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10 dicembre 2022

Nuovi affioramenti nel Fayum

 



Quest’ultimo scorcio dell’anno sta regalando tesori affascinanti e inaspettati. Proprio qui si parlava poche settimane fa delle statuette di Tanagra, di come il loro rinvenimento sia stato la conseguenza di un gesto millenario, comunemente ripetuto, un colpo di badile che ha schiuso qualcosa che si credeva sigillato per sempre nella terra. Negli stessi giorni il nome di San Casciano dei Bagni ha fatto il giro del mondo coi suoi straordinari idoli restituiti dal fango; si sono pubblicate foto, scritte poesie, dediche, impressioni a caldo su quello che sotto gli occhi di tutti si è materializzato come un prodigio. E certo sì, l’elemento fortuito può aver giocato un suo ruolo, ma la storia dello scavo si dipana anche nei suoi aspetti di assoluta dedizione per la ricerca, per la volontà di valorizzare un territorio attraverso la scoperta, per la lungimiranza di un investimento, secondo qualcuno magari arrischiato in momenti economici complessi, ma che ha reso frutti meravigliosi.    

Infine all’inizio di dicembre si è saputo che a più di un secolo di distanza dalle vaste campagne archeologiche condotte nell’area del Fayum, si sono trovati nuovi ritratti. Tra le più importanti e meglio conservate testimonianze pittoriche del mondo antico, la scoperta è stata annunciata proprio in questi giorni dal ministero egiziano, sebbene le opere in oggetto non risultino ancora quantificate. Si tratterebbe di una serie di manufatti riconducibili a un enorme edificio funerario di epoca tolemaica e romana situato a Gerza (l’antica Filadelfia, fondata da re Tolomeo II Filadelfo nel III sec. a. C.), ottanta chilometri a sud del Cairo. Tra i ritrovamenti anche una rara statua in terracotta della dea Iside posta all’interno di un sarcofago, oltre ad un gruppo di documenti papiracei, con iscrizioni in caratteri demotici e greci circa le condizioni sociali, economiche e religiose degli abitanti della regione in quel periodo. L’area del Fayum ebbe un ruolo strategico fin dai tempi della sua fondazione, in quanto villaggio centrale all’interno del progetto di bonifica agricola attuato dalla dinastia tolemaica, con l’obiettivo di garantire fonti di cibo per il regno. Patria di egiziani, greci e romani, crocevia culturale in cui si contraevano matrimoni misti per necessità economiche ed amministrative, la sua apertura e mescolanza si riflette ampiamente nella produzione artistica. I coloni greci, la presenza più capillare in questo territorio, erano soprattutto veterani di guerra e ufficiali. Oltre ai greci, come si è detto, vi erano anche egizi, giunti in quella regione per lavorare le terre. Anche dopo la conquista della regione da parte dei romani, la popolazione restò prevalentemente composta da greci ed egizi, quindi da egizi ellenizzati. I ritratti del Fayum non sono quindi altro che i volti dei discendenti dei primi coloni greci che presero in moglie donne locali. Si può quindi affermare che tale ritrattistica, unicum nel mondo antico per la sua peculiarità, sia il risultato di una sintesi tra le usanze egizie (la mummificazione) e quelle greco-romane (il realismo della pittura). Non è un caso, infatti, che la diffusione dei ritratti coincida proprio con la dominazione romana sull’Egitto. Alcuni studiosi pongono l’accento proprio sulla similitudine tra quest’uso e quello romano, basato sulla produzione di maschere in cera dei volti dei propri cari defunti, da conservare nelle abitazioni per ragioni di culto e ornamentali.

I soggetti sono persone morte fra i trenta e i quarant’anni, anche se non mancano icone di bambini. La loro classe sociale era sicuramente elevata, in quanto far eseguire una maschera funebre era una procedura costosa, non alla portata dei ceti più bassi. Le tecniche di pittura di questi ritratti prevedevano spesso l’utilizzo di tempera e cera su assi di legno. La tavola veniva poi inserita tra le bende della mummia o sopra il sarcofago. Il volto era rappresentato frontalmente, lo sfondo monocolore, talvolta arricchito da elementi decorativi. Nel caso delle donne sono riprodotti monili di altissimo pregio (collane, orecchini, diademi).

Nel primo decennio del 2000 i ricercatori del NU-ACCESS (Northwestern University – Art Institute of Chicago Center for Scientific Studies in the Arts), diretti da Marc Walton, hanno analizzato quindici tra pezzi completi e frammenti di cosiddetti ritratti del Fayum conservati presso il Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology (PAHMA) della University of California, Berkeley. Si tratta di un campione della serie scoperta tra il 1899 e il 1900 a Tebtunis. Questi dipinti su tavoletta lignea sono caratterizzati da colori come il giallo, il marrone, il rosso, il nero, il bianco e, a quanto pare, anche dal blu, sebbene non visibile a occhio nudo. Si pensava che per il suo altissimo costo il cosiddetto “blu egizio” fosse riservato solo al faraone e ad alti funzionari di corte. Mentre questa scoperta sembra destinata a rivoluzionare alquanto una simile affermazione. Il pigmento, infatti, in sei casi su quindici, è stato utilizzato per disegni preparatori, per modulare le ombreggiature e dare lucentezza all’insieme. Si è arrivati a questa scoperta attraverso indagini non distruttive come la Spettrofotometria XRF, la Reflectance Transformation Imaging (RTI) e la Visible Induced Luminescence (VIL). Lo studio sta proseguendo per ulteriori raffronti e risultati.

Scoperti già dal 1615 durante un viaggio in Egitto da un aristocratico romano, l’esploratore Pietro della Valle, che ne portò con sé alcuni esemplari, oggi i volti del Fayum ci osservano dai maggiori musei del mondo, tra i quali il Museo egizio del Cairo, il British Museum, il Royal Museum of Scotland, il Metropolitan Museum of Art di New York, il Louvre di Parigi, la Pinacoteca di Brera di Milano, le Staatliche Kunstsammlungen di Dresda (che ospitano i primi ritrovamenti della missione compiuta da Pietro della Valle) il Landesmuseum Württemberg di Stoccarda.


(Di Claudia Ciardi)


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28 gennaio 2022

Sapienza e sentimenti incisi

 

Max Klinger, Raub des Lichtes, acquaforte, 1890-1893


Proseguono i dialoghi sull’antico insieme ad Alessia Rovina, che condivide qui con noi i frutti di alcune giornate di studio nell’ambito di un Workshop internazionale organizzato dall’Alma Mater Studiorum di Bologna, capofila del progetto “Encode”/Papirology for non-specialists, il cui archivio web la nostra collaboratrice suggerisce di raggiungere.
Questo discorso sul
γράφος, sul segno inciso, è qualcosa che riempie di commozione. Perché si sta di fronte a una parola che stringe un patto con lo spazio, che letteralmente si fa materia, memoria che s’incarna. La scrittura espone se stessa e chiama il viandante, è arte che si fonde con la mano che ha scritto, con la mano che ha scolpito, maestria di un lapicida che dà rappresentazione a un mondo intero. Orazio asseriva che l’opera poetica, dunque il libro, fosse qualcosa di più durevole di un monumento (exegi monumentum aere perennius), ma è pur vero che la scrittura affidata alla pietra ha mostrato una straordinaria longevità. E ce lo spiega molto bene la nostra studiosa nel suo articolato contributo, citando proprio alcune delle più sorprendenti campagne archeologiche grazie alle quali si sono riportati alla luce imprescindibili documenti.
Non mi sembra di ripeterlo abbastanza. L’entusiasmo dei più giovani per le lingue classiche, per le culture antiche, ossia per un tipo di studio che può sembrare completamente svincolato dai nostri tempi, dalle cadenze affrettate che ovunque ci vengono imposte, è un dono. Ascoltarlo da loro, sentirselo raccontare un enorme privilegio. Addentrarsi nel mondo antico richiede un’immersione totale – certo vale in generale per ogni scienza – ma in tal caso ci si veste sempre dei panni di altri esseri umani e in questo dialogo interiore, che si impara a praticare negli anni meticolosi di traduzione e ricerca sulle fonti, si scopre un tempo calmo, si comprende il paziente esercizio sulla parola, si impara a mettersi su strade non battute, luminosa metafora del viaggio che tenta la conoscenza (altro luogo immortale della poesia greca scandito fino all’ellenismo, come dimenticare l’esortazione di Callimaco nel prologo degli Aitia!).
I giovani classicisti sono tra i nostri primi portatori di fuoco. Perché custodiscono questi accenti diversi, perché recano in mezzo a noi il soffio vitale che fu di altri e si sforzano di farci sentire vicino, quasi vivo, quel respiro. L’epigrafia è forse tra gli ambiti disciplinari che più ci mettono in contatto con questi sentimenti, con l’intensità di movenze non scontate – è il passo lento di cui parla Alessia, quando bisogna colmare una lacuna o tentare un’interpretazione nella pietra sbrecciata. Ed è molto più che cercare un’ombra, un’orma, è diventare in tutto quella traccia.
Buona lettura!

(Di Claudia Ciardi)

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Epigrafia - Sapienza e sentimenti incisi

Di Alessia Rovina

per la rubrica «L’Argonauta»

Quando ci si inizia ad addentrare nello studio del mondo antico, sia esso il mondo greco, il mondo romano, del Vicino Oriente, o – perché no! – del Sud America prima della colonizzazione spagnola, da subito occorre confrontarsi con la miriade di tipologie che costituiscono la macrocategoria che noi conosciamo sotto il nome di “fonti”. L’accostamento ai testi letterari, foriero di indubbie delizie qualora non sia ostacolato dalla mancata decifrazione della lingua, è difatti una modalità davvero parziale di guardare al passato, pur essendo questi testi talvolta presenti in una copia tale da far sospettare che nulla possa mancare. A dire il vero, l’accostamento stesso ai soli testi letterari è anch’esso parziale, senza il sostegno, il supporto e l’ausilio che spesso e volentieri viene offerto da ciò che su rotolo non è.
L’epigrafia è senza dubbio uno degli ambiti di studio di maggiore necessità per una comprensione dell’antico che sia a tutto tondo. Spesso vista come minuzia polverosa (non diversamente da come talvolta viene giudicata un’altra materia peculiare, la papirologia), nel contesto italiano linfa vitale a questa disciplina storico-filologica è stata infusa da una delle maggiori epigrafiste del secolo scorso, Margherita Guarducci (1902-1999), la quale condensò conoscenza ed esemplarità dell’epigrafia – andando ad indagare peraltro sia il mondo classico sia il mondo della cristianità – negli ormai storici quattro volumi dell’Epigrafia Greca, vera e propria summa a cui è sempre bene ritornare, per non avere la tentazione di chiudersi nel recinto di una sola esperienza dell’antico. L’epigrafia in particolare offre, soprattutto per il versante ellenico, fondamentale supporto per l’indagine linguistica e dialettologica dell’antichità. Ben consapevoli di quanto la realtà linguistica della Grecia antica fosse varia e variegata, e di come i testi a noi pervenuti spesso restituiscano una coloritura imprecisa dettata dalla redazione successiva rispetto al momento della performance, che era attimo inevitabilmente orale, e dall’intervento spesso “normalizzatore” della mano dei filologi di età ellenistica, componenti le quali ci consegnano una conoscenza spesso sbiadita delle caratteristiche dialettali, recuperabili però in modo assolutamente interessante dal repertorio epigrafico. E ciò attraverso iscrizioni disseminate tra Occidente, Mediterraneo ed Oriente che ci parlano, ad esempio, dell’andamento della grafia a Creta rispetto ad Atene, dell’aspirazione pervasiva prettamente spartana, oppure ancora delle peculiarità linguistiche dell’arcadico, lingua non presente nella letteratura a noi giunta.
E ancora, spostandoci nelle terre oggi martoriate da conflitti e disperazione, proprio grazie a quanto è stato inciso su pietra dai lapicidi di epoche anche di molto precedenti la classicità ellenica, veniamo a conoscenza di lingue di grande fascino ed importanza, attestate solo epigraficamente: ad esempio il fenicio, l’aramaico antico, il moabitico, per citarne solo alcune.
Iscrizioni su pietra e su altri materiali avevano un significato gnomico e sapienziale dai caratteri paideutici ed esortativi. In tale direzione vanno le epigrafi templari che ornavano santuari dell’antichità, da Delfi, Gerusalemme e Sidone.
Inoltre, le incisioni erano sinonimo di diplomazia e civiltà: ci sono note iscrizioni plurilingui volte ad estendere il più possibile la comprensione dei contenuti esposti, oltre ad epigrafi che riproducono trattati stipulati tra popolazioni o πόλεις differenti – peraltro utili anche per ricostruire quei rapporti che noi contemporanei definiremmo di “politica estera”. Che dire poi delle informazioni di carattere giuridico che siamo in grado di ricavare da queste parole su pietra! A ragion veduta grande fascino suscita ancora l’oggetto di una straordinaria scoperta avvenuta nel 1884 grazie al lavoro di una importante missione archeologica italiana a Creta, guidata da Federico Halbherr, che portò al rinvenimento e allo studio del monumentale Grande Codice di Gortina, ancora oggi modello di studio.
Ma l’ambito umano più affascinante è senza dubbio quello che coinvolge i sentimenti, i pensieri, le emozioni ed i timori, filo rosso che non conosce cesure temporali, ed è anche in questo luogo intimo ed universale che l’epigrafia ci permette di entrare, con un passo volutamente lento, dovuto alle lacune che le iscrizioni spesso presentano ed ai compendi più e meno noti da sciogliere, con delicatezza, lucidità e rispetto in primis della coerenza scientifica – e proprio questo ultimo punto restituisce la complessità e la delicatezza che connota il procedere degli studiosi di questa disciplina. Gli epigrafisti hanno la fortuna di entrare in stretto contatto con una delle produzioni caratteristiche dell’antichità greca ed italica: gli epitaffi. Letteralmente, le parole scritte sulle tombe, quindi in contesti funebri. Gli epitaffi greci, in particolar modo, sono andati incontro ad una evoluzione sempre più raffinata, assumendo una loro peculiare connotazione formale: rigorosamente in versi, venivano costruiti come caratteristici epigrammi, di foggia raffinatissima e metro inequivocabile – basti pensare che autore di epitaffi fu anche il celebre poeta Posidippo, le cui commemorazioni funebri sono racchiuse anche nell’ultimo ritrovato papiraceo, P. Mil. Vogl. VIII 309.
In fondo, però, ci rendiamo conto di non essere davvero mutati rispetto a questi tempi che sembrano tanto estranei. La storia abbonda di epigrafi, abbonda di iscrizioni, di graffiti sentimentali e politici su pietra, di notizie dell’enfatico poeta Byron, che scalfì con la sua firma una colonna del sacro tempio di Poseidone a Capo Sounion, in un impeto di furore romantico e classicheggiante che noi ora definiremmo a dir poco vandalico ed incosciente.
Il bisogno di raccontare, dalla pietra, al viandante a cui si richiede di manifestare una συμπάθεια affratellante, oppure la necessità di narrare ciò che una vita è stata, o ancora la dolorosa constatazione della sua inequivocabile brevità e l’accettazione delle verità più intime e contraddittorie, spinte interiori che allora come ora ogni essere umano cova nei recessi del proprio animo.

 
Molte volte ho studiato
il marmo che mi hanno scolpito –
una nave con la vela piegata in riposo nel porto.
In verità non ritrae la mia destinazione
ma la mia vita.
Poiché l’amore mi venne offerto ed io fuggii dalla sua delusione;
il dolore bussò alla mia porta, ma io avevo paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io ero atterrito dai suoi rischi.
Pure tutto il tempo avevo fame di un significato nella vita.
E ora so che dobbiamo innalzare la vela
e cogliere i venti del destino
ovunque essi guidino la nave.
Dare significato alla vita può sortire follia,
ma la vita senza significato è la tortura
dell’irrequietezza e del desiderio vago – 
è una nave che anela il mare eppur lo teme.

E. Lee Masters, Antologia di Spoon River,  traduzione italiana di L. Ciotti Miller

 

Bibliografia consigliata:

M. Guarducci, Epigrafia greca, 4 voll., Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1967-1978
Epitaffi greci, a cura di E. Lelli, Bompiani, 2019
G. Garbini, Introduzione all’epigrafia semitica, Paideia, 2005


(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro, ricercatrice)

 


Stele funeraria di Demokleides, figlio di Demetrios, inizi IV sec a. C.

marmo, cm 67

Atene, Museo Nazionale

20 aprile 2017

La Grecia secondo Camus



Antico teatro di Dodona (Epiro)


C’è un bellissimo saggio di Eric Dodds sulla categoria dell’irrazionale quale fulcro meraviglioso dell’identità greca. Non solo, dunque, splendore apollineo e armonia classica ma anche ruvido arcaismo. Perciò preferisco parlare di “lettere antiche” piuttosto che di “lettere classiche”, quest’ultima sembrandomi una definizione limitante. Sebbene alcuni degli argomenti di Albert Camus si richiamino a luoghi comuni - la Grecia apollinea e solare, luminosa anche nella sua sapienza tragica, la cultura romana imitatrice statica della grecità tarda, di quell’ellenismo che sarebbe nient’altro che espressione leziosa e stanca del secolo di Pericle – insomma nonostante qualche semplificazione e un eccesso di polarità nell’orientare certi temi, l’analisi camusiana celebra con passione il cosmo greco e la sua centralità interna alla genesi mediterranea. Toccando con mano le radici vive del proprio immaginario lo scrittore vorrebbe restituire al luogo la voce sola che ha diffuso attorno a sé, così da coglierne senza filtri l’unicità dell’avventura umana e storica prodotta nei secoli.


(Di Claudia Ciardi)         


Poggiato a una colonna del tempio di Poseidone a Capo Sunio, in un punto famoso per la vista sul mare Egeo e sui tramonti attici, Camus annotò il 29 aprile ’55: «Istante perfetto». Pochi giorni dopo, il 2 maggio, scrisse sul taccuino: «Valeva la pena venire da tanto lontano per ricevere questo grande pezzo d’eternità. Dopo, il resto non ha più importanza». Grecia ed Egeo, ecco il cuore della perfezione del mondo.
Aveva spesso desiderato andare in Grecia, senza riuscirci, e meditò su quella terra mediante le rovine romane che toccano il mare a Tipasa, i monasteri toscani, le grandi opere della pittura italiana. Ci riuscì nel ’55, e capì che davvero la Grecia era il fulcro della civiltà mediterranea: una terra che dona agli uomini la sapienza. Ecco perché ammirava la figura di Ulisse che, al ritorno dalla guerra, rifiuta l’immortalità che gli offre Calipso per restare fedele a Itaca, sua patria.
Era dunque necessario, secondo Camus, spostare la culla della civiltà da Roma ad Atene, e consacrare la Grecia come madre della cultura mediterranea. Il vero Mediterraneo non è quello «astratto e convenzionale rappresentato da Roma e dai Romani», popolo d’imitatori senza immaginazione che volle sostituire il genio artistico con quello guerriero. Il loro ordine, tanto vantato, non è quello «che respira nell’intelligenza» fu invece imposto dalla forza. E quando imitarono i Greci non seppero cogliere il loro genio vitale, solo «l’astrazione puerile e calcolatrice», cioè i frutti della decadenza; non colsero la rude Grecia dei grandi tragici e comici, solo il manierismo ellenistico.
La visione ciclica della natura, in cui i Greci collocano ogni cosa, profila la grande differenza tra Grecia e ciò che viene dopo, quella storia lineare che, introdotta dal cristianesimo, conduce infine al dominio sulla natura. Da allora l’uomo occidentale ha perduto ogni senso del limite e della bellezza e, infedele alla terra, ha ceduto all’intemperanza.
Ora, consapevoli che l’antica Grecia non tornerà più, come riconquistarne qualche scheggia di significato? Camus lo fa trapiantando nella propria opera molti concetti che hanno radici greche: misura, bellezza, natura, mito e tragedia. Ma lo fa anche suggerendo di resuscitare alcuni elementi greci al fine di sentirli e viverli, ad esempio il pensiero solare e meridiano, perché «il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie».
Cattedra di libertà luminosa, la Grecia è anche il luogo della bellezza e del senso tragico ad essa eternamente collegato. A queste condizioni, non resta che deplorare l’abdicazione dell’Europa – nutrita di convulsa disperazione – dalla visione estetica, la sola capace di purificare lo smarrimento nel filtro della bellezza.


Da Antonio Castronuovo, Alfabeto Camus. Lessico della rivolta, Stampa Alternativa, 2011  






22 novembre 2016

Heidegger nella Grecia sequestrata





Con Paolo Zignani, amico e collaboratore occasionale di questo blog, mi sono data nelle ultime settimane un compito interessante e per nulla semplice: rileggere il resoconto scritto da Martin Heidegger in occasione del suo primo viaggio in Grecia. Il filosofo, fin dal titolo, avvisa il lettore. Non addomesticherà il suo peregrinare nelle forme accondiscendenti e un po’ assonnate della consueta narrazione diaristica – men che meno assecondandone derive consumiste più che familiari a noi figli sballottati dalla globalizzazione – ma ci offrirà una permanenza (in tedesco Aufenthalt). Stilettata filologica non da poco, che c’impone il tempo della sosta, cioè apre la spazialità a una precisa dimensione cognitiva. Lo spazio, dunque, come incubatore di pensiero. In scia con quel che il filosofo teorizza negli Holzwege, sentieri come vie di conoscenza; che si perdano o meno, favorendo la nostra stessa attitudine all’incompiutezza, è del tutto secondario, anzi forse perfino più coerente del palesarsi di una meta.
Si tratta in questo caso di una memoria assai densa. Non inganni la brevità del testo; la Grecia e il fraseggio che Heidegger costruisce attorno ai suoi monumenti danno luogo a un’architettura complessa che implica, da parte del lettore, più di un ritorno. E mi riprometto, infatti, di dedicare un ulteriore intervento proprio ai contenuti di questo affascinante librino che, allinizio del millennio, ci interroga senza vedersi superato in alcuna sua proposta. 
Negli ultimi anni, ci siamo abituati a veder entrare la Grecia nel nostro orizzonte di europei in preda a crampi identitari, parlandone unicamente in funzione delle nostre crescenti isteresi. Pertanto, facendo violenza a quel che la Grecia ha significato sotto il profilo culturale e che tuttora significa. Anzi, la Grecia sembra inserirsi esattamente in queste crepe occidentali, non come immagine in grado di rassicurare, cosa che invece ci si aspetterebbe da una culla di civiltà, ma semmai contribuendo all’inquietudine. E di ciò siamo responsabili noi in prima persona.
Prendiamo l’ultimo incontro politico in terra ellenica. Il presidente americano, reduce dalla sconfitta della sua candidata alle elezioni, ha inteso rafforzare la sua immagine di paladino della democrazia, scattando una foto di circostanza sull’Acropoli. Su di lui incombeva la responsabilità di una disfatta in patria e lo spettro, mai esorcizzato, di un popolo messo a dura prova dall’austerità, proprio lì, ai piedi di quella millenaria bellezza monumentale. Stridente il messaggio che si è voluto lanciare, tanto più che al tavolo del giorno dopo, a Berlino, Tsipras era già uscito di scena, relegato nelle sue turbolenze egee. L’ho trovata una scelta sbagliatissima e diciamo pure offensiva. Rilanciare la democrazia significa, adesso soprattutto, portare Tsipras ad ogni tavolo. Mentre la Grecia continua a dividere e a mettere in rilievo tutte le nostre imbarazzanti contraddizioni.
Tra le tante riflessioni che Zignani mi ha inviato nel corso della stesura del suo articolo, vorrei condividere un passaggio in particolare, perché esemplificativo dell’orientamento di quanto ha scritto: «La Grecia è stata, per così dire, sequestrata. L’industria del sapere prende il posto dell’autenticità e l’inautenticità non perde occasione per esprimere la sua tipica “dittatura” (è la traduzione di Pietro Chiodi). Secondo me quei riferimenti all’essere sociale e ai suoi modi d’essere, e al mondo del lavoro (curiosamente ce ne sono) si fanno più significativi negli anni successivi. È un argomento forte. Heidegger cercava anche lui una terza via non capitalista né sovietica per un’ontologia che avesse anche un senso per la vita. Si può parlare di una qualche forma di “critica sociale” da parte di Heidegger? Per me sì. Non credo che per Heidegger possiamo solo raccontare: quel suo vitalismo, che detesta tanto la storiografia, la cultura fatta con le tradizioni culturali e i libri polverosi, vuol prendere possesso della vita autenticamente; l’ontologia intende stravolgere la vecchia metafisica».
Per quanto mi riguarda, ha colpito la mia attenzione il fatto che il filosofo tedesco parli della Grecia, tutta, come isola. In questo suo viaggio persegue una rappresentazione “isolana”. Ora diciamo che il territorio ellenico è in buona misura insulare ma non è comunque solo questo. E tuttavia il punto di vista del viaggiatore nordico si concentra su tale “metafisico” peregrinare isola per isola, ognuna con la propria grecità e stratificazione storica. Quasi che i singoli approdi siano chiamati a dare concreta visualizzazione all’avventura del pensiero in cerca del proprio centro.
Tra gli altri, il passaggio sull’asiatico è forse il più notevole. A quel punto della lettura lo snodo oriente-occidente staglia la Grecia nella sua perenne dimensione di ponte, inteso ancora una volta in senso conoscitivo.


(Introduzione di Claudia Ciardi)


Heidegger nella Grecia sequestrata
di Paolo Zignani

Heidegger aveva messo tra parentesi la Grecia reale, per sostituirla con la poesia di Hölderlin e con sofisticate interpretazioni dei filosofi ateniesi, e il contraccolpo sopravviene implacabile, per la necessità di un intervento personale, un’intrusione dell’ontico capace di causare uno dei cortocircuiti che la sua filosofia, per quanto anti-idealistica, sa sprigionare nell'urto con la realtà. Il filosofo ha sentito il bisogno di andare oltre, preso dalla speranza di un nuovo inizio, che la sua filosofia non poteva dare. Di qui la necessità di un impegno personale, ma privatamente, in viaggio con la moglie. C’è un’ansia nel pensiero di Heidegger, che non vuole fare della filosofia ma dedicarsi all’essere. Invece, di nuovo, incontra una dittatura. Il desiderio di emancipazione – insopprimibile - ha necessità di rinnovarsi, altrimenti prevarrà la furia autodistruttiva dell’umanità.
L'unica dittatura denunciata da Martin Heidegger è stata quella dell'inautenticità, che si può esercitare solo perché la questione dell'essere è stata accantonata, in uno scenario tormentato. Kant poneva, in una famosa pagina della Critica della ragion pura, fra Analitica e Dialettica trascendentale, l'esistenza di un'isola della verità, dove vigono le norme dell'intelletto puro, circondata dall'oceano tempestoso delle parvenze. La condizione umana sembra molto più complicata in “Essere e tempo”. L'estraniazione è il modo di essere del Si, che è la dimensione della vita quotidiana impersonale: espropriato da sé per la sua debolezza, l'uomo, quando sopporta d'essere autentico, si apre a un qui e a un con chi fare storia: lo attende però una difficile battaglia. Strappato dalle sue radici, perso tra le cose, strumentalizzato dalla tecnica, l'uomo si accorge di far parte di un mondo in cui non è altro che un oggetto, un mezzo, a causa dell'organizzazione economica, politica e sociale, in una dittatura impersonale, implicita, che distrae continuamente e impone discontinuità all'Esserci, autoaffermandosi spontaneamente senza bisogno di legittimazione e di motivazione. Heidegger descrive nei suoi tratti ontologici la disponibilità umana alla sottomissione inconsapevole e anonima, con la sottrazione della Cura. Permane la tendenza al mimetismo del Si inautentico privo di sé. L'analisi del dominio della tecnica, però, nella "Questione della tecnica" (1953) dimostra che l'estraniazione è ben più vistosa e accompagnata dalla consapevolezza dello sfruttamento della natura, esseri umani compresi. L'inautentico inoltre sostituisce l'autentico e viceversa, questo è l'evento che avviene in un ritmo di cadute e riappropriazioni imprevedibili: uno scambio, non tra due realtà diverse e nemmeno in una relazione di circolarità ermeneutica che passi per organizzazione della conoscenza, nascondendo in realtà conflittualità non s'appianano. E' forse l'autentico a descrivere questi processi, ma una simile meta-fenomenologia non viene a parola. Senza l'autenticità l'Esserci si smarrisce: l'autenticità si fonda però su un discutibile concetto di storicità. Tra l'individuo e la storia non c'è infatti una relazione così diretta e immediata, se non nella prospettiva difficilmente comunicabile dell'individuo e delle sue relazioni: le autenticità come possono "comunicare", nella storicità comune, se non mediante la storiografia? Heidegger segue invece un vitalismo antistoriografico. La storicità comune incontra così il limite di una storicità autentica ma privata e incomunicabile. L'Esserci è un essere storico, e tuttavia in quanto mortale progetto gettato, non può far altro che aprirsi alla scelta delle possibilità tramandate, senza che la storiografia debba per forza occuparsene: l'autentico può non far rumore e non lasciare alcuna traccia. L'inautenticità invece è molto più organizzata e aggressiva, è pubblica, di massa, priva di soggettività, lavora inconsapevolmente per l'industrializzazione del mondo, mentre l'autenticità, malgrado il carattere originario e imprescindibile dell'essere-assieme - entra in azione soltanto nello scenario della vita individuale e rende soltanto possibile l'essere assieme storico autentico. La dittatura dell'inautentico produce una storiografia, che riesce a sostituire agevolmente, commercialmente, la storicità autentica e la conoscenza autentica che l'accompagna e che non necessariamente diventa storiografia dominante. L'ontologia esistenziale è inoltre un ritmo che si ripete, con due fasi che si alternano con variabilità imprevedibile. Quando l'Esserci diventa se stesso si ritrova ad appartenere all'Essere e deve affrontare la propria storicità prendendo la "decisione anticipatrice". Il -ci viene annullato in questa autenticità. L'Esserci viene richiamato nella storia, ovvero nell'istante in cui si confronta con le possibilità che gli vengono tramandate. Inevitabilmente l'Esserci ricade nel -ci, dove dovrà disperdersi tra le cose fino a quando la chiamata della cura, un silenzio angoscioso, lo riporterà di nuovo al suo destino di essere storico. Con questo ritmo l'Esserci si sposta nelle e fra le dimensioni della temporalità deformandosi come il tempo stesso. Struttura precaria ma complessa che si riconfigura continuamente, l'Esserci si realizza nell'anonimato di massa e poi si appropria di sè, annullando però la vita quotidiana. L'Esserci passa dalla dittatura del Si anonimo alla "decisione" (il suo destino) che lo rende libero e autentico. La chiamata della cura lo modifica all'improvviso. E' un flusso di modalità temporali ed esistenziali che si intrecciano congiungendo futuro e passato e abbandonando l'idea metafisica di soggettività sostanziale e di temporalità lineare.
Allora perché visitare la Grecia, se è la storicità autentica a farci comprendere il linguaggio in cui abitiamo, il linguaggio dell'Aletheia? Se è silenziosa la chiamata della Cura, perché il silenzio diventa lingua greca? Se poi la poesia di Hölderlin disvela l'eredità dell'antica Grecia, perché partire fra i turisti? Quando Heidegger nel 1964 visita per la prima volta la Grecia, la trova per così dire sequestrata, interpretata, come sostituita con una copia, invasa da un esercito nemico. Heidegger è inevitabilmente critico, viste le premesse, verso il sistema economico-politico nel diario di viaggio che dedica alla moglie: "Una potenza estranea aveva preso possesso di quella terra con il sistema delle prenotazioni e dei viaggi organizzati". E' l'industria del turismo che s'impone e allontana da "ciò che è", rendendo "incapaci di pensare alla frattura che separa l'oggi dallo ieri e di riconoscere il destino che regna nello spazio di questa frattura". "La tecnica moderna e, con essa, l'industrializzazione del mondo attuatasi con l'ausilio della scienza, si apprestano, con il loro elemento inarrestabile [Unaufhaltsames] a dissolvere ogni possibilità di soggiorno [Aufenthalt]". Non resta alcun luogo nel mondo industrializzato, amministrato, dominato dalla pianificazione calcolante, non c'è possibilità di pensare l'elemento greco, addirittura ci si sente in ogni luogo a casa propria; ma in che modo? Con l'aiuto della tecnica, come chi scatta fotografie "rinunciando alla propria memoria per sostituirla con un prodotto della tecnica". L'uomo è sostituito, messo da parte, la sua esperienza e la sua storia non servono più, soprattutto non è utile la sua decisione, la sua esistenza personale, caratterizzata e vitale. Oggi non si può soggiornare, dimorare, abitare, l'Esserci è nel mondo ma senza esperienza reale. Non si può nemmeno evitare di confrontarsi con la violenza dell'essenza della tecnica. Torna il confronto anche con l'elemento asiatico (pag. 38 di "Soggiorni. Viaggio in Grecia", ed. Guanda), ovvero probabilmente l'Unione sovietica e il rischio di una guerra atomica che distrugga l'umanità. Inevitabile quindi che la “chiamata” della Cura assuma un’altra forma.
L'industrializzazione, oggi, dopo Heidegger, è ancora più invasiva: ha conquistato ogni attività, l'elaborazione e diffusione del sapere, ha trasformato l'economia e ogni esperienza del mondo, occupato il tempo libero, colonizzato la socialità, trasformandola con dei programmi informatici. Sembra ad Heidegger che occuparsi della Grecia antica sia qualcosa di irreale. L'industrializzazione oggi appare più differenziata e caotica, capace di generare o sostenere nuove singolarità, meno trionfante eppure ancor meno contrastata. Heidegger non vede la crisi dell'industrializzazione stessa, una crisi continua, vede l'uomo "misero e confuso", in balia di un "progresso senza futuro". L'industrializzazione si rivolge a un consumatore che ha le stesse caratteristiche dell'inautenticità. L'inautenticità infatti fa sì che l'individuo sia sradicato, privo di un suo tempo e luogo, attivo anonimamente, confuso con gli altri, solo in una dimensione universale, in cui ogni tempo e luogo si equivalgono: è il fenomeno dello sradicamento, una delle categorie "abusive", non dichiarate, non fenomenologiche ma storico-culturali, che ricorrono clandestinamente in "Essere e tempo". 
Il § 27: «Nell'utilizzazione di pubblici mezzi di trasporto, nell'impiego di mezzi d'informazione [giornali n.d.r.] ognuno è altro fra gli altri. Questo esser- 'l'un con l'altro' omologa completamente il proprio esserci al modo d'essere "degli altri", e fa in modo che gli altri scompaiano ancora più nella loro diversità e nella loro distinzione. In questa non vistosità e non-constatabilità il Si dispiega la sua autentica dittatura» (pag. 185 trad. Marini, Oscar Mondadori) .
È questa la dittatura segnalata da Heidegger, che estrania e sradica l'Esserci, anche se l'inautenticità è tutt'altro che un fenomeno negativo: è la modalità forse prevalente ma provvisoria, destinata a uno scambio ritmico e imprevedibile con l'autenticità, possibile solo nell'intreccio di modalità temporali differenti e simultanee. La "chiamata della Cura" però è silenziosa. L'autenticità può interrompere il flusso delle chiacchiere in solo modo, con il silenzio. L'inautentico non ha territorio ed è sradicato, essenzialmente, dalla storia, perché la temporalità autentica gli rimane estranea. L'autentico invece ripete la possibilità ereditata nella lotta comune (paragrafi 72-75): la storicità autentica svela l'essere nel mondo autentico. Solo l'autentico ha un rapporto con territorio. È la temporalità autentica a disvelare l'ambiente in cui si trova l'Esserci. La storicità semmai si attua con questa lotta alla tecnica, nel tentativo che potrebbe ripartire dall'elemento greco, ammesso che si possa manifestare in modo genuino. L'inautentico mette l'uomo in balia dell'industria, del Gestell, della “imposizione”: Heidegger non vuole istituire il collegamento, che violerebbe la purezza della descrizione fenomenologica delle strutture esistenziali. Di fatto però, nel viaggio in Grecia, la curiosità dei turisti rende ancora più invasiva l'industria del turismo e l'esperienza della percezione dei monumenti di Atene diventa impossibile. L'inautenticità si rivela allineata all'industrializzazione del mondo. L'inautenticità consuma prodotti industriali, vive come deve vivere un consumatore, innanzitutto di informazioni. L'industria consente a ciascuno di produrre copie dell'ente alla mano, assecondando così l'avidità di possesso del Si inautentico, che vuol aver già visto e saputo tutto, in modo che nulla resti nascosto e misterioso. Non essendo nessuno, desoggettivato, è pervaso da un desiderio incontrollato e pantagruelico. È un desiderio di dominio: l'individuo desidera sentirsi al sicuro, avendo il controllo del suo mondo, poiché conosce ormai tutto. Il Si inautentico vuole impadronirsi di un mondo ma vive in una finzione e l'industria gliene fornisce i mezzi tecnici. Quel che conta però è che ciò che è visto è posseduto, lo si può quindi riprodurre: la tecnica è già attiva nel Si. L'industria così si afferma grazie a una volontà ben precisa di strumentalizzare le tendenze dell'inautentico: l'autenticità invece non incontra il mercato. E l'economia appassiona l'inautentico.
Soggiorni. Viaggio in Grecia. A pag. 49: «Ciò che oggi chiamiamo mondo è lo sterminato groviglio delle apparecchiature tecniche di informazione, che si è imposto alla physis intatta prendendone totalmente possesso, ed è ormai possibile conoscere la natura e intervenire sul suo funzionamento solo secondo un calcolo».
Heidegger prende le mosse dal vitalismo e dalla necessità di un'esperienza e di una decisione personali, non dal bisogno di una documentazione storiografica accurata. Questa eccezionalità dell'individuo si trova però a confronto con sistemi sociali ed economici organizzati per rivolgersi a un pubblico di massa. Il mondo è espropriato da una potenza anonima che funziona automaticamente, proprio come l'Esserci perde se stesso nell'inautenticità, che lo consegna a un gioco infinito e tuttavia insensato di rimandi da un ente intramondano all'altro. Questa pianificazione calcolante è tanto umana che disumana: l'Esserci si intrappola nel sistema razionale che ha creato con la forza della ragione. Il mondo vuoto di senso, abbandonato dagli dèi, dove i templi greci non riescono a esprimere l'elemento greco nella compagine delle percezioni, è proprio il mondo creato dagli uomini. L'umanità si auto-aliena, si auto-espropria, inconsapevolmente, seguendo semplicemente il proprio modo di vivere quotidianamente, che la allontana dall'Essere, dalla physis, dalla Grecia antica. Nulla è accaduto per colpa dolosa né per caso: Heidegger individua un'assunzione di responsabilità, non accusa un dominio ostile o una moderna forza di tirannia. La forza di questa desolazione è l'anonimato, il protagonismo di una folla coinvolta dalle operazioni degli apparati industriali che hanno trasformato il mondo in un meccanismo che a nessuno appartiene se non alla razionalità. Ma davvero non c'è un colpevole? Non c'è sfruttamento e tirannia? Sfruttamento e tirannia, classi dominanti, fanno parte della ratio dispiegata. Così il mondo è sparito: l'Essere è assente, quindi anche l'uomo perde senso, dominato dal suo razionalismo. L'inautenticità, modalità esistenziale, rende insuperabile l'industrializzazione con la quale si declina spontaneamente.


(Di Paolo Zignani)



Edizione consigliata:

Martin Heidegger,
Soggiorni. Viaggio in Grecia,
Guanda editore, 2012


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29 dicembre 2015

L'ellenismo secondo Berlino (I)





Il confronto tra Grecia e Germania che ha raggiunto il suo apice lo scorso luglio nei giorni delle frenetiche trattative sul debito ellenico, in realtà per rimandare la questione a data da destinarsi, ha rappresentato indubbiamente un punto di non ritorno nel dibattito politico europeo. Oltre a una sonora figuraccia di tutte le parti coinvolte. La Grecia invece, a quanto pare, ne è uscita piegata ma affatto sconfitta sul piano morale. Imponendo ai convenuti Ue un governo socialista, profondamente rinnovato rispetto ai vecchi oligopoli incarnati da Pasok e Nuova Democrazia, i due partiti che di fatto si erano divisi le zone di influenza nel paese, Alexis Tsipras, giovane fondatore di Syriza e volto nuovo della politica greca, è riuscito in un’impresa senza precedenti: liquidare in blocco la vecchia classe dirigente. Elemento importantissimo su cui non è minimamente caduta l’attenzione mediatica, presa dal terrore del populismo che ormai siamo abituati a sentire ovunque evocato, quasi sempre a sproposito. Uno sproposito che va a braccetto con la categoria del ridicolo e che rischia di rafforzare proprio il vero populismo, quello più irrazionale e violento, col quale gli attuali movimenti di protesta nati nello scenario europeo non hanno nulla a che vedere. Diversamente si seguita a infilare nel calderone gruppi anti-tutto, frange dei più vari e concitati estremismi, insieme a soggetti che tentano la via complicata dell’attivismo e della militanza politica per costruire discorsi alternativi e spostare gli equilibri di potere verso altre zone della società. Chi prova a intercettare il malcontento popolare, promuovendo una politica inclusiva e autenticamente rappresentativa non può ricevere la continua stigma verticistica di governanti e intellettuali. La pervicacia con cui ciò avviene tradisce interessi estranei al bene comune.
Torniamo al contesto europeo. Che Podemos, Ciudadanos (il Podemos di destra per dirla in maniera semplificata), Syriza, Movimento Cinque Stelle siano in ascesa è un dato di fatto. Entrano nei parlamenti, acquistano porzioni di consenso più ampie a ogni tornata elettorale. Sono forze che non legano tra loro, almeno al momento. Se si trattasse di amici si potrebbe dire che si conoscono per nome ma non amano frequentarsi. Ma la convergenza potrebbe anche verificarsi, chi lo sa. Piuttosto mi preme un altro discorso, diciamo riguardante la fenomenologia di questi gruppi. Nascono dalla crisi, ma non solo da quella economica come si ripete dappertutto, semmai da uno scivolamento sistemico, uno squilibrio innescato da molteplici fattori di crisi e perciò destinato ad avere conseguenze ad ampio raggio.    
Non ho menzionato Front National e Lega non per autocensura fascistica – tra l’altro anche questa narrazione del fascismo immanente rischia di essere un nonsenso quanto il populismo – ma perché, insieme a ben più autorevoli commentatori, credo si tratti di ‘rimanenze’ di apparato che amplieranno la loro piattaforma di votanti se il quadro sociale insisterà a essere deteriore; tuttavia non avranno molte chance di affermarsi in via durevole all’interno della ricomposizione cui si accennava. Tra i due schieramenti c’è inoltre una differenza non da poco, che l’alleanza in sede Ue si sforza di mascherare. Mentre Marine Le Pen ha come ipotetico referente l’insieme dell’elettorato francese, del resto il patriottismo è in Francia un argomento storicamente molto forte, Salvini ha un vizio di forma che non potrà superare nonostante ne inventi di tutti i colori, l’origine settaria e territoriale della Lega abbracciata all’ampolla padana. Inoltre il supposto nazionalismo italiano non sarebbe spendibile come collante, non almeno nella misura di quello francese. 
L’opinione pubblica delle diverse latitudini, e in Italia con accelerate ancora più brusche, ha già dimostrato di prendere a scorno un certo modo di fare che la indora per poi alla prima curva della strada tradirla in quel po’ di amor proprio che ancora le scorre in corpo; riguardo l’italiano medio, il limite invalicabile sta nell’essere platealmente ritratto come impecorito o ingufito – nel modo più bonario possibile dico pure che la metafora del gufo assiso e brontolone ha esaurito se stessa. In altre parole, l’elettore mostra a questo punto parecchia insofferenza e irritabilità se lo si tira in ballo come un infante da prendere per mano, sottintendendo che da solo non potrebbe fare di meglio perché privo di vero intendimento. 
I sobbalzi all’interno dei singoli paesi europei e le altrettante pressioni sui confini (crisi in Ucraina, emergenza profughi, turbolenze nei mercati asiatici) comportano che ogni vento minacci una tempesta, facendoci sentire in «piccioletta barca». Laddove servirebbero strategie, risposte decise e compatte, un fronte comune da opporre al disintegrarsi dei tanti fronti periferici, non per innalzare muri ma per farci trovare preparati e solidi dinanzi al deterioramento del quadro globale, permangono incertezze e assurdità nella gestione continentale. Anziché sfruttare il teatro della crisi greca come un palco da cui mostrare al mondo forza e fermezza politica (non fiscale!) e l’ecumenismo proprio di chi si proclama guida d’altri, la Germania ha preferito trasformarsi in una motrice impazzita. E così, nei caldi giorni di luglio, siamo deragliati. Di là dall’oceano gli Stati Uniti guardavano attoniti. Ad appena un paio di decenni dalla riunificazione, la Germania è partita per la sua galoppata in solitaria, mostrando di non possedere nessuno degli antidoti che l’America si era premurata di iniettarle nel corso della lunga liaison postbellica. La casa era ormai scoperchiata, l’insofferenza sotto gli occhi di tutti. E subito dopo la Grecia, sono venute le difficoltà coi profughi, al di là di molta propaganda a buon mercato – prima la Germania li avrebbe presi tutti, poi siccome il flusso si manteneva eccedente ha ricominciato a strigliare i paesi mediterranei perché non attuano i dovuti controlli; sarà una coincidenza ma dopo l’appello della cancelliera agli industriali dell’auto affinché si impegnassero a creare posti di lavoro per gli immigrati è scoppiato lo scandalo Volkswagen – qualcuno nella madrepatria non ha gradito e ha passato i suoi dossier a chi poteva sollevare un vespaio? Le spine reazionarie pungono sempre al momento giusto. E l’avvertimento non si è fatto attendere: signora non si allarghi troppo, siamo pur sempre la Germania! 
Incensare Merkel sul «Time» a fine anno è stata una mossa ancora una volta mediatica, per mettere un po’ di pace. Prima della valanga lepeniana, ci teniamo caro l’immobilismo della CDU. Inoltre il passaggio delle consegne per assicurare l’Europa o ciò che ne resterà al suo futuro non potrà che avvenire attraverso Berlino. Ecco qui la cosiddetta strategia d’uscita statunitense. Lasciare il vecchio continente per concentrarsi sulle potenzialità asiatiche. Una cosa all’apparenza semplice addirittura scontata, se non fosse che la sua attuazione rivela molte pecche. E quindi torniamo alla Grecia, perché tra i tanti incubi che la vicenda ha materializzato presso i diversi centri del potere mondiale, c’è anche la possibilità dell’Europa così impostata di cavarsela da sola. Per quanto conti la mia opinione, io credo che una simile teoria poggi su una premessa sbagliata. Finché immagineremo un’Europa a trazione di qualcuno, nel presente la Germania, il progetto continuerà ad avanzare pestandosi regolarmente i piedi e un bel giorno si rifiuterà di camminare. Nel caso specifico, la storia insegna che una Germania dominante tende a destabilizzare le altre nazioni; l’ultima volta l’effetto è stato tragico. È vero, i fatti non si ripetono, magari questi antidoti particolari adesso li abbiamo, però è bene non dare per scontato nulla. Penso che nei dibattiti pubblici questa sia una buona pratica. Si comincia omettendo qualcosa e si finisce chissà dove. Nei giorni della trattativa greca violenza e umiliazione si sono mescolate in modo sinistro, anche tra la gente comune: pagate, porci, o ve la faremo vedere. Alla solidarietà, estesa e però per lo più ridotta al lumicino di opache memorie liceali persino un po’ folkloriche, si alternavano frasi concitate e volgari che me ne ricordavano altre.
E siccome chi si sbraccia e alza la voce in genere la spunta sul più onesto oratore di questo mondo, in mancanza di una vera consapevolezza politica il pericolo non è superato. Diceva Hermann Hesse: «I tedeschi sono un grande e notevole popolo, chi lo negherà? Sono forse il sale della terra. Ma come nazione politica… impossibile. Voglio, una volta per tutte, non avere più nulla a che fare con loro sotto questo aspetto». Una frase estrema, frutto di un periodo particolarmente atroce per la Germania stessa a cui questa nazione era arrivata non senza avere in aiuto la dissennatezza del proprio vicinato. Eppure un certo fondo di verità scorre ancora in queste righe. Riconoscerlo non toglie nulla alla Germania, e rafforzerebbe in noi la volontà nel rivendicare un’integrazione autenticamente paritaria.

(Di Claudia Ciardi) 

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