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12 ottobre 2017

Fabula fluit - Corpi letterari e geografie fluviali



Emilio Longoni, Il suono del ruscello, 1902-1903


Ogni volta che mi notificano l’imminente chiusura di un sito a cui ho preso parte ci sono due stati d’animo che in me si manifestano in rapida successione. Il primo, lo dico senza girarci intorno, è di delusione. Quando va bene, si liquida in due tre frasi uno scambio al quale ci si sente ancora legati per come si era definito o per l’utilità che aveva avuto nel corso di una ricerca. Il secondo pensiero, ispirato a sentimenti assai meno nobili, è di scocciatura. Non foss’altro che per le ricadute tecniche prodotte da tali chiusure. Cancellazione dei materiali e collegamenti disattivati – qualora ci si faccia davvero sorprendere per mancanza di preavviso rischiamo addirittura di perdere il lavoro pubblicato. E questo comporta pure un’ampia riflessione sulla natura effimera di internet, sterminato contenitore divulgativo, affollatissimo multisala della pubblicazione hic et nunc, ma anche strumento talora dispersivo, affetto da elefantiasi, che in più di un caso preferisce fare harakiri anziché stabilizzare o affinare i propri canali.
Ricordo che la questione si pose in un vecchio corso universitario in cui si parlava di editing di articoli scientifici. C’era chi si mostrava favorevole alla citazione in nota di collegamenti tratti dal web, risorsa alternativa ai volumi in carta, e chi invece paventava il carattere troppo volatile e volubile di uno scaffale posizionato in rete. Un collegamento può cambiare nel tempo, per modifiche interne al sito o più drasticamente, lo si è detto all’inizio, perché il sito chiude.
Il mio caso è piuttosto singolare, se vogliamo. Sebbene abbia sempre avuto propensione per la rete, in generale sono stata molto restia ad affidare i miei scritti al web – quelli divulgativi vi sono entrati solo in parte, e negli ultimi anni quasi esclusivamente attraverso il mio blog, quelli creativi pressoché affatto, nonostante ripetute sollecitazioni. Non vi è un motivo preciso. In prima battuta credo internet abbia il pregio di spalancare le porte della diffusione ma anche di livellare altrettanto. E ci sono cose, la letteratura è una di queste a mio parere (e la poesia soprattutto!), che ad essere spianate, sdoganate troppo in fretta, svestite, ci perdono irrimediabilmente. Se Leopardi avesse scelto di pubblicare L’infinito su facebook per il suo esordio che cosa sarebbe accaduto? Ci saremmo davvero accorti del grande poeta? A volte mi diverto a pensarci. Thomas Mann titola un suo bel saggio “Poeti, questi sconosciuti tra noi” in cui celebra proprio tale carattere carsico, appartato, temporalmente esteso della necessità poetica. 
Riflessioni simili mi vengono anche da certi incontri in cui tento di spiegare, così, tra un clamore e l’altro, tra un boccone e l’altro, in generale diciamo fra una distrazione e l’altra, a cosa mi stia dedicando. Ogni tanto ci sono anche persone gentili che mostrano una curiosità più solida, più radicata, meno affrettata e apodittica. Ma anche in questi casi è inevitabile prendere atto che siamo trascinati verso altro; l’idea di una certa bellezza o cadenza stentano a farsi trovare, e se anche noi le siamo affezionati o devoti, sembra che non possa riaffacciarsi in nessun dove, perché mancano spazi, voci, gesti che la rievochino. Manca quella vertigine sacra, sacerdotale, che ne custodisce il senso, capace di resuscitarne l’eco quando qualcuno, col cuore risparmiato dai rumori del mondo, le si avvicina.  
E scarseggiano forse anche delle autentiche fucine fuori dai canoni, luoghi alchemici in cui gli ingegni possano davvero affinarsi. Dove avrebbe scritto Joyce, quali stimoli avrebbe avuto, se qualche eccentrico direttore editoriale non lo avesse lasciato fare, capitolo dopo capitolo, capolavoro dopo capolavoro? La letteratura prende forma anche così. È questione di vibrazioni telluriche, scosse elettriche, sodalizi, e tempo – non quello affrettatissimo e in svendita che ci diamo. No, quello no.
Questa premessa è per riproporre gli estratti di un saggio che scrissi anni fa. Una prova di scrittura importante che oggi scompare dalla rete perché il sito, di cui condivido a pieno le ragioni della chiusura, ha smesso di funzionare. Ricordo che fu per me un esercizio comparatista notevole, ma non solo confinato in quel metodo. Dunque ringrazio per la possibilità che mi si offrì di presentarlo in pubblico per quella via – altra non ne avrei avuta e ciò è sempre stato credo a detrimento e forse perfino in contraddizione con la mia lunga attività di curatrice e traduttrice di libri dai trent’anni in avanti.
Oggi mi scuso con quanti non troveranno più il testo integrale all’indirizzo che è stata mia premura divulgare nelle mie pagine. Purtroppo correggere quei post sarebbe dispendioso e qualcosa sfuggirebbe comunque. La lunghezza di quello scritto non mi permette di restituirlo qui per intero ma, ripeto, almeno in estratti sono felice di farlo, se non altro a testimonianza del processo creativo che ne aveva accompagnato la nascita.


(Di Claudia Ciardi)


Estratti da Fabula fluit


«Prendendo in mano per la prima volta in questi mesi il testo del Finnegans, intuisco che c’è qualcosa di lui anche nel mio inizio d’opera.
È il levarsi della figura dalla materia, la parola che musicalmente attrae ogni struttura linguistica per abbatterla e risvegliarla a una vita nova. Bisogna ripartire dal Finnegans.
Questo policentrico divagare per frammenti dell’Imitazione si accompagna a un tentativo di metamorfosi della lingua come struttura sonora, su cui in apparenza non cristallizza nessun significato, salvo poi scoprirsi disposta a una associazione di immagini e sensazioni, significanti e dunque in grado di significare, richiamate in forma di spirale. 
L’esperienza di Finnegan, la sua testa trasformata in promontorio e il corpo abbandonato al fiume nella veglia di Dublino, accanto ai quali si stende forse più di un’ombra ispirata all’asino apuleiano, fanno sentire pure la mia parola in bilico tra cattività e risveglio.
Cosa ne avrebbe detto E. P.? Di sicuro sarebbe valsa la pena anche in questo mio modesto campetto vedere all’opera le cesoie che hanno coltivato la terra di Eliot. Quanto alla prosa che si è rivelata nei Pisan Cantos, l’unica cosa certa, direi, è che il debito con E. P. adesso è divenuto inestinguibile».


[…]


A Luminous Detail

«Per Cartesio il cosmo era pieno di materia, un “plenum” simile a un vorticoso flusso d’acqua […] Faraday suggerì che il flusso di cui parlava Cartesio fosse in realtà un mare di sole forze. I punti di materia, gli atomi, erano soltanto le intersezioni a forma di stella di miriadi di linee di forza radianti che si spandevano da questi centri per tessere il loro cammino nell’universo».  

All’inizio di I gather the limbs of Osiris, una sorta di Ars poetica, Ezra Pound introduce il lettore al metodo attorno a cui si organizza la sua ricerca, ossia il metodo del luminous detail. Si tratta di un approfondimento e di una ulteriore precisazione di ciò che era stato enunciato nei saggi di The Spirit of Romance. Il modus operandi della filologia poundiana, già prefigurato dalla raccolta di saggi del 1910, trova in questo successivo essay (1911) un compendio alle distanze prese dall’utilizzo dei testi per trarne argomenti validi a suffragare le ideologie dei nascenti nazionalismi, sulle quali si stavano strutturando i nuovi canoni letterari.
Questa visione meccanicista e strumentale del testo, secondo Pound, deve essere accantonata a favore di una ricerca basata sul valore letterario intrinseco al componimento, trascendente condizionamenti, leggi, mode di un’epoca e appartenenze nazionali. Sono soprattutto gli storici positivisti a farsi portatori di un atteggiamento percepito dal poeta come disgregante della materia di studio e dunque della sua comprensione.

To gather, ecco il dettaglio ‘discriminante’ e adtrahens del concetto e della figura (Tamuz-Adone come Osiride, come Dioniso), che prende vita insieme all’altro luminous detail, il fiume-corrente. L’aggregazione della materia verbale si decide nel mutevole esercitarsi della fluida volontà isiaca, che ha in sé gli elementi di ichor e amore, in grado di ricondurre l’identità al suo plenum.
Il nesso che da qui ci porta all’incantesimo acquatico del Finnegans, dove i personaggi sono allo stesso tempo personae e luoghi, si stabilisce in maniera meno improbabile di quel che si potrebbe frettolosamente pensare:

«lurch away in the moonshiny gorge of Patself on the Bach. Adyoe. […] Rain. When we sleep. Drops. But wait until our sleeping. Drain. Sdops».  

Strofa augurale scandita al ritmo della pioggia sul sentiero e sul sogno del viaggiatore, fino alla scomposizione della singola goccia, in pura immagine sonora.

«Out of Phlegethon!»

Quasi complemento musicale del prologo dei pisani, il Canto 75 approfondisce e realizza le attese rituali della nékyia, evocando la fuga dal Flegetonte e la risalita del verso che, in seguito alla catarsi musicale, rinviene l’unità del melos: «not of one bird but of many», coralità di memorie che introduce al navigium pisano. Anche qui vediamo recuperata l’istanza già presente nell’essay del 1911: dai frammenti dell’esperienza, riflessi su un verbum scoordinato e mutilo, a un nuovo corpus poetico ricomposto nell’armonia di suono e canto.
Il Flegetonte è il fiume ardente, con ciò veicolando, insieme all’idea dell’incessante fluire dell’acqua, anche quella del fuoco.
Ora, proprio il fuoco ha in sé una doppia natura, distruttiva e generatrice, e la sua fluidità che lambisce la materia, segnandola nell’opera di affinamento (si pensi al fuoco che affina in Dante), funziona nei Cantos da elemento conduttore del pensiero, frutto dell’esperienza:

«Il pensiero che deriva dall’esperienza sensoriale si manifesta come “fuoco” e dà vita alle figurazioni mitiche quali Afrodite, Kypris, Elena, ecc., mentre l’attività intellettuale si manifesta come “luce” e trova riscontro in Artemide, Selene, Diana ecc. Tuttavia entrambe le esperienze costituiscono i due aspetti di un’unica energia e danno origine alle due sfere: “the ball of fire” e “the great ball of crystal”. Si ricordino le progressioni: «the body of light came forth from the body of fire» e più avanti «from fire to crystal/ via the body of light». Siamo ricondotti all’idea della “Pietra” la cui connessione con l’elemento fluido apre nuove prospettive». 

Qualcosa di simile alla Blendung, in italiano “accecamento” e “abbagliamento”, che ad esempio innesca la nascita (o rinascita) letteraria di Elias Canetti. Nello scrittore bulgaro di lingua tedesca, ci torneremo anche più avanti, la parola si regge sulla esortazione a una verità che attraversa il fuoco, per potersi dire salva dai pericoli del fraintendimento.
I fiumi dunque sono i portatori per eccellenza dell’idea della lotta ingaggiata da ogni essere per sopravvivere. E tra i fiumi che più hanno rappresentato la vita anche nella morte il Nilo vanta una antica e lunga tradizione, andata ad alimentare un complesso amalgama mitologico e misterico. Non a caso è da questo fondale culturale che Pound attinge per trarre l’intreccio di maggiore spessore allegorico, utile sia la stesura dei saggi sia all’infinita spirale dei Cantos: Iteru, il Nilo, primo officiante di quell’immaginario mai esaurito che rende omaggio alla polimorfia dei suoi quadri concepiti sulle sponde di altrettanti fiumi augurali.
In Ungaretti, il poeta dei fiumi, il cui corpo straziato dall’esperienza in trincea è stato disperso come Osiride, si tratta dell’immersione rituale della memoria nell’Isonzo che gli permette di recuperare le origini violentemente cancellate dalla guerra, riportandolo fatalmente alla propria infanzia in Egitto:

«Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia/ Ma quelle occulte/ mani/ che m’intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità/ Ho ripassato/ le epoche/ della mia vita/ Questi sono/ i miei fiumi» 

Andando a ritroso non solo nello spazio ma anche nel tempo, sulla scia delle immagini mentali salvate nei secoli da cronisti, viaggiatori e scrittori, torniamo a visitare le sorgenti da cui è scaturita la riflessione degli antichi. Così Seneca, nel III libro delle Naturales Qaestiones vedeva nei fiumi la possibilità di raggiungere la summa veritatis : «Metaforicamente, capire la vera origine del fiume significa rinunciare a qualsiasi altra domanda». Né la ricerca tacitiana si definisce più fisicamente di quanto il lettore moderno potrebbe aspettarsi da una trattazione geo-etnografica sulla Germania.
Le prime parole dello storico latino ci regalano una ‘fotografia aerea’ dell’impero scandito dai grandi corsi d’acqua che ne hanno levigato la storia:

«Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur: cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularum inmensa spatia complectens, nuper cognitis quibusdam gentibus ac regibus, quos bellum aperuit. Rhenus, Raeticarum Alpium inaccesso ac praecipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur. Danuvius molli et clementer edito montis Abnobae iugo effusus pluris populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat: septimum os paludibus hauritur». 

Non si evidenziano qui le divisioni dei territori ma il fluire delle vite dei popoli accanto ai loro fiumi, tutti – uomini e paesaggi – cinti dal padre Oceano, fiume lui stesso, che corre intorno alla terra. La rappresentazione dei luoghi avviene dal punto di vista delle acque che li percorrono e, più che alla precisione geografica, Tacito si mostra affezionato, come anche in altre sezioni della sua monografia, a una visione del mondo che attinge a una prospettiva quasi fiabesca, in cui gli elementi di natura assumono lo status di personaggi mitici e voci narranti, sovrapponendosi alle gesta dei popoli che questi spazi occupano.
Remo Ceserani, in un’ampia ricognizione sui fiumi e l’immaginario che li accompagna, chiosa proprio questo punto:

«Nella letteratura dei Romani e nel loro ampio e diversificato territorio si assiste alla confluenza dei diversi modelli di fiume, in particolare quello egizio e quello greco. Alcuni dei fiumi del territorio dominato dai Romani, come il Po e il Tevere e i grandi fiumi europei, il Rodano, il Reno, il Danubio, sono ampi e anche navigabili, altri mantengono il carattere torrentizio e capriccioso, passando da un regime pacifico a uno violento e offrendo immagini consone alla poesia».  

Tacito si è fatto interprete e sacerdos della doppia identità occidentale; nella sua opera la cultura mediterranea risale verso nord, miscetur, appunto, pur lasciando incompiuta la rappresentazione dell’incontro.
La Grecia, l’Italia, il nord, l’occidente e l’oriente sono le direttrici dell’imperium ma anche gli assi per cui si è trasmesso quel moto sconfinante di latitudini e storie affacciate oltre il limes, che scende inquieto fino al Mar Nero. L’argine tuttavia non può non sentire il vibrare della corrente che gli scorre dentro, e la sorgente e la foce dissolvono nell’unicum della loro reciproca appartenenza.


[…]


Ed ecco che avanzando per questa stessa via ci ritroviamo scortati dalla Fackel di Canetti, l’altro grande traghettatore della Mitteleuropa sulle acque del Danubio, che marca questa “terra di mezzo e in mezzo”, dove lo scrittore svolge au revers il periplo della sua vita. Sennonché, nella sua ricognizione biografica Canetti finisce per mettere fuori campo proprio la vicenda personale. Lo scrittore emerge negli incontri, nelle conversazioni, il suo carattere si colora nel passaggio attraverso gli altri e attraverso le letture, inesorabilmente incorporate alla definizione di se stesso. In questo senso, la rievocazione del decennio che porta alla stesura di Auto da fé, solo in parte ci riconduce a un inizio. Si tratta ancora una volta di un’origine umbratile e sfuggente, più viva dentro la trasfigurazione della parola scritta che nella sua reale collocazione nello spazio. Ruse, la città natale, il movente del percorso, è infatti lontanissima dal lettore. Il «viaggio all’ingiù» che dovrebbe riportarci a casa, diviene improvvisamente reticente, e Ruse, con un colpo di mano, è sostituita dall’immensa epopea di Odessa, vissuta con gli occhi di Babel’. È lo scrittore russo a permettere a Canetti di ripensare la geografia della sua infanzia sul Danubio. Il nesso s’inserisce tra le immagini delle settimane passate a Varna con i familiari e l’incontro con Babel’, molti anni più tardi, nello stridente clamore con cui il settembre del 1928 passava su Berlino. Questo passo nel quale sono raccolti i luoghi di una vita e gli spazi letterari che vi corrispondono, in perfetta contiguità e sintesi, è uno dei più alti della Fackel:

«Ritenevo che il Mar Nero mi appartenesse, benché lo avessi conosciuto soltanto, per poche settimane, durante il mio soggiorno a Varna. Era come se la forza variopinta e selvaggia delle storie di Odessa fosse stata alimentata dai ricordi della mia infanzia; senza saperlo, avevo trovato in Babel’ il capoluogo naturale di quella piccola regione del basso Danubio; se Odessa fosse sorta alle foci del Danubio, la cosa mi sarebbe parsa naturale. In tal caso il famoso viaggio che aveva dominato i sogni della mia fanciullezza, il duplice viaggio che scendeva e risaliva la corrente del Danubio, sarebbe andato da Vienna a Odessa e da Odessa a Vienna, e Rustschuk, che era piuttosto in basso, avrebbe trovato in quel percorso la giusta collocazione. Ero curioso di Babel’ come se fosse nato in quella regione, della quale mi riconoscevo figlio soltanto a metà. Solo in un luogo che si apriva sul mondo mi sentivo perfettamente a mio agio. E Odessa lo era. Così Babel’ aveva sentito quel luogo e le sue storie. Nella casa della mia infanzia tutte le finestre guardavano Vienna. Ora, su un lato rimasto fino a quel momento in disuso, era stata aperta una finestra verso Odessa». 

Dunque, se Ruse è Odessa, e ancora nella casa di Vienna le finestre continuano a guardare verso il Mar Nero, impariamo da Canetti che le origini stanno dove si decide di collocarle, e al contempo ci troviamo insieme a lui nel bel mezzo di quelle invisibili correnti e traiettorie che uniscono le persone all’accadere delle cose, attraendo senza sosta le une alle altre. Canetti si affida al suo vodjanoj come Babel’ vi si affidò a quattordici anni, per imparare a nuotare tra le onde del Mar Nero, «un mare verde e pesante».
Babel’ e Canetti si affacciano su questa foce comune.
Del Ponto Eusino Erodoto diceva che l’unico popolo degno di essere menzionato era quello degli Sciti, riguardo ai quali ha scritto che hanno ottenuto la loro supremazia «grazie al terreno favorevole e alla presenza dei fiumi che si rivelano loro alleati». E ancora, a proposito dell’essenza acquatica che nutre i corpi degli esseri umani, vale la pena riportare la descrizione dei traci, fatta da Claudio Magris che cita Anton Dončev:
«I traci sono oceano, i proto bulgari, unogonduri e onoguri, che giungono dal Mar Caspio e dal Mar d’Azov, sono onda che muove e agita quell’oceano originario, gli slavi sono la terra e la mano paziente che la impasta e le dà forma: i bulgari moderni sono la fusione di tutti e tre gli elementi».


[…]



3 marzo 2016

Silenzi di guerra


Obice austriaco - Museo storico italiano della guerra, Rovereto


Il 28 febbraio si è conclusa la stagione di prosa 2015-2016 del teatro Verdi di Pisa con l’allestimento dello spettacolo Silenzi di guerra, nato da un’idea dell’attore Renato Raimo in collaborazione con lo scrittore Federico Guerri. Un appuntamento a cui sono stata felice di non mancare per il peso poetico di quanto portato in scena, lettura intimistica della guerra che irrompe nella sfera degli affetti, strappando violentemente le reclute alle loro consuetudini familiari. La prova del campo di battaglia si rivelerà annichilente in un duplice senso. Non solo perché in molti vi troveranno una morte precoce e ingiusta, ma anche perché chi scamperà alla tragedia non riuscirà mai veramente a tornare. Sarà un uomo diverso per aver affrontato «l’inenarrabile vita di trincea», come sottolinea il protagonista di questa pièce. La cesura tra il prima e il dopo non potrà essere sanata, troppo grande l’evento che ha separato i due momenti, così lontani da sembrare non potersi più risolvere nella medesima esistenza. Il fronte ha posto le condizioni di una intraducibilità di quello che gli uomini hanno sperimentato sulla propria pelle. Il mutismo dei reduci decreta dunque la fine del saper narrare; è ciò che Walter Benjamin descrive in alcune celebri pagine, indicando nella Grande Guerra l’evento che ha eroso la centralità dell’esperienza nell’orizzonte culturale umano: «La gente tornava ammutolita […] non più ricca, ma più povera di esperienze partecibabili […] Una generazione, che era andata a scuola col tram a cavalli, stava in piedi sotto il cielo in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le nuvole e, al centro, in un campo di forza di correnti distruttive e esplosioni, il fragile, minuscolo corpo umano». Da allora in avanti, svuotati e per un assurdo contrappasso schiacciati dall’eccesso di informazioni e dalla frenesia in cui la nostra quotidianità è andata riorganizzandosi, poco o nulla di quel che accade intorno a noi pare essere destinato a lasciare una traccia durevole. Estrema conseguenza di un disagio rimasto per lo più incompreso ma puntualmente analizzato dal filosofo tedesco.
Il lavoro di Renato Raimo nasce così dalla necessità di una riappropriazione emotiva, e quindi narrativa, della storia. Qui si tratta di un padre, Franco, professore di anatomia, e del figlio diciottenne Daniele, reclutato dal regio esercito italiano per combattere sull’Isonzo, frontiera lontana e quasi fantastica di cui i giovani soldati ignoravano persino fosse un fiume o una montagna. La cartolina precetto, un rettangolo giallo, all’apparenza un documento come un altro che a Franco ricorda le pagelle che il figlio adolescente poggiava sulla tavola apparecchiata, nasconde in realtà un’amara sentenza sulla loro consuetudine di vita. 
Vedovo da molti anni, Franco non riesce ad accettare la separazione forzata da Daniele, ragazzo fragile e indole solitaria. Vorrebbe proteggerlo questo padre, ma non può nulla contro le leggi. Troppi sono i presagi che lo tormentano fin dalla preparazione per la partenza tanto da decidere di umiliarsi, implorando all’ufficio di leva che lascino in pace il suo ragazzo, ma niente. La macchina da scrivere prosegue imperterrita a compilare cartoline, la guerra è guerra e non permette indugi. La voce dell’impiegato non arriva al pubblico, solo il ticchettio ossessivo della scrivente, unico volto di uno Stato che non fa mostra di sé, neppure nelle ore tragiche dell’entrata in guerra, quando si sa che una ferita profonda verrà scavata tra chi vi prende parte e coloro che in silenzio restano a casa ad aspettare; molto tempo servirà perché il dolore si attenui e il cuore rimargini. 
Neanche Daniele occupa mai la scena. Sebbene la sua figura muova l’intera narrazione, è una presenza completamente riflessa nell’angoscia e nel dolore del padre. Così pure la femminilità, interpretata da Patrizia Ghezzo, apparizione silenziosa affiorante in un angolo della scena, incarna l’attesa delle donne in ogni luogo e tempo, madri, mogli, figlie, creature diafane e immobili attraversate dalla sofferenza. Sopraffatto dallo sconforto, Franco sale sul treno che pochi giorni prima si è portato via il figlio, e anche lui arriva finalmente a vedere l’Isonzo, il piccolo fiume di smeraldo su cui si muore e dove un soldato sfida i proiettili del nemico per desiderio di scendere tra quelle acque. La mente corre a Ungaretti, al suo bagno rituale in un mattino assolato, tregua del corpo che quasi non ha più memoria di sé. Notti e giorni sul Carso sempre uguali, aspettando l’ordine di attacco. Sorrisi e disperazione di commilitoni, si passa il tempo prendendo lentamente confidenza con la nuova realtà, si scrive a casa. Nella Babele dei dialetti ci si aiuta alla meglio. «È la prima generazione di italiani nati tali e viene mandata a morire», così Franco mentre osserva la “meglio gioventù” che non ha ancora una lingua in cui esprimersi.  
In questo la paura delle parole, e dunque i silenzi, di disagio, preoccupazione, stanchezza, i silenzi pieni di tensione che incombono sull’assalto e quelli che sanno di perdita, frastornanti, inascoltabili,  dopo la battaglia.
Durante il dibattito seguito alla rappresentazione, Giovanni Morandi, inviato in numerosi scenari bellici contemporanei, dalle repubbliche balcaniche a Israele, dal Libano alla Libia, e fino al 2014 direttore del «Quotidiano Nazionale» di cui è tuttora editorialista, ha voluto soffermarsi sul dato che la guerra di Franco non sia quella della nazione, dello slancio patriottico ma sia interamente ripiegata in una dimensione domestica, di genitori e figli buttati nella mischia, ragazzi che si sono appena affacciati al mondo e di quel mondo sono subito costretti a toccare tutti gli orrori e in mezzo all’orrore essere pronti a sacrificarsi. Morandi ricorda anche i suoi stessi silenzi familiari, il nonno reduce invalido che combatté sul Pasubio e che in casa era assai restio a parlare della sua esperienza di soldato. In riferimento a un codice maschile secondo cui tra uomini non bisogna mettere a nudo le proprie fragilità. È la cifra che caratterizza lo stesso rapporto di Franco e Daniele, un’incomunicabilità che tuttavia non impedisce ai due di leggere nei rispettivi stati d’animo, né ostacola Franco nell’affrontare le supposte debolezze che tornano a scuoterlo quando è costretto a dire addio al figlio.     
In un dialogo ideale con la mostra di Palazzo Blu «I segni della guerra», recentemente curata dal professor Antonio Gibelli (marzo-luglio 2015), che ha consentito di esporre a Pisa un gran numero di cimeli provenienti, tra gli altri, dal museo della guerra di Rovereto, il lavoro di Raimo arricchisce il percorso dedicato alla memoria del primo conflitto mondiale, dalla prospettiva della reazione individuale e dell’approfondimento psicologico, punto di vista quanto mai prezioso per la comprensione degli eventi.     
Lo spettacolo prosegue risalendo l’Italia, andando ad abbracciare quelli che furono i luoghi dove la guerra si combatté senza risparmio di mezzi e di vite. Non resta quindi che augurare a Renato Raimo e alla sua compagnia, in particolare la fisarmonica di Marco Lo Russo con le sue magiche atmosfere, il miglior consenso di pubblico per questo racconto allestito con competenza e passione.

(Di Claudia Ciardi)




Silenzi di guerra

di Renato Raimo e Federico Guerri
regia: Marco Grigoletto
accompagnamento per fisarmonica: Marco Lo Russo


11 maggio 2015

Naufragio di guerra #3




La guerra da che mondo è mondo si combatte anche e soprattutto con mezzi che nulla o quasi hanno in comune con i campi di battaglia. Un giro di soldi e informazioni, se ben organizzato, è in grado di cambiare le sorti di un conflitto. La questione dello spionaggio durante la prima guerra mondiale è tutt’altro che secondaria e si può dire che l’Italia si affacci impreparata sullo scacchiere europeo anche sotto questo aspetto. Gravava sull’organizzazione la mancanza di mezzi economici oltre all’incertezza, protratta fin troppo a lungo, su chi avremmo dovuto appoggiare e chi, in conseguenza, sarebbe divenuto nostro nemico. Il giolittismo si era fatto in qualche modo garante degli interessi tedeschi in Italia, che erano estesi e ben radicati. Molti soggetti economici e quadri dirigenziali avevano remore a entrare in guerra contro la Germania per i legami con i finanziatori d’oltralpe. Prima ancora che al fronte, si combatteva con gli appalti. In un paese arretrato quale era appunto l’Italia appena unificata, gli investimenti stranieri erano vitali per sviluppare le nostre infrastrutture. La Francia aveva acquistato partecipazioni nelle società ferroviarie, investendo nel settore dei trasporti urbani e in quello immobiliare, mettendo sul tavolo un capitale di un miliardo e quattrocentotrenta milioni di franchi circa. E tuttavia è la Banca Commerciale tedesca, nata nel 1895, a veicolare una presenza assai più sostenuta e diversificata. Pensiamo che ancora nel 1914 a Roma l’appalto dei medicinali per tutti gli ospedali se lo aggiudica la società tedesca Mariland e che sempre i tedeschi ottengono concessioni per esplorare i giacimenti di mercurio del Monte Amiata. Una rete di soldi e presenze da cui sarà difficile svincolarsi anche negli anni di guerra. Più limitata, ma comunque abbastanza incisiva, l’azione economica degli austriaci, operanti nel nord Italia e sull’Adriatico per ragioni storiche. È chiaro tuttavia che gli attriti sulle terre irredente avevano fatto montare un clima sfavorevole nei confronti delle imprese di Vienna. 
Il sistema creditizio messo in piedi dai tedeschi è estremamente funzionale in quanto permette ai nostri “partner commerciali” di controllare capillarmente le attività cui si indirizza l’economia italiana. L’Istituto di credito, infatti, concede finanziamenti solo alle aziende della penisola che si impegnano a comprare materiale dalle società tedesche. Ciò comporta l’obbligo di compilazione di schede informative sugli affari societari, dati che con tutta probabilità finiscono a Berlino. La Germania non avrebbe avuto alcun motivo di entrare in guerra. La sua situazione era già assai rosea, dal punto di vista delle relazioni economiche e della sua massiccia presenza finanziaria nel Mediterraneo; le velleità coloniali di Guglielmo II, ossessionato dall’impero inglese, hanno finito per tradursi in una scelta del tutto controproducente: quello per cui si struggeva così tanto, in buona parte già lo aveva.
Da questa premessa si capisce forse un po’ meglio una delle tante vicende oscure d’Italia, che alcuni storici hanno definito il primo mistero della nostra storia nazionale. A settantadue ore dall’attentato di Sarajevo, il generale delle nostre forze armate, Alberto Pollio, viene trovato morto in una camera d’albergo a Torino. La ricostruzione è sempre stata piuttosto fumosa, accompagnata da rapporti censurati che non hanno fugato del tutto le numerose contraddizioni gravanti sulla vicenda, a partire dalle cure somministrate al generale la sera del supposto malore. Pollio soffriva di miocardite, è vero, ma il suo stato di salute non ha mai destato preoccupazione. In più, il suo accompagnatore in quella fatale circostanza, l’ufficiale Vincenzo Traniello, da allora sparisce di scena, la sua carriera è di fatto troncata. Allontanamento di un testimone scomodo?
Le frequentazioni viennesi di Pollio gli avevano causato noie e richiami da parte dei nostri vertici. In qualità di attaché militare, compito simile a quello di un agente segreto, avrebbe dovuto limitare i suoi exploits mondani ma il proprio ascendente naturale glielo impediva. Pollio a corte piaceva, così da entrare nelle grazie dello stesso Francesco Giuseppe. Tanto fa che tra un ricevimento e l’altro vi trova moglie, la giovane baronessa Eleonora Gormasz, appartenente a una delle cinquanta famiglie ebree a cui l’imperatore ha concesso il titolo nobiliare. Sebbene l’Italia rilasci subito i documenti per il nulla osta al matrimonio – non vi sono leggi che impediscano l’unione di un nostro ufficiale con una straniera, a differenza dell’Austria dove vige il divieto – le malignità contro Pollio aumentano a dismisura. La sua posizione precipita. La moglie viene additata come spia austriaca e sarà tenuta sotto controllo sempre, anche durante la guerra, quando già vedova si sospettava che continuasse a tenere relazioni con ufficiali dell’esercito austriaco – e in effetti i frequenti viaggi in Svizzera e le permanenze in alberghi di lusso di una donna che sosteneva di non avere redditi sufficienti per mantenersi, suscitano qualche dubbio. Cadorna odiava Pollio, si sentiva in competizione con lui evidentemente, e quando Giolitti, che a sua volta non nutriva alcuna fiducia in Cadorna, gli preferisce il brillante ufficiale napoletano con ottime credenziali presso gli Asburgo, il vecchio generale non riesce a trattenere la sua acredine.
Insomma, Pollio era scomodo e al momento dell’entrata in guerra sono in molti a volerlo togliere di mezzo. Come potrebbe darsi un capo di Stato Maggiore di un esercito in guerra con gli imperi centrali, sposato a un’austriaca per giunta sospettata di spionaggio? Dunque, guerra tra spie si diceva all’inizio. E l’Austria felix in ciò era molto più avanti di noi, con l’Evidenzbureau, il proprio servizio segreto che aveva avuto tutto il tempo di affinare i suoi metodi nella vasta congerie dei territori che facevano parte dell’impero. L'istituzione prende il nome dal modo di dire “Etwas in Evidenz halten” (tenere qualcosa sott’occhio), viene inaugurata nel 1850 e in Italia dimostra la sua efficacia durante le guerre di Indipendenza. La sconfitta del generale La Mamora a Custoza è in buona parte dovuta alla capacità austriaca di far circolare informazioni sballate fra i nostri. 
Ai primi di agosto del ’14, gli austriaci predispongono il rafforzamento di spie in Italia, perché sospettano la nostra adesione all’Intesa. Noi, invece, prendiamo tempo senza organizzarci, per il controspionaggio ci appoggiamo a una sezione della polizia statale, e sebbene i nostri agenti siano piuttosto solerti, mancano di pratica e finiscono per esagerare nei sospetti, creando confusione.

(Di Claudia Ciardi) 


Alcuni riferimenti citati in questa sintesi sono tratti da Roberto Giardina, 1914. La Grande Guerra. L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, Imprimatur, 2014. Al reportage dello storico palermitano, residente dal 1986 in Germania, testo che in modo accattivante intreccia cronaca e analisi storica, dedicheremo uno dei prossimi articoli. 


In dormiveglia

Valloncello di Cima Quattro* il 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia 

Giuseppe Ungaretti da L’Allegria (sezione Il Porto Sepolto)

* Corrisponde all’incirca all’abitato di Poggio Terza Armata (Sdraussine in friulano, Zdravšcine in sloveno), frazione del comune di Sagrado (Gorizia), nella regione Friuli-Venezia Giulia. Si trova tra Sagrado e Savogna d’Isonzo.

Ninna nanna della guerra  (di Trilussa)

Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello [*]
Farfarello e Gujermone [**]
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe [***]
che se regge co le zeppe,
co le zeppe dun impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo dassassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!

Note:

* Uno dei diavoli dell’inferno dantesco
** Guglielmo II, l’imperatore tedesco
*** Francesco Giuseppe imperatore d’Austria





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16 ottobre 2014

Naufragio di guerra #2



Riportiamo le parole con cui Golo Mann, figlio del grande scrittore Thomas Mann, autore del capolavoro La montagna incantata, riflette sull’insensata euforia alla quale si abbandonarono i popoli europei nell’agosto 1914, ognuno immaginando in cuor suo che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa.

«Un’atmosfera di giubilo regnava in Europa nei primi giorni di agosto dell’anno 1914, giubilo, furore bellico ed esaltazione della guerra non dovunque in egual misura; in Francia forse un po’ meno che in Germania, qui un po’ più che in Inghilterra. Ma anche là. Anche per le vie di Londra le masse popolari tumultuavano gaiamente e chiedevano a gran voce guerra, mentre il governo tentava ancora gli ultimi sforzi per la pace. I popoli europei erano stati eccitati gli uni contro gli altri, e ingannati, per anni, da uomini politici e giornalisti… la guerra sarebbe stata corta e bella; un’avventura eccitante, liberatrice. E Dio sarebbe stato da ogni parte, e tutti avrebbero vinto».

Questo breve pensiero esprime con lucidità la “gaia scienza” applicata dalle masse agli eventi che andavano allora prendendo forza. Golo, pur se a posteriori rispetto alla situazione descritta, mette in rilievo il grande inganno con cui numerosi volontari, partiti nel fervore dell’impresa, si trovarono faccia a faccia solo molto tempo dopo, sprofondati nelle trincee, quando la guerra ormai ripiegata su stessa divenne quello che in realtà era – un incubo quotidiano, una partita a scacchi con la morte, un’indicibile tortura che sembrava non voler finire più. 
All’interno della famiglia Mann, le differenti posizioni relative alla guerra aprono una frattura anche nei rapporti tra i due fratelli, Thomas e Heinrich. Il primo se ne dichiara subito fautore entusiasta, vedendo nello scontro l’unica possibilità di difesa della Kultur tedesca, e dei suoi valori, in opposizione alla Zivilisation della Francia. Considerava il positivismo francese un’insidia per la cultura europea. Nei suoi Pensieri di guerra, stesi a novembre del ’14, ricorre l’idea di una stanchezza del mondo, l’immobilismo politico e intellettuale europeo percepito come un peso del quale ci si voleva liberare in fretta. Il primo agosto, giorno della dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, Thomas Mann si trova a Tölz, in Baviera, per le vacanze. I suoi figli, Erika di nove anni e Klaus di otto, giocano in giardino, improvvisando la messa in scena di Die Büchse der Pandora (Il vaso di Pandora).
Heinrich è invece a Nizza. È costretto a andarsene in modo precipitoso, pena l’internamento. Pagherà un prezzo piuttosto alto per il suo pacifismo: la pubblicazione della sua opera Der Untertan, iniziata a gennaio, verrà sospesa, e i giornali per cui lavora interromperanno le collaborazioni.
L’Italia resta a guardare. Una posizione attaccata con foga da Gabriele D’Annunzio, in quel periodo in Francia, dove ha dovuto riparare per sfuggire ai propri creditori. Anche secondo lui la guerra sarebbe stata l’occasione per vincere la stanchezza dei popoli, e nel caso italiano, avrebbe sepolto una classe politica invecchiata e senza idee, dando compimento all’impresa risorgimentale. Ma al momento quello italiano si presenta come “uno strano caso”. Vincolata alla Triplice Alleanza, che la lega agli imperi centrali, ma da diversi anni insofferente al giogo di Vienna, scossa da tensioni interne e problemi economici, alla cui base vi è la dispendiosissima e inutile campagna di Libia, ingredienti che hanno acceso la miccia della settimana rossa (giugno ’14), consapevole delle clamorose mancanze che affliggono il proprio esercito, l’unica cosa che può fare è prendere tempo. Stile tipicamente italiano, e in politica estera non è detto che sia sempre un male. La maggior parte dei nostri quadri politici e militari propende per appoggiare la Francia. Cominciano frenetiche trattative dietro le quinte, per sondare gli umori sull’uno e l’altro fronte. Soprattutto si cerca di capire se Vienna, che finora con noi ha fatto il bello e il cattivo tempo, e il cui atteggiamento verso la penisola resta improntato alla diffidenza, abbia intenzione di onorare il patto italo-austriaco (1887) approvato a ulteriore garanzia di quanto già sottoscritto nel 1882. Tale accordo prevede compensazioni per l’Italia, in caso venga a mutare lo Statu quo balcanico. Tuttavia Francesco Giuseppe seguita a giudicare irricevibili le richieste del nostro ministro degli Esteri, il marchese Antonino di San Giuliano. L’imperatore ribadisce che sul Trentino non possiamo accampare pretese e che il tema delle compensazioni sarà preso in esame soltanto se l’Italia prenderà parte al conflitto a fianco dell’impero austro-ungarico.  
Nel frattempo viene avviato un piano per apportare migliorie all’organizzazione del nostro esercito, che necessita di 14.000 ufficiali, oltre che di equipaggiamenti base: mitragliatrici, artiglieria, bombe a mano, mezzi di trasporto, cesoie per tagliare il filo spinato. Per raggiungere gli standard di efficienza vigenti negli altri corpi militari, l’Italia emette il primo di sei prestiti di guerra: la richiesta è nell’ordine del miliardo di lire, corrispondente a circa settemila miliardi di euro. Questo la dice lunga su ciò a cui, pur da una posizione apparentemente più defilata, andava preparandosi anche la nostra nazione.


Sulla Somme, luglio 1916

Alcuni riferimenti citati in questa sintesi sono tratti da Roberto Giardina, 1914. La Grande Guerra. L’Italia neutrale spinta verso il conflitto, Imprimatur, 2014. Al denso e serrato reportage dello storico palermitano, residente dal 1986 in Germania, testo che intreccia cronaca e analisi storica, dedicheremo uno dei prossimi articoli.

Di seguito, come già abbiamo fatto a conclusione degli altri interventi sulla Grande Guerra, vengono citate alcune poesie tratte da L’Allegria di Giuseppe Ungaretti. La sezione a cui i testi appartengono è ancora una volta quella di Il porto sepolto. Nello straniamento ottundente della guerra, il poeta è «una docile fibra dell’universo» rimescolata dagli eventi, e scopre l’imbarazzo per il suo stesso corpo, «che ora troppo ci pesa». Involucro di vivo tra i non vivi, smarrito a se stesso, dissolto dalla vertigine della guerra. Solo l’immersione nella natura, che diviene gesto di liberazione rituale soprattutto nell’incontro con l’Isonzo, permette di fissare nuovamente lo sguardo sulla propria sostanza. Ma si rinviene alla vita spossati e distanti. Davanti ai boschi, ai crinali inghiottiti dalla notte, ai silenzi impenetrabili del Carso ci si riscuote pochi attimi. E se l’esser divenuti «uno stagno di buio» sembra ripetere il naufragio leopardiano, che pure scagliava la sua solitudine nell’eterno fluire del mondo, qui l’abbandono, la contemplazione dell’infinito innescano un processo contrario. Il legame con la vita, così prepotentemente riscoperto attraverso gli elementi di paesaggio, sommerge il  giovane soldato, che sul greto del fiume resta attonito a decifrare l’impronta del suo sgomento.

(Di Claudia Ciardi)     

Annientamento

Versa il 21 maggio 1916

Il cuore ha prodigato le lucciole
s’è acceso e spento
di verde in verde
ho compitato

Colle mie mani plasmo il suolo
diffuso di grilli
mi modulo
di
sommesso uguale
cuore

M’ama non m’ama
mi sono smaltato
di margherite
mi sono radicato
nella terra marcita
sono cresciuto
come un crespo
sullo stelo torto
mi sono colto
nel tuffo
di spinalba

Oggi
come l’Isonzo
di asfalto azzurro
mi fisso
nella cenere del greto
scoperto dal sole
e mi trasmuto
in volo di nubi

Appieno infine
sfrenato
il solito essere sgomento
non batte più il tempo col cuore
non ha tempo né luogo
è felice

Ho sulle labbra
il bacio di marmo

C’era una volta

Quota Centoquarantuno l’1 agosto 1916

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona

Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna

La notte bella

Devetachi il 24 agosto 1916

Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle

Questa festa sorgiva
di cuore a nozze

Sono stato
uno stagno di buio

Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio

Ora sono ubriaco
d’universo

Sonnolenza

Da Devetachi al San Michele il 25 agosto 1916

Questi dossi di monti
si sono coricati
nel buio delle valli

Non c’è più niente
che un gorgoglio
di grilli che mi raggiunge

E s’accompagna
alla mia inquietudine

Käthe Kollwitz - Campo di battaglia

Link correlati/ Related links:

Italiani in guerra nel '14. I triestini e l'impero austro-ungarico

La guerra degli italiani - Sul sito "Storia contemporanea"

Infoaut - 7 giugno 1914 - La settimana rossa

La settimana rossa su Rai Storia

Verso la Grande Guerra su Rai Storia

In questo blog:


Naufragio di guerra #0
Naufragio di guerra #1

Ritratto di guerra

10 ottobre 2014

Piero Bigongiari – Cento anni di poesia


Il 2014 è l’anno delle grandi ricorrenze. Su tutte il centenario della prima guerra mondiale, di cui quotidianamente si commemorano episodi e protagonisti. Ma vi sono pure i cento anni della fondazione del Caffè San Marco a Trieste, i novant’anni della radio italiana, i venticinque della caduta del Muro di Berlino. La cabala è insolitamente affollata e a ben vedere s’incomoda per fatti non irrilevanti. Tra questi, non sorprenderà incrociare anche la nascita di un poeta, uno dei più grandi del Novecento, sebbene forse non altrettanto conosciuto rispetto a Montale, Ungaretti, Saba, Quasimodo, per citare quattro nomi cui si legano i nostri ricordi scolastici. Tuttavia, si sa, la fama è un capriccio umano e i percorsi che la rivelano sono il frutto di molte variabili. Piero Bigongiari, originario di Navacchio in provincia di Pisa, dove ha visto la luce il 15 ottobre 1914, è noto ai cultori della poesia e agli italianisti – sui secondi spero di aver detto il vero; un po’ meno purtroppo lo è al largo pubblico. Complice per nulla secondaria di questa lacuna, la difficoltà nel reperire i volumi dei suoi scritti: edizioni datate, ristampe inesistenti. Perdita non indolore, perché la lingua poetica di Bigongiari, levigata da straordinaria sensibilità musicale, è tra le più evocative che si siano prodotte nel panorama contemporaneo.
Traduttore dal francese e dal latino, saggista raffinato, profondo studioso di Leopardi, critico d’arte affascinato dal Seicento fiorentino, l’opera densa e non facile di questo poeta ci parla innanzitutto dell’eclettismo del suo ingegno, della versatilità con cui amava arare i campi delle discipline umanistiche. Il bisogno di inscatolare arte e saperi ha imposto alla creatività bigongiariana il frontespizio dell’ermetismo, che rischia però di tener fuori, allontanandole dalla comprensione del lettore, tante altre caratteristiche, magari non immediatamente tracciabili eppure presenti, fermamente attagliate all’impiallacciatura del suo verso. Io che mi sono avvicinata a Bigongiari, com’è mio uso, senza aver perlustrato prima certe tortuosità della critica, ne ho tratto la forza di una poesia pagana. Il sovrapporsi delle memorie crea una fuga di piani, l’evocazione innesca una fluidità temporale che esce da se stessa, annullandosi in una fissità di sapore arcaico, dove l’attimo diviene rivelazione del tutto. 
Fin dalle mie prime letture, che ho avuto la fortuna di coltivare grazie alla ‘scuola pistoiese’ – proprio a Pistoia, tra Via del Vento, la cupola della Madonna dell’Umiltà, viale Arcadia l'immaginario del poeta sviluppa alcune fra le sue più visionarie cadenze –  ne ho ricevuto una lezione di compiutezza assoluta sul modo di esercitare la sensibilità, accordandovi lo strumento della lingua. 
Vogliamo qui ricordarne il genio attraverso gli estratti di alcune lettere inviate all’amico pistoiese Mario Ciattini, figlio del tipografo Alighiero Ciattini che, prima di trasferirsi a Roma, operava in Via del Vento.

(Di Claudia Ciardi)


Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari

«I monti stasera sono di cenere e, alle cime, rossi violacei. Ecco, si ghiacciano, si spengono, come un metallo stato al fuoco. Mario, qualcuno, il giorno, muore davvero.
È una cosa impressionante: fa molto freddo, come dopo una fine. Ti assicuro che così padrone di me, tremo. Il gelo è tutto fisico, addio».

Postilla alle sei di sera

«Mio caro Mario,
ecco che torno a scriverti. Fuori piove; sono tanti giorni che questa tristezza s’accumula. Finito il movimento che fa dimenticare, quando mi ritrovo a fare i conti con me solo, sento un po’ di sconforto amareggiare tutto il mio essere. Sono intermittenze del cuore, mali inevitabili dei vent’anni; c’è qualcosa di me che cammina, e qualcosa che resta indietro. Nascono i laghi di nero, le falle. L’uomo non è tutto padrone di sé. Ma chi sa quanto continuerei, che cosa mi verrebbe detto, è meglio scrivere meno – ispirati ».

Pistoia, 17 – 3 – ’34

«Caro Mario,
ti scrivo affogato in una pianura d’inerzia. In questi giorni è venuto il sole con le sue grandi fauci e comincia a divorarmi; in campagna con Cappellini pittore, ho bevuto molta luce, molti tramonti, molti strilli di bambini ammiranti in crocchio davanti ai pennelli di Alfiero, molta acqua scorrente dell’Ombrone, poi a casa mi aggiacco dove mi capita e lì mi prende la disperazione o la mediocrità: tristi cose davvero.
[…]
Io ora vorrei andare a trovare il freddo su su nell’Europa, andare a Berlino, in tutta la Germania, in Danimarca, sul mare Baltico, nella penisola svedese, etc. etc. (aggiungi tu). Vorrei una donna che mi si rivolgesse con la voce di Greta. L’ho vista ancora, in questi giorni, in Romanzo, bellissima. Mi dà una grande dolcezza, una grande forza. Se trovi una bella immagine di lei, mandamela».

Pistoia, 19 – 4 – ’34

«Caro Mario,
le tue lettere sono come gocce di una pioggia malinconica, autunnale. Bellissime, vanno in fondo al cuore, riempiendolo d’amarezza. Tu mi vuoi bene e questo mi consola e mi fa contento. Ma ora debbo fustigarti, non ti devi lasciare afferrare dal male del passato, non devi leggere le mie lettere passate, non devi pensare alle donne che più non è possibile vedere, non devi pensare che le nuvole sono le stesse, le automobili le stesse, i monti gli stessi, gli uomini gli stessi cattivi, crudeli, adorabili. Queste cose la faremo in vecchiaia quando gli occhi non vedranno più e le gambe non si muoveranno e quando il cuore dovrà essere tenuto in riposo per paura della paralisi. Ora no, assolutamente; questo si chiama il male del ricordo, un male paralizzante. Ci dobbiamo prefiggere della mete, allora la vita si riempie, riacquista sangue, colore. Sono contentissimo che tu studi. Bene. Non importa se i libri ti stancano e non li capisci. Sono fenomeni di crescita spirituale».

Pistoia, 23 – 10 – ’34

«Vecchia marmotta infarinata,
domando se questo è il modo di trattarmi. Ti s’è seccato il cuore o il calamaio? Siccome non credo al primo caso, sto per il secondo; ma allora scrivimi col lapis, col carbone, colla macchina da scrivere, con qualunque cosa. Io sono contento che tu sia diventato una persona seria, senza fisime, che tu ti sia accorto quant’è deleterio un vivere troppo emozionale e sensibile, che tu abbia sentito l’odore del vuoto e tu te ne sia ritratto e che ora tu annusi l’odore del pane invece, sono contento di tutto questo e d’altro ancora, che per es. tu legga i nostri classici (sta’ attento però che non solo nel ‘500 c’è gente grande e tutta nostra, gente stupendamente semplice), che tu non scriva (quasi) più, che tu sia più semplice; ma ciò non implica che tu faccia il morto.
Va bene: un po’ di colpa ce l’ho anch’io; ma qualche cartolina ogni tanto ti è venuta: mia, anche se c’era soltanto la firma.
Poi, ho avuto un mese d’esami, qualche linea di febbre, molta pigrizia nel prendere la penna; ma ho pensato a te, che forse stai creandoti una base più solida per quello che verrà, spesso. E tu, vecchio Mario, uomo rugoso e mercante? Avrai avuto e avrai delle distrazioni, o meglio delle occupazioni. Spero che tu non abbia perso quella baldanza del cuore che è giovinezza; fatti soci, imbroglia, fai cosa ti pare, ma soprattutto non perdere l’entusiasmo. Non quello “piro” [dialetto pistoiese per “sciocco”], ma quello più umile, interno. Io, oltre alle solite cose, sono stato a Venezia e Trieste; in questi giorni forse scapperò a Siena, visto che da Roma a Siena la strada è seminata d’ostacoli. Poi non so cosa farò, forse andrò sui monti, perché n’ho bisogno. […]».

Pistoia, 27 – 6 – ’35

Da:
Piero Bigongiari, Giovinezza a Pistoia, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Nuova Compagnia editrice (Comune di Pistoia), 1994

Si veda anche:
Pier Francesco Listri, Ancora fra noi. Piero Bigongiari poeta dell’ermetismo, sull'«Informatore», maggio 2014, p. 43


L'ermetismo al Caffè Giubbe Rosse di Firenze
Bibliografia:

Una città rocciosa e altri frammenti di un'autobiografia, a cura di Elena Dei, Via del Vento edizioni, 1994 (ristampa 1998)

Nel giardino di Armida e altre prose memoriali, un racconto e una poesia, a cura di Roberto Carifi, Via del Vento edizioni, 1996 (fuori catalogo)

L'azzurro, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Via del Vento edizioni, 1991 (ristampa 1999)

Favola e altre poesie scelte, postfazione di Roberto Carifi, cenni biografici a cura di Martino Baldi, scelta della poesie e note alle stesse di Fabrizio Zollo, 2007

Visibile invisibile, Sansoni editore, 1985

Autoritratto poetico, Sansoni editore, 1985

Le mura di Pistoia, Mondadori, 1964

In questo blog:

Il cielo sopra Pistoia






Link correlati/ Related links:

Biografia sul sito di Paolo Fabrizio Iacuzzi

Piero Bigongiari nell'Enciclopedia Treccani

7 ottobre 1997 - La morte di Bigongiari su  
«Il Corriere della Sera»

Un ricordo del poeta su «Italies» - 9/ 2005

Il Comune di Lucca per Piero Bigongiari

Nel centenario della nascita - le iniziative alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia



Piero Bigongiari in Via del Vento  
Foto di Alessandro Andreini ©

10 aprile 2014

Naufragio di guerra #1




L’appoggio alla Grande Guerra assume l’aspetto di sterminate riunioni di massa nelle piazze delle più importanti città del continente (Vienna, Parigi, Londra, Berlino). Le metropoli fanno da ribalta e potente cassa di risonanza dello stato d’animo che dominava le classi popolari nel ’14, alla notizia dello scoppio del conflitto. A tali entusiastiche accolte infatti prendono parte principalmente studenti e operai. Moltissimi sono i giovani volontari, tra i quali figurano non pochi intellettuali e artisti; dell’entusiasmo e del grande inganno architettato dallo Stato a spese della generazione più giovane riferisce ad esempio Louis-Ferdinand Céline, all’inizio del suo capolavoro Viaggio al termine della notte. Altro nome rilevante è quello di Joseph Roth che, rifiutato più volte tra gli effettivi perché cagionevole di salute, si offre volontario per il fronte orientale. Anni dopo, sfogandosi con il collega italiano Enrico Rocca, parlerà con estrema amarezza di quella frenesia di morte che allora si impadronì dei popoli europei, un sentimento che sarebbe costato un prezzo altissimo, segnando per sempre chi fece ritorno a casa: «Mi riconosco nella comunità mondiale di tutti i partecipanti alla guerra, nella generazione dei decimati, dei reduci impotenti e dei morti» (6 maggio 1930). Disagio che peraltro aveva già espresso in pagine memorabili, introducendo il suo resoconto sulla Provenza, viaggio dai risvolti quasi liberatori, alla scoperta di un cosmo risparmiato dagli eventi, che tuttavia finì per acuire il suo senso di solitudine e la sua intima lacerazione. Per non dire di quel magnifico filone di narrativa dei reduci (Hotel Savoy, La ribellione, Fuga senza fine) che mette al centro proprio gli sconfitti di ogni guerra: i soldati che riportano in patria la sconvolgente esperienza del fronte – per saperne di più si veda qui la scheda della nostra pubblicazione.
Le attese trionfalistiche dei molti che in maniera tanto aperta, ma anche in preda a una cieca esaltazione, le avevano manifestate in quel surreale agosto del ’14, si impantanarono letteralmente nel corso degli anni tra fango, sterco e sangue, nell’indecente logoramento delle trincee, nelle dissennate strategie militari che falciarono milioni di vite umane per avanzamenti effimeri, se non palesemente inutili. L’offensiva della Somme in Francia (dal novembre 1916 al gennaio ’17) costò più di un milione di morti, arrivando a contendere a Stalingrado il triste primato di battaglia più sanguinosa della storia. 
Un disincanto che devastò migliaia di famiglie di dispersi (compresa quella di chi scrive). Tema immenso sul quale nei suoi diari spende parole toccanti e allo stesso tempo lucidissime la scultrice berlinese Käthe Kollwitz, il cui figlio morì a diciotto anni nelle Fiandre. Così lo storico Jay Winter commenta lo stato d’animo dell’artista: «Ciò che aggiunge al lutto della Kollwitz una dimensione particolare era il suo senso di colpa, il rimorso per la responsabilità avvertita dalla generazione precedente per il massacro dei giovani soldati. […] Scoprire, come lei avrebbe fatto nel corso della guerra, che l’idealismo del figlio era mal riposto, che il suo sacrificio era stato vano, fu terribilmente doloroso».
Al fenomeno cosiddetto delle “comunità di agosto”, cioè della festosità di piazza che abbiamo sin qui descritto, l’Italia risponde tepidamente. Riflesso di un’opinione pubblica divisa e di una classe politica più che incerta sul da farsi, è non a caso il complicato e lungo baratto della posizione italiana presso Londra che durerà tra tira e molla, anche imbarazzanti, fino al marzo del ’15. 
Le sparute folle interventiste in Italia, mondo di minoranza rispetto all’adesione europea, sono per lo più sorrette da intellettuali, artisti e piccola borghesia, su cui cercava di far presa la frangia più convintamente schierata a favore della guerra: si pensi alle infuocate arringhe dannunziane, espressione di quel nazionalismo strisciante che si consoliderà nel dopoguerra. Dall’altra parte si annoverano i contadini, che vedono nella guerra un’inutile perdita di tempo e vite umane – in sostanza un dannoso allontanamento dalle terre – i cattolici e i socialisti. Questa fetta cospicua di popolazione professa un neutralismo di peso negli equilibri rappresentativi del paese: costoro si facevano infatti portatori di un punto di vista che apriva al dialogo con l’Austria, secondo cui Trento e Trieste sarebbero state cedute dietro trattativa.
I giovani italiani desiderosi di gettarsi nell’impresa erano senz’altro influenzati dalla convinzione di replicare l’epopea risorgimentale. Pensavano che la guerra potesse riscattarli dalla mediocrità scandalosa e corrotta del giolittismo e in generale da una quotidianità sentita come vuota, nella quale era impossibile divenire protagonisti. La guerra sarebbe stata la porta d’entrata nella storia e questa grande illusione era alimentata e alimentava il pensiero di cimentarsi in un evento di breve durata, glorioso e vincente.
Per comprendere più a fondo la situazione italiana vogliamo infine accennare al clima economico. Nel ’13 il nostro paese vive una recessione che in parte migliora dal ’14 al ’15, quando le imprese italiane guadagnano terreno perché speculano sulle ordinazioni e le forniture ai paesi belligeranti. Questo diffonde un clima di ottimismo ma i buoni affari, come era del resto prevedibile, a un certo punto si bloccano. È una sorta di ricatto imposto all’Italia, chiamata irrevocabilmente a prendere posizione.

(Di Claudia Ciardi)




Per saperne di più sulle fasi dell'intervento italiano si veda il nostro precedente post:
Naufragio di guerra #0

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A Riposo

Versa il 27 aprile 1916

Chi mi accompagnerà pei campi

Il sole si semina in diamanti
di gocciole d’acqua
sull’erba flessuosa

Resto docile
all’inclinazione
dell’universo sereno

Si dilatano le montagne
in sorsi d’ombra lilla
e vogano col cielo

Su alla volta lieve
l’incanto s’è troncato

E piombo in me

E m’oscuro in un mio nido.

Fase d’oriente

Versa il 27 aprile 1916

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

Due poesie di Giuseppe Ungaretti da L’Allegria (sezione Il Porto Sepolto)
*Versa è una frazione di Romans d'Isonzo, in provincia di Gorizia

Per approfondire:
Lultima estate dellEuropa. Il grande enigma del 1914: perché è scoppiata la Prima guerra mondiale?

David Fromkin
Garzanti Libri, 2005 - 399 pagine

Per la maggior parte degli europei, la primavera del 1914 - al culmine della Belle Époque - fu una stagione meravigliosa, spensierata e piena di speranze. Dietro le quinte, tuttavia, si stava preparando il primo massacro della storia, il primo conflitto su scala planetaria, una guerra che getta le sue ombre fino ai nostri giorni. Lo storico Fromkin ricostruisce le settimane che hanno preceduto il fatale agosto del 1914 per mettere in luce le cause che portarono alla prima guerra mondiale.


Europes Last Summer: Who Started the Great War in 1914?
David Fromkin
Knopf Doubleday Publishing Group, 2007

When war broke out in Europe in 1914, it surprised a European population enjoying the most beautiful summer in memory. For nearly a century since, historians have debated the causes of the war. Some have cited the assassination of Archduke Franz Ferdinand; others have concluded it was unavoidable.

In Europe’s Last Summer, David Fromkin provides a different answer: hostilities were commenced deliberately. In a riveting re-creation of the run-up to war, Fromkin shows how German generals, seeing war as inevitable, manipulated events to precipitate a conflict waged on their own terms. Moving deftly between diplomats, generals, and rulers across Europe, he makes the complex diplomatic negotiations accessible and immediate. Examining the actions of individuals amid larger historical forces, this is a gripping historical narrative and a dramatic reassessment of a key moment in the twentieth-century.

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Il Tempo e la Storia con la conduzione di Massimo Bernardini va in onda dal lunedì al venerdì alle ore 13.10 su Rai 3 e alle 20.30 su Rai Storia, ch. 54 del Digitale Terrestre e ch. 23 Tivù Sat. 

“Sarajevo 1924” con Lucio Villari – in onda lunedì 20 gennaio 2014
Il 28 Giugno del 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia, vengono assassinati l’erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando d’Asburgo e sua moglie la Principessa Sofia Chotek. 
Trenta giorni dopo l’Europa precipita in una guerra che durerà cinque anni, mobiliterà 65 milioni di soldati, causerà la morte di 20 milioni di persone tra militari e civili e la fine di tre grandi imperi. 
L’omicidio a Sarajevo di Francesco Ferdinando è la scintilla che innesca la Prima guerra mondiale. 
L’Austria – sottolinea lo storico Lucio Villari - dichiara guerra alla Serbia come una sorta di “spedizione punitiva”, una guerra lampo limitata a dare una lezione alla Serbia, ma che invece nel giro di una manciata di settimane coinvolgerà tutte le superpotenze europee. L’omicidio di Francesco Ferdinando si consuma in un giorno simbolo del patriottismo serbo, il Vidovdan, la Festa di San Vito, celebrazione commemorativa della battaglia della Piana dei merli del 1389 contro gli ottomani durante la quale il sultano venne assassinato da un serbo. E sarà un giovane studente serbo, Gavrilo Princip, membro di un gruppo politico che chiedeva l’annessione della Bosnia alla Serbia, a sparare “la pallottola che diede inizio al primo conflitto mondiale”.

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«Cent’anni fa la Grande Guerra cambiò il mondo. Che eredità ha lasciato il conflitto? Lo raccontano la Storia e i luoghi»
Supplemento di 16 pagine su «La Stampa», 16 gennaio 2014

Links:
Dal blog «Un caffè con lo storico» a cura di Sergio De Santis



Edvard Munch, Angst, 1896

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