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22 ottobre 2017

Théodore Géricault – Ossessionante Medusa



La zattera della Medusa (1819), Museo del Louvre


È una fra le più belle menti della pittura francese. Benché scomparso a soli trentatré anni, quando una brutta caduta gli lesionò la colonna vertebrale causandone la morte, Théodore Géricault (Ruen, 1791 – Parigi, 1824) ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte europea. La sua opera più famosa, La zattera della Medusa, una tela di grandi dimensioni (circa cinque metri per sette) è entrata potentemente nell’immaginario collettivo. Citata in moltissimi contesti, oggetto di studio e imitazione, al centro delle più variegate performance, spunto per atti teatrali e coreografie, il dramma della Medusa attraversa in profondità e scuote le coscienze fin dalla sua prima controversa e in parte contestata esposizione al Salone di Parigi nel 1819, quando l’opera non era stata ancora del tutto ultimata.
Negli anni mi è capitato spesso di ascoltare apprezzamenti verso questo quadro fra persone assai diverse quanto a interessi e formazione culturale. Un fenomeno che non ha mai smesso d’interrogarmi, ogni volta riconoscendovi il magnetismo dirompente che l’autore ha saputo infondere al suo soggetto in un modo così vivido da travalicare il tempo e i cambiamenti legati a una singola epoca. Questo naufragio ha continuato a parlare fino ai nostri giorni con la stessa tragica intensità delle ore in cui avvenne. E per quello che il Mediterraneo è divenuto negli ultimi anni, uno sterminato cimitero urlante dai suoi fondali, l’immedesimazione nella vicenda rappresentata ha forse veicolato un’ulteriore saldatura emotiva.
Il fatto alla base del capolavoro di Géricault risale al 1816. Napoleone era già in esilio a Sant’Elena e sul trono di Francia sedeva Luigi XVIII, l’uomo della restaurazione, impegnato a restringere le conquiste civili e libertarie dei rivoluzionari, riportando in auge la classe dirigente aristocratica con i suoi riti e ingessature. Deciso a recuperare le colonie francesi d’oltremare, secondo quanto stabilito dal congresso di Vienna, inviò una spedizione diretta alle coste africane per riprendere possesso del Senegal e della Mauritania. Il comandante della nave ammiraglia, il nobile Hugues Duroy de Chaumareys, destinatario dell’incarico in virtù del suo lignaggio e non per comprovate competenze in materia di navigazione, manifestò ben presto tutta la sua sciagurata imperizia.
Giunto nelle acque del cosiddetto Banco di Arguin, a causa delle mappe non aggiornate e in seguito a una serie di manovre improvvide, finì per incagliarsi sui fondali sabbiosi di quel tratto di mare, perdendo il contatto col resto della flotta. Per i membri dell’equipaggio fu l’inizio di un incubo. Il comandante si premurò innanzitutto di salvare i suoi effetti personali, riservando a sé un’intera scialuppa dove pretese di essere calato in comodità, seduto sulla sua poltrona, quindi fece in modo che gli ufficiali e il cospicuo seguito di notabili, intendenti, cortigiani che avrebbe dovuto essere sbarcato in Africa trovasse posto a bordo delle restanti lance. Esclusi da quel trattamento di favore, stipati su una zattera di venti metri per sette con pochissimi viveri e scorte di acqua insufficienti, centocinquantotto marinai e inservienti, compresi Alexandre Corréard, di professione ingegnere, e Henri Savigny, medico di bordo, che scamparono alla tragedia e scrissero a quattro mani un resoconto di denuncia dei terribili fatti innescati dal naufragio della Medusa. Peraltro uno dei due, anche se con certezza non si sa chi, è stato immortalato da Géricault – si tratta dell’anziano seduto in atteggiamento pensieroso e affranto mentre sorregge un cadavere, all’estrema sinistra della tela. 
La denuncia scritta dai due testimoni oculari divenne una sorta di bestseller, stampato a puntate su un periodico famoso per i suoi attacchi all’aristocrazia francese, e la divulgazione di quei materiali finì per far scoppiare uno scandalo. Dunque, sotto il pungolo di un’opinione pubblica risentita, venne istituito un processo a conclusione del quale tuttavia il comportamento scriteriato e deliberatamente criminale del comandate Chaumareys ricevette una sanzione molto blanda: condanna a tre anni di prigione e pagamento delle spese processuali, laddove era prevista l’applicazione della pena capitale.
La sentenza, pertanto, non placò gli animi ma semmai alimentò per più di un decennio un forte risentimento contro quella classe nobiliare imposta dalla restaurazione politica che tutto faceva tranne gli interessi dei popoli. Il libro di Corréard e Savigny contribuì ad alimentare quel filone di cultura di protesta che sarebbe sfociato nelle sollevazioni europee del ’48.
Quando Géricault si apprestò a dipingere questa grande opera, sentì tutto il peso della denuncia sociale che un simile soggetto recava sulle sue spalle. Terminato da poco il proprio soggiorno in Italia, dove per un anno si era dedicato ad approfondire dal vivo la tecnica di Michelangelo e Caravaggio, volle subito fissare le idee per la sua grande tela su cui esercitare il vigore anatomico e la potenza evocativa del chiaroscuro, tratti distintivi nell’opera dei due maestri italiani. Rispetto al bozzetto preparato nel 1818, il quadro definitivo si carica di un pathos a tinte fosche. Al centro è una folla umana su una zattera di fortuna, non solo in balia del mare, ma anche sbattuta e annientata da una deriva psicologica che con i giorni – ne passarono ben tredici prima che giungessero i soccorsi – condusse i superstiti all’abbrutimento, alla perdita definitiva di ogni residua umanità.
Scene di ordinaria violenza. Malattia e agonia vissute nella promiscuità e nel terrore di esser gettati fuoribordo perché si era di peso agli altri. La morte attesa dai compagni affamati che talora si abbandonavano al cannibalismo. Una psicosi collettiva che alternava la speranza della salvezza alla più cupa disperazione.
Se la cavarono in quindici, salvati dalla nave Argo che finalmente incrociò quegli sventurati. Mentre nel bozzetto il veliero che pose fine alla tragedia si scorge sullo sfondo, nella tela l’artista optò per una soluzione diversa, pur lasciando intatta la composizione piramidale degli uomini rivolti all’orizzonte, di vedetta. Qui la nave è praticamente scomparsa, sussiste solo come un puntino infinitesimo in un’estrema lontananza, tanto lontana da far pensare a un miraggio, mentre in primo piano un’onda marina s’impone alla vista, obbligando a riflettere sulla precarietà della condizione dei naufraghi, sul loro essere definitivamente perduti.
Géricault ha proprio voluto mettere in scena questo senso di annientamento cui va incontro l’uomo abbandonato a se stesso in mezzo a una forza di natura così vasta e violenta. La composizione è attentamente studiata tanto da poter dividere lo spazio in due piramidi, l’una tracciabile dai cadaveri sparsi sulle assi dell’imbarcazione e culminante nel gruppo che spera di essere scorto dai soccorritori, l’altra a partire dalle onde del mare sulla sinistra terminando all’albero che sorregge la vela. È la cosiddetta direzione del mare che si oppone alla flebile speranza dei superstiti. Quel mare sterminato, ribollente che attornia la zattera ci trasmette tutta l’inquietudine del suo abbraccio mortale.
Per il suo lavoro il pittore condusse uno scrupolosa ricerca antropologica, andando anche a intervistare alcuni degli uomini scampati al dramma. Presentato al pubblico, il quadro fu investito da molte critiche a causa del crudo realismo cui era orientato. In realtà si esprimeva così il filisteismo di chi non voleva rassegnarsi a una denuncia tanto chiara di un episodio gravissimo del quale erano stati responsabili comandanti impreparati raccomandati da governanti altrettanto privi di rappresentanza.
Desiderando sfuggire alla polemica e disgustato dall’atmosfera politica e culturale del suo paese, Géricault si ritirò per un periodo in Inghilterra dove realizzò un’importante serie di litografie. Al ritorno in patria rimeditò alcuni temi della sua pittura, senza abbandonare la sua aspirazione alla denuncia sociale che assunse il volto dei malati psichici della Salpetriere, dove venne introdotto dall’amicizia col dottor Georget.
Un anno prima di morire illustrò le opere di Byron. A raccoglierne l’eredità artistica fu principalmente Eugène Delacroix, conosciuto nel 1817, e da allora assiduo sostenitore e divulgatore dei suoi canoni.
       

(Di Claudia Ciardi)   




 Bozzetto della zattera (1818)




Segnalazioni:

Il numero 133 (novembre 2017) di «Focus Storia» dedicato al centenario della Rivoluzione russa. 

Allinterno un interessante inserto sul naufragio della Medusa, immortalato da Théodore Géricault. 


3 marzo 2016

Silenzi di guerra


Obice austriaco - Museo storico italiano della guerra, Rovereto


Il 28 febbraio si è conclusa la stagione di prosa 2015-2016 del teatro Verdi di Pisa con l’allestimento dello spettacolo Silenzi di guerra, nato da un’idea dell’attore Renato Raimo in collaborazione con lo scrittore Federico Guerri. Un appuntamento a cui sono stata felice di non mancare per il peso poetico di quanto portato in scena, lettura intimistica della guerra che irrompe nella sfera degli affetti, strappando violentemente le reclute alle loro consuetudini familiari. La prova del campo di battaglia si rivelerà annichilente in un duplice senso. Non solo perché in molti vi troveranno una morte precoce e ingiusta, ma anche perché chi scamperà alla tragedia non riuscirà mai veramente a tornare. Sarà un uomo diverso per aver affrontato «l’inenarrabile vita di trincea», come sottolinea il protagonista di questa pièce. La cesura tra il prima e il dopo non potrà essere sanata, troppo grande l’evento che ha separato i due momenti, così lontani da sembrare non potersi più risolvere nella medesima esistenza. Il fronte ha posto le condizioni di una intraducibilità di quello che gli uomini hanno sperimentato sulla propria pelle. Il mutismo dei reduci decreta dunque la fine del saper narrare; è ciò che Walter Benjamin descrive in alcune celebri pagine, indicando nella Grande Guerra l’evento che ha eroso la centralità dell’esperienza nell’orizzonte culturale umano: «La gente tornava ammutolita […] non più ricca, ma più povera di esperienze partecibabili […] Una generazione, che era andata a scuola col tram a cavalli, stava in piedi sotto il cielo in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le nuvole e, al centro, in un campo di forza di correnti distruttive e esplosioni, il fragile, minuscolo corpo umano». Da allora in avanti, svuotati e per un assurdo contrappasso schiacciati dall’eccesso di informazioni e dalla frenesia in cui la nostra quotidianità è andata riorganizzandosi, poco o nulla di quel che accade intorno a noi pare essere destinato a lasciare una traccia durevole. Estrema conseguenza di un disagio rimasto per lo più incompreso ma puntualmente analizzato dal filosofo tedesco.
Il lavoro di Renato Raimo nasce così dalla necessità di una riappropriazione emotiva, e quindi narrativa, della storia. Qui si tratta di un padre, Franco, professore di anatomia, e del figlio diciottenne Daniele, reclutato dal regio esercito italiano per combattere sull’Isonzo, frontiera lontana e quasi fantastica di cui i giovani soldati ignoravano persino fosse un fiume o una montagna. La cartolina precetto, un rettangolo giallo, all’apparenza un documento come un altro che a Franco ricorda le pagelle che il figlio adolescente poggiava sulla tavola apparecchiata, nasconde in realtà un’amara sentenza sulla loro consuetudine di vita. 
Vedovo da molti anni, Franco non riesce ad accettare la separazione forzata da Daniele, ragazzo fragile e indole solitaria. Vorrebbe proteggerlo questo padre, ma non può nulla contro le leggi. Troppi sono i presagi che lo tormentano fin dalla preparazione per la partenza tanto da decidere di umiliarsi, implorando all’ufficio di leva che lascino in pace il suo ragazzo, ma niente. La macchina da scrivere prosegue imperterrita a compilare cartoline, la guerra è guerra e non permette indugi. La voce dell’impiegato non arriva al pubblico, solo il ticchettio ossessivo della scrivente, unico volto di uno Stato che non fa mostra di sé, neppure nelle ore tragiche dell’entrata in guerra, quando si sa che una ferita profonda verrà scavata tra chi vi prende parte e coloro che in silenzio restano a casa ad aspettare; molto tempo servirà perché il dolore si attenui e il cuore rimargini. 
Neanche Daniele occupa mai la scena. Sebbene la sua figura muova l’intera narrazione, è una presenza completamente riflessa nell’angoscia e nel dolore del padre. Così pure la femminilità, interpretata da Patrizia Ghezzo, apparizione silenziosa affiorante in un angolo della scena, incarna l’attesa delle donne in ogni luogo e tempo, madri, mogli, figlie, creature diafane e immobili attraversate dalla sofferenza. Sopraffatto dallo sconforto, Franco sale sul treno che pochi giorni prima si è portato via il figlio, e anche lui arriva finalmente a vedere l’Isonzo, il piccolo fiume di smeraldo su cui si muore e dove un soldato sfida i proiettili del nemico per desiderio di scendere tra quelle acque. La mente corre a Ungaretti, al suo bagno rituale in un mattino assolato, tregua del corpo che quasi non ha più memoria di sé. Notti e giorni sul Carso sempre uguali, aspettando l’ordine di attacco. Sorrisi e disperazione di commilitoni, si passa il tempo prendendo lentamente confidenza con la nuova realtà, si scrive a casa. Nella Babele dei dialetti ci si aiuta alla meglio. «È la prima generazione di italiani nati tali e viene mandata a morire», così Franco mentre osserva la “meglio gioventù” che non ha ancora una lingua in cui esprimersi.  
In questo la paura delle parole, e dunque i silenzi, di disagio, preoccupazione, stanchezza, i silenzi pieni di tensione che incombono sull’assalto e quelli che sanno di perdita, frastornanti, inascoltabili,  dopo la battaglia.
Durante il dibattito seguito alla rappresentazione, Giovanni Morandi, inviato in numerosi scenari bellici contemporanei, dalle repubbliche balcaniche a Israele, dal Libano alla Libia, e fino al 2014 direttore del «Quotidiano Nazionale» di cui è tuttora editorialista, ha voluto soffermarsi sul dato che la guerra di Franco non sia quella della nazione, dello slancio patriottico ma sia interamente ripiegata in una dimensione domestica, di genitori e figli buttati nella mischia, ragazzi che si sono appena affacciati al mondo e di quel mondo sono subito costretti a toccare tutti gli orrori e in mezzo all’orrore essere pronti a sacrificarsi. Morandi ricorda anche i suoi stessi silenzi familiari, il nonno reduce invalido che combatté sul Pasubio e che in casa era assai restio a parlare della sua esperienza di soldato. In riferimento a un codice maschile secondo cui tra uomini non bisogna mettere a nudo le proprie fragilità. È la cifra che caratterizza lo stesso rapporto di Franco e Daniele, un’incomunicabilità che tuttavia non impedisce ai due di leggere nei rispettivi stati d’animo, né ostacola Franco nell’affrontare le supposte debolezze che tornano a scuoterlo quando è costretto a dire addio al figlio.     
In un dialogo ideale con la mostra di Palazzo Blu «I segni della guerra», recentemente curata dal professor Antonio Gibelli (marzo-luglio 2015), che ha consentito di esporre a Pisa un gran numero di cimeli provenienti, tra gli altri, dal museo della guerra di Rovereto, il lavoro di Raimo arricchisce il percorso dedicato alla memoria del primo conflitto mondiale, dalla prospettiva della reazione individuale e dell’approfondimento psicologico, punto di vista quanto mai prezioso per la comprensione degli eventi.     
Lo spettacolo prosegue risalendo l’Italia, andando ad abbracciare quelli che furono i luoghi dove la guerra si combatté senza risparmio di mezzi e di vite. Non resta quindi che augurare a Renato Raimo e alla sua compagnia, in particolare la fisarmonica di Marco Lo Russo con le sue magiche atmosfere, il miglior consenso di pubblico per questo racconto allestito con competenza e passione.

(Di Claudia Ciardi)




Silenzi di guerra

di Renato Raimo e Federico Guerri
regia: Marco Grigoletto
accompagnamento per fisarmonica: Marco Lo Russo


9 febbraio 2014

Los desastres de la guerra


Francisco Goya, I disastri della guerra - The Disasters of War


Francisco Goya, Las resultas (1813-'14)

A compendio delle riflessioni che caratterizzano il centenario della prima guerra mondiale, riproponiamo la recensione che abbiamo dedicato alle acqueforti di Francisco Goya, raccolte sotto il titolo di Los desastres de la guerra, pubblicate in volume da Abscodita nel 2011.
Si tratta di un libro d’arte in cui i crudi contorni del figurativo accolgono venature espressioniste, ma anche di un documento storico estremamente attuale che molto ci dice delle aberrazioni e dei traumi di lunga durata che il deflagrare di una guerra porta nel vivere civile. Del resto, se da sempre alle guerre si sono riservate ampie trattazioni dal punto di vista della strategia militare e della teoria politica, più recente è il loro approfondimento sul piano antropologico, ossia lo studio di quelle dinamiche collegate all’agire umano e alla sua psiche inevitabilmente innescate dalle criticità di un conflitto.
L’opera di Goya è un resoconto ante litteram della considerazione della guerra quale caduta regressiva e violenta nella cultura umana. L’arte diviene qui un mezzo di rappresentazione potentissimo in grado di dare voce a un monito universale. Non è solo una volontà di cronaca a guidare la mano dell’artista ma la consapevolezza di essere testimone della storia e, attraverso questa esperienza, fermare con tratto indelebile lo scempio che tanto efferatamente può abbattere la vita umana.




Titolo: I disastri della guerra
Titolo originale: Estragos o Desastres de la guerra
Autore: Francisco Goya
Collana: Mnemosyne
Data pubblicazione: gennaio 2011
Casa editrice: Abscondita
Euro 35,00

L’uomo, soprattutto colui che meglio sa esprimere la propria sensibilità, fa risuonare dentro di sé l’incertezza del mondo, rivelandone le più brutali miserie e cadute. 
La sua discesa, sofferta quanto piena di vertigine, tocca «dolorose cose», secondo la sintesi rilkiana dell’esperienza poetica, e risulta fecondata da quella prossimità al caos che nutre lo slancio del narratore. Al pari di un funambolo, l’artista riporta una visione al limite e, spinto da ciò che Elias Canetti ha definito «la responsabilità per la vita che si distrugge», si sente chiamato a mostrarla agli altri, perché possano averne memoria.
Goya è autore di un’epica per immagini nata nelle strade della Spagna, che il suo occhio vorace attraversa, agitato dal fremito della testimonianza ma prima ancora da un innato istintivo desiderio di raccontare, di dar conto dell’attimo stesso che precipita gli esseri umani nella follia. 
Un secolo di sospetti, isolamento e paure, cui hanno dato il loro esiziale contributo la gretta tirannide monarchica, il feudalesimo e il clero, esplode infine in un abisso di crudeltà. Le false mitologie di un paese, in cui lungamente si sono ossequiate la menzogna e il pregiudizio, sono travolte da una violenza che non risparmia nessuno. Nascono così I disastri della guerra
Uscito a gennaio 2011 per l’editrice Abscondita, questo volume fa parte della collana Mnemosyne. Uno straordinario cantore del mito antico, Cesare Pavese, nella Musa-Memoria riconosceva la madre e le figlie, ossia quella voce e quei gesti che presiedono a tutta l’arte:  «….immenso tema. Chi scrive sa bene di avere osato non poco avvistando un solo nume nelle nove…». Di questa memoria mutevole e molteplice, Francisco Goya sembra dunque inseguire le tracce nel tentativo, se non di fermarla, almeno di ritrarne qualche espressione. La sua grandezza, il suo merito artistico, se così conviene definire un percorso tanto esteso per soggetti ed eventi elaborati, sta nel fatto che la pittura entra nella storia, letteralmente si imbatte in «un’occasione storica», come non manca di sottolineare Renato Guttuso nella sua introduzione. Questo implica «un cambiamento del corso, del senso dell’esplorazione, un cambiamento di piano geometrico»; il segno pittorico scava seguendo una verticale, taglia la realtà, incide, pelle su pelle, il sanguinoso affollarsi delle vicende. 
Siamo negli anni dell’occupazione napoleonica della Spagna, tra il 1808 e il 1814. Il popolo subisce angherie, vessazioni, patisce stragi, torture, fame. Tutto ha inizio con La fucilazione del 3 maggio 1808, fotografia della disperata resistenza dei contadini all’invasore. L’artista è lì, in mezzo a loro, annota ogni cosa nel suo taccuino, non si può tacere la vergogna, bisogna che l’uomo sieda di fronte a se stesso e prenda atto del proprio smarrimento. Così Goya scende all’inferno e, dal 1814 in poi, saccheggi, assassini, stupri rivivono tra le sue mani. Tutta quella inenarrabile densissima tragedia trova il modo di rappresentarsi. Ma non è un viaggio che l’artista porta a compimento in patria. Allorché dopo l’occupazione straniera tornano a farsi avanti oscurantismo e Inquisizione, Goya parte per Bordeaux e nei sei anni di esilio volontario lavora al suo cospicuo archivio di schizzi sulla guerra. 
Al 1820 si contano ottantacinque acqueforti che compongono una sorta di quaderno-poema dal titolo di Fatali conseguenze della sanguinosa guerra spagnola contro Bonaparte. E altri capricci enfatici. Epilogo del dramma e dei suoi protagonisti, vittime di un’umanità che ha abdicato a se stessa.
Nel medesimo periodo (1819) Géricault realizza Le Radeau de la Méduse, sul naufragio che colpì la zattera della Medusa, cumulo di perseguitati su cui si staglia il fallimento di un’epoca. Non siamo forse di fronte a una tremenda attualità? La pubblicazione di Abscondita arriva in un momento cruciale della storia del Mediterraneo; non è volersi affidare a tutti i costi ai ricorsi storici. Eppure, questa concomitanza dona alle incisioni di Goya una rinnovata espressività. 
Gli apparati di Francesco Martini, attento curatore dell’edizione, contengono brevi commenti a tutte le tavole goyane dei Desastres, ben contestualizzate sia sul piano cronologico che tematico, oltre alla galleria di disegni preparatori utili a cogliere l’opera mentre esce dalle mani dell’autore-levatore.
Le guerre, ebbe a dire John Steinbeck, bisogna ricordarle per non ripeterle. E non risuona forse nelle litografie di Goya quello stesso monito che lo scrittore americano si trovò a lanciare, oltre due secoli dopo, al ritorno dal fronte della seconda guerra mondiale?
«Adesso ci siamo nutriti per anni di paura e solo di paura, e la paura non dà buoni frutti. Da essa nascono crudeltà e inganno e sospetto, germogliati nelle nostre tenebre. E così come è certo che stiamo avvelenando l’aria coi nostri esperimenti atomici, è altrettanto certo che abbiamo l’anima avvelenata dalla paura, da un terrore senza volto, stupido e necrotico».
La serie di láminas inventadas y grabadas al agua fuerte, frutto dell’osservazione diretta di una delle grandi atrocità commesse in Europa, ha cercato di metterci in guardia. Di fronte a quella testimonianza noi sentiamo, adesso, tutto il peso del nostro ingombrante passato. Le ombre, le maschere, le creature mostruose e fantastiche che incombono sui morti e i disperati delle tavole, popolano da sempre l’immaginario occidentale ma oggi soprattutto la loro presenza corre veloce e insidiosa accanto a noi. Nada e Murió la Verdad, titoli che pesano come macigni. Ma anche nel pieno fosco disincanto Goya sembra invitarci ad avere il coraggio di fissare il nostro sguardo sull’orrore, per smascherarlo senza indugiare neppure un istante di più.      

(Claudia Ciardi, aprile 2011)



10 gennaio 2014

Naufragio di guerra #0



In vista delle commemorazioni della prima guerra mondiale, scoppiata il 28 luglio 1914 e di cui quest’anno ricorre il centenario, vorrei accompagnare i lettori sui sentieri della memoria attraverso la voce del poeta Giuseppe Ungaretti, che conobbe l’esperienza atroce e logorante della trincea.
Nel corso di tutto il 2014 e fino al maggio del 2015 proporrò periodicamente alcuni suoi versi tratti da L’allegria, testamento poetico del fronte, diario di un naufrago sopravvissuto all’orrore. Accenneremo brevemente ai luoghi da cui Ungaretti ha scritto, collocandoli nella loro dimensione storica e geografica di avamposti di guerra.
Maggior rilievo sarà dato al ciclo di poesie che compone la sezione Porto sepolto, pubblicata in volume nel ’16,  dove più densa è l’evocazione degli episodi vissuti in prima linea a partire dal 1915. Ma non trascurerò neppure le altre liriche della raccolta, perché in questo straordinario journal dove l’uomo analizza se stesso nel tentativo di recuperare i frammenti della propria esistenza, dappertutto si riflette il sentimento di un animo diviso tra la gioia per la vita salvata e lo sconcerto per la catastrofe che si è portata via i compagni.

Pubblicata una prima volta nel 1919 con il titolo Allegria di naufragi, la storia editoriale di questo volume è lunga e complessa. Nel ’23 esce un’edizione rivista e intitolata semplicemente L’allegria. Da questo momento in poi i testi verranno più volte rimaneggiati, fino ad approdare alla versione definitiva del 1969, anno precedente alla morte del poeta.

La raccolta si apre con un gruppo di poesie riunite sotto il titolo Ultime (Milano 1914-’15) ed è chiusa dalla sezione intitolata Prime (Parigi-Milano 1919), quasi che Ungaretti non abbia potuto fare a meno di intessere un racconto à rebours, avendo la guerra innescato il desiderio di percorrere all’inverso i fiumi della vita. Giunti allo spaesamento della foce, nella lotta contro corrente per sfuggire alla furia della distruzione, il poeta prova conforto al pensiero della sorgente. A giungervi sarà un uomo cambiato che solo aggrappandosi al filo dei ricordi, tenendo fermo lo sguardo al grembo delle proprie origini, è riuscito a salvare se stesso. Niente potrà più essere uguale, la frattura continuerà a scuotere la vita del reduce, insinuandosi nella sue memorie del prima e del dopo. Le poesie di Prime sono le poesie dell’azzeramento, i versi del ritorno alle cose che tuttavia parlano con voci “frante”, tra le quali l’uomo sbatte disorientato, cieco mendicante respinto dal mondo. Il naufragio è compiuto. Il vivo che per un attimo ha fissato l’abisso torna alla superficie coperto di un “arido manto” su cui i ricordi galleggiano solitari e smorzati ma capaci ancora di sprigionare intatto l’inquietante bagliore del dramma che li ha attraversati.

L’Italia entrò in guerra il 23 maggio 1915 dopo serrate trattative condotte dall’allora ministro degli esteri Sidney Sonnino (Pisa, 1847 – Roma, 1922), in forze nel governo Salandra. Stipulato il Patto di Londra, trattato in base al quale il paese avrebbe ricevuto vari compensi territoriali, soprattutto a spese dell’Austria, l’Italia si impegnò a scendere in campo contro gli imperi centrali. 

Sonnino fu politico relativamente corretto a fronte della situazioni che venne chiamato a gestire. 
Conseguita la laurea in giurisprudenza (1865), decise di intraprendere la carriera diplomatica (1867-’73). Viaggiatore e cosmopolita, fu tra i primi a occuparsi con maggiore incisività della ‘questione meridionale’. Portò a termine, insieme a Leopoldo Franchetti, un’inchiesta (1876-’77) in cui venivano evidenziati gli aspetti negativi del latifondo e si criticava l’assenteismo dei proprietari terrieri del Mezzogiorno. In conseguenza dello scandalo della Banca di Roma, nelle vesti di ministro delle Finanze e del Tesoro (1893-’94) intervenne per arginare la crisi economico-finanziaria del paese e risanare il bilancio dello Stato.

Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia – mentre la commissione istituita nel ’18 lo aveva indicato come il principale artefice della disfatta – e Badoglio ricevette la nomina di capo di Stato Maggiore, nonostante venisse additato come il responsabile dello sfondamento del fronte a Tolmino, e a suo carico fosse stata depositata una relazione di tredici pagine misteriosamente sparita (forse su indicazione del generale Diaz, forse per l’intervento diretto dell’allora capo del governo Vittorio Emanuele Orlando).
Per gli italiani dunque non si trattò affatto di una partecipazione indolore e quella di Vittorio Veneto si offrì fin da subito come una vittoria vistosamente zoppicante.
Sonnino partecipò alla Conferenza di pace di Parigi (18 gennaio 1919) insieme al primo ministro Orlando. La delegazione entrò subito in forte contrasto con il presidente americano Thomas Woodrow Wilson che impugnò il Trattato di Londra, contestando alcune delle promesse fatte all’Italia. Fu la fine della carriera di Sonnino. Provato e amareggiato per la mancanza di riconoscimento riservata all’enorme sforzo bellico messo in campo dal paese, si oppose nello stesso anno all’introduzione del sistema elettorale proporzionale e, con la caduta del governo Orlando (giugno del ’19), non si ripresentò alle elezioni. Nonostante nel 1920 fosse stato nominato senatore, preferì ritirarsi definitivamente a vita privata, dedicandosi alla passione di sempre: gli studi danteschi.

A proposito della prima guerra mondiale come conflitto diverso da tutti i precedenti, scrive Roberto Bianchi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze:
«La guerra esplosa tra gli Stati europei diventò un conflitto globale e totale, combattuto con forme e obiettivi fino ad allora considerati tipici delle guerre civili e coloniali. Nata con le regole della diplomazia dell’Ottocento, la prima guerra mondiale divenne rapidamente qualcosa di nuovo e di inedito, volto a mobilitare l’intero corpo sociale e ad annientare definitivamente il nemico, privato di ogni legittimazione morale».

Tra gli enormi e irreversibili cambiamenti che la Grande Guerra innescò, quello forse di maggior portata per le future sorti del vecchio continente fu la fine dell’egemonia europea su scala mondiale. 
Da ‘ombelico del mondo’, nel trentennio a venire l’Europa sancì definitivamente la propria posizione di frontiera, spaccata in due dalla “cortina di ferro”, schiacciata tra i due imperi, americano e sovietico.

(Di Claudia Ciardi)


Giuseppe Ungaretti legge I fiumi
Eterno

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

(Da Ultime)


Nasce forse 

C’è la nebbia che ci cancella

nasce forse un fiume quassù

ascolto il canto delle sirene
del lago dov’era la città

(Da Ultime)


Ritorno

Trinano le cose un’estesa monotonia di assenze

ora è un pallido involucro

l’azzurro scuro delle profondità si è franto

ora è un arido manto

 (Da Prime)


Ironia 

Odo la primavera nei rami neri indolenziti. Si può
seguire solo a quest’ora, passando tra le case soli
con i propri pensieri.
È l’ora delle finestre chiuse, ma
questa tristezza di ritorni m’ha tolto il sonno.
Un velo di verde intenerirà domattina da questi alberi,
poco fa quando è sopraggiunta la notte, ancora secchi.
Iddio non si dà pace.
Solo a quest’ora è dato, a qualche raro sognatore,
il martirio di seguirne l’opera.
Stanotte, benché sia d’aprile, nevica sulla città.
Nessuna violenza supera quella che ha aspetti silenziosi
e freddi.

(Da Prime)


Segnalazioni:

La Grande Guerra, 1914-1918 su «Focus Storia Collection», Inverno 2013
In questo blog:
Un contributo in vista del centenario della Grande Guerra.
Eine Fliege stirbt: Weltkrieg – Una mosca muore: guerra mondiale

Il blog «C’è vita su Marte» ha recensito Robert Musil, Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt, Via del Vento edizioni (novembre 2012)


«Corriere della Sera», Joseph Roth, L'incantatore/ Der Zauberer, Via del Vento edizioni, 9 gennaio 2014

Links:


Albo dei caduti della Grande Guerra

Arte nella Grande Guerra

Europeana- Remembering the First World War

Foto della Grande Guerra su Xaaraan il blog di Antonella Beccaria

Giornali di trincea (a cura di Francesco Maggi)

La Grande Guerra sul Carso e sul fronte dell'Isonzo

Museo storico della Grande Guerra (Rovereto)

Sito di approfondimento storico e materiale didattico

Società storica per la Guerra bianca (presidente Marco Balbi)

Verso l'anniversario (Trento, marzo 2013)


Pier Paolo Pasolini intervista Giuseppe Ungaretti

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