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19 maggio 2019

Palladio - «Una lunga fatica e gran diligenza ed amore»






Arriva nelle sale italiane, per tre giorni, il documentario su Andrea Palladio (Padova 1508 – Vicenza 1580), nome di punta dell’architettura cinquecentesca europea. Diretto dal regista milanese Giacomo Gatti, storico collaboratore di Ermanno Olmi, di cui dal 2006 ha seguito le preparazioni cinematografiche, questo film racconta, attraverso l’esperienza di un professore italiano a Bruxelles, Gregorio Maestri, l’opera del noto architetto padovano. Un dialogo-dibattito coi suoi studenti del primo anno, e un viaggio che dal Veneto porta agli Stati Uniti sulle tracce di un figura di cui si approfondisce la longeva eredità nell’immaginario contemporaneo. Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, figlio di un mugnaio, inizia come scalpellino, si forma lavorando in cantiere, e in breve tempo progetta alcuni dei più significativi edifici che hanno letteralmente disegnato il volto di città come Padova e Vicenza, e le loro campagne. Costruttore, scenografo, teorico – nel 1570 dà alle stampe i Quattro Libri dell’architettura, summa delle realizzazioni di una carriera quarantennale – è stato uno degli ingegni più versatili e richiesti dei suoi tempi. L’opera meritoria prodotta da Magnitudo film approfondisce una delle personalità cui più si sono ispirate le successive generazioni di architetti, tanto che Palladio può considerarsi l’iniziatore di una corrente che per tre secoli ha continuato a dar forma ai luoghi, dall’Italia all’estero. Ma questa proiezione si pone anche come mezzo per ragionare sul ruolo odierno dell’architettura, in una fase di crisi sentimentale delle umane capacità radicate nell’immaginazione, nella conoscenza e nella loro traduzione poetica. Laddove ci si affretta, si rende invece necessario soffermarsi, tornare a leggere il significato storico di quel che abbiamo intorno, sapervi attingere per trasporlo nell’oggi. Si tratta infine di cogliere la dialettica imprescindibile fra creatività e politica, che ha reso possibili le grandi imprese del rinascimento italiano e che ci esortano a riscoprire la forza della loro portata.

(Di Claudia Ciardi)

Regia di Giacomo Gatti. Un film con Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Antonio Foscari, Lionello Puppi, Gregorio Carboni Maestri.
Genere Documentario - Italia, 2019, durata 97 minuti.
Distribuito da Magnitudo con Chili.

In proiezione il 20, 21 e 22 maggio 2019.



«Di me stesso non posso prometter altro che una lunga fatica e gran diligenza, ed amore, che io ho posto per intendere e praticare quanto prometto», Andrea Palladio, Memorie.


8 settembre 2016

Un improvvido raggiro



Book of Hours. Detail. Netherlands 14th cent. Ms Codex 738. Penn Lib.


La rapidità con cui in Italia vengono istruiti processi alle streghe lascia di stucco. E la giovane sindaca di Roma in polemica con le eminenze capitoline difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Quella che si è abbattuta sul Campidoglio nelle ultime ore somiglia sempre più a una bufera in un bicchier d’acqua. Purtroppo la mezza brutta figura resta, anche a causa di una linea non sufficientemente discussa all’interno del Movimento. Io credo che questa donna non manchi affatto di carattere, solo che risulta compressa da molti fattori interni al proprio schieramento di appartenenza ed esterni, perché le questioni cui bisogna far fronte peggiorano ogni giorno e chi vi si addentra va senza equipaggiamento né protezioni in un campo minato. E una tale vicenda a me sembra non solo ben rappresentare le difficoltà che hanno le italiane più giovani, oggi, a imporsi e contribuire a un progetto con le proprie idee – non ne è garanzia a quanto pare neppure una carica politica di alto livello – ma riflette ancor più lo stallo generazionale del paese, cioè della cittadinanza più giovane, tutta, che percepisce su di sé le conseguenze di un simile immobilismo e non trova risposte alle sue necessità.   
Detto ciò, stonano non poco certi paginoni d’apertura televisivi e non che vanno avanti a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni. Mi infastidisce ancor più l’impronta riduttiva con cui i fatti vengono analizzati, una tendenza che non riguarda solo le baruffe di partito. Su un versante c’è il sensazionalismo antropofago che si autoalimenta e sull’altro, dicasi profondità di analisi, il nulla o giù di lì. Ma puntualmente ognuno confessa di voler fare chiarezza, cosa impossibile a caldo, nel rincorrersi delle voci da un corridoio all’altro. Bisogna darsi un minimo di tempo; diamo tempo a chi è investito dal presunto scandalo di capire e rimediare, se come pare, si tratta di cose rimediabili.
Cinque milioni di persone che ogni mattina si alzano, avviandosi alle loro attività: benvenuti nella metropoli. Sradicare il malaffare, si capisce, richiederà molte energie; risolvere disservizi e corruttele di un ambiente così complesso non sarà certo il risultato di una giunta.
Per questo non rido delle difficoltà in casa d’altri. Se in un luogo tentacolare e ingestibile, a detta degli stessi romani, dove i problemi sono diventati disastri “il periodo in prova” di un’amministrazione fuori dagli schemi si traduce in un’ennesima battuta d’arresto, mi preoccupo non poco. Non solo per le sorti di Roma ma anche per il resto del paese. Chi si illude di intercettare l’eventuale diaspora di voti cinque stelle – tutta da vedere – in una specie di reflusso ex contrario, appunto si illude. Semmai resterà solo una scappatoia a esprimere la disaffezione per la politica di ogni colore, già peraltro ampiamente sperimentata nelle più recenti tornate elettorali, l’astensionismo.
Non rido del luogo comune scodellato da mesi, “se questi sono incapaci a livello locale, figuriamoci in cabina di regia” – per non parlare di una fastidiosissima contrapposizione tra locale e nazionale imperante nelle letture politiche degli ultimi mesi. Una sconfitta locale non avrebbe a che vedere con le dinamiche nazionali. Che strano, evidentemente i cittadini-elettori in quell’attimo si imbattono nel ponte Einstein-Rosenberg e compiono un salto di dimensione, votano e al contempo vanno altrove. La stessa signora Merkel sembra caduta in trappola, qualche giorno fa. Salto dimensionale anche per lei. Il Meclemburgo all’estrema destra? Roba locale. Eh sì, ma a forza di localismi si fa un bel brodo nazionalista.
Insomma mi preoccuperei più dell’estremismo che soffia da tutte le parti, portato in gloria inevitabilmente dalla stagnazione economica, cercherei di dare spazio ai problemi che zavorrano le banche, proverei ad analizzare meglio i dati sulla crescita zero in Italia e quelli assai deludenti relativi al manifatturiero tedesco – ancora locomotiva d’Europa? E in caso vogliamo vedere che tipo di carburate c’è in questa locomotiva? – tutto farei, anziché elucubrare sugli addentellati di un assessore con un noto studio legale. O sulle presunte ombre della destra romana intorno alla giunta Raggi.
Vorrei ricordare che Tsipras in Grecia ha scelto di governare insieme ai greci indipendenti di Kammenos, politico anti euro con inclinazioni fasciste. Lecita indignazione degli eredi della resistenza greca, ripeto lecita e comprensibilissima. Dopodiché esiste l’opportunità politica e la buonafede di Tsipras, secondo me mai scalfita, neppure dalla notte degli accordi con il Gotha Ue né dall’inizio del percorso di riforme “come Bruxelles vuole”. L’alleanza con To Potami, suggerita in maniera poco elegante, per usare un eufemismo, da Schulz avrebbe creato continui strappi interni alla coalizione, mentre il leader di Syriza necessitava di creare un fronte allineato su posizioni anti austerity, augurandosi un po’ più di solidarietà tra i popoli europei, di fatto mai venuta. Aggiungo anche che trovo ben grave usare i nomi della resistenza e i nomi di grandi statisti del passato per far passare delle strategie di partito contrarie all’interesse e al bene collettivo. In quest’ottica mi scandalizza molto meno l’alleanza con personalità ritenute ideologicamente scomode ma che mostrano convinzione e coerenza sul piano delle istanze di cui si fanno promotrici. E magari, nei confronti della Grecia, vediamo di essere un pochino meno smemorati, parliamo delle conseguenze sociali di un cammino tortuoso, e di fatto inconcludente, imposto dall’esterno per rimettere i conti in ordine, invece di ripescarla dal cilindro solo quando si tratta di spread e rampogne sul debito.
Ritengo che quando uno schieramento incontra degli ostacoli e avvia una discussione interna ciò non sia sintomo di debolezza e corruzione ma, al contrario, di rifiuto di quelle logiche messe in circolo da una galassia del potere abituato a forzature, a oliare il meccanismo per vie traverse, al “lo sappiamo noi cosa sia meglio per voi”. Da qui si arriva alla crescente insofferenza mostrata da non pochi onorevoli della repubblica per lesercizio della democrazia diretta, principalmente del diritto di voto. Non mi spiego in maniera diversa tanta euforia; pare che l’idea dell’astensionismo che cresce sia il premio di consolazione cui si aggrappa certa vecchia politica. Troppi ormai sono gli anni trascorsi fra governi d’emergenza, governi di scopo, governi tecnici. Postulando che tutto fosse andato per il meglio sempre si sarebbe dovuto tener conto di un’opinione pubblica quantomeno irritata da questo modo di procedere. Preferisco avere a che fare con soggetti che mostrano qualche incertezza e vanno incontro a degli intoppi, prima di quanti si muovono nei palazzi con una disinvoltura che talora scopre ben altre sponde. Insomma, stando alle circostanze, come raggiro questo dei Cinque stelle sembrerebbe piuttosto improvvido.       
Si capisce infine che coloro che hanno posizioni consolidate nel paese, per la maggior parte le generazioni più avanti negli anni e solo una parte infinitesima di giovani spinti a vario titolo su effimere corsie preferenziali, non voglia mettere in discussione quasi nulla. In virtù del posto che occupano o hanno occupato non possono che essere conservatori. Anche in tanta intellighenzia, che pure rispetto, sento insinuarsi troppo spesso un pensiero secondo me altrettanto pericoloso. Meglio andar così, meglio il meno peggio perché il resto non si sa. Il che mi pare un modo piuttosto insoddisfacente di affrontare le cose, un ragionare a braccetto con una riserva mentale oscillante tra beata indifferenza che si crede illuminata e bieco egoismo. Mentre quel che le persone si aspettano ora è vedersi coinvolte e avere la percezione che si fanno passi concreti verso di loro.     

(Di Claudia Ciardi)


Manuscript miniature (France), XIII Century 

23 giugno 2015

Intervista a Rassegna est


Parlare della situazione in Ucraina non è semplice e neppure scontato. I media occidentali se ne occupano ormai a singhiozzo. Dopo gli accordi di Minsk è sceso un silenzio piuttosto surreale. Poi riflettori nuovamente accesi ai primi di maggio di quest’anno in seguito ai violenti scontri a Marynka (Ucraina orientale) che hanno fatto parlare gli analisti dell’inizio di un’ “offensiva d’estate” in Ucraina. E quando il clima sembra surriscaldarsi, la macchina della diplomazia europea e americana torna puntuale a spolverare lo strumento delle sanzioni. Putin ha recentemente risposto con una blacklist di ottantanove indesiderati, cioè persone cui per diverse ragioni potrebbe essere negato il visto di ingresso in Russia. A Elmau, sulle Alpi bavaresi in Germania, lo scorso 7/8 giugno (assente la Russia esclusa dal G8 dopo l’annessione della Crimea) Obama si è lasciato andare a dichiarazioni ripetitive e nella sostanza deludenti: le sanzioni avrebbero sortito l’effetto sperato sull’economia russa – entrata in difficoltà, secondo il presidente americano, in conseguenza della loro applicazione – e perciò sarebbe bene tenersi pronti, se necessario, a incrementarle. 
Gelo da parte di non pochi osservatori e qualche imbarazzo pure nel governo tedesco, fino ad allora alfiere convinto delle posizioni statunitensi. Tra i commenti a caldo che mi è capitato di leggere, ve ne era uno molto significativo che più o meno diceva così: Obama senza freni al G7, dall’altra parte la Russia, in mezzo noi.
Giusto, ma direi che in mezzo, prima di tutto, ci sono gli ucraini di cui non si parla mai o quasi. Non si parla delle condizioni di questo popolo, ed è difficile imbattersi in una fotografia nitida, scattata senza faziosità, in grado di raccontarci cosa sia l’Ucraina ora. Più facile leggere articoli sulla futura terza guerra mondiale – Kiev contenderebbe a Sarajevo il primato di nuova polveriera d’Europa – o sui ritorni di fiamma tra i nostalgici della guerra fredda.  
Majdan è stata sì il centro di una contestazione guidata da certa intellighenzia filooccidentale che vorrebbe portare l’Ucraina sotto l’egida di Bruxelles ma non si è detto abbastanza che conteneva anche un moto di protesta assai più turbolento, che sfidava la corruzione del governo in carica, denunciando le drammatiche condizioni economiche del paese. Questa era (è) la pancia della piazza. Di anno in anno l’economia ucraina peggiora. Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto di riformare il sistema paese ma le criticità, proprio in quanto sommate a uno scenario di guerra, rischiano di permanere a lungo e certe esortazioni, per quanto lecite, sono destinate a suonare assai ridicole. 
Ne discutiamo qui col coordinatore di «Rassegna est», giornalista professionista, collaboratore di «Il Foglio» e autore per Castelvecchi, Matteo Tacconi, classe ’78, che risponde a una serie di domande il cui scopo è riassumere alcune vicende nodali che hanno scosso l’Ucraina nel biennio 2014-2015. Si tratta anche di ristabilire un ponte con i due contributi ospitati da questo blog nel maggio 2014, incentrati sul tema dell’inquieta frontiera orientale, peraltro riportando anche il punto di vista di un narratore galiziano d’eccezione, Joseph Roth.
Da tempo il sito «Rassegna est» dedica spazio a questi temi, mettendo al centro il quadro economico e politico ucraino e quindi europeo, che certo risente di quel che sta accadendo. Diversamente qualsiasi discussione su tale scenario non avrebbe senso. Trascurare le reali problematiche di questo territorio esteso quanto complesso lo riduce a uno strano oggetto del contendere tra poteri forti, dove fascismi e capitalismi di vecchia e nuova fabbrica intrecciano una relazione pericolosa, senza curarsi dell’impatto sulla vita della gente – e ciò per i suoi effetti negativi, lo ripetiamo, non riguarda solo gli ucraini, ma anche russi e europei. Ecco qui un estratto di uno degli ultimi pezzi pubblicati sul sito da Matteo Tacconi  e Stefano Grazioli:
«Due milioni di posti di lavoro e cento miliardi in valore aggiunto nell’export di beni e servizi. Nel peggiore dei casi sarebbe questo il costo economico e sociale che l’Europa pagherebbe in ragione delle sanzioni comminate alla Russia, che a sua volta ha eretto un muro commerciale nei confronti dell’agroalimentare europeo. I dati sono quelli del Wifo, l’Istituto austriaco per la ricerca economica, con sede a Vienna. I suoi ricercatori si sono messi al lavoro per conto del Lena, consorzio di testate giornalistiche europee, di cui fa parte anche «Repubblica». Ma quando è lontano questo scenario apocalittico? Purtroppo non molto. Il Wifo sostiene che avanti di questo passo la più amara delle previsioni potrebbe diventare realtà. I paesi Ue che ne risulterebbero più penalizzati sono la Germania e l’Italia. Berlino potrebbe perdere un punto di Pil, l’Italia lo 0.9%».
L’invito è a leggere questo e gli altri contributi, che con chiarezza ci guidano in una vicenda all’interno della quale non è facile orientarsi e i cui numerosi punti insoluti rischiano di creare una massa critica con pesanti ricadute per tutti.






L’Ucraina, parola contenente la radice slava “kraj” (limite, bordo), ha inscritto nel suo nome un destino che la colloca “al margine”, “sul confine”. Ciò non sarebbe di per sé un fatto negativo. Intanto perché la natura di confinanti è un tratto diffuso nelle comunità umane – ognuno è confinante di qualcuno. Poi perché lo stare sul confine non dovrebbe necessariamente comportare un’equazione con la marginalità. Escludere, allontanare se non bandire da un contesto, da un orizzonte culturale ha assai poco a che fare con la reale posizione occupata da un soggetto, da una comunità, da uno spazio geografico. Si tratta piuttosto di un’operazione “ex post”, dovuta a fattori che mutano col mutare degli eventi storici e dunque delle differenti attitudini umane che ad essi si accompagnano. La natura di ponte, per così dire, tra Europa e Asia che l’Ucraina reca in sé, dovrebbe essere una risorsa sia per gli occidentali sia per i russi. Oggi invece tutto questo ci spaventa, lo guardiamo come un focolaio destinato a destabilizzarci, c’è chi addirittura parla di nuova Jugoslavia. Come riportare la situazione di questa affascinante e turbolenta frontiera su binari che permettano una seria discussione politica con cui affrontare, e possibilmente risolvere, i tanti problemi che affliggono il paese, mettendo al centro finalmente il popolo ucraino di cui poco o nulla si parla? 

Ormai lo spazio negoziale è sempre più stretto. A livello ucraino il governo di Kiev non vuole decentralizzare più di tanto la gestione amministrativa, perché lo considera un cedimento ai filorussi. Che da parte loro pretendono un vero e proprio autogoverno, quasi uno Stato a sé. Un punto d’incontro non è facile da trovare. Le strozzature sono evidenti anche sul piano internazionale, che non è certo slegato da quello ucraino. L’Occidente ha confermato le sanzioni alla Russia per i prossimi sei mesi. Proviamo a metterci nei panni di Obama, Merkel e altri. Foste in loro fareste cadere le sanzioni? Per fare cosa? Per ridare linfa all’export ma confermare lo scippo russo dell'Ucraina? Ora proviamo a entrare nella testa di Putin. Ha ottenuto quanto voleva ottenere: la Crimea a Mosca, il Donbass ingovernabile, l’Ucraina dilaniata e sull’orlo del default economico. Il Cremlino è parte del problema e della soluzione. Situazione perfetta. Per quali motivi dovrebbe rinunciare a questo privilegio? Sacrificare due o tre punti di Pil val bene il gioco che Putin sta conducendo. Ecco, davanti a tutto questo lo spazio negoziale si stringe.   

Parliamo di un paese molto esteso, secondo per superficie nel continente europeo con i suoi 600.000 km², abitato da circa 50 milioni di persone. Al suo interno ha una vasta varietà di gruppi etnici il maggiore dei quali è quello ucraino cui fa seguito la cospicua minoranza russa, che non coincide però con la più ampia popolazione russofona. Vi sono poi etnie cosiddette minoritarie, che però nell’insieme costituiscono un panorama molto ampio e vivace: bielorussi, rumeni e moldavi, tatari di Crimea, tedeschi, ungheresi, polacchi, ebrei, armeni, greci, rom, caucasici, turchi, azeri, georgiani.
Insomma, un quadro assai composito che, se da una parte moltiplica a dismisura il fascino culturale dell’Ucraina, dall’altra complica non poco le cose sul piano politico, data la moltitudine di interlocutori rappresentativa di altrettante anime del territorio. Dire, ad esempio, che ad ovest del Dnepr c’è un’Ucraina più europea rischia di essere una semplificazione, perché sempre si faranno i conti con la straordinaria eterogeneità antropologica e storica di quest’area: Galizia, Transcarpazia, Crimea, Bucovina sono realtà non assimilabili e con tratti distintivi accentuati.
Un mediatore, un cooperante, un diplomatico hanno davanti a sé una doppia sfida. Evitare il radicalizzarsi della posizione russa versus quella del continente europeo, che spazzerebbe via tutto il resto e farebbe violenza ai tanti volti del paese, ma badare anche a non costituire un incentivo, per quanto involontario, alla disgregazione. È un’analisi condivisibile? E nel caso, dove e come trovare le risorse per questo collante politico? 

L’Ucraina paga la mancata costruzione di una statualità condivisa e di un idem sentire del paese. Non è certo una missione facile, tenuto conto della complessa stratificazione culturale. Ma il punto è proprio questo. Questa crisi ha dimostrato che una statualità pallida può creare, anche in assenza di precedenti tentazioni separatiste o radicaliste (queste sono invenzioni, manipolazioni e conseguenze del conflitto in corso), voragini enormi. La soluzione, visto che l'origine del caos è anche uno Stato fragile, sta proprio nella costruzione di uno Stato nuovo, diverso, serio. Ci sarà molto da lavorare. 

Mi collego alla domanda precedente, citando una riflessione di Lucio Caracciolo apparsa su «La Repubblica» del 21 febbraio 2014: «Lo sfaldamento della Repubblica ucraina difficilmente avverrebbe lungo una nitida linea est-ovest, produrrebbe semmai una pletora di Ucraine maggiori e minori, divise da confini porosi». Dico subito che non condivido gli esiti di questo pezzo di Caracciolo che si augurava allora l’intervento deciso e decisivo di Obama – dopo aver sentito le dichiarazioni del presidente americano all’ultimo G7 rabbrividisco, anche se col senno di poi è facile parlare. Parto dal presupposto che l’Europa bisogna che impari a togliersi da sola le castagne dal fuoco, specialmente se a bruciare è il camino di casa. E però la prospettiva evocata da Caracciolo mi pare credibile. Difficile immaginare una linea di frattura netta est-ovest ma piuttosto una frantumazione con esiti imprevedibili. Qual è il vostro punto di vista sia riguardo l’intervento americano sia sull’ipotesi di uno sfaldamento dell’Ucraina?

Si leggono ultimamente analisi da risiko. Un pezzo d’Ucraina alla Russia, un altro alla Polonia, una strisciolina sottile sottile di terra anche all’Ungheria. Lasciano il tempo che trovano. Quanto alla linea di frattura est/ovest, su questo in effetti non ci sono grossi dubbi. Parliamo di linea sfumata, non chiara, che scorre gradualmente. Ci sono “terre di mezzo” che rendono impossibile la spaccatura netta del paese.   

E veniamo alla questione principale attorno a cui ruota la galassia Ucraina. L’economia del paese va letteralmente a rotoli. Il Fondo Monetario esige riforme in cambio di aiuti, un ritornello ormai noto – lo sentiamo ogni giorno nelle trattative sul debito greco. Tuttavia in un paese che in parte è coinvolto in un conflitto, suona come un’esortazione ridicola - del resto lo è pure per la Grecia, figuriamoci in un contesto belligerante.
Leggendovi, avete dedicato molti articoli all’economia ucraina, richiamando l’attenzione su dati affatto secondari e che invece, nelle analisi che circolano, tendono a passare inosservati, se non a essere taciuti.
Nell’ipotesi che si trovi una soluzione per riassorbire del tutto i sintomi della guerra, cosa che non può in ogni caso prescindere dall’andamento del mercato interno e dai dati allarmanti sulla disoccupazione, quali rischi corre l’Ucraina dal punto di vista 
economico? 

Crediamo che l’economia sia una cartina di tornasole formidabile di questo paese e di questo conflitto. Le logiche oligarchiche, il rapporto tra denaro e consenso, l'energia russa, l’impegno irrituale del Fondo Monetario Internazionale (ha prestato soldi a una nazione in guerra, mai visto): di cose da raccontare ce ne sono, eccome, sul fronte dell'economia. Chiusa questa premessa, rispondo alla domanda. L’Ucraina corre rischi enormi, primo tra tutti l’insostenibilità del debito (i creditori pretendono di essere pagati, Kiev non ha soldi) e il conseguente pericolo che il Fondo Monetario, se non si trovasse un accordo sul debito tra governo e creditori, potrebbe chiudere i rubinetti. Questa è l’emergenza di queste settimane. 
  
Poco più di un anno fa, alla fine del febbraio 2014, a Kiev si consumò un bagno di sangue. Per strangolare la protesta di piazza Majdan, uno Yanukovich sempre più isolato, lasciò mano libera ai cecchini. Fu il punto di non ritorno. Scaricato dai suoi e dai russi - clamorose le dimissioni del sindaco di Kiev e la fuga del principale finanziatore del potere presidenziale, l’oligarca russofono Akhmetov, noto al mondo come patron dello Shaktar calcio di Donetsk, che riparò prontamente a Londra in quei giorni di orrore e vergogna – dopo aver precipitato il paese nel caos, il suo futuro di statista era ormai compromesso.
Allora si parlò di guerra civile, oggi si prospetta uno scontro fra Nato e Federazione Russa, senza che peraltro l’Ucraina abbia risolto le sue clamorose lacerazioni interne. Come si è giunti a questo sviluppo e cosa rischia l’Europa? 

Questo scontro tra Nato e Russia lo vedo molto improbabile. Non è nell'interesse della prima, né della seconda. Realisticamente parlando la Nato non pensa affatto di allargarsi all’Ucraina (perché offrire un posto a un paese senza esercito, senza economia e senza dei pezzi di terra?). Quanto alla Russia: pensiamo davvero che possa permettersi uno scontro con la forza militare più potente al mondo? Non scherziamo. Una cosa è tuttavia chiara. La crisi ucraina ha smontanto pezzo dopo pezzo il dialogo tra Russia e Occidente, dimostrando quanto questo stesso dialogo, questo presunto matrimonio su cui tanta enfasi s’è fatta in questi anni, fosse nelle basi molto debole. Si può fare un matrimonio solo sulla base di scambi commerciali, a “loro” la nostra tecnologia e a “noi” la loro energia, senza creare uno spazio comune che tenga conto di diritti, giustizia, governance?

 (Intervista di Claudia Ciardi)


10 dicembre 2014

Estanislao Pryiemski – Un polacco in Mato Grosso


Pre-war Warsaw

La storia di Pryiemski, viaggiatore, naturalista, esploratore, ma soprattutto personalità eccentrica, si può leggere in uno di quei libri che fino a qualche anno fa – nel caso di cui si parla la pubblicazione risale agli anni Novanta – ingrossavano collane tirate su in fretta, dove una bella foto di copertina cercava di farsi perdonare la mancanza di pregi letterari. Adesso non è raro incontrarne ciò che resta sui banchi di mercatini itineranti o tra le scaffalature di botteghe dell’usato, ed è in un posto così che mi è venuta tra le mani l’avventura di quest’uomo insolito, spirito essenzialmente solitario, posseduto fin da giovanissimo dal desiderio di uscire dal vecchio continente per vivere più vicino alla natura, in luoghi non ancora aggrediti dalla legge del profitto.
Questo ambiente lo ha trovato in Mato Grosso, raggiunto nel 1924 quando si decise a lasciare la Polonia. Aveva allora trentadue anni e non senza incappare nella disapprovazione dei genitori voltò le spalle a un futuro di amministratore delle proprie terre. C’è da chiedersi però se la scelta di Pryiemski, alla luce dei rovesci che coinvolsero la Polonia nel ventennio successivo, non si sia rivelata in qualche misura opportuna. È probabile che con l’invasione dei nazisti difficilmente avrebbe preservato intatti i suoi beni e una posizione di relativa agiatezza. Ad ogni modo non è dato sapere nulla sulle sorti dei suoi familiari, sulla vita che costoro seguitarono a fare a Varsavia, luogo delle loro origini, e nell’antica fattoria dove Estanislao trascorse le vacanze estive fin dall’infanzia. Il libro ho voluto leggerlo per questa strana commistione di eventi in cui un polacco di Varsavia, ancora giovane e con un avvenire assicurato dai suoi possedimenti, abbandona tutto per andare dall’altra parte del mondo, in un territorio quasi impenetrabile, il Pantanal, tagliato fuori dalle normali vie d’accesso e di comunicazione con cui siamo abituati a figurarci lo spazio del vivere. Dico la verità, speravo di reperire più notizie biografiche, soprattutto che fosse chiarito quel salto interiore all’apparenza assurdo e privo di coerenza che dal cuore dell’Europa ha fatto abbracciare all’autore un’esistenza precaria e molto grama sul piano delle risorse.
Tranne alcuni incarichi ufficiali, e comunque saltuari, presso il Museo Nazionale di Rio de Janeiro, infatti, Pryiemski ha vissuto alla giornata, praticando i suoi studi in proprio, oggi si direbbe da freelance, accanto ad attività di puro sostentamento, quali la caccia e la pesca, passando lunghi periodi insieme agli ultimi indios guatos che gli hanno sempre riservato un’ospitalità generosa.  
Di Pryiemski non esistono praticamente immagini, tranne un ritratto in seppia, riprodotto in quarta di copertina, accanto a un ema, lo struzzo dell’Amazzonia. È una foto nella quale appare ancora piuttosto giovane, certamente lontana dall’incontro con Gino Ballabio, l’italiano che andò a raggiungerlo a Campo Grande nella primavera del 1981. A più di duemila chilometri da Rio de Janeiro e dodici ore di treno surreale in mezzo al cosiddetto Mar do Xaraes, uno dei tanti nomi dati nel tempo al Pantanal, Ballabio si trovò davanti un ottantanovenne provato dalle febbri, sebbene ancora lucido e pieno di entusiasmo per i suoi progetti. Voleva continuare a scrivere, classificare animali e piante, salvare le voci della foresta. Questo anzi era stato da sempre uno degli obiettivi principali delle sue escursioni. Dalla Polonia aveva portato con sé un armamentario di imbuti cattura-suoni, registratori a piste, magnetofoni, apparecchi che ne solleticarono l’interesse a partire dai primi viaggi attraverso il continente europeo, quando era studente di agronomia applicata a Bruxelles. Anche di tale periodo si sa poco o nulla, non trovandosene traccia in annotazioni diaristiche o d’altro tipo, né Pryiemski vi indugia nel suo libro che potremmo definire di congedo, essendo il frutto di una testimonianza suscitata dall’incontro con Ballabio, nell’ultimissimo scorcio della propria avventura. Si può arguire che simili attrezzi e il progetto di catturare la voce della foresta, fossero il retaggio del suo personale confronto con le avanguardie europee del primo Novecento dove, tra le altre cose, si dette libero sfogo ai più vari e bizzarri esperimenti musicali. 
Immaginarlo in canoa, mentre scivola su fiumi in piena, in cerca di posizioni d’ascolto favorevoli, pare ben strano. E tuttavia, in questo conciso resoconto, la sua devozione per le voci della natura emerge con estremo vigore. È anzi il tratto distintivo di un carattere pervaso dall’attaccamento a un posto fragilissimo, i cui equilibri sono inesorabilmente minacciati. Proprio le notti divengono i momenti più vicini a quella rivelazione che Pryiemski sembra aver cercato nel corso della vita. Il Pantanal si fa allora centro di una solitudine sterminata ma anche di assoluta perfezione. Ornitologo colto e appassionato, le pagine più commosse le riserva all’osservazione e al canto degli uccelli amazzonici. Questi passi contengono perfino lampi di poesia. 
Restiamo dunque affascinati e confusi dal volo di gruppo della grande cicogna jaburè, dalle lunghe file di cormorani che sorvolano gli acquitrini, dagli stormi di anù che nelle prime ore dei pomeriggi assolati si cimentano in fragorosi concerti, dalla spietatezza dell’urubu nero, l’avvoltoio che si scaglia sulla vittima per finirla, dalla voce presaga della gallinella dei pantani, la saracura, che col suo nome di vaghe assonanze giapponesi si mette a cantare poco prima che inizi a piovere; e poi ancora l’anhuma, la chimera notturna il cui verso rimbalza lontano nell’oscurità, i neri cormorani appollaiati sugli alberi sbiancati dal guano, i biguasciri, di nuovo una parola che sa d’oriente, con cui i brasiliani si riferiscono a questi singolari posatoi d’uccelli. Scene di un aldilà orfico.
Ma vi è un ricordo che più di altri scopre i contorni dell’inconsueta sensibilità dell’autore. Un giorno, nella capanna di una famiglia india, due anatre si levano all’improvviso dal fiume e la bambina in braccio alla madre, tendendo le mani verso gli animali, dice in un soffio: «Mamma due anatre». Su uomini e cose scende l’armonia di chi ha appena afferrato un segreto. Pryiemski registra l’episodio come unico e irripetibile, l’attimo di una verità sciamanica. 
Sul rapporto con gli indios si sofferma non poco. Uomini disperatamente aggrappati a uno stile di vita messo in discussione, sopravvissuti ma non per molto ancora, ripete con sconforto quel bizzarro amico straniero, che ha deciso di condividere con loro cibo e sorte. Suo amico fraterno, l’indio Toenaro, è stato per lui una guida fedele, spalla, scorta, complice, maestro.
Non mancano infine delle sagge stilettate contro l’espansione demografica. Un problema di cui gli occidentali parlano con sconvolgente ipocrisia. Anzi, a essere precisi non ne parlano. È questo infatti un argomento tabù, perché l’essere umano nelle società considerate progredite è prima di tutto un consumatore, quindi serve virtualmente a mantenere elevata la domanda di beni – ma nel mondo globale nessuno è fuori dal meccanismo. Non ci viene mai in mente che le risorse di cui disponiamo sono limitate, e la terra non può reggere un aumento di popolazione più che esponenziale. Il vero attaccamento alla vita lo si dimostra con meno falsità su questi argomenti. Se la vita la vogliamo preservare davvero, insieme all’ambiente che la ospita – e non si tratta di due cose separate, come troppo spesso si lascia intendere – bisogna imparare a parlarne in maniera un po’ più svincolata da certi dogmi. Di quale benedizione dovrebbe trattarsi, se un bambino si affaccia in un mondo sfruttato, depredato, sovvertito, annientato?
Pryiemski ha il coraggio di porre queste domande a viso aperto e con estrema semplicità. Un punto di vista che in genere si riscontra in coloro che hanno sperimentato cosa significa vivere in natura, faticare per procurarsi il necessario, sapere che si può contare sulle proprie forze e poco altro. Una lezione che noi, inguaribili geocentrici veterocontinentali, abbiamo completamente smarrito.

(Di Claudia Ciardi)  


Estanislao Pryiemski
Le voci del Pantanal
A cura d Gino Ballabio
Piemme, 1998



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