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26 gennaio 2020

Emily Dickinson - La mia lettera al mondo



Emily Dickinson (1830-1886) nacque e visse ad Amherst, un piccolo centro del Massachusetts. A fronte di un corpus estremamente vasto che comprende circa 1800 poesie, nell’arco della sua vita pubblicò solo una decina di testi, grazie alla complicità con Samuel Bowles, direttore dello «Springfield Daily Republican». Anima sensibile e solitaria, la famiglia e gli amici le alleviarono l’isolamento cui la sua indole irrimediabilmente la destinava. Scrivere lettere fu un’attività da lei sempre coltivata, un mezzo per comunicare col mondo: non a caso molti dei suoi versi viaggiarono e si fecero conoscere insieme alle missive che era solita spedire a conoscenti ed estimatori.

«Quando penso agli amici che amo e al poco tempo che abbiamo da stare qui, quando penso che poi ce ne andiamo, provo una sensazione di sete, un desiderio forte, unansia impaziente per paura che mi vengano rubati, per paura di non poterli più guardare. Vorrei averti qui, vorrei avervi tutti qui, dove posso vedervi, dove posso sentirvi».

Nella monotona atmosfera della provincia ottocentesca americana casa Dickinson fu un cuore pulsante, un centro capace di aggregare le intelligenze più acute del luogo.
In occasione dell’uscita del volume curato e tradotto da Andrea Sirotti per la collana “classici” di Interno Poesia, Rita Bompadre, poetessa, insegnante e divulgatrice presso il Centro lettura Arturo Piatti, ci offre questa nota critica e il suo omaggio a Emily Dickinson. 

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La mia lettera al mondo di Emily Dickinson è una silenziosa ed autentica testimonianza intimista, un’opera che infiamma elemosine d’amore, travolge la pena come un dolore prolungato, accompagna lusinghe arrendevoli nell’indifferenza di ogni inclinazione umana. In memoria di un epilogo dell’assenza che accresce la perennità del destino poetico. Nella poesia di Emily Dickinson l’eco del tempo, rallentato e carico di densità emotiva, attrae nell’incantesimo della crudele tenerezza del cuore, nella linea d’ombra che confonde sogno e realtà. I versi della poetessa seguono la lacerante fatalità di un respiro oltre le speranze del desiderio, tracciano il segno di un passaggio inseguendo la ricerca di un giorno in cui si sarà amati. Il suo congedo spirituale è una vertigine dell’anima, un soliloquio per oltrepassare il mondo e passargli «di fianco, obliquo come la pioggia». L’autrice vive di una struggente ossessione di sensibilità, avvolta nei pensieri poetici in cui cresce la sua infinita tristezza trafitta sulla carta. L’atmosfera dolorosa ed impietosa di ogni incomprensione estende una solitudine estrema, sacrificata e sprigiona il legame con la franchezza dell’esigenza letteraria e le sentenze degli abbandoni. I versi rimarginano consapevolezze amare e profonde e procedono a ritroso nella incoerente purezza della vita. Il dono di Emily Dickinson è una rarità di corrispondenze lungo il percorso dell’immobilità delle epigrafi alle sue parole, nell’intensità del suo sguardo vedovo sulla bellezza. Il disincanto difende il nascondiglio privato della saggezza e sceglie la poesia. Contro la strategia di ogni malinconica distanza l’autrice riabilita la sua arte, rinnovando ad ogni equilibrismo esistenziale la facoltà infinita di uscire dal dolore e rinascere nella consistenza della coerenza affettiva e della propria ereditaria efficacia.


(Di Rita Bompadre)


Edizione recensita:

Emily Dickinson, La mia lettera al mondo, a cura di Andrea Sirotti, Interno Poesia – collana Interno Classici, 2019


Non c’è vascello che meglio di un libro
possa portarci in terre lontane
né migliori corsieri di una pagina
d’impennante poesia –
Questo viaggio può farlo il più povero
senza tema di pedaggio –
Tanto è frugale il cocchio
che porta l’anima umana.




Ritratto di Emily Dickinson

30 agosto 2019

La metafisica delle nuvole di Ian Fisher


Classe 1983, canadese originario della Nuova Scozia, Ian Fisher è un rabdomante di nuvole. La serie “Atmosfere” raccoglie poderose formazioni di cumuli nembi sospese tra tempesta e quiete, solcate da tagli di luce che dilatano sorprendentemente lo spazio delle sue tele. Nubi che sembrano mimare battaglie di titani, epiche transumanze di stagioni e colori, uno smisurato caleidoscopio del sublime in natura. Cieli frammisti che suggeriscono profondità in cui viene voglia di perdersi, a guardarli s’intuisce qualcosa di contiguo all’infinito, maieutica per l’immaginazione.

Ian li definisce “cloudscapes”, paesaggi di nuvole. E in un gesto la sua mano ci trasporta verso una burrascosa bellezza, tentazione dei giochi d’infanzia tutti consacrati a queste isole d’aria. Ragionando sul figurativo e l’astratto dice: «Ho sempre amato l’astrazione, ma sono più figurativo come artista. Quel che offre d’interessante il cielo è che mi permette di creare qualcosa di rappresentativo, ma dato che è in continua evoluzione, ho la libertà di dipingerlo esattamente come voglio che sia, rendendolo più astratto». Da qui le sue atmosfere sempre sul punto di squarciarsi nel tentativo di afferrare altre dimensioni, nubi come rupi, montagne, geometrie mutevoli, come quando si osserva un’eclisse in uno specchio d’acqua. Traslazioni, correnti e suggestioni taoiste nei fuochi e nei contrasti delle campiture, fluidità dell’attimo che non vuole incidere se stesso ma sussurrare il vibrato di un passaggio sentimentale.     
Presente sulla scena artistica di Denver, dove lavora in pianta stabile, sta portando la sua creatività all’interno di diverse mostre collettive da Salt Lake City a Shanghai. Un ampio progetto itinerante, in sintonia col vagare delle nuvole, con cui spera di avvicinare al suo mondo ampi strati di pubblico. Le sue opere sono inoltre oggetto di esposizione alla Robischon Gallery e al Boulder Museum of Contemporary Art.

(Di Claudia Ciardi)


 * Atmosphere n. 46: incipit del post 

 * Sono tutti oli su tela 




Atmosphere n. 41



Atmosphere n. 43



Atmosphere n. 44



Atmosphere n. 63



Atmosphere n. 77


 

Dal greco νεφελοβάτης - chi cammina tra le nuvole; (in arte o in letteratura), un trasgressore, uno che rompe gli schemi.






19 maggio 2019

Palladio - «Una lunga fatica e gran diligenza ed amore»






Arriva nelle sale italiane, per tre giorni, il documentario su Andrea Palladio (Padova 1508 – Vicenza 1580), nome di punta dell’architettura cinquecentesca europea. Diretto dal regista milanese Giacomo Gatti, storico collaboratore di Ermanno Olmi, di cui dal 2006 ha seguito le preparazioni cinematografiche, questo film racconta, attraverso l’esperienza di un professore italiano a Bruxelles, Gregorio Maestri, l’opera del noto architetto padovano. Un dialogo-dibattito coi suoi studenti del primo anno, e un viaggio che dal Veneto porta agli Stati Uniti sulle tracce di un figura di cui si approfondisce la longeva eredità nell’immaginario contemporaneo. Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, figlio di un mugnaio, inizia come scalpellino, si forma lavorando in cantiere, e in breve tempo progetta alcuni dei più significativi edifici che hanno letteralmente disegnato il volto di città come Padova e Vicenza, e le loro campagne. Costruttore, scenografo, teorico – nel 1570 dà alle stampe i Quattro Libri dell’architettura, summa delle realizzazioni di una carriera quarantennale – è stato uno degli ingegni più versatili e richiesti dei suoi tempi. L’opera meritoria prodotta da Magnitudo film approfondisce una delle personalità cui più si sono ispirate le successive generazioni di architetti, tanto che Palladio può considerarsi l’iniziatore di una corrente che per tre secoli ha continuato a dar forma ai luoghi, dall’Italia all’estero. Ma questa proiezione si pone anche come mezzo per ragionare sul ruolo odierno dell’architettura, in una fase di crisi sentimentale delle umane capacità radicate nell’immaginazione, nella conoscenza e nella loro traduzione poetica. Laddove ci si affretta, si rende invece necessario soffermarsi, tornare a leggere il significato storico di quel che abbiamo intorno, sapervi attingere per trasporlo nell’oggi. Si tratta infine di cogliere la dialettica imprescindibile fra creatività e politica, che ha reso possibili le grandi imprese del rinascimento italiano e che ci esortano a riscoprire la forza della loro portata.

(Di Claudia Ciardi)

Regia di Giacomo Gatti. Un film con Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Antonio Foscari, Lionello Puppi, Gregorio Carboni Maestri.
Genere Documentario - Italia, 2019, durata 97 minuti.
Distribuito da Magnitudo con Chili.

In proiezione il 20, 21 e 22 maggio 2019.



«Di me stesso non posso prometter altro che una lunga fatica e gran diligenza, ed amore, che io ho posto per intendere e praticare quanto prometto», Andrea Palladio, Memorie.


16 febbraio 2014

Weimar – La tentazione delle similitudini storiche



La si è sentita evocare, di tanto in tanto, durante l'ultimo quinquennio di crisi economica che, attraverso il grande crash innescato dai mutui subprime negli Stati Uniti, ha investito i paesi dell’unione europea. Citazione colta, non c’è dubbio. La Repubblica di Weimar infatti è cosa misconosciuta ai più – basta pensare ai nostri programmi scolastici, che non di rado si interrompono assai prima o, se anche capita di esplorare insieme agli studenti qualche aspetto del ventennio tra le due guerre, finisce per essere liquidato piuttosto frettolosamente. Il periodo weimariano è tuttavia argomento infido e sterminato pure per gli addetti ai lavori e avvicinare la molteplicità di questioni che tale decennio, poco più, porta con sé, implica destreggiarsi in mezzo a robuste letture che spaziano dalla saggistica storica alla letteratura, dall’approfondimento sociologico alle scienze politiche. 
Di coloro che hanno fatto ricorso alla similitudine tra l’attuale situazione attraversata dall’Europa e la crisi vissuta negli anni di Weimar, Antonis Samaras, premier greco, è certamente colui che più ha lasciato il segno. Erano i primi di ottobre del 2012, la Grecia, in attesa della seconda tranche di aiuti internazionali che tardava a essere erogata, tornava a occupare le prime pagine di tutti i giornali. Vedendo avvicinarsi nuovamente l’incubo della bancarotta, Samaras si lasciò andare all’esternazione secondo cui di lì a poco in Grecia sarebbe scoppiato il caos, come accadde nella Germania del primo dopoguerra. Difficile dire quanti abbiano capito il riferimento. Ma i suoi interlocutori, all’indirizzo dei quali lo sfogo era principalmente rivolto, cioè il governo della Cancelliera, certamente sì. Va comunque detto che il parallelo tra l’attualità e la febbre inflazionistica che fece vacillare, fino al loro cedimento, i deboli equilibri su cui si reggeva la repubblica tedesca, ha assai più del romanzesco rispetto a una reale pertinenza storica.
Il tedesco colto con incarichi dirigenziali viene educato nel sacro timore dell’iperinflazione che fece la sua comparsa in Germania come fenomeno devastante e fuori controllo nel 1923, non a caso soprannominato l’“anno inumano”. Questa traumatica eredità storica e culturale, frutto del concatenarsi di diversi fattori, tra i quali non è di poco conto la dissennata gestione del “caso Germania” da parte dei paesi vincitori della Grande Guerra, non va sottovalutata nell’attuale linea di austerità sostenuta oltralpe come unica ricetta per l’uscita dalla crisi. Samaras agitava lo spettro di Weimar forse anche per suggestionare i ministri tedeschi a prendere una decisione energica e chiara sulla Grecia, ottenendo però poca comprensione e molte reazioni dettate da aperta insofferenza. Ricordare a chi si ha davanti un momento complesso della propria storia che ha fatto da viatico a un periodo ancor più duro, non è il modo migliore per predisporlo a considerare il proprio disagio. Per i tedeschi il capitolo weimariano è sinonimo di catastrofe sociale e confusione politica, due elementi che non sono mai stati rimossi dall’inconscio collettivo. La Grecia alla ricerca di empatia fra i partner europei, si è fatta tentare dalle similitudini storiche ed è rimasta isolata, rassegnata alla lettura passiva dei dispacci di Bruxelles e all’esecuzione dei “compiti a casa” – i rigidi memoranda che hanno raggiunto i tavoli degli amministratori greci come ingiunzioni di sfratto. 
Ma allora, se nella storia il terreno dei parallelismi non fruttifica, perché è affascinante proprio in questo momento approfondire la vicenda di Weimar? Innanzitutto vi è il fattore economico. Se si vuole scoprire come una crisi può essere gestita nel modo peggiore, gli anni della repubblica sono un manuale impietoso. Subito dopo c’è il dato politico. E, secondo me, se s’intende addentraci un pochino nella similitudine, pur con tutti i distinguo del caso, è forse più riconoscibile una fratellanza spirituale tra la progressiva perdita di terreno dei partiti in campo nella Germania degli anni Venti e quel che sta accadendo ora, ad esempio, in casa nostra (in Italia in maniera più vistosa, ma anche nel resto d’Europa si registra un pauroso appiattimento e arretramento del dibattito pubblico). 
Il Partito nazionalsocialista si affacciò alla scena politica nel 1920 (la Repubblica era nata l’anno prima). Da allora una torma di provocatori, scalmanati, agitatori, picchiatori non mancò di aggirarsi per le strade della Germania, profittando di qualsiasi occasione di sbandamento del paese per farsi largo e spianarsi la strada verso il potere. Queste masnade e i loro masnadieri esistono sempre e ovunque. Aspettano di soffiare sul fuoco per i propri interessi. E i più pericolosi fanno capo a quel genere di burattinai che stanno nell’ombra fino all’ultimo minuto, finché non sono sicuri che il carro passi dalle loro parti in sicurezza e trionfo. Quale regia, ad esempio, si celava dietro i cosiddetti “forconi”, cui si è cercato di ridare forza alla fine del 2013?
La storia di Weimar, se ha da insegnarci qualcosa, è rivelatrice proprio in questo: ci mostra come gli attivisti della propaganda a buon mercato si fanno sotto agitando il bene comune in una mano, comodissimo passepartout quando in una collettività serpeggiano fame, disoccupazione, stanchezza, e nell’altra la rivoltella. Il loro pretesto? Necessità dell’ordine, necessità dell’ordine, necessità dell’ordine. Non vedono l’ora di dirlo.

(Di Claudia Ciardi)




Gunther Mai, La Repubblica di Weimar [Die Weimarer Republik]
ed. it. Il Mulino, 2011

From Introduction:

«Quando verso la metà del gennaio del 1933 la crisi della repubblica di Weimar toccò il culmine, il governo del Reich era impegnato a discutere di pomodori, formaggi e cavoli. Si trattava di decidere se i contratti commerciali con l’Olanda e la Svezia dovessero essere rinnovati o lasciati scadere. Se si fosse deciso di non rinnovarli, bisognava mettere in conto possibili ritorsioni ai danni dell’esportazione dei prodotti industriali tedeschi. La possibilità di evitare la nomina di Hitler a cancelliere sembrava a prima vista un problema secondario. Eppure era una questione cruciale, la cui importanza per le sorti della repubblica non era certo inferiore ai contrasti che tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930 erano sorti in merito all’aumento di un quarto di punto dei contributi per l’assicurazione di disoccupazione. Anche questo conflitto apparentemente irrilevante aveva prodotto una svolta decisiva: la sua mancata soluzione provocò infatti la fine della Grande coalizione guidata dalla SPD, portò a un radicale cambiamento del quadro politico-parlamentare, con l’ascesa della NSDAP, [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori – la formazione di Hitler] e segnò l’inizio del passaggio a un regime presidenziale autoritario. Nel 1930 la lotta per il potere si concluse a favore dell’industria e contro la SPD e i sindacati. Nel 1933, sullo sfondo del dibattito sui cavoli e sul formaggio, si consumava uno scontro di potere tra industria e agricoltura. In quei giorni di gennaio le associazioni di tutti i grandi gruppi sociali fecero visita al cancelliere e al presidente del Reich. Per una volta stranamente d’accordo, sindacati e industriali sostenevano all’unisono che il rincaro dei generi alimentari non avrebbero solo aggravato le già difficili condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto quelle dei sei milioni di disoccupati, ma avrebbe ulteriormente ridotto la domanda di prodotti agricoli e industriali.
[…]
Gli agrari ebbero la meglio e provocarono la caduta del governo Schleicher. Mossi dal timore che il governo Hitler-Papen che ormai si andava delineando, potesse optare per una politica autarchica vicina agli interessi del mondo agricolo, all’inizio di febbraio gli industriali non solo cercarono di convincere Hitler che bisognava favorire l’«ulteriore espansione dell’export per creare nuova occupazione», ma gli fecero anche minacciosamente presente che il governo avrebbe potuto incontrare difficoltà se avesse optato per una «politica troppo sbilanciata in favore dell’agricoltura». Nel corso delle trattative che intavolò alla fine di gennaio, anche il gruppo parlamentare del partito di centro cattolico (Zentrum) chiese a Hitler se era favorevole a rafforzare il mercato interno, come Walther Darré, il suo esperto di questioni agricole, aveva sollecitato in una lettera aperta al cancelliere del Reich, o se egli riconosceva piuttosto la necessità di incentivare le esportazioni sul mercato mondiale, come si poteva evincere da alcune sue dichiarazioni. Hitler si guardò bene dal fornire i chiarimenti richiesti.
Dietro questi conflitti c’era una rilevante questione: il Reich era uno stato agricolo o industriale? Questo dibattito era sorto all’inizio del XX secolo e il Reich imperiale aveva risolto d’autorità il conflitto optando per la parità, decidendo quindi in pratica a favore dell’agricoltura, che però stava sempre più perdendo importanza nell’ambito dell’economia nazionale. La monarchia dipendeva da un forte ceto nobiliare, che aveva le sue radici economiche e culturali nelle campagne e nell’agricoltura, in particolare in Prussia.  Con la Adelskammer (Camera dei nobili) le costituzioni del XIX secolo avevano riservato al ceto nobiliare una posizione privilegiata. Quando nel 1918 questo privilegio venne meno, la bilancia tra l’industria e l’agricoltura cominciò a pendere dalla parte della prima per effetto dei nuovi rapporti di forza che si andavano delineando nella società. Ma il vecchio mondo era ancora abbastanza forte, come dimostravano la persistenza sulla scena delle vecchie élite, il perdurare di una certa mentalità collettiva, le abitudini di vita, nonché la lunga durata dei modelli culturali e delle interpretazioni ideologiche del mondo. È vero che nel 1918 l’aristocrazia fu quasi ovunque privata dei privilegi legali e delle istituzioni di rappresentanza, ma non ancora (o comunque poco) delle basi economiche, dell’influenza politica e dell’egemonia culturale nelle campagne. Nondimeno, la grande proprietà terriera, regno pressoché incontrastato dell’aristocrazia, perdette gradualmente l’appoggio dei contadini, che cominciarono a dar vita a propri partiti, leghe e associazioni. Ancor più profondamente polarizzate erano le relazioni nell’ambito industriale, dal momento che sindacati e imprenditori erano divisi su tutto e lottavano secondo il più classico schema della lotta di classe. Il risultato era un equilibrio assai precario e soggetto a continue rotture tra i vari gruppi e classi sociali. E dal momento che anche i loro referenti politico-parlamentari si paralizzavano a vicenda lottando per l’egemonia politica e culturale, alla fine sembrò che da questa situazione di stallo si potesse uscire solo con un sistematico ricorso alla violenza: dal basso con la rivoluzione, dall’alto con la dittatura. In nessun periodo della recente storia europea si dà il caso di un così massiccio ricorso alla violenza sul piano della politica interna: dagli scioperi politici allo sciopero generale, dai vari tentativi golpisti e rivoluzionari fino a un’accanita guerra civile.
[…]
La repubblica di Weimar dovette fare i conti con la fase probabilmente più difficile del passaggio da una società ancora largamente agricola a una capitalistico-industriale. Nel periodo tra le due guerre, d’altro canto, analoghi sviluppi caratterizzarono tutta l’Europa, come pure – fatte le debite differenze – l’America settentrionale e meridionale, e perfino alcune aree dell’Asia. Questo passaggio epocale si compì sullo sfondo di un rapido susseguirsi di crisi congiunturali e strutturali: dalla «grande depressione» del periodo 1873-1895 fino alla crisi economica mondiale del 1929-’36 passando per l’economia di guerra, l’inflazione e la deflazione degli anni tra il 1914 e il 1923. La guerra mondiale e le rivoluzioni che scoppiarono un po’ dovunque nell’immediato dopoguerra non furono all’origine di tali trasformazioni (anche se presso i contemporanei prevalse questa riduttiva interpretazione), ma impressero loro una drammatica accelerazione: tuttavia la prima guerra mondiale fu la vera rivoluzione, mentre il periodo tra le due guerre fu caratterizzato dalla ricerca di nuovi modelli politico-sociali. In quegli anni si delinearono in Europa almeno cinque di questi modelli o percorsi di sviluppo: 1. quello europeo-occidentale della ricerca di un consenso parlamentare difficile ma alla lunga produttivo; 2. quello scandinavo basato sull’equilibrio parlamentare tra socialdemocrazia e contadini; 3. quello tedesco e italiano basato sull’eliminazione del dissenso con la violenza totalitaria; 4. quello delle dittature dell’Europa orientale e meridionale impegnate nello sviluppo “forzato” dei loro paesi con metodi autoritari; 5. quello russo dell’esperimento comunista-bolscevico. Come la democrazia parlamentare in molti stati europei, anche la dittatura era un esperimento storicamente inedito, una soluzione che a molti sembrò adatta ai tempi e alle circostanze.
[…]
In Germania molti si convinsero che si poteva sacrificare la repubblica di Weimar sull’altare di una dittatura presidenziale, che per di più poteva ancora richiamarsi alla “costituzione di riserva” insita nella costituzione weimariana. Il continuo alternarsi di governi presidenziali a partire dal 1930 evidenzia il processo di ricerca e di sperimentazione della forma più adatta di regime autoritario.
[…]
In ordine di tempo, la dittatura fu la decima a essere instaurata in Europa. Nel 1939 solo 11 dei ventotto stati europei erano ancora democrazie parlamentari, mentre in tutto il mondo lo erano solo 17 su 65 stati sovrani: dati che mostrano con chiarezza quanto fosse instabile il sistema politico affermatosi dopo la prima guerra mondiale. Il parlamentarismo non sopravvisse a lungo in nessuno dei paesi sconfitti. Le rivoluzionarie trasformazioni seguite alla sconfitta militare non vennero accettate da vasti strati della popolazione, e le dure clausole dei trattati di pace contribuirono ad aggravare la crisi: basti pensare alla perdita di status e di prestigio, alle conseguenze economiche, alle mutilazioni territoriali e alle aspirazioni secessioniste delle minoranze etniche.
[…]
In questo contesto europeo la repubblica di Weimar non può essere giudicata partendo dalla sua fine, vale a dire come mero antefatto del Terzo Reich o come intermezzo tra un autoritario Kaiserreich e una dittatura totalitaria. Allo stesso modo sarebbe ingiustificato giudicarla come una repubblica “debole” per via delle “possibilità non sfruttate” nella sua fase costitutiva e dunque come una repubblica il cui fallimento si dovette più ai limiti intrinseci che al potenziale distruttivo dei molti nemici. Ci sono stati, e ci sono, molti tentativi di spiegazione monocausali… […] La repubblica, insomma, non era votata al fallimento. Ma se si guarda all’Europa di quegli anni, il suo collasso rientrava nell’ordine delle cose possibili o in qualche modo prevedibili, anche se lo stesso non si può dire del successo del Terzo Reich».






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4,2 Billionen Mark – das ist unser Inflationstrauma, «Die Welt», 13.11.13
Im November 1923 war ein Dollar 4,2 Billionen Reichsmark wert. Die Menschen hungerten, Millionen wurden ruiniert. Die Einführung der Rentenmark brachte Besserung. Und der Staat sparte radikal.

Prostituierte in der Weimarer Republik - blog.stuttgarter-zeitung.de

Tauentzielgirl team

In questo blog:


Inflation:
L’analisi economica del periodo weimariano in Germania è un tema stimolante perché ci narra una delle crisi più spaventose vissute nel continente europeo, esplosa non a caso dopo la prima guerra mondiale. Quella che viviamo oggi è una situazione diversa, soprattutto per le cause che l’hanno determinata e per il fatto che il contagio coinvolge quasi tutte le economie del mondo, in un andamento sussultorio di scarse riprese, più annunciate che reali, e immediate ricadute. [...] La micidiale svalutazione del marco tedesco tra il 1921-’23 ricostruita nelle pagine di Fergusson diviene allora una materia in grado di attirare il lettore di oggi, soprattutto in quanto gli viene offerta la possibilità di approfondire dinamiche e ricadute sociali di un fenomeno che sta di nuovo erodendo le certezze di molti paesi, giocando pericolosamente con le aspettative di milioni di persone.

«La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933».

Weimar fu una stagione di grande vitalismo politico e culturale ma anche di tensioni e difficoltà di ordine sociale ed economico che finirono per produrre molte delle fratture esiziali alla sua sopravvivenza.
Questa coraggiosa fabbrica dell’alternativa sociale, nata dal dramma della guerra, ebbe un cammino affatto agevole e fece non poca fatica a sfuggire ai bassi tiri del conservatorismo e ai maneggi di certi professionisti della politica e delle arti, il cui unico obiettivo era servire il proprio interesse, flirtando il minimo indispensabile con la repubblica per tirare avanti e aver garantita la propria esistenza all’interno della collettività.

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