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14 luglio 2018

Klimt e le estati sull'Attersee


Se un qualsiasi percorso biografico e tematico su Gustav Klimt prende inevitabilmente le mosse da Vienna, centro radiale della sua attività e luogo deputato alla conservazione e divulgazione della maggior parte della sua opera, è pur vero che non bisogna trascurare un altro importantissimo spazio, che ha influito su quasi un quarto dell’intera produzione del genio secessionista. Il Salzkammergut in Alta Austria e in particolare le sponde dell’Attersee, incorniciato dai piccoli borghi montani e dalle Alpi. Dal 1900 in poi, grazie a Emilie Flöge, sua musa e amante che a questa regione austriaca lo iniziò, Klimt vi trascorse ogni estate, traendone ispirazione e componendo un altissimo numero di paesaggi. La sua pittura, concentrata sugli scorci lacustri, sulle vedute del bosco che ne abbraccia le sponde e sulle case coloniche dei dintorni, appare come un inno bucolico fuori dal tempo. Tra impressionismo, suggestioni derivate da van Gogh ed esiti apertamente divisionisti, questa lunga serie di quadri solo in apparenza si discosta o devia dal Klimt più noto.
L’Attersee era già considerato una località turistica durante l’impero, e nei decenni successivi, fino ad oggi, non ha fatto altro che mantenere questa vocazione, badando al rispetto del territorio e delle sue caratteristiche originarie. Non è quindi difficile ripercorrere, quasi alla lettera, i sentieri seguiti dall’artista austriaco in cerca di concentrazione e soggetti da immortalare. Si narra che anche da queste parti, per quanto meta vacanziera, procedesse con identica disciplina, vestito per lo più col suo tipico grembiule blu da lavoro e dedito a orari ferrei: sveglia molto presto e ritiro altrettanto presto. Durante le sue camminate non mancava mai di portare con sé il taccuino da disegno e studiava meticolosamente ogni idea attraverso il cosiddetto mirino, un cannocchiale ritagliato da un semplice pezzo di cartone, poi evolutosi in un disco d’avorio e infine in un binocolo da teatro. Ciò spiega l’eccezionalità delle “inquadrature” che si osservano in queste tele, frutto non di panoramiche ma basate sulla riproduzione di dettagli spesso colti puntando lo sguardo mediato da tale strumento sulla superficie dell’acqua.
Come già era accaduto per l’Adele in oro e le Case a Unterach, quest’ultimo appartenente alla cosiddetta serie dell’Attersee, in tempi recenti anche il famoso Litzlberg am Attersee è stato restituito ai legittimi eredi ebrei dal Museo di Salisburgo, che a differenza dei casi precedenti non ha fatto opposizione. Questo quadro è stato battuto da Sotheby’s nel 2011 per quaranta milioni di dollari. La storia delle restituzioni è un racconto nel racconto ed è utile non solo per rendere un po’ di giustizia, seppure postuma, a chi fin da subito apprezzò la bellezza di certe opere, al punto da acquistarle o anche, in molti casi, commissionarle, ma pure per conoscere attraverso simili vicissitudini i modi in cui il gusto di un’epoca si è orientato attorno a loro. Da persecutori senza quartiere, i nazisti ne divennero avidi collezionisti.
Di questi paesaggi klimtiani ho avuto modo di parlare in occasione della curatela di un bel racconto di Lou Andreas Salomé, ambientato negli stessi luoghi della villeggiatura del grande pittore austriaco, pubblicato per la prima volta in Italia da Via del Vento edizioni. Sono poi tornata ai temi della necessità per l’essere umano di preservare un contatto con la natura con altre tre traduzioni di testi inediti della Salomé, uscite quest’anno grazie a Stampa Alternativa. Le atmosfere campestri qui evocate sono per certi versi simili alla serie dipinta da Klimt sull’Attersee. Queste mie pubblicazioni saranno oggetto di una rassegna, concepita proprio nell’incontro fra letteratura e arti figurative, che intende rendere omaggio alle possibilità creative sperimentate e accolte nei luoghi di montagna, a partire da due grandi menti che tale immaginazione hanno trasfuso nella loro opera.


(Di Claudia Ciardi)  




Attersee - 1900



Laghetto quieto nel parco del castello di Kammer sull'Attersee



Viale del castello di Kammer



Il parco del castello di Kammer



Il castello di Kammer II - 1909



Il castello di Kammer III



Casa colonica sull'Attersee - 1914



Case a Unterach



Litzlberg sull'Attersee


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Attersee.at







20 aprile 2017

La Grecia secondo Camus



Antico teatro di Dodona (Epiro)


C’è un bellissimo saggio di Eric Dodds sulla categoria dell’irrazionale quale fulcro meraviglioso dell’identità greca. Non solo, dunque, splendore apollineo e armonia classica ma anche ruvido arcaismo. Perciò preferisco parlare di “lettere antiche” piuttosto che di “lettere classiche”, quest’ultima sembrandomi una definizione limitante. Sebbene alcuni degli argomenti di Albert Camus si richiamino a luoghi comuni - la Grecia apollinea e solare, luminosa anche nella sua sapienza tragica, la cultura romana imitatrice statica della grecità tarda, di quell’ellenismo che sarebbe nient’altro che espressione leziosa e stanca del secolo di Pericle – insomma nonostante qualche semplificazione e un eccesso di polarità nell’orientare certi temi, l’analisi camusiana celebra con passione il cosmo greco e la sua centralità interna alla genesi mediterranea. Toccando con mano le radici vive del proprio immaginario lo scrittore vorrebbe restituire al luogo la voce sola che ha diffuso attorno a sé, così da coglierne senza filtri l’unicità dell’avventura umana e storica prodotta nei secoli.


(Di Claudia Ciardi)         


Poggiato a una colonna del tempio di Poseidone a Capo Sunio, in un punto famoso per la vista sul mare Egeo e sui tramonti attici, Camus annotò il 29 aprile ’55: «Istante perfetto». Pochi giorni dopo, il 2 maggio, scrisse sul taccuino: «Valeva la pena venire da tanto lontano per ricevere questo grande pezzo d’eternità. Dopo, il resto non ha più importanza». Grecia ed Egeo, ecco il cuore della perfezione del mondo.
Aveva spesso desiderato andare in Grecia, senza riuscirci, e meditò su quella terra mediante le rovine romane che toccano il mare a Tipasa, i monasteri toscani, le grandi opere della pittura italiana. Ci riuscì nel ’55, e capì che davvero la Grecia era il fulcro della civiltà mediterranea: una terra che dona agli uomini la sapienza. Ecco perché ammirava la figura di Ulisse che, al ritorno dalla guerra, rifiuta l’immortalità che gli offre Calipso per restare fedele a Itaca, sua patria.
Era dunque necessario, secondo Camus, spostare la culla della civiltà da Roma ad Atene, e consacrare la Grecia come madre della cultura mediterranea. Il vero Mediterraneo non è quello «astratto e convenzionale rappresentato da Roma e dai Romani», popolo d’imitatori senza immaginazione che volle sostituire il genio artistico con quello guerriero. Il loro ordine, tanto vantato, non è quello «che respira nell’intelligenza» fu invece imposto dalla forza. E quando imitarono i Greci non seppero cogliere il loro genio vitale, solo «l’astrazione puerile e calcolatrice», cioè i frutti della decadenza; non colsero la rude Grecia dei grandi tragici e comici, solo il manierismo ellenistico.
La visione ciclica della natura, in cui i Greci collocano ogni cosa, profila la grande differenza tra Grecia e ciò che viene dopo, quella storia lineare che, introdotta dal cristianesimo, conduce infine al dominio sulla natura. Da allora l’uomo occidentale ha perduto ogni senso del limite e della bellezza e, infedele alla terra, ha ceduto all’intemperanza.
Ora, consapevoli che l’antica Grecia non tornerà più, come riconquistarne qualche scheggia di significato? Camus lo fa trapiantando nella propria opera molti concetti che hanno radici greche: misura, bellezza, natura, mito e tragedia. Ma lo fa anche suggerendo di resuscitare alcuni elementi greci al fine di sentirli e viverli, ad esempio il pensiero solare e meridiano, perché «il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie».
Cattedra di libertà luminosa, la Grecia è anche il luogo della bellezza e del senso tragico ad essa eternamente collegato. A queste condizioni, non resta che deplorare l’abdicazione dell’Europa – nutrita di convulsa disperazione – dalla visione estetica, la sola capace di purificare lo smarrimento nel filtro della bellezza.


Da Antonio Castronuovo, Alfabeto Camus. Lessico della rivolta, Stampa Alternativa, 2011  






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