrettanto simile abbaglio. Dalla crisi si esce restando lucidi, riconoscendo gli errori ma anche quel che di buono si può ancora salvare. Si tratta di gettar via le matrici difettose, quelle che hanno prodotto modelli e mentalità del tutto inservibili e chiusi alle nuove proposte.
    Ci vuole coraggio. Il coraggio di andare contro noi stessi e i nostri egoismi. Le generazioni, tutte, se non sapranno essere solidali tra loro avranno perso la sfida a cui sono ora chiamate.

Este difícil momento que estamos viviendo en Europa, y no solamente aquí, es en cierto sentido, consecuencia de una grave crisis tanto material como estructural.
    De todos modos, para realizar esta afirmación, no solamente basta con explicar la distancia de occidente, el estancamiento de los mercados, las urgencias que se multiplican en la zona mediterránea como consecuencia de las revueltas en los países árabes y la situación, cada día más preocupante, en la que se encuentran cada día milles de refugiados. Esta drástica caída de la productividad y recursos son, lamentablemente, un dato certero pero darle siempre culpa, pero sin aportar alternativas únicamente amplifica los efectos de esta grave crisis.

    Me vienen en mente las palabras de Walter Benajmen que entre 1923 y 1928, observando las devastadoras efectos que estaba causando la inflación en la sociedad germana, señalo como culpable a la actitud pasiva y conformista de sus conciudadanos :

    «en el patrimonio de los modos en los cuales se traiciona cada día la vida mezclada de estupidez y de cobardía del burgués alemán, y el particularmente digno de mención “así no se puede seguir” refiriéndose a la inminente catástrofe. El torpe acto de agarrarse a las ideas de seguridad y de posesión de los tiempos pasados impide al hombre medio de acoger nuevos elementos de estabilidad que giran en torno a la base de la situación actual. […] Las poblaciones de Europa central viven como los habitantes de una ciudad asediada a la cual le faltan víveres, y en la cual no hay, a la vista, alguna vía de escape»

    Nos enfrentamos a la posibilidad de ser víctimas de un error bastante parecido. De esta crisis solamente se sale permaneciendo lúcidos, reconociendo los errores pero, a su vez, identificando aquello que se puede salvar. Se trata de arrancar las malas hiervas que han producido estas consecuencias en el modelo y la mentalidad, inservible y cerrada, a las nuevas propuestas. Se necesita coraje, el coraje para ir contra nosotros mismos y contra nuestros egoísmos. Las generaciones, todas, si no saben ser solidarias entre ellas habrán perdido, sin lugar a dudas, el desafío que en este momento ha tocado en sus puertas.     

Texto: Claudia Ciardi
Traductor: Grigori Yefímovich

«Du sollst nicht töten»

Sulden - Nur wenige kennen den Nahen und Mittleren Osten so gut wie er. Seit Jahrzehnten bereist Autor und Publizist Jürgen Todenhöfer Kriegs- und Krisengebiete auf der gesamten Welt. In den vergangenen Jahren bereiste der Bestseller-Autor die Revolutionsschauplätze Ägypten, Libyen und Syrien sowie den Iran, Afghanistan und Gaza. In beeindruckenden Reportagen schildert er in seinem neuen Buch „Du sollst nicht töten – Mein Traum vom Frieden“ (C. Bertelsmann-Verlag) das Leben im Krieg und in der Revolution. Große Teile des Buches schrieb Todenhöfer in seiner urigen Berghütte in Sulden. An Sulden schätzt der ehemalige CDU-Bundestagsabgeordnete und Vorstandsmitglied des Burda-Medienkonzerns die Schönheit des Tals sowie die dort lebenden Menschen. Paul Hanny war es, der dem Deutschen Sulden näher brachte und unter dessen Leitung das Bauernhaus errichtet wurde. Todenhöfer, ein gebürtiger Offenburger, lebt heute – insofern er nicht auf Reisen ist – in München. derVinschger hat den 72-jährigen Autor in seiner Berghütte in Sulden, dort wo auch Michael Jackson einige Tage verbrachte, zu einem ausführlichen Gespräch getroffen.

Der Vinschger: Sie bereisten in den vergangenen Jahren mehrere Krisengebiete im Nahen Osten und erzählen davon in Ihrem neuen Buch, einem beeindruckenden Plädoyer gegen den Krieg. Seit über 50 Jahren halten Sie sich immer wieder in Kriegsgebieten auf. Was bewegt Sie dazu?
Jürgen Todenhöfer: Am Anfang, während des Algerien-Krieges in den 60er Jahren, war es die Neugier eines jungen Mannes, der in Paris studierte und wissen wollte, wie die Wahrheit aussieht. Bei meinen Reisen habe ich festgestellt, wie sehr die Menschen unter den Kriegen leiden und, dass das Leid der Zivilbevölkerung in den Reden der Politiker keine große Rolle spielt. Ich versuchte, das Schicksal der Zivilisten zu schildern. Wenn man Geschichtsbücher liest, geht es immer wieder um die großen Taten, die Erfolge und das Versagen von Politikern und Feldherren. Über die Zivilbevölkerung liest man fast nichts. Das war der Ansatz, mit dem ich versucht habe, Kriege zu verhindern – denn es geht nicht um Politiker, sondern um Menschen.
Segnalato dal blog Lettere dalla Germania

Große Landschaft bei Wein – Grande paesaggio nei dintorni di Vienna

Ingeborg Bachmann

Geister der Ebene, Geister des wachsenden Stroms,
zu unsrem Ende gerufen, haltet nicht vor der Stadt!
Nehmt auch mit euch, was vom Wein überging
auf brüchigen Rändern, und führt an ein Rinnsal,
wen nach Ausweg verlangt, und öffnet die Steppen!

Drüben verkümmert das nackte Gelenk eines Baums,
ein Schwungrad springt ein, aus dem Feld schlagen
die Bohrtürme den Frühling, Statuenwäldern weicht
der verworfene Torso des Grüns, und es wacht
die Iris des Öls über den Brunnen im Land.

Was liegt daran? Wir spielen die Tänze nicht mehr.
Nach langer Pause: Dissonanzen gelichtet, wenig cantabile.
(Und ihren Atem spur ich nicht mehr auf den Wangen!)
Still stehn die Räder. Durch Staub und Wolkenspreu
schleift den Mantel, der unsre Liebe deckte, das Riesenrad.

Nirgends gewährt man, wie hier, vor den ersten Küssen
die letzten. Es gilt, mit dem Nachklang im Mund
weiterzugehn und zu schweigen. Wo der Kranich
im Schilf der flachen Gewässer seinen Bogen vollendet,
tönender als die Welle, schlägt ihm die Stunde im Rohr.

Asiens Atem ist jenseits.

Rhythmischer Aufgang von Saaten, reifer Kulturen.
Ernten vorm Untergang, sind sie verbrieft, so weiß ichs
dem Wind noch zu sagen. Hinter der Böschung
trübt weicheres Wasser das Aug, und es will
mich noch anfallen trunkenes Limesgefühl;
unter den Pappeln am Römerstein grab ich
nach dem Schauplatz vielvölkiger Trauer,
nach dem Lächeln Ja und dem Lächeln Nein.

Alles Leben ist abgewandert in Baukästen,
neue Not mildert man sanitär, in den Alleen
blüht die Kastanie duftlos, Kerzenrauch
kostet die Luft nicht wieder, über der Brüstung
im Park weht so einsam das Haar, im Wasser
sinken die Bälle, vorbei an der Kinderhand
bis auf den Grund, und es begegnet
das tote Auge dem blauen, das es einst war.

Wunder des Unglaubes sind ohne Zahl.
Besteht ein Herz darauf, ein Herz zu sein?
Träum, daß du rein bist, heb die Hand zum Schwur,
träum dein Geschlecht, das dich besiegt, träum
und wehr dennoch mystischer Abkehr im Protest.
Mit einer andern Hand gelingen Zahlen
und Analysen, die dich entzaubern.
Was dich trennt, bist du. Verström,
komm wissend wieder, in neuer Abschiedsgestalt.

Dem Orkan voraus fliegt die Sonne nach Westen,
zweitausend Jahre sind um, und uns wird nichts bleiben.
Es hebt der Wind Barockgirlanden auf,
es fällt von den Stiegen das Puttengesicht,
es stürzen Basteien in dämmernde Höfe,
von den Kommoden die Masken und Kränze…

Nur auf dem Platz im Mittagslicht, mit der Kette
am Säulenfuß und dem vergänglichsten Augenblick
geneigt und der Schönheit verfallen, sag ich mich los
von der Zeit, ein Geist unter Geistern, die kommen.

Maria am Gestade –
das Schiff ist leer, der Stein ist blind,
gerettet ist keiner, getroffen sind viele,
das Öl will nicht brennen, wir haben
alle davon getrunken – wo bleibt
dein ewiges Licht?

So sind auch die Fische tot und treiben
den schwarzen Meeren zu, die uns erwarten.
Wir aber mündeten längst, vom Sog
anderer Ströme ergriffen, wo die Welt
ausblieb und wenig Heiterkeit war.
Die Türme der Ebene rühmen uns nach,
daß wir willenlos kamen und auf den Stufen
der Schwermut fielen und tiefer fielen,
mit dem scharfen Gehör für den Fall.


Spiriti della pianura, spiriti del fiume crescente,
invocati a contemplare la nostra fine,
non vi arrestate alle porte della città!
Portate con voi anche il vino che è traboccato
sopra le sponde sbrecciate, guidate ad un rivolo
chi cerca una via di scampo, e spalancate le steppe!

Laggiù intristisce lo scheletro nudo di un albero,
un volano s’ingrana, le trivelle soppiantano
la primavera, dinanzi a selve statuarie cede
il ripudiato torso della verzura, e nel paese
veglia un’oleosa iride sulle fontane.

Che importa? Noi non suoniamo più le danze.
Dopo lunga pausa: diradate le dissonanze, poco cantabile.
(E il suo respiro non avverto più sulle guance!)
Immobili sono le ruote. Tra polvere e pula di nuvole
trascina il mantello, che il nostro amore celava, la Ruota Gigante.

In nessun luogo come qui si avverte, prima
del primo bacio l’ultimo. Occorre
proseguire la via con l’eco in bocca,
e tacere. Dove la gru tra le canne
delle acque basse la sua parabola chiude,
l’ora batte nei giunchi per lei, più sonante dell’onda.

Il respiro dell’Asia è al di là.

Ritmica ascesa di semine, di civiltà mature,
di messi sull’orlo della rovina: se documentate,
so al vento narrarle ancora. Dietro il pendìo
Acqua più tenera intorbida l’occhio, e ancora m’assale
ebbro il senso del limes: sotto i pioppi
tra pietre romane scavo, cercando
la scena del lutto di tante nazioni:
sorrisi di consenso, e di rifiuto.

Ogni traccia di vita è passata nei giochi di costruzione,
la nuova miseria è alleviata dai sanitari,
nei viali il castagno fiorisce inodore,
l’aria non più assapora fumo di candele, alitano
deserti sul parapetto del parco i capelli,
il fondo dell’acqua raggiungono le palle sfiorate
da mani infantili, e incontrano
i morti occhi quelli azzurri di un tempo.

Innumerevoli sono i prodigi dell’incredulità.
Un cuore persiste tenace a essere un cuore?
Tu sogna di essere puro, leva la mano a giurare,
sogna il tuo sesso che ti vince, sogna eppure
respingi il distacco mistico nel contestare.
Con l’altra mano, fanno buona riuscita
cifre e analisi, che ti disincantano.
Quello che ti separa, sei tu. Defluisci
e saggio poi torna, in una nuova labile forma.

Precede l’uragano il sole che vola verso occidente:
due millenni sono trascorsi, e a noi non resterà nulla.
Il vento raccatta ghirlande barocche,
rotola per le scale la faccia del puttino,
bastioni precipitano dentro cortili in ombra
e giù dai canterani maschere e corone…

Sulla piazza soltanto, nel sole meridiano,
avvinta alla base della colonna, incline
all’attimo fuggente e alla bellezza votata,
mi separo dal tempo: un fantasma
tra fantasmi che avanzano.

Maria in Riva –
vuota è la navata, cieca la pietra,
nessuno è salvo, colpiti molti:
l’olio arde a stento, tutti
ne abbiamo bevuto – dov’è
il tuo lume eterno?

Così anche i pesci sono morti, sospinti
verso le grandi acque nere che ci attendono.
Ma noi trovammo foce da tempo, preda
del risucchio di altri fiumi, là dove
il mondo è finito e poca serenità regnava.
I campanili della pianura dicono a nostra lode
che involontaria fu la nostra venuta e sui gradini
cademmo della malinconia, sempre più in basso,
con lucido ascolto della caduta.

Traduzione di Maria Teresa Mandalari (Guanda, 2006)


Kazimir Malevich, Supremus n. 58, 1915-'16

16 ottobre 2013

Racconto di Berlino - Erzählung aus Berlin #0


Le fotografie qui raccolte sono il frutto di uno dei miei recenti viaggi nella metropoli, scatti letteralmente rubati alla strada che non ambiscono a essere reportage ma hanno solo la pretesa – davvero minima se messa in rapporto con l’ampiezza della materia – di salvare qualche istante di vita in uno dei luoghi forse più narrati degli ultimi due secoli. Quando ripenso alla Stimmung della Berlino dei miei ventisette anni, non posso che prendere atto di un’esperienza irripetibile; le sensazioni e la scrittura di allora erano state il frutto del mio primo sguardo sulla metropoli, il punto zero, l’attimo in cui la città con le sue tante voci e i suoi incredibili richiami, non pochi dei quali destinati a rimanere incompresi, mi era venuta incontro, configurandosi come straordinario centro di attrazione del mio immaginario. Da quel preciso momento Berlino diveniva determinante, avviava in me una nuova ricerca, il peso delle sue tante storie scorreva dai suoi incroci alle periferie della mia volontà di espressione. Avevo come il presentimento di sfidare il tempo, andavo in cerca di narrazioni e puntualmente mi sottraevo a ogni ritratto troppo preciso, respingevo le parallele della storia e aspiravo a una sorta di circolarità fantastica, al recupero – sebbene quasi del tutto inconsapevole – di una dimensione in cui il ‘dimenticato’ dell’infanzia potesse trovare una via per rappresentarsi. Più o meno lo stesso di quanto riferisce Kracauer a proposito dei cortili di Parigi – ma si sa che i suoi cortili, le sue vie sono sempre quelli di Berlino, perché qui ha imparato ad essere flâneur e qui soltanto poteva esserlo completamente; come i Passages di Benjamin provengono dagli alfabeti berlinesi, coordinate mitologiche e caratteri affettivi imparati durante l’infanzia nella metropoli.
In tal senso Berlino è anche una patria sepolta, uno specchio meraviglioso rivolto al passato o almeno a qualcosa di molto somigliante a esso, intendendo qui il vissuto come uno spazio fisico più che concettuale. E tuttavia questo dare appuntamento alla memoria – che io, peccando magari di presunzione, vedevo come la possibilità di ritrovare qualche frammento della mia in un luogo che così tante ne aveva accolte –  era per quanto mi riguarda un esercizio piuttosto maldestro, portato avanti casualmente, dal quale risalivo spossata. A cosa tendevo davvero? In quale parte di me mi dirigevo?
La città ha coltivato in me questa silenziosa regressione, la città-levatrice ha provocato il corpo a riscoprire gesti e rituali delle proprie origini.
Non sono le sue strade, non sono i suoi passanti, questi volti in cui capita di scorgere infinite epoche e mondi, nessuno in particolare nell’istante in cui ci si sofferma a guardarli, eppure presenti tutti insieme in uno sconvolgente unisono; questi passages, più del pensiero che della realtà, eppure di un'intimità così organica, sono le segrete scale da cui io discendo al fondo della mia immaginazione. 
(Foto e testi di Claudia Ciardi ©)
«Smanioso di pervenire al luogo in cui il dimenticato mi sarebbe finalmente sopravvenuto, non potevo rasentare il più modesto vicolo laterale senza infilarlo e senza svoltare all’angolo che si apriva alle sue spalle. […] Nello scrutare, così, da ogni parte – dal sole fino all’ombra e di nuovo, indietro, al giorno – avevo la netta sensazione di non muovermi soltanto nello spazio, ma di varcarne non di rado i limiti e di fare irruzione nel tempo. Una segreta pista di contrabbandieri conduceva nel distretto delle ore e dei decenni, il cui sistema stradale era altrettanto labirintico di quello della città medesima ».
Siegfried Kracauer, Strade di Berlino e altrove 
[Straßen in Berlin und anderswo -  Suhrkamp Verlag, 1964]
«Credo da tempo che, se una speranza ancora esiste per il continente europeo, essa si celi nelle potenzialità, artificialmente inibite, dei paesi compresi tra la Germania e la Russia».
Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia

Botanischer Garten - Bahnhof

 Botanischer Garten - Bahnhof (detail)

 Muro nella Fabeckstraße (Dahlem)

 Hochstraße nei pressi di Gesundbrunnen Bahnhof

 Schöneberg (Bahnhof) - pavimento della stazione

 


















La Marlene di Friedenau (Bahnhof)


Friedenau (Bahnhof - Gestalten)

Nikolassee (Bahnhof - passage)

Un canneto al Wannsee - Schilf am Wannsee

4 dicembre 2012

Il grande dittatore - L'ascesa di Hitler / Der Aufstieg des Diktators

Il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e la Biblioteca Austriaca organizzano a Trento, mercoledì 5 dicembre, alle ore 17,30, nella Sala degli affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55), l’incontro-dibattito Il grande dittatore. L'ascesa di Hitler. Interviene Antonella Gargano. Introduce Massimo Libardi.
11. Mai 1933: Die öffentliche Verbrennung undeutscher Schriften und Bücher auf dem Opernplatz Unter den Linden in Berlin durch Studenten der Berliner Universitäten.
Bildquelle: Bundesarchiv, Bild 102-14597/ unbekannt/ CC-BY-SA 

Con l’incontro-dibattito Il grande dittatore. L'ascesa di Hitler prosegue il ciclo di incontri “Narrare la storia. Il Novecento nella letteratura tedesca”, organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale con la collaborazione della Biblioteca Austriaca.

Con questa iniziativa si intende ripercorrere attraverso alcuni romanzi particolarmente significativi la storia del mondo germanofono nel corso del Novecento. Ogni incontro avrà al centro alcuni romanzi che fungeranno da stimolo per raccontare uno o più decenni di storia.

In questo quinto incontro interviene Antonella Gargano, professore ordinario di Letteratura tedesca all’Università “La Sapienza” di Roma.

Ancora prima dell’ascesa di Hitler al potere il processo di nazistificazione della Germania è evidente già negli ultimi anni della Repubblica di Weimar, coinvolgendo in modo particolare i diversi strati sociali che concorrono a formare il ceto medio. Assediato fra depressione economica, inflazione e razionalizzazione, quell’universo di pover’uomini, in tutto simili al protagonista del romanzo di Hans Fallada E adesso, pover’uomo? del 1932 e all’americano Babbitt di Sinclair Lewis (1922), si trasforma in un aggregato instabile e facilmente manovrabile. Il terrore della proletarizzazione e la crisi di identità innescano una comune reazione di ostilità nei confronti della democrazia e della società industriale, creando una serie di convergenze tra i vari strati del ceto medio che finisce per offrire una vasta base di consenso all’ideologia nazionalsocialista.
La resistibile ascesa di Arturo Ui (1941) è per Bertolt Brecht “un tentativo di spiegare al mondo capitalistico l’ascesa di Hitler situandola in un ambiente ad esso familiare”: sia pure nella forma della parabola e nei toni del grottesco, Brecht mette in guardia contro il gangsterismo politico del nazionalsocialismo, mentre l’epilogo ricorda drammaticamente che “il grembo da cui è nato è ancora fecondo”. E se è un mondo di commercianti quello che circonda il protagonista, è la loro disponibilità al compromesso a consentire l’ascesa – in realtà ‘resistibile’ – del dittatore.

Dieci anni prima, nel 1931, l’austriaco Ödön von Horváth nei suoi ‘drammi popolari’ aveva presentato una società e una realtà richiuse in se stesse (Storie del bosco viennese), apparentemente tagliate fuori dagli avvenimenti storici e incapaci di ipotizzare la catastrofe imminente. La ‘stupidità’ che caratterizza gli ambienti in cui si muovono i personaggi del teatro di Horváth (da Notte all’italiana a Kasimir e Karoline fino a Fede Speranza Carità) è determinata da un atrofizzarsi della consapevolezza degli eventi storici, le cui conseguenze sul piano economico sono invece concretamente tangibili, e dall’illusione di potersi salvare seguendo vie individuali e ignorando le dinamiche politiche complessive. “Tutto vacilla. Non c’è più niente di sicuro. Siamo maturi per il diluvio”, questa l’amara considerazione di uno dei personaggi delle Storie del bosco viennese.

Nel Tamburo di latta (1959) di Günter Grass è di nuovo il mondo dei commercianti e dei piccoli borghesi ad essere colto in tutta la sua falsità e in tutta la sua vigliaccheria e a cedere al potere suggestivo esercitato dal grande dittatore, mentre chi non si adegua al sistema è il deforme Oskar Matzerath, segnato anche fisicamente dalla sua diversità. Anche in questo caso la macrostoria tedesca è ripercorsa in tutta la sua drammaticità attraverso la prospettiva della microstoria, attraverso i comportamenti e i cedimenti dei piccoli borghesi.

La letteratura – e il romanzo di Grass lo fa attribuendo una decisa centralità a questo tema e a queste figure – registra così – a volte anticipando le catastrofiche conseguenze, come nel caso di Horváth – il ruolo del ceto medio nell’ascesa al potere del nazionalsocialismo.
(di Massimo Libardi)

24 novembre 2012

Eric D. Weitz - Weimar


La Germania di Weimar

Speranza e tragedia

Eric D. Weitz
Traduzione italiana di Piero Arlorio
Einaudi, 2008
ISBN 978-88-06-19421-5
Original title: Weimar Germany. Promise and Tragedy, 2007, Princeton University Press


Eric D. Weitz is Distinguished McKnight University Professor at University of Minnesota, where he teaches Contemporary History. Among his books we sign Creating German Communism, 1890-1990: From Popular Protests to Socialist State (1997) and A Century of Genocide: Utopias of Race and Nation (2003)

Novemberrevolution und Weimarer Republik

From Introduction/
Introduzione – dalla versione italiana:

p. 4: «La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933.
Nonostante tali conflitti e disastri, Weimar fu un periodo di grande fioritura politica e culturale. La fine del vecchio ordinamento imperiale travolto da guerra e rivoluzione liberò il campo all’immaginazione sociale e politica. Per quasi un quindicennio, i tedeschi crearono e mantennero in vita un ordinamento politico ampiamente liberale con consistenti programmi di welfare. La vita di moti cittadini migliorò, con la riduzione, tra l’altro, dell’orario di lavoro a otto ore quotidiane, almeno nei primi anni della repubblica; mentre il sussidio di disoccupazione sembrò annunciare una nuova era nella quale i lavoratori sarebbero stati protetti dalle oscillazioni del ciclo economico. Nuovi complessi residenziali costruiti nell’ambito di programmi di edilizia pubblica offrirono agli operai più qualificati e ai colletti bianchi la possibilità di traslocare dai vecchi alloggi in appartamenti moderni dotati di servizi igienici interni, di acqua corrente, gas, elettricità. Le donne ottennero il diritto di voto; sorse, finalmente, una stampa vivace e libera. Dal nudismo al comunismo, si elaborarono i progetti più disparati per la realizzazione di una società futura fiorente e armoniosa. Sessuologi e attivisti politici si fecero sostenitori del diritto di tutti a una vita sessuale ricca e gratificante.
p. 5 Cinema e mondo dello spettacolo diffusero il sogno di una vita più agiata grazie alla moltiplicazione dei beni di consumo, sebbene il mattino dopo bisognasse pur sempre essere al lavoro alle sette in punto, in fabbrica, in ufficio, in negozio. Gli ideali utopistici sorsero sulla scorta della guerra e della rivoluzione. C’era la certezza di poter cambiare radicalmente il mondo: secondo alcuni con l’architettura, l’abitazione in comune, la fotografia; secondo altri con le manifestazioni di massa. Certezze e convinzioni che stimolarono la produzione artistica e ispirarono ampie riflessioni filosofiche.
Un percorso, e un impegno, non certo esclusivi dei tedeschi. Sull’onda e nel turbinio della prima guerra mondiale, le donne ottennero il diritto di voto in Gran Bretagna; artisti giunsero in gran numero a Parigi, architetti olandesi crearono edifici dalle forme nuove; a Vienna, a Budapest, a Pietrogrado, le masse e i partiti rovesciarono regimi imperiali antiquati e accarezzarono speranze di un futuro politico più luminoso. I tedeschi guardarono a questi movimenti e ne trassero insegnamento, nel bene e nel male. Nell’esperienza della Germania di questo periodo c’era tuttavia qualcosa di particolarmente intenso e ingombrante: a differenza dei suoi vicini occidentali, la Germania aveva perso la guerra. Un fatto dalle profonde conseguenze economiche, politiche, psicologiche. In pratica, non c’era argomento o dibattito su cui non si proiettasse l’ombra della responsabilità della guerra e dei costi delle riparazioni. La sconfitta impediva qualsiasi risarcimento delle sofferenze patite da donne e uomini tedeschi per quattro terribili anni. Nessun guadagno finanziario; neppure l’ombra dell’euforia che normalmente si accompagna alla vittoria in una lotta pluriennale. A differenza dei russi, loro vicini orientali, i tedeschi non sperimentarono una rivoluzione radicale che privasse completamente di potere e di prestigio le élite tradizionali. La Germania rimase per così dire a metà strada; con la sua rivoluzione che senz’altro democratizzò il paese ma non intaccò a fondo il vecchio ordinamento sociale. Risultato: mancanza di consenso e dibattito permanente. Le questioni di fondo riguardanti la convivenza dei tedeschi tra loro e con i loro vicini rimasero oggetto di insanabile discordia.
Il potere distruttivo della guerra totale e quello creativo della rivoluzione – esperienze condivise da molti europei che assunsero, però, in Germania, una colorazione assai particolare – alimentarono l’opera e il pensiero dei protagonisti di Weimar».


[…]


p. 7: «Nello stesso tempo ho prestato particolare attenzione alle rigide limitazioni della società weimariana: imposte dagli Alleati, da un’economia internazionale stagnante, dal peso delle tradizioni autoritarie della Germania, dall’emergere di una nuova destra estremista particolarmente pericolosa e dedita alla violenza. Infine, ovviamente, ho preso in considerazione ciò che non funzionò, l’esito finale disastroso, e ho cercato di dimostrare che quello di Weimar non fu un semplice crollo. Weimar fu infatti spinta nel precipizio dall’opera combinata di una destra tradizionale, ostile alla repubblica dal giorno stesso della sua creazione, e di una destra più nuova e più estrema. La destra tradizionale – composta di uomini d’affari, di nobili, di funzionari statali, di ufficiali dell’esercito – era potente e ben radicata. Anche i comunisti cercarono di seppellire la repubblica, ma fu sempre la destra a costituire il pericolo più grave.
I dodici anni del Terzo Reich non riuscirono, tuttavia, a connotare univocamente i precedenti quattordici anni della Repubblica di Weimar. Nessun evento storico è predeterminato; tanto meno lo fu la vittoria del nazionalsocialismo. p. 8 Conflitti e limiti del periodo weimariano contribuirono indubbiamente ad alimentare il movimento nazionalsocialista, ma è un travisamento presentare Weimar come mero preludio del Terzo Reich. La Germania di Weimar fu un momento ricco e pieno di fermenti, e molte opere artistiche, speculazioni filosofiche e ipotesi politiche che si svilupparono nel suo grembo generarono visioni luminose di un mondo migliore. Visioni che continuano ad avere un significato per noi, oggi».


Inflation - 1923
From chapter 4

Economia turbolenta e società in ansia

pp. 149-152:

«“Die Wirtschaft ist das Schicksal” (l’economia è il destino), scrisse Walter Rathenau, industriale, idealista, ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar. Sostanzialmente, aveva ragione. Nelle condizioni più favorevoli, la creazione di una democrazia compiuta in Germania sarebbe stata impresa assai ardua, tante e potenti erano le forze antidemocratiche nella società e nell’agone politico. E tuttavia, «le condizioni più favorevoli» non si verificarono mai per la Repubblica di Weimar. Nata sulla scia della prima guerra mondiale tra i fuochi incrociati della rivoluzione e della guerra civile, per conquistarsi l’appoggio e il sostegno della maggioranza dei cittadini tedeschi avrebbe avuto bisogno di un’economia solida e in espansione. Ciò che, appunto, non ebbe. Gli anni della crescita economica furono effimeri, e costruiti su una grave debolezza strutturale i loro risultati. In compenso, numerosi furono gli anni di crisi con conseguenze assai pesanti. Nel periodo weimariano, i tedeschi vissero ben tre “capovolgimenti del mondo”: riassetto postbellico, iperinflazione, Grande Depressione economica. Non stupisce che, alla fine, non si sia creata una maggioranza favorevole alla repubblica. I tedeschi erano in sofferenza sul piano economico e si azzuffavano sulle questioni economiche grandi e piccole. Tassazione, riparazione dei danni di guerra, rappresentanza sindacale, innovazioni tecnologiche, principio stesso della proprietà privata: altrettante questioni oggetto di aspro dibattito. E un punto percentuale in più o in meno della tassazione, o il numero (uno? due? cinque?) dei rappresentanti sindacali presenti nel consiglio di amministrazione di un’impresa, non erano questione di semplice scelta di una linea politica! Per diritto o per traverso, ciascuna questione economica diventò scelta di fondo sulla convivenza dei tedeschi tra loro o con gli altri paesi nel periodo postbellico. Qualsiasi disputa di politica rischiava di mettere in crisi l’esistenza stessa de “il sistema”, come la destra sprezzantemente chiamava la Repubblica di Weimar. Si ebbero, senza alcun dubbio, momenti di accordo, di convergenza, in particolare tra coloro a vario titolo coinvolti nel processo produttivo: industriali, sindacati, Stato. Nei primi anni della repubblica, collaborarono per arginare l’inflazione, fino a quando prese a correre incontrollata e incontrollabile. Nella fase mediana, tutti costoro appoggiarono la “razionalizzazione”. I tedeschi colpiti duramente da inflazione e razionalizzazione, per non parlare della depressione economica, erano però legioni, e il loro scontento trovò accoglienza a destra e a sinistra. Politica ed economia procedevano a braccetto: i problemi economici di Weimar erano enormi e per molti aspetti inusitati; le possibili soluzioni politiche, oggetto di aspro dibattito e scontro.
In mezzo a un dibattito sociale e politico estremizzato, nella turbolenza dei boom e dei crolli dell’economia, i tedeschi si trovarono a vivere in un periodo contrassegnato da un misto di “relativa stagnazione economica” e di “modernizzazione accelerata”. Due indicatori in apparente netta contraddizione, ma proprio la loro compresenza conferma, una volta ancora, il carattere complesso e conflittuale degli anni di Weimar. Confrontati con quelli dei periodi anteriori al 1914 e posteriori al 1945, i tassi di crescita di Weimar appaiono più contenuti e limitate le ripercussioni macroeconomiche dell’innovazione tecnologica. Negli anni Venti non ci furono innovazioni nei settori trainanti con ampio effetto di stimolo sull’economia. Nulla di paragonabile all’impatto della produzione tessile nella fase iniziale dell’industrializzazione, alle innovazioni nell’industria dell’acciaio negli anni Ottanta del XIX secolo o nell’industria chimica nel periodo compreso, grosso modo, tra il 1890 e il 1914; per tacere dello sviluppo dei computer negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo. Inoltre, gli indici piuttosto deludenti furono il risultato dell’uscita della Germania, in concomitanza con altre economie avanzate, dalle tendenze globalizzatrici del XIX secolo. La prima guerra mondiale frenò potentemente il movimento internazionale di merci e capitali. Gli enormi costi della guerra e gli altrettanto enormi debiti accumulati per sostenerli lasciarono solamente gli Stati Uniti nella posizione vantaggiosa di creditore. Le diatribe postbelliche riguardanti le relazioni tra debito interalleato e riparazioni ridussero ulteriormente il flusso di capitali e si acquietarono solamente tra il 1924 e il 1929. Dopo di che, la crisi economica mondiale ebbe un effetto distruttivo sul capitale, e quello che si rese nuovamente disponibile operò pressoché esclusivamente sul mercato nazionale. La Germania dovette sempre importare quantità notevoli di derrate alimentari e di materie prime. Per pagare queste importazioni e finanziare lo sviluppo economico, necessitava di valuta e di capitali esteri; come di mercati esteri sui quali collocare i propri prodotti. Non pochi tedeschi invocarono disinvoltamente una maggior chiusura nell’ambito ristretto dell’economia nazionale, senza rendersi conto che, sul lungo periodo, una ricetta del genere si sarebbe rivelata contraria agli interessi della Germania.
L’economia tedesca si modernizzò nel contesto di una stagnazione, almeno in termini relativi. La percentuale di popolazione impegnata nell’industria continuò a crescere raggiungendo un culmine statistico intorno alla metà degli anni Venti. Le donne, soprattutto giovani, abbandonarono le fattorie alla ricerca della maggiore indipendenza offerta dalla città e dal lavoro in fabbrica. Si sprecavano i commenti degli osservatori sulla crescita esponenziale della “nuova classe media”, sulle legioni di impiegati negli uffici statali e nell’industria; nelle ampie superfici espositive dei grandi magazzini; nei laboratori degli ospedali e delle fabbriche; negli istituti di ricerca. I figli del boom demografico degli anni intorno al 1900 si contendevano posti di lavoro limitati di numero, quando non inesistenti, nella burocrazia statale. Ingegneri e imprenditori parlavano e scrivevano di razionalizzazione e di tecniche produttive semplificate in grado di accrescere la produzione e ridurre il numero dei lavoratori. E arrivò l’era del consumo di massa. Grandi magazzini abilmente progettati esibivano con arte enormi quantità di merci, mentre i pubblicitari lusingavano i tedeschi con un mondo di sogno fatto di prosperità e ultima moda.
L’economia di Weimar era, dunque, un fascio di conflitti e di contraddizioni. Al pari di quella politica, la storia economica di Weimar si lascia facilmente dividere, per quanto in maniera sommaria, in tre fasi. La prima, 1918-23, fu l’era dell’inflazione; la seconda, 1924-29, della razionalizzazione; la terza, 1929-33, della depressione economica. L’inflazione aveva avuto inizio già prima, durante la guerra, allorché il governo ricorse al prestito per finanziare le enormi spese belliche. I tedeschi acquistarono obbligazioni di Stato con la promessa di un’elevata redditività dell’investimento, e l’ovvia presunzione della vittoria militare. Furono indotti a credere che qualsiasi difficoltà sarebbe stata temporanea e ben presto seguita da un’era di prosperità senza precedenti con l’imposizione sull’intero continente della potenza politica ed economica della Germania. Non andò così e, alla fine della guerra, si trovarono a dover fare i conti con una moneta svalutata, con industrie pressoché interamente dipendenti dalle commesse militari, con grande penuria di beni di prima necessità e di materie prime indispensabili alla produzione. Milioni di reduci dal fronte dovettero essere reintegrati in qualche modo nella vita civile. I britannici mantennero il blocco navale fino all’estate del 1919, peggiorando la già difficile situazione della Germania».

Collapse of the Weimar Republic
The Hole in the Republic's Heart

One of the best discussions of German society during the flowering of the Republic comes from Alex de Jonge.  He relies heavily upon individual experiences

Berlin in the 1920s was a very special place, for its caba­rets, its theaters, for its musical, literary and artistic life. Because of the pale and colorless quality of official Wei­ mar politics, and because the traditional upper and middle classes had lost so much ground all moral authority, and indeed all talent flowed through exclusively cultural chan­nels. It was as if all energy was absorbed by culture and pleasure seeking, bike races and bordellos. Moreover, the contrast between Berlin West as an isolated and localized pleasure center and the profound poverty and human misery which surrounded it, from the revolution to the slump gave the city its particular edge and atmosphere. It had a bite to it, a sense of irony and frenzy, which was fostered by the carefree and cynical character of the Ber­liners themselves; this created a mood which made people behave "as if there were no tomorrow."

In the dying years of the republic, from 1928 onward, as conventional politics and politicians grew daily more impotent and the stock market erected a statue to "The Unknown Solvent." the edge grew keener still. There was an increasing sense of imminent collapse and the suspicion that there might be something nasty in the wood­ shed. The spirit of "mature Weimar" is a strange combina­tion of moods: extraordinary enlightenment and liberalism; extraordinary weakness; a great capacity for creative technology; a sinister willingness to search for and worship strange gods; and occasional flashes of perverted violence and vileness that are almost beyond description.

A German study of the twenties has a chapter entitled "Technik Technik über alles." It was indeed a period which saw very considerable achievements in both technology and pure science. Einstein worked and taught in Berlin, and the next generation of scientists included names such as Werner von Braun. Between 1919 and 1929 German scientists won seven Nobel prizes.

The German motor industry put names such as Mercedes, Opel, BMW firmly on the map. In 1928 Fritz von Opel's rocket-powered car clocked 195 km (117 mph) on the Avus, Berlin's motor-racing track. Germany was indeed motor mad:

The most dangerous side of the motor "craze" continues to be the subject of public discussion. The Deutsche Tageszeitung refers in indignant terms to an advertisement for a motorcycle which, it is claimed, with a little practice it can be ridden even up bad streets and round curves with the hands off the handlebars.

[…]

Führers apart, Germany was full of confidence men, gurus. charlatans, astrologers, alchemists and miracle workers of various kinds. Some were ordinary frauds: one of the best known cases is that of Max Klante, who persuaded the Berlin public that he could pick winners with almost monotonous regularity, since he had access to stable information. That some should have believed him is inevitable, but that the people of Berlin should have believed him on such a scale that he could buy a large villa in the suburbs and keep horses in training himself seems scarcely credible. His system was simple. He offered anyone investing with him a return of 600 percent a year, to be secured by his successful betting. He used modern publicity and public-relations techniques to advertise his service—which got off to a good start. When the early clients found they were indeed getting 600 percent, they told others and the Klante bandwagon started to roll. So quickly did the business grow that long after he was no longer bringing off betting coups at 6-1 a time, he was able to pay his old customers out of his new subscriptions. Inevitably the whole system collapsed and most people lost a lot of money. However, the fact remains that numerous people were prepared to believe (a) that someone would do them the favor of making their money multiply six times in a year, and (b) that it is possible to predict the outcome of a horse race.

Max Klante was a people's con man. The case of Fritz Haber is very different, and perhaps even stranger. Haber was a distinguished scientist. In his search for an artificial fertilizer, he invented the explosive which permitted Germany to continue fighting the war without the help of imported saltpeter. He also invented poison gas by another mistake. In the 1920s he devoted much time and effort to the attempt to extract gold from seawater, and enjoyed much official support for the project. When, in the course of his research, he discovered that he had misplaced a decimal point in his early calculations, he had a nervous breakdown.

Haber could not really be described as an alchemist, but Fritz Tausend actually made the serious claim that he could manufacture gold, and for some time he was taken perfectly seriously in official circles. Again it was a case of people believing what they want to believe. The government backed him in the hope that his techniques might solve the reparations problem. Ludendorff, too, gave him financial support. Eventually the "demonstra­tions" he laid on were seen to be deceptions and he went to prison in 1929, but not before he had been taken seriously by persons who ought to have known better.

More extreme claims still were made by the Austrian autodidact peasant Schappeller, who claimed to have invented a new source of energy. "Space Energy," which would transform life on earth, make its controller the lord of creation, provide infinitely cheap power and create diamonds out of stone, gold out of mud. He too won support in high places, sufficient to enable him to pur­chase the castle which dominated the village of his birth and carry out expensive restora­tions. Part of the support came from the ex-kaiser himself, who provided Schap­peller with large sums. After his protegé  was exposed as a charlatan, the ex-kaiser outlined his motives for sup­porting him. It was not, he said, that he had any ambition to rule the world: "He wished to liberate himself from the heavy burden of guilt which the collapse of Germany had inflicted upon him through his participation in an under­ taking which would render his old empire apt for social renewal.''

Occultism and clairvoyance also enjoyed a tremendous vogue at the time, sometimes with ludicrous results:

A case due to come before a Berlin court tomorrow arises from a spiritualistic seance in 1920, at which the medium announced that Ludwig Uhland (who died in 1862) would give a demonstration. A pencil was then removed from a closed satchel, and a few moments later the occupants of the dimly lit room found themselves, it is stated, in the possession of a poem entitled "Wiederkehr, " written on stained yellow paper, in handwriting resembling that of the poet and signed L. Uhland—1920. The poem is said to have been accepted as authentic by two hundred experts.

Those present at the seance bound themselves to silence, but one of them, an author, has now begun proceedings against the medium for the restitution of the manuscript, which, he states, was originally delivered into his hands.

The judge reserved his decision, and refused to allow the spiritualists to give the evidence of dead people through mediums.

Erich Jan Hanussen was one of the most popular occult­ists and clairvoyants of the early 1930s. He was a char­latan with a good mind-reading act and considerable hypnotic powers. A member of fashionable Berlin, he used to give public demonstrations of hypnotism in nightclubs; he was also protegé  of Count Helldorf, a senior Nazi who later became Berlin's chief of police. After the Nazis came to power, he became their magician and astrologer until it emerged that, far from being the Danish baron he purported to be, he was a German Jew. A few days after the discovery, he was found shot dead in a forest outside Berlin. However Hanussen lives—or at least his stage name does!  Today in Berlin there are posters advertising the fabulous occult and clairvoyant powers of one Erich Jan Hanussen.

Stranger than run-of-the-mill charlatanism was the case of a certain Weissenberg, a Berlin prophet regarded by many as a saint and a miracle worker. Weissenberg claimed to raise the dead—by means of cheese. He treated a small child with curds, and when it died maintained that it was not really dead: a liberal application of cheese to head and foot should restore it. The cheese was applied and time passed. After a week the body was forcibly removed, although the parents, trusting Weissenberg's judgment, maintained that the child was still alive and that the police had killed it by interrupting the treatment. Weissenberg went on to conduct religious meetings, attempting to raise the dead. His public was middle-aged, working class and gullible, and his meetings produced scenes of quite extra­ ordinary mass hysteria. He would begin them by asking for contributions for the community he had founded. New Jerusalem. Then Sister Grete Müller, one of his assistants, would enter into a trance. She spoke with the voice of "Old Bismarck," who would urge all present to subscribe to New Jerusalem. The crowd would begin to get hyster­ical, then Weissenberg would walk among them laying on hands and calming them. They would then sup­pose themselves to be historical persons from Wilhelm II's circle, and would all shout and scream to­gether. Despite the fact that Weissenberg went to prison, his sect grew and grew and, of course, considered him a martyr.

It was a time when Germany was literally full of persons describing themselves as spiritual leaders. Some of them were noble, holy and rather remarkable men. R. Olday describes such a guru, "The Old Man," who preached a gospel of peace in the Hamburg slums and commanded a considerable following. Others were more exotic. Indeed the most exotic false prophet of them all was the utterly remarkable Muck Lamberty, who spread something akin to a medieval religious hysteria wherever he went. Lead­ing a "New Troupe" of dancers, singers, players and followers who had come to him from the Youth Move­ment he moved from town to town, preaching pantheism, ecstasy and the fire of the spirit. He and his band would literally dance into a town, and when they arrived every­ one would dance with them — policemen, mayor and fire brigade. Eyewitnesses confirm that when, for example. they entered Erfurt they got the whole town dancing and singing with them in a joyful condition of mass hysteria.
see also:
The German Unemployed:
Experiences and Consequences of Mass Unemployment from the Weimar Republic to the Third Reich


Richard John Evans, Dick Geary

Routledge, 1987 - pages 314

Summary:
How far was unemployment responsible for the triumph of the Third Reich? This collection of essays by British and German historians examines the collapse of democracy in Weimar Germany from the viewpoint of the social historian.

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