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16 febbraio 2014

Weimar – La tentazione delle similitudini storiche



La si è sentita evocare, di tanto in tanto, durante l'ultimo quinquennio di crisi economica che, attraverso il grande crash innescato dai mutui subprime negli Stati Uniti, ha investito i paesi dell’unione europea. Citazione colta, non c’è dubbio. La Repubblica di Weimar infatti è cosa misconosciuta ai più – basta pensare ai nostri programmi scolastici, che non di rado si interrompono assai prima o, se anche capita di esplorare insieme agli studenti qualche aspetto del ventennio tra le due guerre, finisce per essere liquidato piuttosto frettolosamente. Il periodo weimariano è tuttavia argomento infido e sterminato pure per gli addetti ai lavori e avvicinare la molteplicità di questioni che tale decennio, poco più, porta con sé, implica destreggiarsi in mezzo a robuste letture che spaziano dalla saggistica storica alla letteratura, dall’approfondimento sociologico alle scienze politiche. 
Di coloro che hanno fatto ricorso alla similitudine tra l’attuale situazione attraversata dall’Europa e la crisi vissuta negli anni di Weimar, Antonis Samaras, premier greco, è certamente colui che più ha lasciato il segno. Erano i primi di ottobre del 2012, la Grecia, in attesa della seconda tranche di aiuti internazionali che tardava a essere erogata, tornava a occupare le prime pagine di tutti i giornali. Vedendo avvicinarsi nuovamente l’incubo della bancarotta, Samaras si lasciò andare all’esternazione secondo cui di lì a poco in Grecia sarebbe scoppiato il caos, come accadde nella Germania del primo dopoguerra. Difficile dire quanti abbiano capito il riferimento. Ma i suoi interlocutori, all’indirizzo dei quali lo sfogo era principalmente rivolto, cioè il governo della Cancelliera, certamente sì. Va comunque detto che il parallelo tra l’attualità e la febbre inflazionistica che fece vacillare, fino al loro cedimento, i deboli equilibri su cui si reggeva la repubblica tedesca, ha assai più del romanzesco rispetto a una reale pertinenza storica.
Il tedesco colto con incarichi dirigenziali viene educato nel sacro timore dell’iperinflazione che fece la sua comparsa in Germania come fenomeno devastante e fuori controllo nel 1923, non a caso soprannominato l’“anno inumano”. Questa traumatica eredità storica e culturale, frutto del concatenarsi di diversi fattori, tra i quali non è di poco conto la dissennata gestione del “caso Germania” da parte dei paesi vincitori della Grande Guerra, non va sottovalutata nell’attuale linea di austerità sostenuta oltralpe come unica ricetta per l’uscita dalla crisi. Samaras agitava lo spettro di Weimar forse anche per suggestionare i ministri tedeschi a prendere una decisione energica e chiara sulla Grecia, ottenendo però poca comprensione e molte reazioni dettate da aperta insofferenza. Ricordare a chi si ha davanti un momento complesso della propria storia che ha fatto da viatico a un periodo ancor più duro, non è il modo migliore per predisporlo a considerare il proprio disagio. Per i tedeschi il capitolo weimariano è sinonimo di catastrofe sociale e confusione politica, due elementi che non sono mai stati rimossi dall’inconscio collettivo. La Grecia alla ricerca di empatia fra i partner europei, si è fatta tentare dalle similitudini storiche ed è rimasta isolata, rassegnata alla lettura passiva dei dispacci di Bruxelles e all’esecuzione dei “compiti a casa” – i rigidi memoranda che hanno raggiunto i tavoli degli amministratori greci come ingiunzioni di sfratto. 
Ma allora, se nella storia il terreno dei parallelismi non fruttifica, perché è affascinante proprio in questo momento approfondire la vicenda di Weimar? Innanzitutto vi è il fattore economico. Se si vuole scoprire come una crisi può essere gestita nel modo peggiore, gli anni della repubblica sono un manuale impietoso. Subito dopo c’è il dato politico. E, secondo me, se s’intende addentraci un pochino nella similitudine, pur con tutti i distinguo del caso, è forse più riconoscibile una fratellanza spirituale tra la progressiva perdita di terreno dei partiti in campo nella Germania degli anni Venti e quel che sta accadendo ora, ad esempio, in casa nostra (in Italia in maniera più vistosa, ma anche nel resto d’Europa si registra un pauroso appiattimento e arretramento del dibattito pubblico). 
Il Partito nazionalsocialista si affacciò alla scena politica nel 1920 (la Repubblica era nata l’anno prima). Da allora una torma di provocatori, scalmanati, agitatori, picchiatori non mancò di aggirarsi per le strade della Germania, profittando di qualsiasi occasione di sbandamento del paese per farsi largo e spianarsi la strada verso il potere. Queste masnade e i loro masnadieri esistono sempre e ovunque. Aspettano di soffiare sul fuoco per i propri interessi. E i più pericolosi fanno capo a quel genere di burattinai che stanno nell’ombra fino all’ultimo minuto, finché non sono sicuri che il carro passi dalle loro parti in sicurezza e trionfo. Quale regia, ad esempio, si celava dietro i cosiddetti “forconi”, cui si è cercato di ridare forza alla fine del 2013?
La storia di Weimar, se ha da insegnarci qualcosa, è rivelatrice proprio in questo: ci mostra come gli attivisti della propaganda a buon mercato si fanno sotto agitando il bene comune in una mano, comodissimo passepartout quando in una collettività serpeggiano fame, disoccupazione, stanchezza, e nell’altra la rivoltella. Il loro pretesto? Necessità dell’ordine, necessità dell’ordine, necessità dell’ordine. Non vedono l’ora di dirlo.

(Di Claudia Ciardi)




Gunther Mai, La Repubblica di Weimar [Die Weimarer Republik]
ed. it. Il Mulino, 2011

From Introduction:

«Quando verso la metà del gennaio del 1933 la crisi della repubblica di Weimar toccò il culmine, il governo del Reich era impegnato a discutere di pomodori, formaggi e cavoli. Si trattava di decidere se i contratti commerciali con l’Olanda e la Svezia dovessero essere rinnovati o lasciati scadere. Se si fosse deciso di non rinnovarli, bisognava mettere in conto possibili ritorsioni ai danni dell’esportazione dei prodotti industriali tedeschi. La possibilità di evitare la nomina di Hitler a cancelliere sembrava a prima vista un problema secondario. Eppure era una questione cruciale, la cui importanza per le sorti della repubblica non era certo inferiore ai contrasti che tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930 erano sorti in merito all’aumento di un quarto di punto dei contributi per l’assicurazione di disoccupazione. Anche questo conflitto apparentemente irrilevante aveva prodotto una svolta decisiva: la sua mancata soluzione provocò infatti la fine della Grande coalizione guidata dalla SPD, portò a un radicale cambiamento del quadro politico-parlamentare, con l’ascesa della NSDAP, [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori – la formazione di Hitler] e segnò l’inizio del passaggio a un regime presidenziale autoritario. Nel 1930 la lotta per il potere si concluse a favore dell’industria e contro la SPD e i sindacati. Nel 1933, sullo sfondo del dibattito sui cavoli e sul formaggio, si consumava uno scontro di potere tra industria e agricoltura. In quei giorni di gennaio le associazioni di tutti i grandi gruppi sociali fecero visita al cancelliere e al presidente del Reich. Per una volta stranamente d’accordo, sindacati e industriali sostenevano all’unisono che il rincaro dei generi alimentari non avrebbero solo aggravato le già difficili condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto quelle dei sei milioni di disoccupati, ma avrebbe ulteriormente ridotto la domanda di prodotti agricoli e industriali.
[…]
Gli agrari ebbero la meglio e provocarono la caduta del governo Schleicher. Mossi dal timore che il governo Hitler-Papen che ormai si andava delineando, potesse optare per una politica autarchica vicina agli interessi del mondo agricolo, all’inizio di febbraio gli industriali non solo cercarono di convincere Hitler che bisognava favorire l’«ulteriore espansione dell’export per creare nuova occupazione», ma gli fecero anche minacciosamente presente che il governo avrebbe potuto incontrare difficoltà se avesse optato per una «politica troppo sbilanciata in favore dell’agricoltura». Nel corso delle trattative che intavolò alla fine di gennaio, anche il gruppo parlamentare del partito di centro cattolico (Zentrum) chiese a Hitler se era favorevole a rafforzare il mercato interno, come Walther Darré, il suo esperto di questioni agricole, aveva sollecitato in una lettera aperta al cancelliere del Reich, o se egli riconosceva piuttosto la necessità di incentivare le esportazioni sul mercato mondiale, come si poteva evincere da alcune sue dichiarazioni. Hitler si guardò bene dal fornire i chiarimenti richiesti.
Dietro questi conflitti c’era una rilevante questione: il Reich era uno stato agricolo o industriale? Questo dibattito era sorto all’inizio del XX secolo e il Reich imperiale aveva risolto d’autorità il conflitto optando per la parità, decidendo quindi in pratica a favore dell’agricoltura, che però stava sempre più perdendo importanza nell’ambito dell’economia nazionale. La monarchia dipendeva da un forte ceto nobiliare, che aveva le sue radici economiche e culturali nelle campagne e nell’agricoltura, in particolare in Prussia.  Con la Adelskammer (Camera dei nobili) le costituzioni del XIX secolo avevano riservato al ceto nobiliare una posizione privilegiata. Quando nel 1918 questo privilegio venne meno, la bilancia tra l’industria e l’agricoltura cominciò a pendere dalla parte della prima per effetto dei nuovi rapporti di forza che si andavano delineando nella società. Ma il vecchio mondo era ancora abbastanza forte, come dimostravano la persistenza sulla scena delle vecchie élite, il perdurare di una certa mentalità collettiva, le abitudini di vita, nonché la lunga durata dei modelli culturali e delle interpretazioni ideologiche del mondo. È vero che nel 1918 l’aristocrazia fu quasi ovunque privata dei privilegi legali e delle istituzioni di rappresentanza, ma non ancora (o comunque poco) delle basi economiche, dell’influenza politica e dell’egemonia culturale nelle campagne. Nondimeno, la grande proprietà terriera, regno pressoché incontrastato dell’aristocrazia, perdette gradualmente l’appoggio dei contadini, che cominciarono a dar vita a propri partiti, leghe e associazioni. Ancor più profondamente polarizzate erano le relazioni nell’ambito industriale, dal momento che sindacati e imprenditori erano divisi su tutto e lottavano secondo il più classico schema della lotta di classe. Il risultato era un equilibrio assai precario e soggetto a continue rotture tra i vari gruppi e classi sociali. E dal momento che anche i loro referenti politico-parlamentari si paralizzavano a vicenda lottando per l’egemonia politica e culturale, alla fine sembrò che da questa situazione di stallo si potesse uscire solo con un sistematico ricorso alla violenza: dal basso con la rivoluzione, dall’alto con la dittatura. In nessun periodo della recente storia europea si dà il caso di un così massiccio ricorso alla violenza sul piano della politica interna: dagli scioperi politici allo sciopero generale, dai vari tentativi golpisti e rivoluzionari fino a un’accanita guerra civile.
[…]
La repubblica di Weimar dovette fare i conti con la fase probabilmente più difficile del passaggio da una società ancora largamente agricola a una capitalistico-industriale. Nel periodo tra le due guerre, d’altro canto, analoghi sviluppi caratterizzarono tutta l’Europa, come pure – fatte le debite differenze – l’America settentrionale e meridionale, e perfino alcune aree dell’Asia. Questo passaggio epocale si compì sullo sfondo di un rapido susseguirsi di crisi congiunturali e strutturali: dalla «grande depressione» del periodo 1873-1895 fino alla crisi economica mondiale del 1929-’36 passando per l’economia di guerra, l’inflazione e la deflazione degli anni tra il 1914 e il 1923. La guerra mondiale e le rivoluzioni che scoppiarono un po’ dovunque nell’immediato dopoguerra non furono all’origine di tali trasformazioni (anche se presso i contemporanei prevalse questa riduttiva interpretazione), ma impressero loro una drammatica accelerazione: tuttavia la prima guerra mondiale fu la vera rivoluzione, mentre il periodo tra le due guerre fu caratterizzato dalla ricerca di nuovi modelli politico-sociali. In quegli anni si delinearono in Europa almeno cinque di questi modelli o percorsi di sviluppo: 1. quello europeo-occidentale della ricerca di un consenso parlamentare difficile ma alla lunga produttivo; 2. quello scandinavo basato sull’equilibrio parlamentare tra socialdemocrazia e contadini; 3. quello tedesco e italiano basato sull’eliminazione del dissenso con la violenza totalitaria; 4. quello delle dittature dell’Europa orientale e meridionale impegnate nello sviluppo “forzato” dei loro paesi con metodi autoritari; 5. quello russo dell’esperimento comunista-bolscevico. Come la democrazia parlamentare in molti stati europei, anche la dittatura era un esperimento storicamente inedito, una soluzione che a molti sembrò adatta ai tempi e alle circostanze.
[…]
In Germania molti si convinsero che si poteva sacrificare la repubblica di Weimar sull’altare di una dittatura presidenziale, che per di più poteva ancora richiamarsi alla “costituzione di riserva” insita nella costituzione weimariana. Il continuo alternarsi di governi presidenziali a partire dal 1930 evidenzia il processo di ricerca e di sperimentazione della forma più adatta di regime autoritario.
[…]
In ordine di tempo, la dittatura fu la decima a essere instaurata in Europa. Nel 1939 solo 11 dei ventotto stati europei erano ancora democrazie parlamentari, mentre in tutto il mondo lo erano solo 17 su 65 stati sovrani: dati che mostrano con chiarezza quanto fosse instabile il sistema politico affermatosi dopo la prima guerra mondiale. Il parlamentarismo non sopravvisse a lungo in nessuno dei paesi sconfitti. Le rivoluzionarie trasformazioni seguite alla sconfitta militare non vennero accettate da vasti strati della popolazione, e le dure clausole dei trattati di pace contribuirono ad aggravare la crisi: basti pensare alla perdita di status e di prestigio, alle conseguenze economiche, alle mutilazioni territoriali e alle aspirazioni secessioniste delle minoranze etniche.
[…]
In questo contesto europeo la repubblica di Weimar non può essere giudicata partendo dalla sua fine, vale a dire come mero antefatto del Terzo Reich o come intermezzo tra un autoritario Kaiserreich e una dittatura totalitaria. Allo stesso modo sarebbe ingiustificato giudicarla come una repubblica “debole” per via delle “possibilità non sfruttate” nella sua fase costitutiva e dunque come una repubblica il cui fallimento si dovette più ai limiti intrinseci che al potenziale distruttivo dei molti nemici. Ci sono stati, e ci sono, molti tentativi di spiegazione monocausali… […] La repubblica, insomma, non era votata al fallimento. Ma se si guarda all’Europa di quegli anni, il suo collasso rientrava nell’ordine delle cose possibili o in qualche modo prevedibili, anche se lo stesso non si può dire del successo del Terzo Reich».






Related Links:

4,2 Billionen Mark – das ist unser Inflationstrauma, «Die Welt», 13.11.13
Im November 1923 war ein Dollar 4,2 Billionen Reichsmark wert. Die Menschen hungerten, Millionen wurden ruiniert. Die Einführung der Rentenmark brachte Besserung. Und der Staat sparte radikal.

Prostituierte in der Weimarer Republik - blog.stuttgarter-zeitung.de

Tauentzielgirl team

In questo blog:


Inflation:
L’analisi economica del periodo weimariano in Germania è un tema stimolante perché ci narra una delle crisi più spaventose vissute nel continente europeo, esplosa non a caso dopo la prima guerra mondiale. Quella che viviamo oggi è una situazione diversa, soprattutto per le cause che l’hanno determinata e per il fatto che il contagio coinvolge quasi tutte le economie del mondo, in un andamento sussultorio di scarse riprese, più annunciate che reali, e immediate ricadute. [...] La micidiale svalutazione del marco tedesco tra il 1921-’23 ricostruita nelle pagine di Fergusson diviene allora una materia in grado di attirare il lettore di oggi, soprattutto in quanto gli viene offerta la possibilità di approfondire dinamiche e ricadute sociali di un fenomeno che sta di nuovo erodendo le certezze di molti paesi, giocando pericolosamente con le aspettative di milioni di persone.

«La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933».

Weimar fu una stagione di grande vitalismo politico e culturale ma anche di tensioni e difficoltà di ordine sociale ed economico che finirono per produrre molte delle fratture esiziali alla sua sopravvivenza.
Questa coraggiosa fabbrica dell’alternativa sociale, nata dal dramma della guerra, ebbe un cammino affatto agevole e fece non poca fatica a sfuggire ai bassi tiri del conservatorismo e ai maneggi di certi professionisti della politica e delle arti, il cui unico obiettivo era servire il proprio interesse, flirtando il minimo indispensabile con la repubblica per tirare avanti e aver garantita la propria esistenza all’interno della collettività.

16 giugno 2013

Ro-Ro-Ro

Ro-Ro-Ro
Rowohlt-Rotations-Roman


Ernst Rowohlt è una pietra miliare nell’editoria tedesca. Fra gli scrittori da lui pubblicati si contano Franz Blei, Alfons Goldschmidt, Heinrich Eduard Jacob, Kurt Pinthus, Alfred Polgar, Robert Musil, conosciuto a Berlino nel ’20, del quale dieci anni dopo inizierà a dare alle stampe L’uomo senza qualità, Hans Fallada, massimo autore del cosiddetto neorealismo weimariano, di cui nel ’32 pubblicherà E adesso pover’uomo? Ma vanno anche ricordati i romanzi di Balzac, Fiesta di Hemingway, e altri americani come Thomas Wolfe e Sinclair Lewis. 
Rowohlt è inoltre l’ideatore, insieme al figlio Heinrich, di quei giornali venduti a un prezzo più che popolare (50 pfennig) sui quali si pubblicavano i grandi classici della letteratura che nella Germania distrutta del dopoguerra (’46) permettevano alle persone di continuare a coltivare il piacere della lettura. Il progetto ci insegna che pure in momenti economicamente difficili è importante salvaguardare la circolazione della cultura. Una bella lezione, di straordinaria attualità, visti i nostri tempi. 
Recentemente le Edizioni Clichy di Firenze hanno riproposto questa idea, stampando su fogli di giornale celebri opere di narrativa al prezzo di 1 euro. Questa versione italiana dei Ro-Ro-Ro (Rowohlt-Rotations-Roman, romanzo Rowohlt stampato in rotativa) è la migliore risposta a chi vive gli investimenti a sostegno della cultura e delle iniziative legate alla sua diffusione come un peso e uno spreco di risorse. Una società colta sarà una società meglio attrezzata ad affrontare i problemi e a mettere in campo gli strumenti necessari per uscire dalle difficoltà.

Ulteriori informazioni nel sito delle Edizioni Clichy


Originally, RO-RO-RO stood for ‘Rowohlt Rotations Romane’: large-format novels printed on cheap newspaper stock and sold at no more than 50 pfennig apiece. In June 1950 their format shrank, as did the letters in the logo: Rowohlt published the first paperback novels on the German market. They were affordable – mainly because they would contain full-page ads for petrol, cars, perfume or cigarettes – and for many, rororos became the first books they could afford to buy with their pocket money. And yet they weren’t just pulp fiction. The first four rororos were by first-class writers of international renown: Hans Fallada, Graham Greene, Rudyard Kipling and Kurt Tucholsky. Rororo told the young Germany of the post-war generation good stories, but it also taught them something about the world.

In 2008, the year of Rowohlt’s hundredth birthday, the rororo paperback ethos still sums up the ideals and ambitions that the publishing house believes in. As Thomas Überhoff, Rowohlt’s fiction editor-in-chief, puts it: ‘We all believe that our books have something to say – they have an aufklärerischer Gestus – but that doesn’t mean they shouldn’t be fun to read. For us, there’s no necessary contradiction between intellect and entertainment, not even between schlock and avant garde.’

ROWOHLT CELEBRATES 100 YEARS (Abstract)
A Profile by Philip Oltermann (2008)


Rowohlts Rotationsromane



Um der steigenden Nachfrage nach billigen Büchern in Deutschland nach dem 2. Weltkrieg und der Währungsreform von 1948 nachzukommen, entwickelte Ernst Rowohlt zusammen mit seinem Stiefsohn Heinrich Maria Ledig-Rowohlt die sog. "Rowohlts-Rotations-Romane". Ihr Ziel war es, möglichst viel Text auf möglichst wenig Papier für möglichst wenig Geld zu verkaufen. So wurden die großen Romane der Weltliteratur im Rotationsverfahren (beim Zeitungsdruck angewandtes Rolldruckverfahren) auf stark holzhaltigem Papier gedruckt und als ungebundene und ungeheftete Hefte in Zeitungsformat zu 50 Pfennig das Stück verkauft. Auf diesen Heften wurden in den 50er-Jahren die ersten Taschenbücher des Rowohlt Verlags, die sich noch heute unter dem Namen ro-ro-ro einer großen Beliebtheit erfreuen.

Rororo war die erste Taschenbuch-Reihe in Deutschland. Im Juni 1950 erschien im Rowohlt Verlag mit Hans Falladas «Kleiner Mann - was nun?» der Starttitel in ein neues Buchzeitalter. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt hatte die Idee preisgünstiger Paperbacks aus Amerika mitgebracht und revolutionierte damit den deutschen Buchmarkt. Nach einem Jahr waren bereits mehr als eine Million rororo Taschenbücher gedruckt. Werke, die noch heute zur Weltliteratur zählen, schmückten von Beginn an das Programm: Graham Greene, Albert Camus, Rudyard Kipling, Kurt Tucholsky, Ernest Hemingway - um nur einige der berühmtesten und erfolgreichsten Autoren der ersten Stunde zu nennen.

Seither sind rund 16 000 rororo Bände erschienen, in einer Gesamtauflage von nahezu 600 Millionen Exemplaren. Die erfolgreichsten Bücher waren Friedrich Dürrenmatts «Der Richter und sein Henker» und Wolfgang Borcherts «Draußen vor der Tür», beide mit Auflagen von mehr als zweieinhalb Millionen Exemplaren. Allein zwölf Literaturnobelpreisträger finden sich in der Geschichte von rororo. 

Aber auch Sachbücher prägten und prägen das Gesicht des Rowohlt Taschenbuch Verlags. 1955 wurde mit rowohlts deutscher enzyklopädie unter dem Motto «Das Wissen des 20. Jahrhunderts» die erste Sachbuch-Reihe gegründet, 1958 die berühmten monographien, auch heute noch ebenso populär wie nützlich. 1961 erschien der von Martin Walser herausgegebene erste Band der aktuell-Reihe, die seither mit über 700 Publikationen das politische Zeitgeschen kritisch begleitete.

Um die programmatische Vielfalt und das expandierende Titelvolumen übersichtlich zu gestalten, kam es immer wieder zu Neugründungen von Reihen. Ob Belletristik, Sachbuch oder Ratgeber - die Geschichte von rororo ist auch die Geschichte ständiger Programminnovationen. Zuletzt kam 1998 das Wunderlich Taschenbuch hinzu mit rund sechzig Unterhaltungstiteln jährlich. 

Zu allen Neuerscheinungen im Rowohlt Taschenbuchverlag

Rowohlt Taschenbuch Verlag 
Hamburger Straße 17
21465 Reinbek

See also:

Die Rotationsromane des Rowohlt-Verlags






Auch Kurt Tucholsky gehörte zu den Rowohlt-Autoren. Er starb 1935 in der Emigration
*****
Ringrazio Radio Città futura nelle persone di Alberto Gaffi, Fabrizio Patriarca e Gabriele Sabatini per aver dedicato questa mattina uno spazio della trasmissione Carta Vetrata al volumetto di Robert Musil, Narra un soldato, edito da Via del Vento edizioni.

Abstract

«L’immaginario musiliano ruota attorno all’impero austro-ungarico votato alla fine. Risente della problematica coesistenza dei diversi popoli che articolano il concetto di Mitteleuropa, un mosaico complesso, segnato da convivenze difficili. Nella vita di Musil, come dei suoi contemporanei, l’evento della guerra rappresenta un punto di rottura, una lacerazione e uno sradicamento dei quali si fa fatica a parlare.
La guerra segna la disgregazione dell’impero austro-ungarico e orienta profondamente la poetica musiliana che registra il trauma e quindi il crollo epocale del mondo di cui è figlia. Dopo il primo conflitto mondiale l’Europa acquista la sconvolgente consapevolezza della mutilazione che si è autoinflitta. Nelle coscienze restano solo dei frammenti, dei lacerti che sono come ciò che affiora del sartiame di una nave dopo il naufragio.
La forma del frammento diviene anche una metafora narrativa della dissoluzione, del dramma che l’ha causata e del recupero di ciò che è stato disperso. È l’affannosa ricerca di un senso che gli eventi hanno rovinosamente distrutto, polverizzato.
Si spiega allora l’attenzione dedicata dallo stesso Musil alla figura di Osiride. Ma si spiega pure come questa immagine riaffiori nei poeti anglosassoni, il corpo lacerato di Osiride è uno dei simulacri che ispirano il viaggio poundiano, e si può dire che alimenta, nascostamente ma neppure tanto, anche l’epica del The Waste Land.  
Pare, dunque, che il mito di Osiride presieda a una elaborazione sincronica del lutto collettivo generato dalla guerra». 

(di Claudia Ciardi)
See also:

Carta Vetrata  (in diretta da Roma)

Su Walter Benjamin e Robert Musil - I dilemmi della traduzione - Claudia Ciardi e Paolo Zignani, «Quaderni corsari», 3 giugno 2013

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