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8 settembre 2016

Un improvvido raggiro



Book of Hours. Detail. Netherlands 14th cent. Ms Codex 738. Penn Lib.


La rapidità con cui in Italia vengono istruiti processi alle streghe lascia di stucco. E la giovane sindaca di Roma in polemica con le eminenze capitoline difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Quella che si è abbattuta sul Campidoglio nelle ultime ore somiglia sempre più a una bufera in un bicchier d’acqua. Purtroppo la mezza brutta figura resta, anche a causa di una linea non sufficientemente discussa all’interno del Movimento. Io credo che questa donna non manchi affatto di carattere, solo che risulta compressa da molti fattori interni al proprio schieramento di appartenenza ed esterni, perché le questioni cui bisogna far fronte peggiorano ogni giorno e chi vi si addentra va senza equipaggiamento né protezioni in un campo minato. E una tale vicenda a me sembra non solo ben rappresentare le difficoltà che hanno le italiane più giovani, oggi, a imporsi e contribuire a un progetto con le proprie idee – non ne è garanzia a quanto pare neppure una carica politica di alto livello – ma riflette ancor più lo stallo generazionale del paese, cioè della cittadinanza più giovane, tutta, che percepisce su di sé le conseguenze di un simile immobilismo e non trova risposte alle sue necessità.   
Detto ciò, stonano non poco certi paginoni d’apertura televisivi e non che vanno avanti a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni. Mi infastidisce ancor più l’impronta riduttiva con cui i fatti vengono analizzati, una tendenza che non riguarda solo le baruffe di partito. Su un versante c’è il sensazionalismo antropofago che si autoalimenta e sull’altro, dicasi profondità di analisi, il nulla o giù di lì. Ma puntualmente ognuno confessa di voler fare chiarezza, cosa impossibile a caldo, nel rincorrersi delle voci da un corridoio all’altro. Bisogna darsi un minimo di tempo; diamo tempo a chi è investito dal presunto scandalo di capire e rimediare, se come pare, si tratta di cose rimediabili.
Cinque milioni di persone che ogni mattina si alzano, avviandosi alle loro attività: benvenuti nella metropoli. Sradicare il malaffare, si capisce, richiederà molte energie; risolvere disservizi e corruttele di un ambiente così complesso non sarà certo il risultato di una giunta.
Per questo non rido delle difficoltà in casa d’altri. Se in un luogo tentacolare e ingestibile, a detta degli stessi romani, dove i problemi sono diventati disastri “il periodo in prova” di un’amministrazione fuori dagli schemi si traduce in un’ennesima battuta d’arresto, mi preoccupo non poco. Non solo per le sorti di Roma ma anche per il resto del paese. Chi si illude di intercettare l’eventuale diaspora di voti cinque stelle – tutta da vedere – in una specie di reflusso ex contrario, appunto si illude. Semmai resterà solo una scappatoia a esprimere la disaffezione per la politica di ogni colore, già peraltro ampiamente sperimentata nelle più recenti tornate elettorali, l’astensionismo.
Non rido del luogo comune scodellato da mesi, “se questi sono incapaci a livello locale, figuriamoci in cabina di regia” – per non parlare di una fastidiosissima contrapposizione tra locale e nazionale imperante nelle letture politiche degli ultimi mesi. Una sconfitta locale non avrebbe a che vedere con le dinamiche nazionali. Che strano, evidentemente i cittadini-elettori in quell’attimo si imbattono nel ponte Einstein-Rosenberg e compiono un salto di dimensione, votano e al contempo vanno altrove. La stessa signora Merkel sembra caduta in trappola, qualche giorno fa. Salto dimensionale anche per lei. Il Meclemburgo all’estrema destra? Roba locale. Eh sì, ma a forza di localismi si fa un bel brodo nazionalista.
Insomma mi preoccuperei più dell’estremismo che soffia da tutte le parti, portato in gloria inevitabilmente dalla stagnazione economica, cercherei di dare spazio ai problemi che zavorrano le banche, proverei ad analizzare meglio i dati sulla crescita zero in Italia e quelli assai deludenti relativi al manifatturiero tedesco – ancora locomotiva d’Europa? E in caso vogliamo vedere che tipo di carburate c’è in questa locomotiva? – tutto farei, anziché elucubrare sugli addentellati di un assessore con un noto studio legale. O sulle presunte ombre della destra romana intorno alla giunta Raggi.
Vorrei ricordare che Tsipras in Grecia ha scelto di governare insieme ai greci indipendenti di Kammenos, politico anti euro con inclinazioni fasciste. Lecita indignazione degli eredi della resistenza greca, ripeto lecita e comprensibilissima. Dopodiché esiste l’opportunità politica e la buonafede di Tsipras, secondo me mai scalfita, neppure dalla notte degli accordi con il Gotha Ue né dall’inizio del percorso di riforme “come Bruxelles vuole”. L’alleanza con To Potami, suggerita in maniera poco elegante, per usare un eufemismo, da Schulz avrebbe creato continui strappi interni alla coalizione, mentre il leader di Syriza necessitava di creare un fronte allineato su posizioni anti austerity, augurandosi un po’ più di solidarietà tra i popoli europei, di fatto mai venuta. Aggiungo anche che trovo ben grave usare i nomi della resistenza e i nomi di grandi statisti del passato per far passare delle strategie di partito contrarie all’interesse e al bene collettivo. In quest’ottica mi scandalizza molto meno l’alleanza con personalità ritenute ideologicamente scomode ma che mostrano convinzione e coerenza sul piano delle istanze di cui si fanno promotrici. E magari, nei confronti della Grecia, vediamo di essere un pochino meno smemorati, parliamo delle conseguenze sociali di un cammino tortuoso, e di fatto inconcludente, imposto dall’esterno per rimettere i conti in ordine, invece di ripescarla dal cilindro solo quando si tratta di spread e rampogne sul debito.
Ritengo che quando uno schieramento incontra degli ostacoli e avvia una discussione interna ciò non sia sintomo di debolezza e corruzione ma, al contrario, di rifiuto di quelle logiche messe in circolo da una galassia del potere abituato a forzature, a oliare il meccanismo per vie traverse, al “lo sappiamo noi cosa sia meglio per voi”. Da qui si arriva alla crescente insofferenza mostrata da non pochi onorevoli della repubblica per lesercizio della democrazia diretta, principalmente del diritto di voto. Non mi spiego in maniera diversa tanta euforia; pare che l’idea dell’astensionismo che cresce sia il premio di consolazione cui si aggrappa certa vecchia politica. Troppi ormai sono gli anni trascorsi fra governi d’emergenza, governi di scopo, governi tecnici. Postulando che tutto fosse andato per il meglio sempre si sarebbe dovuto tener conto di un’opinione pubblica quantomeno irritata da questo modo di procedere. Preferisco avere a che fare con soggetti che mostrano qualche incertezza e vanno incontro a degli intoppi, prima di quanti si muovono nei palazzi con una disinvoltura che talora scopre ben altre sponde. Insomma, stando alle circostanze, come raggiro questo dei Cinque stelle sembrerebbe piuttosto improvvido.       
Si capisce infine che coloro che hanno posizioni consolidate nel paese, per la maggior parte le generazioni più avanti negli anni e solo una parte infinitesima di giovani spinti a vario titolo su effimere corsie preferenziali, non voglia mettere in discussione quasi nulla. In virtù del posto che occupano o hanno occupato non possono che essere conservatori. Anche in tanta intellighenzia, che pure rispetto, sento insinuarsi troppo spesso un pensiero secondo me altrettanto pericoloso. Meglio andar così, meglio il meno peggio perché il resto non si sa. Il che mi pare un modo piuttosto insoddisfacente di affrontare le cose, un ragionare a braccetto con una riserva mentale oscillante tra beata indifferenza che si crede illuminata e bieco egoismo. Mentre quel che le persone si aspettano ora è vedersi coinvolte e avere la percezione che si fanno passi concreti verso di loro.     

(Di Claudia Ciardi)


Manuscript miniature (France), XIII Century 

29 dicembre 2015

L'ellenismo secondo Berlino (I)





Il confronto tra Grecia e Germania che ha raggiunto il suo apice lo scorso luglio nei giorni delle frenetiche trattative sul debito ellenico, in realtà per rimandare la questione a data da destinarsi, ha rappresentato indubbiamente un punto di non ritorno nel dibattito politico europeo. Oltre a una sonora figuraccia di tutte le parti coinvolte. La Grecia invece, a quanto pare, ne è uscita piegata ma affatto sconfitta sul piano morale. Imponendo ai convenuti Ue un governo socialista, profondamente rinnovato rispetto ai vecchi oligopoli incarnati da Pasok e Nuova Democrazia, i due partiti che di fatto si erano divisi le zone di influenza nel paese, Alexis Tsipras, giovane fondatore di Syriza e volto nuovo della politica greca, è riuscito in un’impresa senza precedenti: liquidare in blocco la vecchia classe dirigente. Elemento importantissimo su cui non è minimamente caduta l’attenzione mediatica, presa dal terrore del populismo che ormai siamo abituati a sentire ovunque evocato, quasi sempre a sproposito. Uno sproposito che va a braccetto con la categoria del ridicolo e che rischia di rafforzare proprio il vero populismo, quello più irrazionale e violento, col quale gli attuali movimenti di protesta nati nello scenario europeo non hanno nulla a che vedere. Diversamente si seguita a infilare nel calderone gruppi anti-tutto, frange dei più vari e concitati estremismi, insieme a soggetti che tentano la via complicata dell’attivismo e della militanza politica per costruire discorsi alternativi e spostare gli equilibri di potere verso altre zone della società. Chi prova a intercettare il malcontento popolare, promuovendo una politica inclusiva e autenticamente rappresentativa non può ricevere la continua stigma verticistica di governanti e intellettuali. La pervicacia con cui ciò avviene tradisce interessi estranei al bene comune.
Torniamo al contesto europeo. Che Podemos, Ciudadanos (il Podemos di destra per dirla in maniera semplificata), Syriza, Movimento Cinque Stelle siano in ascesa è un dato di fatto. Entrano nei parlamenti, acquistano porzioni di consenso più ampie a ogni tornata elettorale. Sono forze che non legano tra loro, almeno al momento. Se si trattasse di amici si potrebbe dire che si conoscono per nome ma non amano frequentarsi. Ma la convergenza potrebbe anche verificarsi, chi lo sa. Piuttosto mi preme un altro discorso, diciamo riguardante la fenomenologia di questi gruppi. Nascono dalla crisi, ma non solo da quella economica come si ripete dappertutto, semmai da uno scivolamento sistemico, uno squilibrio innescato da molteplici fattori di crisi e perciò destinato ad avere conseguenze ad ampio raggio.    
Non ho menzionato Front National e Lega non per autocensura fascistica – tra l’altro anche questa narrazione del fascismo immanente rischia di essere un nonsenso quanto il populismo – ma perché, insieme a ben più autorevoli commentatori, credo si tratti di ‘rimanenze’ di apparato che amplieranno la loro piattaforma di votanti se il quadro sociale insisterà a essere deteriore; tuttavia non avranno molte chance di affermarsi in via durevole all’interno della ricomposizione cui si accennava. Tra i due schieramenti c’è inoltre una differenza non da poco, che l’alleanza in sede Ue si sforza di mascherare. Mentre Marine Le Pen ha come ipotetico referente l’insieme dell’elettorato francese, del resto il patriottismo è in Francia un argomento storicamente molto forte, Salvini ha un vizio di forma che non potrà superare nonostante ne inventi di tutti i colori, l’origine settaria e territoriale della Lega abbracciata all’ampolla padana. Inoltre il supposto nazionalismo italiano non sarebbe spendibile come collante, non almeno nella misura di quello francese. 
L’opinione pubblica delle diverse latitudini, e in Italia con accelerate ancora più brusche, ha già dimostrato di prendere a scorno un certo modo di fare che la indora per poi alla prima curva della strada tradirla in quel po’ di amor proprio che ancora le scorre in corpo; riguardo l’italiano medio, il limite invalicabile sta nell’essere platealmente ritratto come impecorito o ingufito – nel modo più bonario possibile dico pure che la metafora del gufo assiso e brontolone ha esaurito se stessa. In altre parole, l’elettore mostra a questo punto parecchia insofferenza e irritabilità se lo si tira in ballo come un infante da prendere per mano, sottintendendo che da solo non potrebbe fare di meglio perché privo di vero intendimento. 
I sobbalzi all’interno dei singoli paesi europei e le altrettante pressioni sui confini (crisi in Ucraina, emergenza profughi, turbolenze nei mercati asiatici) comportano che ogni vento minacci una tempesta, facendoci sentire in «piccioletta barca». Laddove servirebbero strategie, risposte decise e compatte, un fronte comune da opporre al disintegrarsi dei tanti fronti periferici, non per innalzare muri ma per farci trovare preparati e solidi dinanzi al deterioramento del quadro globale, permangono incertezze e assurdità nella gestione continentale. Anziché sfruttare il teatro della crisi greca come un palco da cui mostrare al mondo forza e fermezza politica (non fiscale!) e l’ecumenismo proprio di chi si proclama guida d’altri, la Germania ha preferito trasformarsi in una motrice impazzita. E così, nei caldi giorni di luglio, siamo deragliati. Di là dall’oceano gli Stati Uniti guardavano attoniti. Ad appena un paio di decenni dalla riunificazione, la Germania è partita per la sua galoppata in solitaria, mostrando di non possedere nessuno degli antidoti che l’America si era premurata di iniettarle nel corso della lunga liaison postbellica. La casa era ormai scoperchiata, l’insofferenza sotto gli occhi di tutti. E subito dopo la Grecia, sono venute le difficoltà coi profughi, al di là di molta propaganda a buon mercato – prima la Germania li avrebbe presi tutti, poi siccome il flusso si manteneva eccedente ha ricominciato a strigliare i paesi mediterranei perché non attuano i dovuti controlli; sarà una coincidenza ma dopo l’appello della cancelliera agli industriali dell’auto affinché si impegnassero a creare posti di lavoro per gli immigrati è scoppiato lo scandalo Volkswagen – qualcuno nella madrepatria non ha gradito e ha passato i suoi dossier a chi poteva sollevare un vespaio? Le spine reazionarie pungono sempre al momento giusto. E l’avvertimento non si è fatto attendere: signora non si allarghi troppo, siamo pur sempre la Germania! 
Incensare Merkel sul «Time» a fine anno è stata una mossa ancora una volta mediatica, per mettere un po’ di pace. Prima della valanga lepeniana, ci teniamo caro l’immobilismo della CDU. Inoltre il passaggio delle consegne per assicurare l’Europa o ciò che ne resterà al suo futuro non potrà che avvenire attraverso Berlino. Ecco qui la cosiddetta strategia d’uscita statunitense. Lasciare il vecchio continente per concentrarsi sulle potenzialità asiatiche. Una cosa all’apparenza semplice addirittura scontata, se non fosse che la sua attuazione rivela molte pecche. E quindi torniamo alla Grecia, perché tra i tanti incubi che la vicenda ha materializzato presso i diversi centri del potere mondiale, c’è anche la possibilità dell’Europa così impostata di cavarsela da sola. Per quanto conti la mia opinione, io credo che una simile teoria poggi su una premessa sbagliata. Finché immagineremo un’Europa a trazione di qualcuno, nel presente la Germania, il progetto continuerà ad avanzare pestandosi regolarmente i piedi e un bel giorno si rifiuterà di camminare. Nel caso specifico, la storia insegna che una Germania dominante tende a destabilizzare le altre nazioni; l’ultima volta l’effetto è stato tragico. È vero, i fatti non si ripetono, magari questi antidoti particolari adesso li abbiamo, però è bene non dare per scontato nulla. Penso che nei dibattiti pubblici questa sia una buona pratica. Si comincia omettendo qualcosa e si finisce chissà dove. Nei giorni della trattativa greca violenza e umiliazione si sono mescolate in modo sinistro, anche tra la gente comune: pagate, porci, o ve la faremo vedere. Alla solidarietà, estesa e però per lo più ridotta al lumicino di opache memorie liceali persino un po’ folkloriche, si alternavano frasi concitate e volgari che me ne ricordavano altre.
E siccome chi si sbraccia e alza la voce in genere la spunta sul più onesto oratore di questo mondo, in mancanza di una vera consapevolezza politica il pericolo non è superato. Diceva Hermann Hesse: «I tedeschi sono un grande e notevole popolo, chi lo negherà? Sono forse il sale della terra. Ma come nazione politica… impossibile. Voglio, una volta per tutte, non avere più nulla a che fare con loro sotto questo aspetto». Una frase estrema, frutto di un periodo particolarmente atroce per la Germania stessa a cui questa nazione era arrivata non senza avere in aiuto la dissennatezza del proprio vicinato. Eppure un certo fondo di verità scorre ancora in queste righe. Riconoscerlo non toglie nulla alla Germania, e rafforzerebbe in noi la volontà nel rivendicare un’integrazione autenticamente paritaria.

(Di Claudia Ciardi) 

27 luglio 2015

Nostri greci d'oriente



Una gorgone - Museo Paolo Orsi - Siracusa 


Parlare dell’attuale crisi greca – non poi così attuale visto che si trascina da parecchi anni – istituendo un paragone col glorioso passato dell’Atene classica, in nome del quale i cittadini dovrebbero essere dispensati dai loro ingenti debiti, è secondo me rendere un cattivo servizio alla Grecia, oltre a rendere se stessi ridicoli. È un po’ come quando l’Italia cerca di ritrovare qualche barlume di autostima nella gloria dell’impero romano, in Dante o nell’arte michelangiolesca. Se per giunta a sostenere la similitudine è chi di queste cose ha scarsa consapevolezza, causa una sensibilità deficitaria, tutto suona ancora più improbabile. Insomma, almeno questi grandi teniamoli al riparo dalle tragiche baruffe del quotidiano, che con sconcertante puntualità ci imboccano di travisamenti.
La consapevolezza di una cultura e il suo uso in una narrazione identitaria sono processi leciti, anzi essenziali a quei leganti che sorreggono e alimentano le dinamiche di convivenza in una società. Non sono certo cose da demonizzare in sé. Secondo il sociologo e antropologo Émile Durkheim il ricordo e la sua celebrazione sarebbero una fonte e una condizione del sacro: «non vi può essere società che non abbia il bisogno di intrattenere e di rinvigorire a intervalli regolari, i sentimenti collettivi e le idee collettive che restituiscono la sua idea e la sua personalità». 
Ciò implica pure che il manifestarsi di tali processi avvenga all’interno di un contesto in grado di rappresentarli. Vale a dire che la citazione del passato, svincolata dalla narrazione, è inefficace. Poniamo pure che nei greci il senso dell’eredità culturale sia ancora più radicato, più vivo per certi versi. 
Però, affermazioni provenienti da persone adulte, che vantano perfino qualche velleità letteraria, di questo tenore, “i greci hanno avuto Anassagora, Democrito, Socrate, Platone, sono gli inventori della democrazia, dunque non paghino nulla”, mi lasciano perplessa. Che significato ha una frase del genere? A chi esprime solidarietà, ai greci di Pericle o agli elettori di Tsipras? Diverso sarebbe intervenire, provando a fare un ragionamento sullo scenario politico ed economico greco di adesso. Ma in tal caso ci vuole troppo tempo, bisogna aver masticato un po’ di Grecia degli ultimi anni, aver letto tanta stampa italiana e straniera, magari aver seguito l’ascesa politica di Tsipras da prima che vincesse le elezioni dello scorso gennaio.
Insomma, la strada diviene assai accidentata e per chi insegue le humanae litterae nel nuovo millennio è proprio un percorso sconsigliabile. Meglio mantenersi sull’astratto, così si dice tutto senza aver detto nulla. E viepiù si evitano polemiche con il genere dello scrittore contemporaneo, poco disponibile a osservare la propria incompetenza, ma subito pronto a dire agli altri che di certe cose, siccome non se ne sa nulla, è meglio tacere. Un curioso autodafé di beata ignoranza. 
Le sviolinate di solidarietà alla Grecia in nome del prestigio nell’arte e nei saperi equivalgono al pacifismo in astratto che non aiuta i dibattiti e a volte rischia di essere anche più funesto di una dichiarazione di guerra: quella almeno si può abortire, mentre a non prendere posizione si rischia quasi sempre di essere complici del disastro.
Per quanto mi riguarda, il terzo pseudo salvataggio della Grecia lo vedo come una bufala colossale. Non mi pare che Tsipras abbia tradito nessuno. Ha semplicemente preso atto della posizione scomodissima in cui è venuto a trovarsi. Troppe pressioni. Se avesse rovesciato il tavolo, i creditori sarebbero saltati addosso ai greci con tutte le loro forze; e li avrebbero conciati molto, molto male. L’accordo è pessimo, ma ora i greci non sono formalmente attaccabili. Hanno firmato, con i soldi hanno saldato subito quel che c’era da saldare – va bene, i soldi il popolo non li ha visti, ma a dirla tutta non sono neppure soldi loro, questi che sono arrivati negli ultimi giorni. Quindi per ora, i greci non hanno perso. Anzi, semmai hanno guadagnato, tempo soprattutto. 
Il Movimento Cinque Stelle ha sbagliato a criticare Tsipras dopo l’accordo, dando una lettura politica a mio avviso immatura. E se il Movimento aspira a una leadership vera, bisogna che impari a ragionare con più freddezza. D’accordo metterci il cuore, appassionarsi a un argomento, ma in politica bisogna saper aspettare. Gli attacchi frontali, la storia lo dimostra, finiscono sempre piuttosto male. Anche se si dispone del più largo consenso popolare.
Tornando a Tsipras, seguo il suo percorso da molto prima che divenisse leader di Syriza. Ho avuto modo di sondare anche quali atteggiamenti gli destinasse l’opinione pubblica tedesca, e prima ancora di quale considerazione godesse Samaras presso i tedeschi. Importante per la Germania era (è) ibernare la Grecia, provare a spengere l’incendio dopo che era stato appiccato. Adesso è tutto molto più difficile, anche se in apparenza l’iter riformista avvia l’Ellade verso la calma piatta della rassegnazione. Ma come disse anni fa Seraphim Fyntanidis, «i greci sono un popolo surreale». Nel bene e nel male.
Per concludere sullo scenario attuale, né Tsipras né Varoufakis si sono improvvisati politici. Il secondo, tacciato di incompetenza, ha un curriculum zeppo di esperienze di studio e insegnamento in America e Australia. Vero che la fama curriculare può nascondere anche meccanismi poco limpidi, che vanno dalla raccomandazione spicciola al favore politico, però gli americani non ti danno incarichi se non hai del talento, se non sono in qualche misura interessati alle tue teorie. 
Del resto negli States, in materia economica, si stanno affermando correnti di pensiero meno allineate con certo mal riposto rigorismo, e anche all’interno del Fondo Monetario pare esserci maretta. Su diversi siti di stampa indipendente, potrete trovare molto materiale al riguardo. E si tratta di canali piuttosto accreditati.    
Invece, sul versante delle Grecia antica, per chi è affezionato alla citazione colta, al parallelo con i nostri padri culturali, prima di lanciarsi in frasi a effetto destinate quasi sempre a ricadere su se stesse, consiglio la lettura di due bei saggi sui rapporti di scontro-incontro tra penisola greca e oriente.
Uno è un contributo di Antonio Battegazzore, uscito su «Sandalion» esattamente vent’anni fa, dove si esplora la dicotomia greci-barbari, l’altro è un articolo di Carmine Catenacci, pubblicato nei «Quaderni Urbinati» dove si parla dell’oriente degli antichi e dei moderni. Si scoprono cose assai interessanti. Le culture non sono il frutto di una autoctonia. Se anche i poteri si impegnano a favorire l’isolamento di un luogo ricorrendo a diverse strategie (muri, eserciti, guerre, massacri), la contaminazione avverrà comunque.
Fatta salva l’epopea delle guerre persiane, ricordiamoci che i rapporti tra la Grecia e gli orientali furono costanti e che ciò che noi celebriamo come cultura greca è il frutto di molti confronti, assimilazioni, mescolanze. Quelli stessi che noi definiamo ingegni ‘puri’ del mondo greco, non solo vantano origini anatoliche ma hanno anche speso lungo tempo in oriente. Alcuni esempi: Talete di Mileto, che viaggiò in Egitto, Pitagora di Samo, che a quanto pare in Egitto trovò conferma e spunti per le sue teorie matematiche, Erodoto di Alicarnasso che nelle sue Storie tradisce una passione costante per le culture estranee a quella greca, e perciò soprannominato già nell’antichità “filobarbaro”.
Son cose su cui avremo modo di tornare. Invito intanto a rileggere l’altra fondamentale monografia di Mario Bussagli, di cui ci siamo occupati recentemente, sulle contaminazioni tra oriente e occidente attestate nell’arte.
Quanto alle verità del giovane scrittore insoddisfatto, concluderei con una annotazione di Nanni Cagnone tratta dalle sue “formule di cortesia”: «Molti esponenti delle ultime generazioni sembrano affetti da falsa precocità: han subitaneo accesso a molte fonti, ma – difettando di tecnica, di non insegnati metodi – non sanno cosa farne. Non sanno ricordare, non sanno pazientare, non sanno che è difficile giungere a qualcosa. Lavorano ansiosamente, come chiunque abbia fretta. In accordo con la mediocracy contemporanea, sembrano destinati a presunzione e frivolezza. Il loro motto potrebbe essere: publish or perish».  

(Di Claudia Ciardi)


Bibliography:

Antonio Battegazzore, La dicotomia greci-barbari nella Grecia classica: riflessioni su cause ed effetti di una visione etnocentrica, «Sandalion», vol. 18, 1995, pp. 5-34

Carmine Catenacci, L’oriente degli antichi e dei moderni. Guerre persiane in Erodoto e Guerra del Golfo nei media occidentali, «Quaderni Urbinati», vol. 58, n.1 (1998), pp. 173-195

Mario Bussagli, La via dell’arte tra oriente e occidente, «ArteDossier», Giunti, 1986

Nanni Cagnone, Formule di cortesia (dedicato a Giuseppe Pontiggia), «Il Verri», 2011, pp. 20-26 

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