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13 gennaio 2015

Jason Lutes - Berlin. La città di fumo




Seconda parte del romanzo storico a fumetti di Lutes, ambientato nel periodo weimariano. L’autore si concentra sui fatti compresi tra giugno 1929 e settembre 1930. Mentre la crisi economica si acuisce, sale anche la tensione per le strade della città. Torme di disoccupati assediano le fabbriche, gli scontri tra “rossi” e “neri” sono all’ordine del giorno. Imprenditori sul lastrico si tolgono la vita, gente in fila ogni giorno davanti agli sportelli delle banche, i nazisti approfittano del caos per far girare i loro volantini contro i mali del capitalismo. Voci che si alzano, colluttazioni, nervi tesi. 
Due sono gli eventi che si susseguono a breve distanza e attorno a cui si consuma l’ultima parte del dramma tedesco. Il 3 ottobre 1929 muore a Berlino Gustav Stresemann, membro dell’assemblea costituente della repubblica di Weimar, attore fondamentale nella politica di riconciliazione tra Germania e resto d’Europa dopo la prima guerra mondiale. Stresemann seppe rivedere le sue posizioni con lungimiranza, ammettendo il totale fallimento della dottrina di espansione economica e coloniale del proprio paese. Cancelliere dall’agosto al novembre del ’23, annus horribilis dell’inflazione tedesca, fu a capo di una grande coalizione, comprendente anche i socialdemocratici, gettando in poche settimane le basi del risanamento finanziario e del ristabilimento della pace interna: innanzitutto con l’emissione della Rentenmark, quindi rovesciando i governi comunisti in Turingia e Sassonia, e bloccando il Putsch di Hitler a Monaco.
È tuttavia facile comprendere come la Germania navigasse in un fragile equilibrio e le forze contrarie che la trascinavano, lungi dall’essere state neutralizzate, seguitavano a operare in uno stato larvale, nell’attesa del momento propizio per riprendere vigore. Precocemente estromesso dal cancellierato, Stresemann portò avanti nei panni di ministro degli esteri la propria delicata missione di reinserimento del Reich nella comunità internazionale postbellica. In ciò fu infaticabile, non vi è storico che non gliene dia atto, e seppe interpretare alla perfezione il proprio ruolo di mediatore, ricucendo fra l’altro anche il rapporto con la Russia, sfociato nel cosiddetto “patto di Berlino” del ’26, che sanciva la neutralità in caso di aggressione. Insignito del premio Nobel per la pace nello stesso ’26, si tratta di una figura chiave, alla cui scomparsa Lutes dà nel suo lavoro un grande risalto, preoccupandosi di restituirne al lettore anche il contraccolpo emotivo. Lo sconforto dei moderati, e il panico che ne seguì, fanno parte della storia, e l’autore non manca di raccontarceli nel dettaglio. Come ho già avuto modo di dire, questo lavoro è saldamente poggiato su molte buone letture e analisi sociologiche che il narratore-illustratore ha condotto con scrupolo, attingendovi per dare credibilità e profondità ai suoi personaggi.
Ne è prova una sequenza molto interessante che riguarda la concitata riunione di redazione del giornale di Ossietzsky, «Die Weltbühne». Vi sono rappresentati tutti i punti di vista, dai radical chic versati nel socialismo di parole ma che non possono fare a meno di considerare gli operai sporchi e ignoranti, al pacifismo tout court che difende tutti e nessuno, al massimalismo incarnato da Kurt Tucholsky, che cerca di spronare i colleghi a esporsi con maggior coraggio e decisione contro la deriva di estrema destra. Tutto sta per andare a rotoli. L’inquietudine è per così dire il rumore di fondo che accompagna la narrazione di Lutes, fin dalle sue prime battute, e qui la ritroviamo nei contorni di un’ombra ormai lunghissima che occupa la scena. La nevrastenia di Severing ne è forse la manifestazione più rilevante: «Devo accettare che ciò che ha potere lo avrà per sempre? Che noncuranti del malcontento o persino della rivoluzione, gli stessi poteri vivranno sempre del popolo che, raggirato, li nutre? Come le malefiche stufe di non so quale storia dei Grimm, in cui la massa cieca infila i propri cuori ardenti per farseli risputare fuori consumati e neri come il fumo che è la causa della cecità. Ho un disperato bisogno di credere che le cose possano andare diversamente».
Questa frase ci dà anche il senso della metafora che dà il titolo al volume, chiamando in causa quel fumo che è sia il simbolo della fabbrica, quindi della fatica e dello sfruttamento dei lavoratori, sia ciò che annebbia la vista e ottunde le coscienze. 
Non che l’autore voglia far passare a tutti i costi una sua morale, ma qua e là si nota che non riesce a trattenersi dal puntare il dito contro l’indecisione di molti, soprattutto di coloro che controllavano i mezzi di informazione e che ricoprivano incarichi ufficiali, i quali avrebbero potuto far prendere una piega diversa alle cose. La Germania, sembra dirci Lutes, sbandò perché troppi, per indifferenza o viltà, non vollero schierarsi. La società non fu compatta, consegnandosi a una crisi da cui sarebbe uscita solo dopo una nuova guerra e la distruzione totale. In un tale clima il crollo della borsa di New York, avvenuto il 29 ottobre 1929, neppure un mese dopo la morte di Stresemann, divenne un innesco fatale.  
Volendo spendere ancora qualche parola sulla più che pregevole caratterizzazione dei protagonisti, confermo le impressioni che ho avuto alla lettura del primo volume. La storia tra Marthe e Severing pecca di qualche luogo comune di troppo; qui addirittura la separazione tra i due, anziché essere occasione di recupero per sgombrare il campo da forzature un po’ ingenue, apre la strada a una riflessione sull’omosessualità – un po’ per gioco un po’ per consolarsi Marthe inizia una relazione con un’amica conosciuta al corso d’arte – che doppia i toni alquanto superficiali già sperimentati nel rapporto con Severing. È come se a un certo momento si dovesse parlare di relazioni omosessuali, solo perché allora (e ancora) erano un fatto di costume in Germania, trascurando di dare alla cosa una maggiore e più problematica profondità. 
Nella fotografia del sottoproletariato, invece, Lutes scarica tutta l’incisività della sua matita. Mense affollate, prostituzione minorile, accattonaggio, caporalato. Il ritratto di Pavel, il Luftmensch, l’ebreo dell’est che vive rovistando nell’immondizia e rivendendo gli oggetti così recuperati all’antiquario Schwartz, incarnazione dell’ebreo integrato, è a mio avviso uno dei più completi e struggenti dell’intero racconto. Insieme a quello di Silvia, la giovane figlia dell’operaia uccisa per strada, ridotta a fare la vagabonda, aiutata dallo stesso Pavel e poi dagli Schwartz.
In tutto ciò le rappresaglie squadriste sono sempre più frequenti e violente. Le molte tavole disegnate da Lutes al riguardo hanno un indubbio spessore, rendendo con esattezza quella turbolenta atmosfera. Alla contrapposizione tra comunisti e SA (Sturm Abteilungen, squadre d'assalto) il disegnatore riserva una coralità visiva di grande impatto. Da una parte il corteo per i funerali di Horst Wessel, cui è intitolato l’inno del partito nazionalsocialista, dall’altra le celebrazioni per l’anniversario della strage del primo maggio del ’29, quando i poliziotti aprirono il fuoco sui manifestanti. Ognuno agita la sua rivoluzione.
Rifugiato tra i tavoli del Romanisches Café, Severing stigmatizza lo spolvero di retorica e la vacuità dei programmi che accompagnano le elezioni anticipate: «Il mondo di fuori è saturo di diversi tipi di mondi. In occasione delle elezioni anticipate la retorica si è ispessita, come il fumo di un edificio in fiamme trascinato a mezza altezza dal vento. L’aria è consumata dagli slogan scanditi ad alta voce e dalle canzoni che risuonano nei cortili. Il cielo è sorretto da muri di parole».
La vittoria dei nazionalsocialisti è alle porte.

(Di Claudia Ciardi)



Related links:

Berlin. Vol. II - Coconino Press - Catalogo

In questo blog: Jason Lutes - Berlin. Vol. I

The Quarterly Conversation - Berlin. City of Smoke


Berlin. City of Smoke - The Night River

31 ottobre 2013

Woher und wohin – Ebraismo e Wanderung


Bruno Schulz, acquaforte - Chasidi
Woher und wohin
zieht sich mein Weg
so schwer und so träg
ohn’ Ende und Beginn?

Da dove e verso dove
si dirige il mio cammino,
così greve e così lento,
senza fine né inizio?

Simeon Samuel Frug (1860-1916), poeta russo e yiddish, in Claudio Magris, Lontano da dove, Einaudi, 1971, cit., p. 48


Claudia Sonino ©

Claudia Sonino, Esilio, diaspora, terra promessa. Ebrei tedeschi verso Est.
Con testi di Heine, Lessing, Zweig, Döblin, Roth,
Mondadori, 1998


Il processo di emancipazione degli ebrei in Germania giunge a una battuta di arresto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nel sostanziale peggioramento del quadro politico internazionale. L’integrazione dell’ebreo nella società tedesca era andata avanti tra non poche difficoltà, oggetto di sentimenti ambivalenti e contraddittori. Assimilarsi aveva significato divenire borghesi, recidendo e tradendo per buona parte quel patrimonio culturale originario che faceva dell’ebreo un soggetto assolutamente peculiare all’interno delle nazioni europee. Come il poeta ebreo-tedesco Heinrich Heine aveva rilevato con largo anticipo, l’ebraismo non poteva trovare rappresentazione attraverso le categorie della religione e della filosofia; si trattava piuttosto di un modo di essere. Il viaggio di Heine nella Polonia prussiana determinò l’antefatto culturale che un secolo dopo verrà ripreso dai principali esponenti dell’intellighenzia ebraica in Germania, per esprimere il disagio e la crisi di identità che allora laceravano la coscienza dell’ebreo-tedesco. La diversa percezione dell’ebreo orientale messa in evidenza da Heine nel suo resoconto, non potrà che costituire un termine di paragone imprescindibile per tutti coloro che, alle soglie del Novecento, cominceranno a rivolgere a se stessi domande sempre più pressanti circa il proprio ruolo di intellettuali ed ebrei all’interno della società tedesca. All’immagine ‘differente’ dell’ebreo e al rinnovarsi di una riflessione sviluppata entro i poli della sua duplice esistenza, da un lato fatta di integrazione e dell’altro di attaccamento, più o meno consapevole, alla propria specificità, concorrevano in quel momento tre fattori: l’antisemitismo politico di massa, i crescenti nazionalismi e la nascita del sionismo.
Germania e Austria si erano improvvisamente trovate a fare i conti con un processo di industrializzazione che dalla metà dell’Ottocento avanzava a ritmi vertiginosi. La naturale conseguenza fu la crescita del divario sociale con sacche di povertà sempre più estese. La destabilizzazione che investì queste collettività organizzate su basi contadine non va sottovalutata se si vogliono capire molti dei fatti accaduti nel primo trentennio del XX secolo. Alla fine dell’Ottocento la borghesia ebraica era andata progressivamente concentrandosi nelle grandi città: su mezzo milione di ebrei in Germania, centomila vivevano a Berlino. La capitale, che sempre più rapidamente evolveva a metropoli, in quegli stessi anni di grandi cambiamenti e cantieri dello spazio e dello spirito, accoglieva nutrite masse di diseredati, ingrossate per buona parte dalla consistente immigrazione degli ebrei orientali. Questi Luftmenschen, senza patria e senza dio, già da prima della Grande Guerra e ancor più durante, furono i protagonisti di un esodo da est a ovest di consistenti proporzioni, così da costituire per gli stati di accoglienza un problema politico e culturale di estrema complessità. Analizzando le condizioni in cui versavano i berlinesi nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, vale la pena ricordare che il settanta per cento dei residenti viveva concentrata nei quartieri settentrionali, orientali e periferici della capitale, occupando talora fatiscenti baraccopoli cresciute spontaneamente alle porte della città, vicino alle stazioni, o trovando riparo all’interno di vagoni ferroviari in disuso e rimesse. Si trattava di disoccupati, di inquilini colpiti da provvedimenti di sfratto o costretti ad abbandonare la propria abitazione perché incapaci di far fronte all’aumento quasi semestrale dei canoni. Tutt’altro che rari gli scontri tra i senzatetto e le forze dell’ordine (uno dei più duri fu quello del 26 agosto 1872 quando la polizia caricò per far sgomberare la zona occupata del Landsberger Tor). In questo divario che vedeva Berlino al centro di numerose turbolenze va riconosciuta la premessa della ribellione generazionale, propugnata con forza dall’avanguardia espressionista, e delle grandi manifestazioni popolari che colpiranno al cuore l’assetto politico e amministrativo della città, determinando la storia del Novecento.
Dunque, l’ondata di profughi ebrei orientali si riversò nelle città della Germania in una situazione economica interna affatto agiata, e ciò avvenne contemporaneamente all’aggravarsi della questione ebraica sia in Russia, dove le violenze dei pogrom furono anzi una delle cause principali dell’incremento dell’esodo, sia in Francia. Qui, l’affaire Dreyfus (1894) è emblematico di questo clima storico-culturale. Vicenda scoppiata nella Terza repubblica, finì per avere implicazioni assai profonde nella storia politica e giudiziaria della Francia, andando ben oltre quell’ambiguo intreccio di antisemitismo e spionaggio nei quali il caso si manifestò. Mise cioè in risalto le contraddizioni di una società che, pur avendo operato il consolidamento delle proprie istituzioni, alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, da una posizione laica e moderata, ne aveva poi disperso il beneficio democratico e progressista, portata fuori strada dalle dinamiche di gestione del potere e da un patriottismo venato di icone nazionalistiche.
Fu questo il terreno in cui l'antisemitismo riprese vigore in Germania, sostenuto da un ampio consenso popolare e intellettuale sia perché in grado di «favorire la costruzione di un’identità nazionale ancora estremamente fragile» sia perché ci si poteva servire degli ebrei come «capro espiatorio contro il quale stornare il malessere sociale generato da uno sviluppo industriale ed economico che scuoteva in profondità l’ordine tradizionale».
In un simile contesto, la scelta di alcuni tra i maggiori intellettuali ebrei-tedeschi di ‘tornare a oriente’, di visitare i luoghi delle proprie origini come nel caso di Joseph Roth, nativo della Galizia, e di Alfred Döblin, in cerca di una risposta alla perdita di riferimenti nella vita del padre, ebreo orientale emigrato in Germania, il viaggio a est di queste personalità implica la riscoperta dell’ebraismo come dimensione metastorica, da opporre alla distruzione della guerra, “madre di tutte le catastrofi”, al trauma subito dai popoli europei e al lutto collettivo che ne seguì. 
Sollecitati dagli eventi, accomunati dal rifiuto del carattere autoritario e militarista del Reich, che a partire dal 1914 aveva fatto mostra della violenza insita nello statalismo, gli scrittori ebrei-tedeschi si misero in cammino alla ricerca di un Heim ideale, scoprendo così un patrimonio perduto di narrazioni e mentalità, che al di là dello specifico ebraico e tedesco ha contribuito a sollevare alcune tra le principali questioni in cui si è dibattuto l’uomo contemporaneo.

(Di Claudia Ciardi)


Bruno Schulz, acquaforte - Refraktor

«Nel suo duro isolamento, il carattere dell’ebreo in Polonia divenne un tutto unitario; respirando l’aria della tolleranza, questo carattere ebbe il suggello della libertà. L’uomo interiore non diventò un miscuglio di sentimenti eterogenei e non intristì nella costrizione dei muri della Judengasse a Francoforte, grazie alle sapientissime ordinanze municipali e alle amorevoli limitazioni legali. Con la sua sporca pelliccia, con la sua popolatissima barba, l’odore d’aglio e con tutto il suo gergo, l’ebreo polacco mi è ancor sempre più caro di taluni in tutta la magnificenza dei loro titoli di stato».

Heinrich Heine, Sulla Polonia [Über Polen], 1822

«Difficilmente un altro popolo che vivesse la vita in catene subita da parecchi ebrei orientali non sarebbe andato eticamente i rovina. Gli ebrei orientali hanno retto all’ultima prova, che negli scritti rabbinici suona così: l’emergenza dell’abbrutimento. […] Se come ebrei possiamo attribuirci una superiorità del sangue, questa mi sembra essere nel fatto che la nostra sorte ci ha insegnato l’interiorità e la modestia. Uomini più contenti, più fortunati che crescono nella propria terra, possono inclinare alla supponenza e all’autodivinizzazione. Noi, però, di questa supponenza, che induce a ritenere la propria etnia il sale della terra, abbiamo sofferto così terribilmente che dovremmo essere garantiti dal cadere in questo genere di autoadulazione».

Theodor Lessing, La Galizia: una difesa [Galizien. Zur Abwehr] in «Allgemeine Zeitung des Judentums», Berlin, 18 febbraio 1910

«Eppure, la Galizia, il grande campo di battaglia della Grande Guerra, non è stata ancora riabilitata. Neanche agli occhi di coloro che nei campi di battaglia vedono i campi dell’onore. Benché i corpi di tanti  europei occidentali si siano sfaldati in terra galiziana e l’abbiano concimata. Benché dalle ossa in putrefazione dei soldati del Tirolo, della Bassa Austria, del Reich germanico fiorisca il granoturco di questo Paese. […] Queste immagini di santi tra le spighe dei vasti campi, ai margini dei prati, nelle radure dei boschi sono state nella Grande Guerra distrutte, sforacchiate, storpiate e riedificate, ridipinte, di nuovo provviste di iscrizioni, là dove lo spirito di sacrificio dei contadini era grande quanto era profonda la loro pietà. Non è così dappertutto. In un piccolo villaggio della Galizia orientale c’è ancora quel Cristo diventato celebre, la cui croce fu mandata in frantumi da un proiettile sarcastico, così che non rimase un Salvatore di pietra con i piedi sanguinanti inchiodati al mozzicone della croce e le braccia spalancate nella disperazione di non capire il silenzio di Dio e di tutto quello sparacchiare del mondo; un Salvatore crocifisso senza che pendesse dalla croce; l’esito simbolico di un fortuito caso guerresco. A giusta ragione questo miracolo è stato lasciato così. Tutt’intorno, lentamente, le trincee hanno preso a rimarginarsi. […] Colonne e colonne di salmerie son passate per queste strade, pesanti cannoni han lasciato tracce profonde, i cannoni sprofondavano fino alla sella – me lo ricordo, me lo ricordo ancora. Ho percorso una volta queste e altre strade, uomo da soma tra bestie da soma, e il fango immortale ci divorava come ora divora la massicciata. […] Ma sul piatto Paese trascorre incessante un vento perennemente uguale, che quasi non avverti. Colline, avvisaglie dei Carpazi, azzurreggiavano in lontananza. Cerchi di corvi alti sui boschi. Sono sempre stati di casa qui. Dai tempi della guerra si sono infoltiti. Non una fabbrica, un cartello pubblicitario, niente fuliggine. Nei mercanti si vendono primitivi burattini di legno, come in Europa duecento anni fa. Che l’Europa qui sia venuta meno?
No, non è venuta meno. I rapporti tra l’Europa e questo Paese messo per così dire al bando sono continui e vivaci. In certe librerie ho visto le ultime novità letterarie inglesi e francesi. Un vento culturale sparge semi in terra polacca. Il contatto con la Francia è il più intenso. Al di sopra della Germania, che sembra galleggiare in uno spazio morto, è uno sprizzare di scintille nelle due direzioni.
La Galizia è una solitudine sperduta e tuttavia non è isolata; è bandita, non tagliata fuori; ha più cultura di quanta non faccia presumere la sua insufficiente canalizzazione; molto disordine e, ancor più, stranezze. In tanti la conoscono dal tempo della guerra; quando però nascondeva il suo volto. Non era un paese. Era una tappa, o il fronte. Ma ha i suoi propri piaceri, i propri canti, la sua gente e il suo splendore; lo splendore triste dei denigrati».

Joseph Roth, Viaggio in Galizia [Reise nach Galizien] in «Frankfurter Zeitung», 22 novembre 1924


Bruno Schulz, acquaforte - Bestia

See also:

Bruno Schulz, L'epoca geniale,
traduzione di Lorenzo Pompeo, postfazione di Marco Ercolani,
coll. «I quaderni di Via del Vento»
volumetto n°46
pag. 32, ISBN 8887741859
Euro 4,00


Cover, Via del Vento ©
Links:

La Recherche segnala Georg Heym

Giulia Siena per Chronica Libri ha segnalato Robert Musil, Narra un soldato, Via del Vento edizioni (novembre 2012): libri per l'estate.
Robert Musil, Via del Vento - Link al post di questo blog 

Voci dell'esilio - Esilio, espatrio, migrazione al femminile nel Novecento tedesco

Recensire il mondo di Marco Patrone segue Margini in/versi

Dalfar ex libris - Bruno Schulz

Anteprima di Margini in/versi in Liquida (preview)

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