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23 giugno 2013

Kulturraum Klagenfurt - Lesefestival Juni 2013


Lesefestival Juni 2013



Il festival della lettura di Klagenfurt, in occasione degli incontri culturali tra Austria, Germania, Italia e Slovenia, ha selezionato per una serata di lettura il libro Robert Musil, Narra un soldato-Ein Soldat erzählt, a cura di Claudia Ciardi, traduzione di Claudia Ciardi e Elisabeth Krammer, Via del Vento edizioni, novembre 2012.
Protagonisti della performance saranno la giornalista Gisela Hopfmüller Franz Hlavac.


Cover Via del Vento edizioni ©


Als Vorgeschmack und Auftakt zum dreisprachigen Lesefestival lesePLATZ Klagenfurt, zum Literaturkurs im Robert Musil Literatur Museum und zum Lesemarathon im Rahmen der 37. Tage der deutschsprachigen Literatur organisiert der kulturRaum Klagenfurt ein entspannendes Lesevergnügen im Freiluft-Lesecorner am Alten Platz.

Abendprogramm

Fr. 28 Juni 2013, 19.00 Uhr: Gisela Hopfmüller und Franz Hlavac lesen Robert Musil 

(Deutsch/Italienisch)

Program

Links:
Kulturraum Klagenfurt - Literatur after work
Robert Musil Literatur Museum
Das Robert Musil Institut in Klagenfurt





16 giugno 2013

Ro-Ro-Ro

Ro-Ro-Ro
Rowohlt-Rotations-Roman


Ernst Rowohlt è una pietra miliare nell’editoria tedesca. Fra gli scrittori da lui pubblicati si contano Franz Blei, Alfons Goldschmidt, Heinrich Eduard Jacob, Kurt Pinthus, Alfred Polgar, Robert Musil, conosciuto a Berlino nel ’20, del quale dieci anni dopo inizierà a dare alle stampe L’uomo senza qualità, Hans Fallada, massimo autore del cosiddetto neorealismo weimariano, di cui nel ’32 pubblicherà E adesso pover’uomo? Ma vanno anche ricordati i romanzi di Balzac, Fiesta di Hemingway, e altri americani come Thomas Wolfe e Sinclair Lewis. 
Rowohlt è inoltre l’ideatore, insieme al figlio Heinrich, di quei giornali venduti a un prezzo più che popolare (50 pfennig) sui quali si pubblicavano i grandi classici della letteratura che nella Germania distrutta del dopoguerra (’46) permettevano alle persone di continuare a coltivare il piacere della lettura. Il progetto ci insegna che pure in momenti economicamente difficili è importante salvaguardare la circolazione della cultura. Una bella lezione, di straordinaria attualità, visti i nostri tempi. 
Recentemente le Edizioni Clichy di Firenze hanno riproposto questa idea, stampando su fogli di giornale celebri opere di narrativa al prezzo di 1 euro. Questa versione italiana dei Ro-Ro-Ro (Rowohlt-Rotations-Roman, romanzo Rowohlt stampato in rotativa) è la migliore risposta a chi vive gli investimenti a sostegno della cultura e delle iniziative legate alla sua diffusione come un peso e uno spreco di risorse. Una società colta sarà una società meglio attrezzata ad affrontare i problemi e a mettere in campo gli strumenti necessari per uscire dalle difficoltà.

Ulteriori informazioni nel sito delle Edizioni Clichy


Originally, RO-RO-RO stood for ‘Rowohlt Rotations Romane’: large-format novels printed on cheap newspaper stock and sold at no more than 50 pfennig apiece. In June 1950 their format shrank, as did the letters in the logo: Rowohlt published the first paperback novels on the German market. They were affordable – mainly because they would contain full-page ads for petrol, cars, perfume or cigarettes – and for many, rororos became the first books they could afford to buy with their pocket money. And yet they weren’t just pulp fiction. The first four rororos were by first-class writers of international renown: Hans Fallada, Graham Greene, Rudyard Kipling and Kurt Tucholsky. Rororo told the young Germany of the post-war generation good stories, but it also taught them something about the world.

In 2008, the year of Rowohlt’s hundredth birthday, the rororo paperback ethos still sums up the ideals and ambitions that the publishing house believes in. As Thomas Überhoff, Rowohlt’s fiction editor-in-chief, puts it: ‘We all believe that our books have something to say – they have an aufklärerischer Gestus – but that doesn’t mean they shouldn’t be fun to read. For us, there’s no necessary contradiction between intellect and entertainment, not even between schlock and avant garde.’

ROWOHLT CELEBRATES 100 YEARS (Abstract)
A Profile by Philip Oltermann (2008)


Rowohlts Rotationsromane



Um der steigenden Nachfrage nach billigen Büchern in Deutschland nach dem 2. Weltkrieg und der Währungsreform von 1948 nachzukommen, entwickelte Ernst Rowohlt zusammen mit seinem Stiefsohn Heinrich Maria Ledig-Rowohlt die sog. "Rowohlts-Rotations-Romane". Ihr Ziel war es, möglichst viel Text auf möglichst wenig Papier für möglichst wenig Geld zu verkaufen. So wurden die großen Romane der Weltliteratur im Rotationsverfahren (beim Zeitungsdruck angewandtes Rolldruckverfahren) auf stark holzhaltigem Papier gedruckt und als ungebundene und ungeheftete Hefte in Zeitungsformat zu 50 Pfennig das Stück verkauft. Auf diesen Heften wurden in den 50er-Jahren die ersten Taschenbücher des Rowohlt Verlags, die sich noch heute unter dem Namen ro-ro-ro einer großen Beliebtheit erfreuen.

Rororo war die erste Taschenbuch-Reihe in Deutschland. Im Juni 1950 erschien im Rowohlt Verlag mit Hans Falladas «Kleiner Mann - was nun?» der Starttitel in ein neues Buchzeitalter. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt hatte die Idee preisgünstiger Paperbacks aus Amerika mitgebracht und revolutionierte damit den deutschen Buchmarkt. Nach einem Jahr waren bereits mehr als eine Million rororo Taschenbücher gedruckt. Werke, die noch heute zur Weltliteratur zählen, schmückten von Beginn an das Programm: Graham Greene, Albert Camus, Rudyard Kipling, Kurt Tucholsky, Ernest Hemingway - um nur einige der berühmtesten und erfolgreichsten Autoren der ersten Stunde zu nennen.

Seither sind rund 16 000 rororo Bände erschienen, in einer Gesamtauflage von nahezu 600 Millionen Exemplaren. Die erfolgreichsten Bücher waren Friedrich Dürrenmatts «Der Richter und sein Henker» und Wolfgang Borcherts «Draußen vor der Tür», beide mit Auflagen von mehr als zweieinhalb Millionen Exemplaren. Allein zwölf Literaturnobelpreisträger finden sich in der Geschichte von rororo. 

Aber auch Sachbücher prägten und prägen das Gesicht des Rowohlt Taschenbuch Verlags. 1955 wurde mit rowohlts deutscher enzyklopädie unter dem Motto «Das Wissen des 20. Jahrhunderts» die erste Sachbuch-Reihe gegründet, 1958 die berühmten monographien, auch heute noch ebenso populär wie nützlich. 1961 erschien der von Martin Walser herausgegebene erste Band der aktuell-Reihe, die seither mit über 700 Publikationen das politische Zeitgeschen kritisch begleitete.

Um die programmatische Vielfalt und das expandierende Titelvolumen übersichtlich zu gestalten, kam es immer wieder zu Neugründungen von Reihen. Ob Belletristik, Sachbuch oder Ratgeber - die Geschichte von rororo ist auch die Geschichte ständiger Programminnovationen. Zuletzt kam 1998 das Wunderlich Taschenbuch hinzu mit rund sechzig Unterhaltungstiteln jährlich. 

Zu allen Neuerscheinungen im Rowohlt Taschenbuchverlag

Rowohlt Taschenbuch Verlag 
Hamburger Straße 17
21465 Reinbek

See also:

Die Rotationsromane des Rowohlt-Verlags






Auch Kurt Tucholsky gehörte zu den Rowohlt-Autoren. Er starb 1935 in der Emigration
*****
Ringrazio Radio Città futura nelle persone di Alberto Gaffi, Fabrizio Patriarca e Gabriele Sabatini per aver dedicato questa mattina uno spazio della trasmissione Carta Vetrata al volumetto di Robert Musil, Narra un soldato, edito da Via del Vento edizioni.

Abstract

«L’immaginario musiliano ruota attorno all’impero austro-ungarico votato alla fine. Risente della problematica coesistenza dei diversi popoli che articolano il concetto di Mitteleuropa, un mosaico complesso, segnato da convivenze difficili. Nella vita di Musil, come dei suoi contemporanei, l’evento della guerra rappresenta un punto di rottura, una lacerazione e uno sradicamento dei quali si fa fatica a parlare.
La guerra segna la disgregazione dell’impero austro-ungarico e orienta profondamente la poetica musiliana che registra il trauma e quindi il crollo epocale del mondo di cui è figlia. Dopo il primo conflitto mondiale l’Europa acquista la sconvolgente consapevolezza della mutilazione che si è autoinflitta. Nelle coscienze restano solo dei frammenti, dei lacerti che sono come ciò che affiora del sartiame di una nave dopo il naufragio.
La forma del frammento diviene anche una metafora narrativa della dissoluzione, del dramma che l’ha causata e del recupero di ciò che è stato disperso. È l’affannosa ricerca di un senso che gli eventi hanno rovinosamente distrutto, polverizzato.
Si spiega allora l’attenzione dedicata dallo stesso Musil alla figura di Osiride. Ma si spiega pure come questa immagine riaffiori nei poeti anglosassoni, il corpo lacerato di Osiride è uno dei simulacri che ispirano il viaggio poundiano, e si può dire che alimenta, nascostamente ma neppure tanto, anche l’epica del The Waste Land.  
Pare, dunque, che il mito di Osiride presieda a una elaborazione sincronica del lutto collettivo generato dalla guerra». 

(di Claudia Ciardi)
See also:

Carta Vetrata  (in diretta da Roma)

Su Walter Benjamin e Robert Musil - I dilemmi della traduzione - Claudia Ciardi e Paolo Zignani, «Quaderni corsari», 3 giugno 2013

18 dicembre 2012

Robert Musil - Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt


Robert Musil
Narra un soldato e altre prose,
a cura di Claudia Ciardi
traduzione di Claudia Ciardi e Elisabeth Krammer,
Via del Vento edizioni,
novembre 2012
ISBN 978-88-6226-066-4
Euro 4,00

Scheda del libro/ Book snippet


«Di Robert Musil, autore del grande romanzo incompiuto L’uomo senza qualità, proponiamo, nel settantesimo anno dalla morte, cinque prose inedite in Italia, scritte negli anni Dieci e Venti, dove affiorano alcuni dei nuclei narrativi che attraverseranno tutta la sua opera: il ricordo iniziatico dei primi tentativi letterari, l’esperienza dolorosa e mistica della guerra, la pungente critica alle ingessature della società asburgica, l’intima complicità umana e letteraria con l’amata moglie Martha Heimann».






From the Book
«Questo struggimento è, lo sentiva, come il circo mezzo illuminato, quando si arriva troppo presto per la rappresentazione. Blanche comparirà, Blanche sorriderà, Blanche accetterà l’invito del signor prefetto. Di notte sarà riposta da lui nel grande circo vuoto, dove brucia soltanto una lanterna a gas e, quando si aprirà il tendone, il suo odore sarà mutato come quello dei vestiti nella cassapanca della mamma. E ancora a casa, mentre osservava allo specchio la stanza in cui sedeva e la trovava un poco irreale, disse tra sé: si dovrebbe andar più a fondo alla faccenda…»

Cinque frammenti che ci consegnano uno spaccato di vita di un grande interprete della Mitteleuropa. Un flâneur che con passo originale ha esplorato luoghi e ossessioni della propria epoca, a partire da una deflagrazione drammatica occorsa lungo il suo cammino: l’esperienza del primo conflitto mondiale.Tornare all’ambiente della metropoli dal fango della trincea è una prova durissima. Da quel momento ogni fenomeno viene filtrato attraverso la memoria annientante della guerra.


Se Walter Benjamin aveva riconosciuto nella guerra la fine di ogni narrazione, Musil pur cosciente dell’insufficienza della parola, che mai potrà restituire pienamente la verità neppure di un singolo istante passato dai soldati tra la polvere e le tragedie del fronte, è animato dalla volontà profonda del racconto: appunti, annotazioni diaristiche, abbozzi. È un laboratorio di scrittura più che mai vivo, nel quale si cerca anche di organizzare un’analisi, di gettare un ponte sul caos in vista di una lettura dello scenario storico e culturale che necessariamente andrà tentata per riempire lo squarcio aperto dal passaggio degli eserciti.
Scrive la curatrice Claudia Ciardi: «L’io biografico musiliano si alimenta alla stessa latitudine della sua condizione scissa e apolide di mitteleuropeo. […] L’uomo occidentale, similmente al mito di Osiride, cui Musil dedicò un’importante poesia nel 1923, procede al recupero delle parti disperse della propria cultura, ed è nel viaggio intrapreso per ritrovarle e restituirle a una totalità viva, a un insieme organico, che si avvia un radicale ripensamento interiore, alla base della creazione di una identità nuova. In quest’ottica l’opera di Musil è anche una grande ipotesi di lavoro che ci stimola a considerare un diverso progetto di Europa».
In tutto questo s’intuisce dunque la costituzione di un limes parallelo, all’interno del quale viene a insediarsi un rinnovato progetto letterario, che ha i germi di una diversa ‘possibilità’ storica e politica.




La Nazione - Enzo Cabella, 
9 dicembre 2012 


Contiene/ Table of content:
P. A. e la danzatrice
Narra un soldato
Il canto della morte
Archivista
Foglio di diario

Collection/ collana Ocra gialla

Cima Vezzena

Si veda anche:

Robert Musil,
La guerra parallela,
a cura di Fernando Orlandi
traduzione di Claudio Groff
con un saggio di Alessandro Fontanari e Massimo Libardi
Silvy edizioni,
2011
ISBN  978-88-97634-25-6
Euro 16,00


Un estratto:


“Dalla storia di un reggimento”
“Aus der Geschichte eines Regiments”, Tiroler Soldaten-Zeitung, n. 194-196, 26 luglio 1916, pp. 2-3; ripubblicato in Karl Corino, “Robert Musil. Aus der Geschichte eines Regiments”, Studi Germanici, nuova serie, a. 11, n. 1-2, 1973, pp. 109-111

«Dopo la conquista del Passo V. e della Cima T. subentrò una breve tregua, di cui si approfittò per inviare forze consistenti all’inseguimento del nemico in ritirata e per agganciarlo nuovamente. Qualche pattuglia s’imbatté ben presto in vedette nemiche appostate numerose sulle alture e fra piccole macchie, snidandole dopo brevi combattimenti. Alla sera, un battaglione avanzato del reggimento era già dentro e attorno a T.
Quella notte il buio si poteva tagliare col coltello; gli occhi di chi procedeva a tastoni fra le case urtavano contro l’oscurità che pareva fatta di legno. Fuori, là dove il terreno si elevava, brillavano piccole stelle giallo-scure che non emanavano luce, ma andava un po’ meglio; dalla vastità dello spazio fluiva un chiarore opaco, incerto, che diluiva la notte. Di quando in quando, negli avvallamenti e fra i solchi passavano lentamente o sostavano in ordine sparso arbusti neri: le pattuglie. Nel villaggio partivano o arrivavano foglietti annunciati dal trillo del telefono da campo, malinconico come il fischio notturno di navi che entrano in porto. Lì si componeva il mosaico di piccoli messaggi spesso contraddittori, e uscendo dalla notte, alla luce delle candele, il nemico si moltiplicava disponendosi lungo la grande strada a nord della montagna, appostato con le ali sulle alture fortificate e intento alla sistemazione febbrile delle proprie posizioni.
L’attacco venne fissato per il giorno seguente. Ma nella notte le pattuglie segnalarono formazione di nebbia. E poi pioggia. Il vento spazzò trincee e avvallamenti come fosse fatto di cenci bagnati; poi, seguite dalla pioggia, le folate s’insinuarono fra le case, e là, tra le case, il vento cadde.
Quando arrivò, il mattino si distese come un pazzo sottile e inzuppato; davanti ai cannocchiali da campo a quaranta ingrandimenti dell’artiglieria, puntati in direzione del nemico, lo sguardo incontrava, invece del mondo, una beffarda parete di vetro opaco, grande e impenetrabile. Qualsiasi tiro sarebbe sprecato; i cannoni se ne stanno lì goffi sotto la pioggia come ciclopi privati dell’occhio: l’attacco è sospeso».

27 luglio 2012

Nikolaj Leskov e Walter Benjamin


Il viaggiatore incantato
Nikolaj Leskov
traduzione: Tommaso Landolfi
introduzione: Walter Benjamin
Einaudi, 1967 (1978)



Si è detto, è una riflessione di Alberto Arbasino, che il romanzo, e dunque la letteratura occidentale moderna, finisce sul corpo morto dello starec Zosima nei Fratelli Karamazov. Altri hanno parlato di una notte di ottobre ad Arzamas dove il conte Tolstoj descrive la paura di morire come “l’orrore bianco” dentro una stanza quadrata.
Nel 1873, l’anno in cui esce Il viaggiatore incantato di Nikolaj Leskov, l’arte del narrare sembra godere ancora di ottima salute. Walter Benjamin, la cui voce non casualmente viene ad avviarci alla lettura di questa storia tradotta per Einaudi con piglio vivace e ironico da Tommaso Landolfi, scrive un’apologia dell’epica del racconto ispirandosi proprio al métier di Leskov. Questo russo dalla vita e dalla penna itineranti sa raccontare in modo da non immobilizzare la spontaneità dell’actio nella forma di romanzo né impegolarla nella sua tormentata anamnesi interamente orientata dall’individualismo psicologico. Piuttosto è perfettamente in grado di restituire la semplice leggerezza della fiaba, l’improvvisazione fantastica che innesca i suoi innumerevoli cambi di scena, le sue improbabili allusioni in grado di esercitare un richiamo irresistibile sull’immaginario degli ascoltatori; come non manca di osservare il protagonista, “dopo questo tutto da noi andò in fretta come in una favola.” Ciò suggerisce qualcosa anche riguardo al ritmo della narrazione. Sulla corrente del Ladoga, vicino a S. Pietroburgo, il narratore si manifesta ai passeggeri e inizia così una fluente cronaca di viaggio e di vita, incalzata dalla curiosità dei suoi uditori.
Questo asciutto resoconto articolato tra fantasticherie e stralci di un’ipotetica realtà corre veloce come le acque di un fiume, fatalmente il señal del passaggio degli anni che si gettano all’inseguimento del giovane Ivan Fljagin fino all’inesorabile farsi largo dell’ultima stazione del cammino, o per meglio dire rêverie. Il costante avanzare del nostro perfetto novellatore che si sente dominato da una forza a lui estranea, la quale assume diverse forme, dalle visioni del monaco ucciso quando era adolescente, al potere del magnetizzatore, all’amore di Gruška, scaturisce dalla profezia annunciata all’inizio della storia, secondo cui “dovrà molte volte perire e mai perirà”.
E ogni accadimento si assimila mutevole dei fiumi o nell’impeto forsennato dei cavalli, perché proprio in questi animali è riposta la più intima e particolare comunione sensibile e visionaria del narratore incantato. Le folle selvatiche reali o sognate che scuotono la trama, simili alle genti della Scizia descritte da Erodoto o, a detta dello stesso Leskov, a quelle che popolano le favole di Eruslan e Bova Korolevič, con un richiamo scoperto ai suoi probabili modelli fantastici, le personae mythicae che non appartengono a nessun tempo e luogo ma sono ovunque e si danno dappertutto come forze motrici del racconto, ci riportano agli antichi cicli narrativi, alla peregrinatio della parola che nel passaggio dall’uno all’altro episodio è essa stessa materia dinamica, corrente che attraversa veloce le diverse sponde dell’immaginazione, e nel suo costante cambiarsi tesse le innumerevoli possibilità di un viaggio letterario altrettanto infinito.
Le affascinanti serie combinatorie che giocano la tragicommedia di Ivan Sever’janyč Fljagin sul filo del grottesco, talora affidandosi ai toni dell’elegia, come nel caso delle considerazioni sulla “malinconia senza fondo” della steppa o l’invocazione alla bella e infelice Gruška sulla riva del fiume immerso nel tramonto, rivelano la loro essenza nei contrasti visionari e paradossali che ne alimentano il vorticoso alternarsi sulla scena.
Al suono di un «pti-com-pe» un guaritore esorcizza la notte di Kursk, e Ivan scivola attratto dal magnetismo e non può arrestarsi, va via trascinato dalle formule incantatorie che il suo tempus mirabile gli recita attorno, ritualmente abbandonandosi al flusso. Così il viaggio approda all’agnizione finale, che coincide con il compiersi della profezia, nella quale non è solo il risveglio cosciente di Fljagin ma anche l’emergere di un’intelligenza ossessionata e acuta che fa presagire la perdita del mondo.
La fine dello smarrimento comporta per il viaggiatore incantato la chiarezza. Vede il suo popolo vacillare e piange, Ivan-Fljagin-Ismail, l’uomo dall’identità viandante, che sulla pace appena conquistata sente insistere nuove visioni e farsi largo la minaccia della guerra. La leggerezza e la fluida grazia che sostengono la dizione epica di Leskov improvvisamente si trovano smorzate dal confronto con una labilità ineludibile. Proprio qui, nella chiusa, si affacciano le lunghe ombre del tramonto in cui Benjamin ha visto aggirarsi il narratore. Nello stesso istante in cui l’autore solleva il velo scoprendo che pure la realtà ha un volto ostile e incerto, il racconto entra in affanno.
Dieci anni dopo, dalla bianca stanza delle Memorie di un pazzo Tolstoj sembra voler recuperare a una concretezza visionaria le angosce del Signor Fljagin. Forse Leskov non sentiva già scricchiolare qualcosa nella Grande Russia?
Il vagare senza posa del suo protagonista trova la principale sponda in un amaro sconcerto profetico, in parte riflettendo i rovesci di sorte dei singoli o di intere nazioni che al lettore più tardo non possono non evocare la prima guerra mondiale, il cui spettro pare nutrire come falda sotterranea il nero disincanto col quale si chiude il secolo del progresso.
(di Claudia Ciardi/ giugno 2010)


Betrachtungen zum Werk Nikolai Lesskows
In: Walter Benjamin: Illuminationen. Ausgewählte Schriften 1. Frankfurt/M. 1977, S. 385-410

I. Der Erzähler - so vertraut uns der Name klingt - ist uns in seiner lebendigen Wirksamkeit keineswegs durchaus gegenwärtig. Er ist uns etwas bereits Entferntes und weiter noch sich Entfernendes. Einen Lesskow als Erzähler darstellen heißt nicht, ihn uns näher bringen, heißt vielmehr den Abstand zu ihm vergrößern. Aus einer gewissen Entfernung betrachtet gewinnen die großen einfachen Züge, die den Erzähler ausmachen, in ihm die Oberhand. Besser gesagt, sie treten an ihm in Erscheinung, wie in einem Felsen für den Beschauer, der den rechten Abstand hat und den richtigen Blickwinkel, ein Menschenhaupt oder ein Tierleib erscheinen mag. Diesen Abstand und diesen Blickwinkel schreibt uns eine Erfahrung vor, zu der wir fast täglich Gelegenheit haben. Sie sagt uns, daß es mit der Kunst des Erzählens zu Ende geht. Immer seltener wird die Begegnung mit Leuten, welche rechtschaffen etwas erzählen können. Immer häufiger verbreitet sich Verlegenheit in der Runde, wenn der Wunsch nach einer Geschichte laut wird. Es ist, als wenn ein Vermögen, das uns unveräußerlich schien, das Gesichertste unter dem Sicheren, von uns genommen würde. Nämlich das Vermögen, Erfahrungen auszutauschen. Eine Ursache dieser Erscheinung liegt auf der Hand: die Erfahrung ist im Kurse gefallen. Und es sieht aus, als fiele sie weiter ins Bodenlose. Jeder Blick in die Zeitung erweist, daß sie einen neuen Tiefstand erreicht hat, daß nicht nur das Bild der äußern, sondern auch das Bild der sittlichen Welt über Nacht Veränderungen erlitten hat, die man niemals für möglich hielt. Mit dem Weltkrieg begann ein Vorgang offenkundig zu werden, der seither nicht zum Stillstand gekommen ist. Hatte man nicht bei Kriegsende bemerkt, daß die Leute verstummt aus dem Felde kamen? Nicht reicher - ärmer an mitteilbarer Erfahrung. Was sich dann zehn Jahre später in der Flut der Kriegsbücher ergossen hatte, war alles andere als Erfahrung gewesen, die von Mund zu Mund geht. Und das war nicht merkwürdig. Denn nie sind Erfahrungen gründlicher Lügen gestraft worden als die strategischen durch den Stellungskrieg, die wirtschaftlichen durch die Inflation, die körperlichen durch die Materialschlacht, die sittlichen durch die Machthaber. Eine Generation, die noch mit der Pferdebahn zur Schule gefahren war, stand unter freiem Himmel in einer Landschaft, in der nichts unverändet geblieben war als die Wolken und unter ihnen, in einem Kraftfeld zerstörender Ströme und Explosionen, der winzige, gebrechliche Menschenkörper.

IV. [...] Die Kunst des Erzählens neigt ihrem Ende zu, weil die epische Seite der Wahrheit, die Weisheit, ausstirbt. Das aber ist ein Vorgang, der von weither kommt. Und nichts wäre törichter, als in ihm lediglich eine "Verfallserscheinung", geschweige denn eine "moderne", erblicken zu wollen. Vielmehr ist es nur eine Begleiterscheinung säkularer geschichtlicher Produktivkräfte, die die Erzählung ganz allmählich aus dem Bereich der lebendigen Rede entrückt hat und zugleich eine neue Schönheit in dem Entschwindenden fühlbar macht.

V. Das früheste Anzeichen eines Prozesses, an dessen Abschluß der Niedergang der Erzählung steht, ist das Aufkommen des Romans zu Beginn der Neuzeit. Was den Roman von der Erzählung (und vom Epischen im engeren Sinne) trennt, ist sein wesentliches Angewiesensein auf das Buch. Die Ausbreitung des Romans wird erst mit Erfindung der Buchdruckerkunst möglich. Das mündlich Tradierbare, das Gut der Epik, ist von anderer Beschaffenheit als das, was den Bestand des Romans ausmacht. Es hebt den Roman gegen alle übrigen Formen der Prosadichtung - Märchen, Sage, ja selbst Novelle - ab, daß er aus mündlicher Tradition weder kommt noch in sie eingeht. Vor allem aber gegen das Erzählen. Der Erzähler nimmt, was er erzählt, aus der Erfahrung; aus der eigenen oder berichteten. Und er macht es wiederum zur Erfahrung derer, die seiner Geschichte zuhören. Der Romanicer hat sich abgeschieden. Die Geburtskammer des Romans ist das Individuum in seiner Einsamkeit, das sich über seine wichtigsten Anliegen nicht mehr exemplarisch auszusprechen vermag, selbst unberaten ist und keinen Rat geben kann. Einen Roman schreiben heißt, in der Darstellung des menschlichen Lebens das Inkommensurable auf die Spitze treiben. Mitten in der Fülle des Lebens und durch die Darstellung dieser Fülle bekundet der Roman die tiefe Ratlosigkeit des Lebenden. Das erste große Buch der Gattung, der Don Quichote, lehrt sogleich, wie die Seelengröße, die Kühnheit, die Hilfsbereitschaft eines der Edelsten - eben des Don Quichote - von Rat gänzlich verlassen sind und nicht den kleinsten Funken Weisheit enthalten. [...]



                                        Portrait of Nikolaj Leskov

Links:

Some Russian works by Nikolaj Leskov

Walter Benjamin über Nikolai Semjonowitsch Leskow
Der Erzähler/ Il narratore

Walter Benjamin - Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit - Via del Vento edizioni

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