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31 ottobre 2013

Woher und wohin – Ebraismo e Wanderung


Bruno Schulz, acquaforte - Chasidi
Woher und wohin
zieht sich mein Weg
so schwer und so träg
ohn’ Ende und Beginn?

Da dove e verso dove
si dirige il mio cammino,
così greve e così lento,
senza fine né inizio?

Simeon Samuel Frug (1860-1916), poeta russo e yiddish, in Claudio Magris, Lontano da dove, Einaudi, 1971, cit., p. 48


Claudia Sonino ©

Claudia Sonino, Esilio, diaspora, terra promessa. Ebrei tedeschi verso Est.
Con testi di Heine, Lessing, Zweig, Döblin, Roth,
Mondadori, 1998


Il processo di emancipazione degli ebrei in Germania giunge a una battuta di arresto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nel sostanziale peggioramento del quadro politico internazionale. L’integrazione dell’ebreo nella società tedesca era andata avanti tra non poche difficoltà, oggetto di sentimenti ambivalenti e contraddittori. Assimilarsi aveva significato divenire borghesi, recidendo e tradendo per buona parte quel patrimonio culturale originario che faceva dell’ebreo un soggetto assolutamente peculiare all’interno delle nazioni europee. Come il poeta ebreo-tedesco Heinrich Heine aveva rilevato con largo anticipo, l’ebraismo non poteva trovare rappresentazione attraverso le categorie della religione e della filosofia; si trattava piuttosto di un modo di essere. Il viaggio di Heine nella Polonia prussiana determinò l’antefatto culturale che un secolo dopo verrà ripreso dai principali esponenti dell’intellighenzia ebraica in Germania, per esprimere il disagio e la crisi di identità che allora laceravano la coscienza dell’ebreo-tedesco. La diversa percezione dell’ebreo orientale messa in evidenza da Heine nel suo resoconto, non potrà che costituire un termine di paragone imprescindibile per tutti coloro che, alle soglie del Novecento, cominceranno a rivolgere a se stessi domande sempre più pressanti circa il proprio ruolo di intellettuali ed ebrei all’interno della società tedesca. All’immagine ‘differente’ dell’ebreo e al rinnovarsi di una riflessione sviluppata entro i poli della sua duplice esistenza, da un lato fatta di integrazione e dell’altro di attaccamento, più o meno consapevole, alla propria specificità, concorrevano in quel momento tre fattori: l’antisemitismo politico di massa, i crescenti nazionalismi e la nascita del sionismo.
Germania e Austria si erano improvvisamente trovate a fare i conti con un processo di industrializzazione che dalla metà dell’Ottocento avanzava a ritmi vertiginosi. La naturale conseguenza fu la crescita del divario sociale con sacche di povertà sempre più estese. La destabilizzazione che investì queste collettività organizzate su basi contadine non va sottovalutata se si vogliono capire molti dei fatti accaduti nel primo trentennio del XX secolo. Alla fine dell’Ottocento la borghesia ebraica era andata progressivamente concentrandosi nelle grandi città: su mezzo milione di ebrei in Germania, centomila vivevano a Berlino. La capitale, che sempre più rapidamente evolveva a metropoli, in quegli stessi anni di grandi cambiamenti e cantieri dello spazio e dello spirito, accoglieva nutrite masse di diseredati, ingrossate per buona parte dalla consistente immigrazione degli ebrei orientali. Questi Luftmenschen, senza patria e senza dio, già da prima della Grande Guerra e ancor più durante, furono i protagonisti di un esodo da est a ovest di consistenti proporzioni, così da costituire per gli stati di accoglienza un problema politico e culturale di estrema complessità. Analizzando le condizioni in cui versavano i berlinesi nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, vale la pena ricordare che il settanta per cento dei residenti viveva concentrata nei quartieri settentrionali, orientali e periferici della capitale, occupando talora fatiscenti baraccopoli cresciute spontaneamente alle porte della città, vicino alle stazioni, o trovando riparo all’interno di vagoni ferroviari in disuso e rimesse. Si trattava di disoccupati, di inquilini colpiti da provvedimenti di sfratto o costretti ad abbandonare la propria abitazione perché incapaci di far fronte all’aumento quasi semestrale dei canoni. Tutt’altro che rari gli scontri tra i senzatetto e le forze dell’ordine (uno dei più duri fu quello del 26 agosto 1872 quando la polizia caricò per far sgomberare la zona occupata del Landsberger Tor). In questo divario che vedeva Berlino al centro di numerose turbolenze va riconosciuta la premessa della ribellione generazionale, propugnata con forza dall’avanguardia espressionista, e delle grandi manifestazioni popolari che colpiranno al cuore l’assetto politico e amministrativo della città, determinando la storia del Novecento.
Dunque, l’ondata di profughi ebrei orientali si riversò nelle città della Germania in una situazione economica interna affatto agiata, e ciò avvenne contemporaneamente all’aggravarsi della questione ebraica sia in Russia, dove le violenze dei pogrom furono anzi una delle cause principali dell’incremento dell’esodo, sia in Francia. Qui, l’affaire Dreyfus (1894) è emblematico di questo clima storico-culturale. Vicenda scoppiata nella Terza repubblica, finì per avere implicazioni assai profonde nella storia politica e giudiziaria della Francia, andando ben oltre quell’ambiguo intreccio di antisemitismo e spionaggio nei quali il caso si manifestò. Mise cioè in risalto le contraddizioni di una società che, pur avendo operato il consolidamento delle proprie istituzioni, alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento, da una posizione laica e moderata, ne aveva poi disperso il beneficio democratico e progressista, portata fuori strada dalle dinamiche di gestione del potere e da un patriottismo venato di icone nazionalistiche.
Fu questo il terreno in cui l'antisemitismo riprese vigore in Germania, sostenuto da un ampio consenso popolare e intellettuale sia perché in grado di «favorire la costruzione di un’identità nazionale ancora estremamente fragile» sia perché ci si poteva servire degli ebrei come «capro espiatorio contro il quale stornare il malessere sociale generato da uno sviluppo industriale ed economico che scuoteva in profondità l’ordine tradizionale».
In un simile contesto, la scelta di alcuni tra i maggiori intellettuali ebrei-tedeschi di ‘tornare a oriente’, di visitare i luoghi delle proprie origini come nel caso di Joseph Roth, nativo della Galizia, e di Alfred Döblin, in cerca di una risposta alla perdita di riferimenti nella vita del padre, ebreo orientale emigrato in Germania, il viaggio a est di queste personalità implica la riscoperta dell’ebraismo come dimensione metastorica, da opporre alla distruzione della guerra, “madre di tutte le catastrofi”, al trauma subito dai popoli europei e al lutto collettivo che ne seguì. 
Sollecitati dagli eventi, accomunati dal rifiuto del carattere autoritario e militarista del Reich, che a partire dal 1914 aveva fatto mostra della violenza insita nello statalismo, gli scrittori ebrei-tedeschi si misero in cammino alla ricerca di un Heim ideale, scoprendo così un patrimonio perduto di narrazioni e mentalità, che al di là dello specifico ebraico e tedesco ha contribuito a sollevare alcune tra le principali questioni in cui si è dibattuto l’uomo contemporaneo.

(Di Claudia Ciardi)


Bruno Schulz, acquaforte - Refraktor

«Nel suo duro isolamento, il carattere dell’ebreo in Polonia divenne un tutto unitario; respirando l’aria della tolleranza, questo carattere ebbe il suggello della libertà. L’uomo interiore non diventò un miscuglio di sentimenti eterogenei e non intristì nella costrizione dei muri della Judengasse a Francoforte, grazie alle sapientissime ordinanze municipali e alle amorevoli limitazioni legali. Con la sua sporca pelliccia, con la sua popolatissima barba, l’odore d’aglio e con tutto il suo gergo, l’ebreo polacco mi è ancor sempre più caro di taluni in tutta la magnificenza dei loro titoli di stato».

Heinrich Heine, Sulla Polonia [Über Polen], 1822

«Difficilmente un altro popolo che vivesse la vita in catene subita da parecchi ebrei orientali non sarebbe andato eticamente i rovina. Gli ebrei orientali hanno retto all’ultima prova, che negli scritti rabbinici suona così: l’emergenza dell’abbrutimento. […] Se come ebrei possiamo attribuirci una superiorità del sangue, questa mi sembra essere nel fatto che la nostra sorte ci ha insegnato l’interiorità e la modestia. Uomini più contenti, più fortunati che crescono nella propria terra, possono inclinare alla supponenza e all’autodivinizzazione. Noi, però, di questa supponenza, che induce a ritenere la propria etnia il sale della terra, abbiamo sofferto così terribilmente che dovremmo essere garantiti dal cadere in questo genere di autoadulazione».

Theodor Lessing, La Galizia: una difesa [Galizien. Zur Abwehr] in «Allgemeine Zeitung des Judentums», Berlin, 18 febbraio 1910

«Eppure, la Galizia, il grande campo di battaglia della Grande Guerra, non è stata ancora riabilitata. Neanche agli occhi di coloro che nei campi di battaglia vedono i campi dell’onore. Benché i corpi di tanti  europei occidentali si siano sfaldati in terra galiziana e l’abbiano concimata. Benché dalle ossa in putrefazione dei soldati del Tirolo, della Bassa Austria, del Reich germanico fiorisca il granoturco di questo Paese. […] Queste immagini di santi tra le spighe dei vasti campi, ai margini dei prati, nelle radure dei boschi sono state nella Grande Guerra distrutte, sforacchiate, storpiate e riedificate, ridipinte, di nuovo provviste di iscrizioni, là dove lo spirito di sacrificio dei contadini era grande quanto era profonda la loro pietà. Non è così dappertutto. In un piccolo villaggio della Galizia orientale c’è ancora quel Cristo diventato celebre, la cui croce fu mandata in frantumi da un proiettile sarcastico, così che non rimase un Salvatore di pietra con i piedi sanguinanti inchiodati al mozzicone della croce e le braccia spalancate nella disperazione di non capire il silenzio di Dio e di tutto quello sparacchiare del mondo; un Salvatore crocifisso senza che pendesse dalla croce; l’esito simbolico di un fortuito caso guerresco. A giusta ragione questo miracolo è stato lasciato così. Tutt’intorno, lentamente, le trincee hanno preso a rimarginarsi. […] Colonne e colonne di salmerie son passate per queste strade, pesanti cannoni han lasciato tracce profonde, i cannoni sprofondavano fino alla sella – me lo ricordo, me lo ricordo ancora. Ho percorso una volta queste e altre strade, uomo da soma tra bestie da soma, e il fango immortale ci divorava come ora divora la massicciata. […] Ma sul piatto Paese trascorre incessante un vento perennemente uguale, che quasi non avverti. Colline, avvisaglie dei Carpazi, azzurreggiavano in lontananza. Cerchi di corvi alti sui boschi. Sono sempre stati di casa qui. Dai tempi della guerra si sono infoltiti. Non una fabbrica, un cartello pubblicitario, niente fuliggine. Nei mercanti si vendono primitivi burattini di legno, come in Europa duecento anni fa. Che l’Europa qui sia venuta meno?
No, non è venuta meno. I rapporti tra l’Europa e questo Paese messo per così dire al bando sono continui e vivaci. In certe librerie ho visto le ultime novità letterarie inglesi e francesi. Un vento culturale sparge semi in terra polacca. Il contatto con la Francia è il più intenso. Al di sopra della Germania, che sembra galleggiare in uno spazio morto, è uno sprizzare di scintille nelle due direzioni.
La Galizia è una solitudine sperduta e tuttavia non è isolata; è bandita, non tagliata fuori; ha più cultura di quanta non faccia presumere la sua insufficiente canalizzazione; molto disordine e, ancor più, stranezze. In tanti la conoscono dal tempo della guerra; quando però nascondeva il suo volto. Non era un paese. Era una tappa, o il fronte. Ma ha i suoi propri piaceri, i propri canti, la sua gente e il suo splendore; lo splendore triste dei denigrati».

Joseph Roth, Viaggio in Galizia [Reise nach Galizien] in «Frankfurter Zeitung», 22 novembre 1924


Bruno Schulz, acquaforte - Bestia

See also:

Bruno Schulz, L'epoca geniale,
traduzione di Lorenzo Pompeo, postfazione di Marco Ercolani,
coll. «I quaderni di Via del Vento»
volumetto n°46
pag. 32, ISBN 8887741859
Euro 4,00


Cover, Via del Vento ©
Links:

La Recherche segnala Georg Heym

Giulia Siena per Chronica Libri ha segnalato Robert Musil, Narra un soldato, Via del Vento edizioni (novembre 2012): libri per l'estate.
Robert Musil, Via del Vento - Link al post di questo blog 

Voci dell'esilio - Esilio, espatrio, migrazione al femminile nel Novecento tedesco

Recensire il mondo di Marco Patrone segue Margini in/versi

Dalfar ex libris - Bruno Schulz

Anteprima di Margini in/versi in Liquida (preview)

15 settembre 2013

Ghiannis Ritsos e Heinrich Heine – Canto alla notte


Offro volentieri a lettrici e lettori, sebbene con un discreto ritardo rispetto alla data d’uscita, un assaggio di alcune delle voci che si incontrano nel numero 284 (luglio-agosto) di Poesia, la rivista edita da Crocetti. Il ‘paganesimo notturno’ di Ghiannis Ritsos, la tormentata sensibilità di Heinrich Heine, l’omaggio a Sarah Kirsch, scomparsa il 15 maggio scorso, la richiesta di aiuto per Franco Loi. 




«Quali siano la potenza e il significato del simbolo nella poesia di Ghiannis Ritsos, è detto limpidamente nella postfazione di Chrisa Prokopaki al libro Molto tardi nella notte, ultima raccolta di poesie del poeta greco prima della morte, avvenuta nel 1990. Nella Grecia antica, il simbolo (da syn-ballo, “metto insieme, ricompongo”) era un segno di riconoscimento, una tessera di ospitalità. Si spezzava un listello di legno o di avorio, in modo che gli orli si sfrangiassero irregolarmente. A distanza di tempo e di spazio, i due lembi, combaciando perfetti, garantivano l’identità di chi aveva contratto vincoli di amicizia e di alleanza. Nella comunicazione e in poesia, il simbolo è un collante allegorico, tra qualcosa che appare al primo sguardo, e un significato più arcano, profondo, che solo l’occhio del poeta esplora e divulga. Quando i due frammenti si congiungono, la verità esplode».

[…]

«La poesia di Ritsos concede ampio spazio alla notte. E le notti greche offrono lune sgargianti come teglie tirate a lucido. Con le sue ventuno ricorrenze in questo libro, la luna è uno degli oggetti-simbolo più penetranti. Ma non sfoggia più la potenza trionfale di cui godeva in altre occasioni. Il Funambolo e la Luna, monologo drammatico, opera chiave dell’arte di Ritsos, ne è l’apoteosi. L’astro notturno, enorme diamante del cielo, era in questi versi vita, bellezza, verità, poesia: la meta sfavillante verso cui l’acrobata, il poeta, orientava impavido la sua ascensione sulla fune, bilanciandosi con l’asta del canto. Ora si è come inaridita […]».

Di Ezio Savino


Della campagna

Questi volti, sorpresi dallo splendore del sole,
dal fogliame folto, dalle molte cicale,
dalle graziose sconsideratezze dei passeri,
restano immobili, incerti
se cambiare posizione. Perché poco sotto, sul fiume,
i tre vetturini si lavano i piedi, mentre i loro cavalli,
le orecchie tese e le criniere quiete,
guardano il cielo limpido con una suprema erezione. Più tardi
arrivò il postino del villaggio, le vecchie si adunarono sul ponte
e sopra le loro vesti nere si udirono
le campane a lutto di Santa Pelaghìa.

Karlòvasi, 11.7.’87


Vecchiaia

Ah, sì, invecchiano anche le statue e le poesie.
Molti avevano preso parte a quella storia –
uomini, animali, bambini, fiumi, alberi,
ragazzi e ragazze con motociclette, due papere bianche,
il matto silenzioso con una cicca e una galletta;
ed era un mezzogiorno estivo d’oro e sventolavano
le piume della gallina sgozzata luccicando in aria,
e la zia Evanghelìa in cucina puliva le bamie,
e una grossa farfalla si posò sulla saliera.
Nessuno, proprio nessuno allora sapeva
che il transitorio passa nel mito. Alla stazione del treno
venne a sedersi su una panchina una vecchia vestita di nero
che teneva sul grembiule un cesto d’uova come se fosse
l’unica cosa che aveva al mondo. Si addormentò lì.
Qualcuno di passaggio le rubò il cesto. E cadde la notte.
Ah, sì, invecchiano anche le statue e le poesie e i ricordi degli eroi.

Karlòvasi, 23.7.’87

Traduzione di Nicola Crocetti
******

«Cittadino tedesco di famiglia ebraica, inviso alle autorità prussiane per la potenza critica del suo pensiero, costretto dalla necessità di integrazione ad accettare un battesimo protestante che non soltanto gli mutò il nome da Harry in Heinrich, ma che di fatto lo rese “odiato tra i cristiani e gli ebrei” (così Heine in una lettera all’amico Moser) senza tuttavia aprirgli la strada verso l’agognata carriera accademica; esule per propria scelta a Parigi, costretto a letto – paralizzato – negli ultimi otto anni di vita; polemista, giornalista, saggista, autore di liriche tanto belle e conosciute che già nel 1897, a cento anni dalla nascita del poeta, il critico danese Georg Brandes ne contò 3.000 adattamenti musicali (liriche che perfino ai tempi del nazismo non poterono essere escluse dalle antologie scolastiche e vi vennero perciò inserite come ‘anonime’), Heine si percepì effettivamente sempre innanzitutto come ‘poeta’ e come ‘poeta tedesco’».

[…]

«Il poeta, insomma, e soprattutto il poeta descritto da Heine, è un essere dilacerato, zerrissen in tedesco, e come lo stesso Heine afferma in I bagni di Lucca la sua Zerrissenheit, ovvero il suo tormento interiore, racchiude il dolore suo e di tutta la sua epoca: l’epoca della Restaurazione, che abolì le riforme civili introdotte da Napoleone anche in Germania (tra queste, l’editto di emancipazione degli ebrei emanato, nel 1822, reintrodusse il divieto di accedere all’insegnamento scolastico e universitario); l’epoca della transizione dal ricco patrimonio culturale illuministico-romantico all’incipiente rivoluzione industriale (si ricordi che Heine fu in contatto con Marx e a Parigi fu vicino agli ambienti saint-simonisti); l’epoca che in Francia, dopo la Rivoluzione e l’epopea napoleonica, portò alla monarchia di luglio, che tanto incuriosì Heine da indurlo, proprio nel 1831, a trasferirsi a Parigi, dove fu accolto come una personalità di riguardo nei migliori salotti, e dove Luigi Filippo gli concesse un vitalizio; l’epoca che in tutta Europa sfociò nelle rivoluzioni del 1848».

Di Simonetta Carusi


Ein Fichtenbaum steht einsam
Im Norden auf kahler Höh’.
Ihn schläfert; mit weißer Decke
Umhüllen ihn Eis und Schnee.

Er träumt von einer Palme,
Die, fern im Morgenland,
Einsam und schweigend trauert
Auf  brennender Felsenwand.


Un pino solo, al nord,
sta su una vetta brulla.
Ha sonno, e ghiaccio e neve
lo ammantano di bianco.

E sogna di una palma,
nel più remoto Oriente,
che, sola, tace e soffre
su una roccia rovente.

(1822)


An dem stillen Meersstrande
Ist die Nacht heraufgezogen,
Und der Mond bricht aus den Wolken,
Und es flüstert aus den Wogen:

Jener Mensch dort, ist er närrisch,
Oder ist er gar verliebet,
Denn er schaut so trüb und heiter,
Heiter und zugleich betrübet?

Doch der Mond der lacht herunter,
Und mit heller Stimme spricht er:
Jener ist verliebt und närrisch,
Und noch obendrein ein Dichter.


Sulla riva del mare silente
si è levata la notte, e la luna
si fa largo attraverso le nubi,
e si sente sussurrare i flutti:

quell’uomo, laggiù, certo è un pazzo,
o deve essere innamorato,
perché ha l’aria avvilita e contenta,
è contento ed è insieme avvilito?

E la luna guardandolo ride,
e con limpida voce dichiara:
quello è innamorato ed è pazzo,
e per giunta è anche un poeta.

(1833)

Traduzione di Simonetta Carusi


Mann und Frau den Mond betrachtend

Man and Woman contemplating the moon
Date c. 1818/1824

Ricordo di Sarah Kirsch

a cura di Angela Urbano


«Il difficile rapporto con la dirigenza comunista raggiunse il punto di non ritorno quando Sarah Kirsch, come molti intellettuali del suo Paese, firmò la petizione contro l’espulsione della DDR del poeta e cantautore Wolf Biermann. Invitata a lasciare la DDR, nel 1977 si trasferì a Berlino Ovest, anche per ragioni sentimentali. Cominciò a viaggiare: Provenza, Roma (fu borsista a Villa Massimo), Camargue, Stati Uniti. Ne tornò con l’impressione di un Occidente straniante, chiassoso e scollegato dai bisogni più importanti e vitali dell’uomo, e decise di stabilirsi nel piccolo centro di Heide.
La poesia di Sarah Kirsch sembra dotata del potere magico di trovare una modalità esistenziale in una natura piena di elementi fiabeschi, vegetali e animali. Era un mondo che la Kirsch conosceva bene, sia per la sua formazione scientifica sia per le sue origini: la sua regione nativa, l’Harz, è un luogo pieno di foreste, lussureggianti e misteriose, come quelle delle fiabe dei fratelli Grimm. […] Ha scritto racconti, anche autobiografici, e prose liriche, ha tradotto diversi poeti russi (tra cui Anna Achmatova, Bella Achmadulina, Aleksandr Blok) e si è dedicata alla pittura. Numerosi i riconoscimenti che le sono stati assegnati, tra cui il premio Hölderlin».

******

Della rubrica curata da Angela Urbano mi colpisce un trafiletto dedicato a Franco Loi, voce antica e preziosa della poesia milanese. Nell’Italia sempre più occupata a tenere a bada gli incubi del collassante debito pubblico e della guerra degli spread, capita che un poeta sia costretto a lasciare la sua casa, perdendo molti dei libri accumulati in anni di studio e profonda devozione per la propria arte ma anche per la propria città. L’amara vicenda che sconvolge la vita di Loi rispecchia la sindrome di un tempo disattento e sconcertante, che ha un rapporto malato con tutto quanto scaturisce dall’interiore: le manifestazioni creative, i sentimenti, la pratica dell’onestà nei confronti del prossimo sono caratteristiche accessorie e, quando esistono, causano perfino qualche imbarazzo. Nella loro spontaneità, del tutto inusitata per questi anni di implosioni umane, si tende quasi sempre a leggere una forma di dolo, un tranello, nella migliore delle ipotesi degli strumenti in grado di servire inconfessabili convenienze personali. Ma, cosa anche peggiore, qualora queste povere e sfilacciate emozioni e gioie individuali abbiano superato l’ordalia, e tocchi decretarne con fastidio l’autenticità, scattano altre e più sconvolgenti misure per reprimerle. Il che non sorprenderà in un occidente così ossessionato dalla possibilità che qualche sentimento vivo, stanco di andarsene ramingo, decida di ricordarci cosa siamo diventati e magari ci “detti dentro” come uscire dalla catastrofe.
Allora immagino l’anziano Loi angosciato dal pensiero del suo trasloco, lo immagino così, accorato e triste nella distratta e anonima estate italiana, un’estate stanca e bugiarda, che parla di ripresine da solstizio d’inverno e ci tiene a dire che i suoi ministri per quest’anno sono “poco abbronzati”.
Sì, è vero, meglio reprimere se questo serve ancora a bearci di qualche illusione e soprattutto a restare indifferenti mentre i poeti, i cassaintegrati, e tante altre persone perbene perdono la loro casa, la loro dignità, la loro vita.
L’importante è che si faccia silenzio.

(Di Claudia Ciardi)


(Scelta del testo a cura di Claudia Ciardi)

Marcanagg i politegh secca ball,
cossa serv tanc descors, tance reson?
Già on bast infin di facc boeugna portall,
e l’è inutel pensà de fà el patron;

e quand sto bast ghe l’emm d’avè suj spall
eternament e senza remission
cossa ne importa a nun ch’el sia d’on gall,
d’on’aquila, d’on’oca, o d’on cappon.

Per mì credi che el mej el possa vess
el partii de fà el quoniam, e pregà
de no barattà tant el bast despess,

se de nò, col postà da on sit all’olter
i durezz di travers, reussirà
on spellament puttasca e nagott olter.

(Carlo Porta, Milano, 15 giugno 1775 – Milano, 5 gennaio 1821)


«Uno dei più importanti poeti italiani viventi, Franco Loi, che dal 1937 risiede a Milano e ha fatto del dialetto milanese la lingua della sua poesia, è in procinto di lasciare la sua casa di viale Misurata perché non riesce a fare fronte ai suoi costi. Nel trasferimento sarà anche costretto a liberarsi di buona parte dei libri della sua biblioteca. È speranza degli amici, dei conoscenti e dei lettori che lo stimano che un’iniziativa privata o pubblica possa porre rimedio a questa mancanza di riconoscimento verso l’opera di un poeta che ha dato tanto in primo luogo alla città di Milano e all’intero Paese, distinguendosi nel panorama letterario e culturale nazionale e internazionale».

(Di Angela Urbano)


Franco Loi 

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