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17 maggio 2022

Grubicy De Dragon – Sognatore d’arte e mecenate


Già il nome di questo grande e sensibilissimo mecenate delle arti è pura arte e poesia. Vittore Grubicy De Dragon (1851-1920) è una di quelle figure che sembrano uscite da un romanzo. Figlio di un nobile ungherese e di un’italiana nasce a Milano, culla di molte culture e di un’intellighenzia raffinata. La sua passione per la bellezza gli deriva sia dal contesto familiare d’origine sia dagli stimoli che la sua città certo non lesinava, polo di attrazione per artisti, base di mercanti e in conseguenza sede di prestigiose gallerie, fra cui quella di Pietro Nessi dove il giovane Vittore iniziò a lavorare prima di mettersi in proprio, fondando la Galleria Grubicy nel 1876.

La madre, figura dolce e protettiva, era a sua volta una pittrice dilettante – in mostra sono esposte due sue piccole prove e l’uso del colore, la mano commuovono davvero. Questa donna ebbe un ruolo essenziale nella formazione dei figli e nell’accrescere in loro la passione per le cose d’arte. Anche il fratello Alberto, infatti, affiancò Vittore nell’attività di mediazione, compravendita e promozione di giovani talenti. La cosa bella in questa storia familiare è che i due fratelli svilupparono una mentalità svincolata, aperta, molto distaccata dai cliché della loro classe sociale di appartenenza. Vittore fin dai suoi esordi come intellettuale e pittore si distinse per la visione antiaccademica, di rottura, incline al sostegno incondizionato di manifestazioni creative libere. Di ciò il frutto più emblematico è il rapporto con Giovanni Segantini che venne da lui avviato alla tecnica divisionista e che senza la presenza di questo mentore d’eccezione non avrebbe acquisito la piena consapevolezza del proprio talento. Fu Grubicy, letteralmente, a tirarlo fuori dal riformatorio, a destinarlo a una vita nell’arte. Non è esagerato dire che senza di lui, sarebbe rimasto con molta probabilità un teppistello di strada, perso a se stesso e orfano del proprio straordinario dono. Ma, ripeto, è solo uno dei meriti di questo grandissimo uomo, collezionista a tutto tondo dalle ceramiche rinascimentali alle incisioni giapponesi, infaticabile viaggiatore, irrefrenabile nella sua curiosità e allo stesso tempo carattere raccolto, in cerca di delicatezza e silenzi e profondità sentimentale. Ne sono testimonianza i suoi paesaggi di montagna, regno di leggerezze tonali e incanti nei quali la sua sfaccettata e tumultuosa personalità si ode come da molto lontano.

Sono innamorata di Grubicy da quando ho iniziato a leggere la sua corrispondenza con Segantini – un epistolario magnifico, un intreccio affascinante di progettualità, visioni, pittura in parole. Ma allora per me era soltanto il mercante, lo scopritore di un altro grande. Poi a Novara ho avuto modo di soffermarmi per la prima volta sulla caratura intellettuale di questa personalità. Uno degli assoluti meriti dell’allestimento novarese che la sua curatrice, Annie-Paule Quinsac, una delle massime se non la massima esperta mondiale di divisionismo italiano, ha peraltro difeso dalla pandemia, rinnovandolo e riaprendolo al pubblico per due anni di fila – anche questo credo un caso unico. Nella circostanza si era dunque accennato alla figura poliedrica e coltissima di Grubicy, con quadri suoi che restituivano a pieno l’immagine di pittore colto, iniziatore di un modo di dipingere del tutto personale all’incrocio fra scapigliatura e simbolismo. Una rivoluzione della luce, per l’appunto, come recitava il titolo della mostra.

L’evento in corso a Livorno visita ancora la traccia piemontese con un allestimento imponente, facendo perno sull’attività di Vittore Grubicy, calata in una panoramica piena di fascino che vede allestite anche opere di Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Gaetano Previati, fino agli adepti Benvenuti e Caputi, il primo anche erede del patrimonio artistico grubiciano e curatore della sua memoria. E qui sta proprio il legame con la città labronica e con le acquisizioni che nel tempo lì si sono fatte dei quadri del talentuoso milanese, essendo Benvenuto Benvenuti nativo di Livorno.

Al Museo civico – Bottini dell’Olio sono attualmente esposte centoquaranta opere. Un percorso ricco e suggestivo dove per la prima volta si mostrano al pubblico perfino gli arredi di casa Grubicy, con pezzi di ebanisteria davvero sontuosi, nonché la sua collezione orientale che conta anche stampe di Hiroshige e Utamaro. La mostra ha il merito di focalizzare l’attenzione su un personaggio che è stato un vero e proprio spartiacque nella storia dell’arte italiana fra Ottocento e Novecento. Uomo aperto al mondo, anzi ai mondi, che aveva in sé già a partire dalla sua nascita, e che ha continuato a cercare e perlustrare, con soggiorni esteri nelle grandi capitali della cultura, e prolungati soprattutto in Olanda. Un’intera sezione è infatti dedicata ai rapporti di amicizia e ai sodalizi con i coevi artisti incontrati in questo paese, che più di tutti, alla soglia dei suoi trent’anni, ha contributo alla sua svolta pittorica. Per la prima volta scopriamo a trecentosessanta gradi le passioni, i talenti, le sensibilità di un animatore incredibile della cultura italiana allo zenit di una stagione importante, direi prestigiosa. Ad esempio si spiega molto bene il suo ruolo di coltivatore dell’acquaforte, tecnica che amò praticare per sé e che sollecitò anche nei suoi sodali.

Un polo museale da scoprire, valorizzato anche dal personale di sala; ragazze che con professionalità vigilano e accolgono – fra l’altro, permettere agli operatori di togliere la mascherina sarebbe anche ora! È imbarazzante fermarsi a salutare e parlare con qualcuno che ancora è costretto a stare così.

In un luogo votato alla metafisica, una piazza alla de Chirico su cui svettano i fumaioli delle navi in transito nel vicino porto, cuore storico seicentesco della città – proprio in questi slarghi e canali fiorirono commerci di ogni tipo – nei pressi degli Scali delle Ancore dove fra l
altro si mangia anche molto bene, questa bella iniziativa è destinata a sorprendere il visitatore. 


(Di Claudia Ciardi)

 

Museo della città di Livorno – Piazza del Luogo Pio – fino al 10 luglio 2022


 


L'ultima battuta del giorno che muore, 1896

 

Sera nella valle, 1897


La bottiglia, 1889


Gli arredi di casa Grubicy



L'oriente secondo Grubicy


* L'incredibile modernità di Vittore Grubicy De Dragon in pittura, precursore di nuove sensibilità e linguaggi, si coglie pienamente nella battuta del giorno che muore - un rosso surreale, quasi un'eco espressionista - e nella bottiglia, minimalismo alla Morandi ante litteram.

* Fra gli itinerari di svago lungo la costa degli Etruschi avrei suggerito volentieri anche una tappa alla Fondazione Hermann Geiger di Cecina. Scopro adesso che ha chiuso definitivamente. Peccato, un altro bel luogo di cultura che soccombe alle difficoltà. Chi ha parlato di livellamento positivo, alludendo al fatto che prima della pandemia l’offerta fosse fin troppa a scapito della qualità, non voglio neppure commentarlo. Personaggi del genere, che si esprimono pubblicamente in questo modo – toni del tipo “è il mercato, bellezza” oppure “la guerra igiene dei popoli” – non dovrebbero ricoprire incarichi culturali.
È un fatto che i piccoli poli stiano scontando tantissimi problemi e abbiano bisogno di aiuto. Della Geiger ricordo che regalava pubblicazioni d’arte ai visitatori. Anni fa ci scambiammo i libri – le mie piccole 'farfalle' sulle vite dartista, i loro bei cataloghi su Kirchner.  Un vero peccato che anche questo faro si sia spento.

 
* Fotografie di Claudia Ciardi
©

18 febbraio 2019

Galileo Chini - Orizzonti d'acqua


Al Palp di Pontedera in scena un’articolata mostra sulla produzione pittorica e manifatturiera – vasi, utensili, piastrelle – di uno degli artisti italiani più eclettici e internazionali del primo Novecento. Fino al 28 aprile, nell’elegante sede di Palazzo Pretorio, rivive il mondo fiabesco di Galileo Chini, interprete raffinato e originale di tante correnti che animarono il panorama delle arti di fine Ottocento. Muovendosi tra diversi indirizzi creativi – dall’impressionismo al simbolismo dei Nabis, passando per il divisionismo, fino ad approdare, nell’ultima parte della sua produzione, a certe inquietudini piscologiche di tono espressionista –  Chini trasse i semi di un linguaggio estremamente innovato per il panorama italiano a lui contemporaneo.
Di tale propensione poliedrica sono testimonianza sia i pezzi ceramici prodotti a partire dal 1896 nella ditta “L’arte della ceramica”, dieci anni dopo trasferita a Borgo San Lorenzo, per adattarsi al più ampio giro di committenze che la crescente fama gli andava procurando, sia molte delle sue opere pittoriche con cui intese dar vita a un linguaggio ponte fra tendenze simboliste e suggestioni derivate dal secessionismo viennese.
L’aver preso parte alla IV Biennale di Venezia nel 1901, dove incrociò lo scultore Rodin che gli fece dono di un suo gesso raffigurante una danaide, fu l’inizio di una collaborazione molto proficua e continua negli anni con la celebre rassegna lagunare. Ciò gli aprì le porte di numerosi altri eventi espositivi nazionali ed esteri, attirandogli l’attenzione di grandi personaggi dell’arte, con cui strinse sodalizi durevoli, e perfino di regnanti. Nel 1902 la zarina Alessandra, in visita all’esposizione di Torino, scelse alcune sue ceramiche e il re del Siam, Rama VI, gli commissionò gli affreschi per la nuova sala del trono a Bangkok (1911). I due anni del soggiorno thailandese di Chini non rappresentano solo il punto più alto del suo riconoscimento internazionale, cui seguì la richiesta di Puccini per i bozzetti di Turandot, ma si configurano nella sua biografia d’artista come un’esperienza formativa unica. L’incontro con l’oriente gli consentì di rimeditare alcuni caratteri manierati della pittura d’avanguardia e di quella stessa moda orientalista che lambiva il liberty e certe melanconiche intenzioni preraffaellite e secessioniste. L’ingresso nella vera luce orientale, nelle sue architetture, nei costumi della sua gente lo sollecitarono a nuove sintesi e perfino a cromatismi più accesi e contrastati in un esercizio divisionista del tutto personale. Nacquero capolavori come L’ora nostalgica sul Me Nam, Canale a Bangkok, Danzatrice Monn, Danzatrice giavanese e molti altri ricordi di viaggio che animarono opere successive al suo rientro, quali le numerose cineserie e i soggetti che intrecciano maschere orientali e nature morte. 


Insegnante all’Accademia di Firenze, tra i suoi allievi più noti ci sono Ottone Rosai, Primo Conti e Marino Marini. Nella storica schiera dei collaboratori e amici più cari troviamo nomi del calibro di Plinio Nomellini, Moses Levy e Lorenzo Viani, cui lo accomunava il rapimento estatico per il mare e le spiagge delle Versilia, catturati in tante tele, sodalizio che ebbe il suo suggello con l’adesione al gruppo dell’Arte Toscana, costituito ai primo del Novecento. La loro fu anche pittura sociale, attenta ai ritmi di quel mondo contadino sempre più incalzato da un’industrializzazione che macinava vite, tradizioni, bellezza. Lavori dei campi, popolane, madri, frammenti di un’esistenza sfuggita dalle stesse mani che fino a poco prima avevano saputo carezzare e proteggere quei microcosmi. Un disagio e un distacco che avrebbero assunto il volto truce della guerra, così che Galileo Chini sentì ripetutamente il bisogno, tra i due conflitti mondiali, di approfondire l’idea della distruzione, raffigurata attraverso rovine e scheletri marini. Emblematica l’esposizione a Venezia nel 1920 del ciclo Il voto di quelli che non ebbero tomba, due grandi tele ispirate a un tardo divisionismo, vivido, quasi abbacinante, di forza segantiniana, dove il segno del colore diviso intendeva denunciare il dramma della guerra. E poi ancora negli anni Quaranta Ponte Santa Trinita – Rovine sull’Arno, I rifiuti del mare e Relitti in cui si colgono non pochi accenti che riportano a de Pisis.  


Su tutto l’immaginario acquatico, legato alla rinascita, rivelazione onirica delle origini, liquido amniotico che genera e germina, corrente evocatrice, motore creativo dal mito alle moderne opere idrauliche. Gran parte dell’opera di Chini ruota proprio attorno a mondi d’acqua, non solo per ciò che riguarda il paesaggismo ispirato al litorale versiliano, a Venezia o all’oriente ma ancor più per gli innumerevoli incarichi ricevuti, nel corso della carriera, in qualità di decoratore di centri termali. Raffinato maestro di marine, tra le più famose si ricordi Mare rosso al tramonto, opera datata 1911 e dedicata a Mario Nunes Vais, il fotografo fiorentino delle celebrità, ritrattista anche di Gabriele D’Annunzio, Chini divenne presto molto quotato anche come pittore e disegnatore di rivestimenti ceramici per le stazioni termali. Suo l’allestimento di Salsomaggiore, solo per citare uno dei più rinomati.

L’articolata mostra di Pontedera celebra le tante sfaccettature di un artista intriso di ammirevole versatilità, che attrasse lungo il suo cammino alcuni dei più rilevanti nomi del panorama culturale a lui contemporaneo, come fu per Klimt, impegnato nel 1910 alla sua prima individuale presso la biennale di Venezia. Con questo allestimento s’intende dunque omaggiare l’estro creativo di un grande nome dell’arte italiana novecentesca e ricordarne a pieno la caratura internazionale.  

(Di Claudia Ciardi)


Related links:




* Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra









La proletaria


Il voto ai dimenticati del mare


Produzione ceramica


Sale orientali I


Sale orientali II

14 luglio 2018

Klimt e le estati sull'Attersee


Se un qualsiasi percorso biografico e tematico su Gustav Klimt prende inevitabilmente le mosse da Vienna, centro radiale della sua attività e luogo deputato alla conservazione e divulgazione della maggior parte della sua opera, è pur vero che non bisogna trascurare un altro importantissimo spazio, che ha influito su quasi un quarto dell’intera produzione del genio secessionista. Il Salzkammergut in Alta Austria e in particolare le sponde dell’Attersee, incorniciato dai piccoli borghi montani e dalle Alpi. Dal 1900 in poi, grazie a Emilie Flöge, sua musa e amante che a questa regione austriaca lo iniziò, Klimt vi trascorse ogni estate, traendone ispirazione e componendo un altissimo numero di paesaggi. La sua pittura, concentrata sugli scorci lacustri, sulle vedute del bosco che ne abbraccia le sponde e sulle case coloniche dei dintorni, appare come un inno bucolico fuori dal tempo. Tra impressionismo, suggestioni derivate da van Gogh ed esiti apertamente divisionisti, questa lunga serie di quadri solo in apparenza si discosta o devia dal Klimt più noto.
L’Attersee era già considerato una località turistica durante l’impero, e nei decenni successivi, fino ad oggi, non ha fatto altro che mantenere questa vocazione, badando al rispetto del territorio e delle sue caratteristiche originarie. Non è quindi difficile ripercorrere, quasi alla lettera, i sentieri seguiti dall’artista austriaco in cerca di concentrazione e soggetti da immortalare. Si narra che anche da queste parti, per quanto meta vacanziera, procedesse con identica disciplina, vestito per lo più col suo tipico grembiule blu da lavoro e dedito a orari ferrei: sveglia molto presto e ritiro altrettanto presto. Durante le sue camminate non mancava mai di portare con sé il taccuino da disegno e studiava meticolosamente ogni idea attraverso il cosiddetto mirino, un cannocchiale ritagliato da un semplice pezzo di cartone, poi evolutosi in un disco d’avorio e infine in un binocolo da teatro. Ciò spiega l’eccezionalità delle “inquadrature” che si osservano in queste tele, frutto non di panoramiche ma basate sulla riproduzione di dettagli spesso colti puntando lo sguardo mediato da tale strumento sulla superficie dell’acqua.
Come già era accaduto per l’Adele in oro e le Case a Unterach, quest’ultimo appartenente alla cosiddetta serie dell’Attersee, in tempi recenti anche il famoso Litzlberg am Attersee è stato restituito ai legittimi eredi ebrei dal Museo di Salisburgo, che a differenza dei casi precedenti non ha fatto opposizione. Questo quadro è stato battuto da Sotheby’s nel 2011 per quaranta milioni di dollari. La storia delle restituzioni è un racconto nel racconto ed è utile non solo per rendere un po’ di giustizia, seppure postuma, a chi fin da subito apprezzò la bellezza di certe opere, al punto da acquistarle o anche, in molti casi, commissionarle, ma pure per conoscere attraverso simili vicissitudini i modi in cui il gusto di un’epoca si è orientato attorno a loro. Da persecutori senza quartiere, i nazisti ne divennero avidi collezionisti.
Di questi paesaggi klimtiani ho avuto modo di parlare in occasione della curatela di un bel racconto di Lou Andreas Salomé, ambientato negli stessi luoghi della villeggiatura del grande pittore austriaco, pubblicato per la prima volta in Italia da Via del Vento edizioni. Sono poi tornata ai temi della necessità per l’essere umano di preservare un contatto con la natura con altre tre traduzioni di testi inediti della Salomé, uscite quest’anno grazie a Stampa Alternativa. Le atmosfere campestri qui evocate sono per certi versi simili alla serie dipinta da Klimt sull’Attersee. Queste mie pubblicazioni saranno oggetto di una rassegna, concepita proprio nell’incontro fra letteratura e arti figurative, che intende rendere omaggio alle possibilità creative sperimentate e accolte nei luoghi di montagna, a partire da due grandi menti che tale immaginazione hanno trasfuso nella loro opera.


(Di Claudia Ciardi)  




Attersee - 1900



Laghetto quieto nel parco del castello di Kammer sull'Attersee



Viale del castello di Kammer



Il parco del castello di Kammer



Il castello di Kammer II - 1909



Il castello di Kammer III



Casa colonica sull'Attersee - 1914



Case a Unterach



Litzlberg sull'Attersee


Related links:

Attersee.at







12 ottobre 2017

Fabula fluit - Corpi letterari e geografie fluviali



Emilio Longoni, Il suono del ruscello, 1902-1903


Ogni volta che mi notificano l’imminente chiusura di un sito a cui ho preso parte ci sono due stati d’animo che in me si manifestano in rapida successione. Il primo, lo dico senza girarci intorno, è di delusione. Quando va bene, si liquida in due tre frasi uno scambio al quale ci si sente ancora legati per come si era definito o per l’utilità che aveva avuto nel corso di una ricerca. Il secondo pensiero, ispirato a sentimenti assai meno nobili, è di scocciatura. Non foss’altro che per le ricadute tecniche prodotte da tali chiusure. Cancellazione dei materiali e collegamenti disattivati – qualora ci si faccia davvero sorprendere per mancanza di preavviso rischiamo addirittura di perdere il lavoro pubblicato. E questo comporta pure un’ampia riflessione sulla natura effimera di internet, sterminato contenitore divulgativo, affollatissimo multisala della pubblicazione hic et nunc, ma anche strumento talora dispersivo, affetto da elefantiasi, che in più di un caso preferisce fare harakiri anziché stabilizzare o affinare i propri canali.
Ricordo che la questione si pose in un vecchio corso universitario in cui si parlava di editing di articoli scientifici. C’era chi si mostrava favorevole alla citazione in nota di collegamenti tratti dal web, risorsa alternativa ai volumi in carta, e chi invece paventava il carattere troppo volatile e volubile di uno scaffale posizionato in rete. Un collegamento può cambiare nel tempo, per modifiche interne al sito o più drasticamente, lo si è detto all’inizio, perché il sito chiude.
Il mio caso è piuttosto singolare, se vogliamo. Sebbene abbia sempre avuto propensione per la rete, in generale sono stata molto restia ad affidare i miei scritti al web – quelli divulgativi vi sono entrati solo in parte, e negli ultimi anni quasi esclusivamente attraverso il mio blog, quelli creativi pressoché affatto, nonostante ripetute sollecitazioni. Non vi è un motivo preciso. In prima battuta credo internet abbia il pregio di spalancare le porte della diffusione ma anche di livellare altrettanto. E ci sono cose, la letteratura è una di queste a mio parere (e la poesia soprattutto!), che ad essere spianate, sdoganate troppo in fretta, svestite, ci perdono irrimediabilmente. Se Leopardi avesse scelto di pubblicare L’infinito su facebook per il suo esordio che cosa sarebbe accaduto? Ci saremmo davvero accorti del grande poeta? A volte mi diverto a pensarci. Thomas Mann titola un suo bel saggio “Poeti, questi sconosciuti tra noi” in cui celebra proprio tale carattere carsico, appartato, temporalmente esteso della necessità poetica. 
Riflessioni simili mi vengono anche da certi incontri in cui tento di spiegare, così, tra un clamore e l’altro, tra un boccone e l’altro, in generale diciamo fra una distrazione e l’altra, a cosa mi stia dedicando. Ogni tanto ci sono anche persone gentili che mostrano una curiosità più solida, più radicata, meno affrettata e apodittica. Ma anche in questi casi è inevitabile prendere atto che siamo trascinati verso altro; l’idea di una certa bellezza o cadenza stentano a farsi trovare, e se anche noi le siamo affezionati o devoti, sembra che non possa riaffacciarsi in nessun dove, perché mancano spazi, voci, gesti che la rievochino. Manca quella vertigine sacra, sacerdotale, che ne custodisce il senso, capace di resuscitarne l’eco quando qualcuno, col cuore risparmiato dai rumori del mondo, le si avvicina.  
E scarseggiano forse anche delle autentiche fucine fuori dai canoni, luoghi alchemici in cui gli ingegni possano davvero affinarsi. Dove avrebbe scritto Joyce, quali stimoli avrebbe avuto, se qualche eccentrico direttore editoriale non lo avesse lasciato fare, capitolo dopo capitolo, capolavoro dopo capolavoro? La letteratura prende forma anche così. È questione di vibrazioni telluriche, scosse elettriche, sodalizi, e tempo – non quello affrettatissimo e in svendita che ci diamo. No, quello no.
Questa premessa è per riproporre gli estratti di un saggio che scrissi anni fa. Una prova di scrittura importante che oggi scompare dalla rete perché il sito, di cui condivido a pieno le ragioni della chiusura, ha smesso di funzionare. Ricordo che fu per me un esercizio comparatista notevole, ma non solo confinato in quel metodo. Dunque ringrazio per la possibilità che mi si offrì di presentarlo in pubblico per quella via – altra non ne avrei avuta e ciò è sempre stato credo a detrimento e forse perfino in contraddizione con la mia lunga attività di curatrice e traduttrice di libri dai trent’anni in avanti.
Oggi mi scuso con quanti non troveranno più il testo integrale all’indirizzo che è stata mia premura divulgare nelle mie pagine. Purtroppo correggere quei post sarebbe dispendioso e qualcosa sfuggirebbe comunque. La lunghezza di quello scritto non mi permette di restituirlo qui per intero ma, ripeto, almeno in estratti sono felice di farlo, se non altro a testimonianza del processo creativo che ne aveva accompagnato la nascita.


(Di Claudia Ciardi)


Estratti da Fabula fluit


«Prendendo in mano per la prima volta in questi mesi il testo del Finnegans, intuisco che c’è qualcosa di lui anche nel mio inizio d’opera.
È il levarsi della figura dalla materia, la parola che musicalmente attrae ogni struttura linguistica per abbatterla e risvegliarla a una vita nova. Bisogna ripartire dal Finnegans.
Questo policentrico divagare per frammenti dell’Imitazione si accompagna a un tentativo di metamorfosi della lingua come struttura sonora, su cui in apparenza non cristallizza nessun significato, salvo poi scoprirsi disposta a una associazione di immagini e sensazioni, significanti e dunque in grado di significare, richiamate in forma di spirale. 
L’esperienza di Finnegan, la sua testa trasformata in promontorio e il corpo abbandonato al fiume nella veglia di Dublino, accanto ai quali si stende forse più di un’ombra ispirata all’asino apuleiano, fanno sentire pure la mia parola in bilico tra cattività e risveglio.
Cosa ne avrebbe detto E. P.? Di sicuro sarebbe valsa la pena anche in questo mio modesto campetto vedere all’opera le cesoie che hanno coltivato la terra di Eliot. Quanto alla prosa che si è rivelata nei Pisan Cantos, l’unica cosa certa, direi, è che il debito con E. P. adesso è divenuto inestinguibile».


[…]


A Luminous Detail

«Per Cartesio il cosmo era pieno di materia, un “plenum” simile a un vorticoso flusso d’acqua […] Faraday suggerì che il flusso di cui parlava Cartesio fosse in realtà un mare di sole forze. I punti di materia, gli atomi, erano soltanto le intersezioni a forma di stella di miriadi di linee di forza radianti che si spandevano da questi centri per tessere il loro cammino nell’universo».  

All’inizio di I gather the limbs of Osiris, una sorta di Ars poetica, Ezra Pound introduce il lettore al metodo attorno a cui si organizza la sua ricerca, ossia il metodo del luminous detail. Si tratta di un approfondimento e di una ulteriore precisazione di ciò che era stato enunciato nei saggi di The Spirit of Romance. Il modus operandi della filologia poundiana, già prefigurato dalla raccolta di saggi del 1910, trova in questo successivo essay (1911) un compendio alle distanze prese dall’utilizzo dei testi per trarne argomenti validi a suffragare le ideologie dei nascenti nazionalismi, sulle quali si stavano strutturando i nuovi canoni letterari.
Questa visione meccanicista e strumentale del testo, secondo Pound, deve essere accantonata a favore di una ricerca basata sul valore letterario intrinseco al componimento, trascendente condizionamenti, leggi, mode di un’epoca e appartenenze nazionali. Sono soprattutto gli storici positivisti a farsi portatori di un atteggiamento percepito dal poeta come disgregante della materia di studio e dunque della sua comprensione.

To gather, ecco il dettaglio ‘discriminante’ e adtrahens del concetto e della figura (Tamuz-Adone come Osiride, come Dioniso), che prende vita insieme all’altro luminous detail, il fiume-corrente. L’aggregazione della materia verbale si decide nel mutevole esercitarsi della fluida volontà isiaca, che ha in sé gli elementi di ichor e amore, in grado di ricondurre l’identità al suo plenum.
Il nesso che da qui ci porta all’incantesimo acquatico del Finnegans, dove i personaggi sono allo stesso tempo personae e luoghi, si stabilisce in maniera meno improbabile di quel che si potrebbe frettolosamente pensare:

«lurch away in the moonshiny gorge of Patself on the Bach. Adyoe. […] Rain. When we sleep. Drops. But wait until our sleeping. Drain. Sdops».  

Strofa augurale scandita al ritmo della pioggia sul sentiero e sul sogno del viaggiatore, fino alla scomposizione della singola goccia, in pura immagine sonora.

«Out of Phlegethon!»

Quasi complemento musicale del prologo dei pisani, il Canto 75 approfondisce e realizza le attese rituali della nékyia, evocando la fuga dal Flegetonte e la risalita del verso che, in seguito alla catarsi musicale, rinviene l’unità del melos: «not of one bird but of many», coralità di memorie che introduce al navigium pisano. Anche qui vediamo recuperata l’istanza già presente nell’essay del 1911: dai frammenti dell’esperienza, riflessi su un verbum scoordinato e mutilo, a un nuovo corpus poetico ricomposto nell’armonia di suono e canto.
Il Flegetonte è il fiume ardente, con ciò veicolando, insieme all’idea dell’incessante fluire dell’acqua, anche quella del fuoco.
Ora, proprio il fuoco ha in sé una doppia natura, distruttiva e generatrice, e la sua fluidità che lambisce la materia, segnandola nell’opera di affinamento (si pensi al fuoco che affina in Dante), funziona nei Cantos da elemento conduttore del pensiero, frutto dell’esperienza:

«Il pensiero che deriva dall’esperienza sensoriale si manifesta come “fuoco” e dà vita alle figurazioni mitiche quali Afrodite, Kypris, Elena, ecc., mentre l’attività intellettuale si manifesta come “luce” e trova riscontro in Artemide, Selene, Diana ecc. Tuttavia entrambe le esperienze costituiscono i due aspetti di un’unica energia e danno origine alle due sfere: “the ball of fire” e “the great ball of crystal”. Si ricordino le progressioni: «the body of light came forth from the body of fire» e più avanti «from fire to crystal/ via the body of light». Siamo ricondotti all’idea della “Pietra” la cui connessione con l’elemento fluido apre nuove prospettive». 

Qualcosa di simile alla Blendung, in italiano “accecamento” e “abbagliamento”, che ad esempio innesca la nascita (o rinascita) letteraria di Elias Canetti. Nello scrittore bulgaro di lingua tedesca, ci torneremo anche più avanti, la parola si regge sulla esortazione a una verità che attraversa il fuoco, per potersi dire salva dai pericoli del fraintendimento.
I fiumi dunque sono i portatori per eccellenza dell’idea della lotta ingaggiata da ogni essere per sopravvivere. E tra i fiumi che più hanno rappresentato la vita anche nella morte il Nilo vanta una antica e lunga tradizione, andata ad alimentare un complesso amalgama mitologico e misterico. Non a caso è da questo fondale culturale che Pound attinge per trarre l’intreccio di maggiore spessore allegorico, utile sia la stesura dei saggi sia all’infinita spirale dei Cantos: Iteru, il Nilo, primo officiante di quell’immaginario mai esaurito che rende omaggio alla polimorfia dei suoi quadri concepiti sulle sponde di altrettanti fiumi augurali.
In Ungaretti, il poeta dei fiumi, il cui corpo straziato dall’esperienza in trincea è stato disperso come Osiride, si tratta dell’immersione rituale della memoria nell’Isonzo che gli permette di recuperare le origini violentemente cancellate dalla guerra, riportandolo fatalmente alla propria infanzia in Egitto:

«Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia/ Ma quelle occulte/ mani/ che m’intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità/ Ho ripassato/ le epoche/ della mia vita/ Questi sono/ i miei fiumi» 

Andando a ritroso non solo nello spazio ma anche nel tempo, sulla scia delle immagini mentali salvate nei secoli da cronisti, viaggiatori e scrittori, torniamo a visitare le sorgenti da cui è scaturita la riflessione degli antichi. Così Seneca, nel III libro delle Naturales Qaestiones vedeva nei fiumi la possibilità di raggiungere la summa veritatis : «Metaforicamente, capire la vera origine del fiume significa rinunciare a qualsiasi altra domanda». Né la ricerca tacitiana si definisce più fisicamente di quanto il lettore moderno potrebbe aspettarsi da una trattazione geo-etnografica sulla Germania.
Le prime parole dello storico latino ci regalano una ‘fotografia aerea’ dell’impero scandito dai grandi corsi d’acqua che ne hanno levigato la storia:

«Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito montis Abnobae iugo effusus pluris populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat: septimum os paludibus hauritur». 

Non si evidenziano qui le divisioni dei territori ma il fluire delle vite dei popoli accanto ai loro fiumi, tutti – uomini e paesaggi – cinti dal padre Oceano, fiume lui stesso, che corre intorno alla terra. La rappresentazione dei luoghi avviene dal punto di vista delle acque che li percorrono e, più che alla precisione geografica, Tacito si mostra affezionato, come anche in altre sezioni della sua monografia, a una visione del mondo che attinge a una prospettiva quasi fiabesca, in cui gli elementi di natura assumono lo status di personaggi mitici e voci narranti, sovrapponendosi alle gesta dei popoli che questi spazi occupano.
Remo Ceserani, in un’ampia ricognizione sui fiumi e l’immaginario che li accompagna, chiosa proprio questo punto:

«Nella letteratura dei Romani e nel loro ampio e diversificato territorio si assiste alla confluenza dei diversi modelli di fiume, in particolare quello egizio e quello greco. Alcuni dei fiumi del territorio dominato dai Romani, come il Po e il Tevere e i grandi fiumi europei, il Rodano, il Reno, il Danubio, sono ampi e anche navigabili, altri mantengono il carattere torrentizio e capriccioso, passando da un regime pacifico a uno violento e offrendo immagini consone alla poesia».  

Tacito si è fatto interprete e sacerdos della doppia identità occidentale; nella sua opera la cultura mediterranea risale verso nord, miscetur, appunto, pur lasciando incompiuta la rappresentazione dell’incontro.
La Grecia, l’Italia, il nord, l’occidente e l’oriente sono le direttrici dell’imperium ma anche gli assi per cui si è trasmesso quel moto sconfinante di latitudini e storie affacciate oltre il limes, che scende inquieto fino al Mar Nero. L’argine tuttavia non può non sentire il vibrare della corrente che gli scorre dentro, e la sorgente e la foce dissolvono nell’unicum della loro reciproca appartenenza.


[…]


Ed ecco che avanzando per questa stessa via ci ritroviamo scortati dalla Fackel di Canetti, l’altro grande traghettatore della Mitteleuropa sulle acque del Danubio, che marca questa “terra di mezzo e in mezzo”, dove lo scrittore svolge au revers il periplo della sua vita. Sennonché, nella sua ricognizione biografica Canetti finisce per mettere fuori campo proprio la vicenda personale. Lo scrittore emerge negli incontri, nelle conversazioni, il suo carattere si colora nel passaggio attraverso gli altri e attraverso le letture, inesorabilmente incorporate alla definizione di se stesso. In questo senso, la rievocazione del decennio che porta alla stesura di Auto da fé, solo in parte ci riconduce a un inizio. Si tratta ancora una volta di un’origine umbratile e sfuggente, più viva dentro la trasfigurazione della parola scritta che nella sua reale collocazione nello spazio. Ruse, la città natale, il movente del percorso, è infatti lontanissima dal lettore. Il «viaggio all’ingiù» che dovrebbe riportarci a casa, diviene improvvisamente reticente, e Ruse, con un colpo di mano, è sostituita dall’immensa epopea di Odessa, vissuta con gli occhi di Babel’. È lo scrittore russo a permettere a Canetti di ripensare la geografia della sua infanzia sul Danubio. Il nesso s’inserisce tra le immagini delle settimane passate a Varna con i familiari e l’incontro con Babel’, molti anni più tardi, nello stridente clamore con cui il settembre del 1928 passava su Berlino. Questo passo nel quale sono raccolti i luoghi di una vita e gli spazi letterari che vi corrispondono, in perfetta contiguità e sintesi, è uno dei più alti della Fackel:

«Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, benché lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane, durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel’ il capoluogo naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia fanciullezza, il duplice viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel percorso la giusta collocazione. Ero curioso di Babel’ come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio soltanto a metà. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E Odessa lo era. Così Babel’ aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una finestra verso Odessa». 

Dunque, se Ruse è Odessa, e ancora nella casa di Vienna le finestre continuano a guardare verso il Mar Nero, impariamo da Canetti che le origini stanno dove si decide di collocarle, e al contempo ci troviamo insieme a lui nel bel mezzo di quelle invisibili correnti e traiettorie che uniscono le persone all’accadere delle cose, attraendo senza sosta le une alle altre. Canetti si affida al suo vodjanoj come Babel’ vi si affidò a quattordici anni, per imparare a nuotare tra le onde del Mar Nero, «un mare verde e pesante».
Babel’ e Canetti si affacciano su questa foce comune.
Del Ponto Eusino Erodoto diceva che l’unico popolo degno di essere menzionato era quello degli Sciti, riguardo ai quali ha scritto che hanno ottenuto la loro supremazia «grazie al terreno favorevole e alla presenza dei fiumi che si rivelano loro alleati». E ancora, a proposito dell’essenza acquatica che nutre i corpi degli esseri umani, vale la pena riportare la descrizione dei traci, fatta da Claudio Magris che cita Anton Dončev:
«I traci sono oceano, i proto bulgari, unogonduri e onoguri, che giungono dal Mar Caspio e dal Mar d’Azov, sono onda che muove e agita quell’oceano originario, gli slavi sono la terra e la mano paziente che la impasta e le dà forma: i bulgari moderni sono la fusione di tutti e tre gli elementi».


[…]



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