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6 settembre 2019

Alta Langa, l'altra collina


Quando Michele Pellegrino approda al paesaggio di Langa ha già circumnavigato il territorio, intrecciandovi un solido racconto fotografico. Dopo lo scavo umano della realtà paesana, gli appostamenti sulle strade e le piazze che attorniano le sue costruzioni – altro modo di sviscerare il tema della fisionomia –  dopo l’alchimia organica delle cime alpine, in cerca di un imprendibile genius loci, si avvicina alla collina, prediligendo gli spazi appartati e selvatici, le vie non battute, gli scorci da cui affiora la cadenza di un tempo assoluto, fuori da ogni percettibile definizione.

Non è un caso che il 1993, che vede la pubblicazione del catalogo sull’Alta Langa, sia anche l’anno della sua personale sulle Alpi ospitata dal Museo della montagna di Torino. La lontananza delle vette, la vicinanza del mondo rurale, una polarità che la fotografia di Pellegrino inverte oppure mischia e sovrappone. Perché i due ambienti sfuggono e sfumano nella stessa misura gettandosi in un’inquietudine atemporale, ma vengono anche improvvisamente a parlarci in modo più semplice e familiare. Al fotografo il compito di rappresentarne le espressioni perturbanti, i mutevoli volti, l’eterno divenire del loro esserci negli innumerevoli solchi della vicenda terrena. In orizzonti sgombri, dove l’uomo è una presenza evocata soltanto, nel taglio di cieli rannuvolati e docili curve dei prati, sul greto dei torrenti, nei silenzi assorti dei filari ridisegnati dagli inverni.   
Un lavoro in cui non è in gioco una narrazione della provincia, dove non s’intende isolare la nostalgia bucolica per qualcosa che si va perdendo. C’è anzi qui tutta la ruvida esattezza della vita nei campi, una quotidianità mostrata per quello che è, tracce di faticose giornate, colte nella geometria di una palizzata, nelle circonferenze un po’ astratte dei covoni. Come già per il ritratto di quella consuetudine aspra e grama, mostrata in punta di piedi incrociando gli interni dei casali, camere e cucine di pochi arredi, in entrambi gli sguardi preminente è il racconto di un territorio, un racconto ciclico, universale. Simboli, macrocosmi e microcosmi concentrici, marginalità che racchiudono essenze, archetipi, annodati alla sensibilità di chi li ha percorsi. Una corrente che attraversa le architetture schelliniane – ispiratrici di un’altra serie importante di Michele Pellegrino, gli Incanti ordinari – quanto le più belle pagine letterarie di Cesare Pavese.
Intento del fotografo è contribuire a far affiorare sul suo obiettivo certi tratti distintivi, offrendoceli senza aver progettato nulla, staccati da tentazioni estetiche, asciutti nella loro presenza scarna e compiuta. La vaga fisicità dei terreni dissodati, quasi lande avvistate in sogno, e questa sorta di elemento liquido, nei cieli e nei sentieri, che s’insinua dappertutto. «Che la presenza dell’uomo» dice l’autore «possa essere avvertita nelle ombre lunghe delle vigne, sulle colline assolate, tra i covoni di grano e magari a passeggio tra le nuvole». Il progetto di Langa potrebbe essere in tal senso un esercizio di arcaica divinazione.   

(Di Claudia Ciardi)


Dogliani 

Saliceto

Roddino

Montezemolo

Castellino   

Dal catalogo:

Michele Pellegrino, Alta Langa, l'altra collina
prefazione di Nino Gualdoni
Edizioni Cassa di Risparmio di Cuneo, 1993






Angelo Ruga, Dicembre (1979). Olio su tela
* Pinacoteca civica di Savona - Fotografia di Claudia Ciardi
©
Lartista, nato a Torino nel 1930 e morto a Clavesana nel 1999, porta in questopera le suggestioni oniriche delle Langhe. 


21 dicembre 2018

Tre mostre fotografiche per Schellino - Mulas, Gabetti, Regis


«Bisogna affondare dentro il buio radici ben nere». Così Cesare Pavese sembra scrivere qui l’epigrafe perfetta di un territorio. In un anno tanto significativo per le Langhe e per gli intrecci culturali che nel tempo, con una contiguità mai sopita, vi si sono espressi, si sentono scorrere in queste parole tutti gli accenti cristallini e tetri, uniti in una mistica contrastata di spossante bellezza, di cui la provincia è intrisa. Dunque, anche la sua architettura, e ancor più quella che possiamo considerare l’architettura per eccellenza, tra eclettismo e tensioni contrarie, esorbitante e rigorosa, di Giovanni Battista Schellino. In occasione del bicentenario della nascita del grande progettista che seppe cucire nel proprio modus operandi presenze locali e, per dirla con Roberto Gabetti, «emergenze latenti» che guardavano ben al di là di quei confini, tre mostre fotografiche celebrano il suo estro creativo. Un racconto per immagini che è anche lo specchio di un lungo e proficuo percorso di studi che ha visto avvicendarsi due generazioni di architetti e storici del paesaggio a confronto con le tematiche schelliniane, gli interrogativi e le sfide ivi racchiuse.
A partire dal saggio apripista di Andreina Griseri e Roberto Gabetti, pubblicato da Einaudi nel 1973, che consacrò ufficialmente il geometra doglianese tra i grandi architetti degli ultimi due secoli, per giungere agli itinerari del Cuneo gotico di Lorenzo Mamino e Daniele Regis (2016), che a quel testo memorabile si ispirano, collocando il tratto ingegnoso e vien da dire irrisolto di Schellino in uno sfondo sentimentale di richiami che va dai beni faro alle architetture “minime” disseminate nelle campagne. Schellino fu architetto di provincia ma non provinciale, che da autodidatta inquieto alla perenne ricerca di una cadenza, di un passo da armonizzare all’ossatura del territorio col quale si confrontava, la collina, s’inventò una sintassi del tutto peculiare, irriducibile a qualsiasi schema o interpretazione definitiva. Avanzava nei suoi lavori secondo una misura proteiforme, adattandoli, perfino flettendoli di volta in volta agli ingombri, ai limiti segnati dalla tradizione. Eppure quasi sempre aggirando gli ostacoli, con soluzioni innovative, per certi versi inaspettate, quando non addirittura spiazzanti. Tornando alle pagine di Griseri-Gabetti vi si trova pienamente rappresentata questa inventiva sfuggente, colma di tensioni e richiami: «Schellino non ci diede oggetti chiari, conclusi, eleganti, ma contro ogni definizione dell’architettura, vere architetture, oggetti ricchi di contrasti e di spunti, nelle connessioni, negli indirizzi progettuali».

In questa chiave si sono allestite le tre mostre attualmente in corso a Dogliani con la curatela di Daniele Regis. Prendendo le mosse proprio da Ugo Mulas e delle appendici gabettiane dialoganti con alcuni dei prospetti di Schellino, incrociando gli Incanti ordinari di Lorenzo Mamino e Michele Pellegrino (1984), sulle tracce degli ambienti dimessi della periferia rurale monregalese, per approdare alla campagna fotografica del 1997-’98, ricordata da Carla Bartolozzi nel suo puntuale intervento di apertura della seconda sessione al convegno internazionale di Schellino dello scorso 1° dicembre. Quella campagna confluì nel volume di Daniele Regis, Giovanni Battista Schellino a Dogliani, edito da Celid nel 2006, introdotto dalla stessa Bartolozzi che così scriveva: «Una ricerca personale per aggiungere ancora una possibile interpretazione dell’architettura di Schellino, con la capacità nuova di far emergere con grande efficacia i due registri formali sui quali amava confrontarsi lo stesso Schellino: un’architettura fortemente ispirata alla tradizione gotica popolare ed una rivisitazione di temi classici». 

L’attuale esposizione presso il Ritiro della Sacra Famiglia di Dogliani, a ingresso libero fino al 5 gennaio, è stata concepita in quest’ottica. Le passate retrospettive di Mulas e Gabetti ruotano attorno al nucleo centrale delle riproduzioni tratte dall’Atlante del Cuneo gotico, a cura di Daniele Regis, già segnalato per questi scatti su diversi numeri della rivista americana «Black and White». Il visitatore viene idealmente scortato all’interno della cappella neogotica, lo stesso ambiente dove si è dato inizio ai lavori della giornata internazionale di studi con la lectio magistralis di Andrew Graham-Dixon. Qui il percorso culmina nelle sei tavole di grande formato (150x120 cm) da negativi 10x12cm agli alogenuri d’argento virate seppia tra le superfici delle paraste della chiesa in una iconografia di gusto ottocentesco. A confronto (in senso letterale, fronteggiandosi) le declinazioni neoclassiche e neogotiche delle opere di Giovanni Battista Schellino: colonne, guglie e pinnacoli. 

Queste tre mostre accompagnano l’esito delle rinnovate ricerche sull’opera del grande architetto delle Langhe, in virtù della documentazione d’archivio arricchita attraverso la recente preziosa donazione di Elisabetta Gabetti, consentendoci di abbracciare visivamente il passato degli studi su Schellino e di aprire ulteriori vie.  

(Di Claudia Ciardi)



La copertina del Neo-Gothic Cuneo, versione inglese del Cuneo gotico, edita quest'anno con prefazione di Andrew Graham-Dixon. Il volume è stato oggetto di presentazione al Convegno Internazionale di Dogliani il 1° dicembre. La giornata di studi è stata anche l'occasione per il lancio del progetto di un Centro Studi Internazionale sul Neogotico presso il Ritiro della Sacra Famiglia.   



 Una delle sei tavole di Daniele Regis in mostra. Qui lo Schellino "neoclassico" della parrocchiale dei Santi Quirico e Paolo.



Ugo Mulas. Una delle tavole dell'Atlante (Griseri-Gabetti, Einaudi, 1973).
Il Ritiro della Sacra Famiglia in alto sulla collina e la Parrocchiale dei Santi Quirico e Paolo in basso. Idealmente sono qui racchiuse tutte le coordinate dell'immaginario schelliniano.



1° dicembre 2018 - 5 gennaio 2019. A cura di Daniele Regis, presso il Ritiro della Sacra Famiglia di Dogliani.


26 novembre 2018

Michele Pellegrino - Una parabola fotografica


A considerarlo uno degli eventi culturali di maggior caratura in Italia per l’anno corrente non si sbaglia. Si tratta della mostra sull’opera fotografica di Michele Pellegrino, dedicata all’intera sua attività estesa per un cinquantennio, che si è tenuta a Cuneo da luglio a ottobre, nel complesso monumentale di San Francesco. Questa rassegna non è stata solo l’occasione per presentare al pubblico, in un’esposizione tematica dalle cadenze originali, una delle ricerche di fotografia tra le più articolate che abbiano fatto la loro comparsa nel panorama culturale italiano. Nel nodo di suggestioni e rimandi, configurati nei decenni, e dunque nel divenire della sensibilità di Pellegrino, al di là dell’ambito rurale della provincia da cui il suo lavoro ha preso avvio, occupa uno spazio particolare il riverbero dell’immagine catturata dall’obiettivo sulla monumentalità letteraria di Cesare Pavese. Del grande scrittore delle Langhe ricorrono infatti i centodieci anni dalla nascita, e non a caso l’allestimento è stato concepito come un doppio omaggio all’epica narrativa, l’una intrecciata in parole, l’altra costruita per ritratti, di due grandi interpreti di un mondo ormai scomparso, o quantomeno mutato in profondo. Nell’idea di Enzo Biffi Gentili, direttore del MIAAO di Torino, Museo Arti Applicate Oggi, curatore della mostra, le frasi estrapolate dai capolavori di Pavese non dovevano essere semplice commento ma entità vive, presenze dialoganti coi quadri in bianco e nero. I due autori rappresentati hanno peraltro in comune l’esser stati costretti a misurarsi coi limiti di una catalogazione che molto ha tolto alla loro complessità. Da un lato Pellegrino, nella vulgata più superficiale, si è voluto definire “fotografo di provincia”, senza che tale appellativo abbia inteso problematizzare né attualizzare quello stesso concetto di provincia, dall’altro Pavese, nei panni di autore verista o realista, con ciò accettando che gli fosse sottratta la massiccia archetipica poesia che è il più esclusivo portato del suo ragionare sulle cose del mondo. Un occultamento similare lo si riscontra in Carlo Levi, le cui implicazioni vanno in scia a questa epica dei vinti, degli esclusi, di coloro che non fanno storia, pure in una dimensione che esce dalla contingenza politica e produce cerchi concentrici nello stagno delle epoche umane, oltre il tema della storia, perfino oltre il tempo. Anche per Levi, e per la sua produzione pittorica soprattutto, tanto che molti si sorprendono a scoprire le sue tele di cui non sospettavano minimamente l’esistenza, la fama di neorealista ha eluso, se non altro appiattito, il messaggio da lui affidato ai propri esiti creativi.       
Se la provincia non è un cosmo chiuso, quindi neppure statico, la fotografia di Michele Pellegrino diviene tabula synchronica, immersa nel momento dello scatto ma insieme proiettata al di fuori e al di là dei suoi confini spazio-temporali, simulacro aggettante, mutevole, elemento sul quale si addensano le eco delle generazioni e di una proteiforme presenza. L’ambiente di cui parla è dunque soggetto umbratile, sfuggente, figura dai contorni mitologici precipitata nei magli di un processo industriale che le aveva promesso di emanciparsi, progredire, conservarsi nel cammino della storia, per consegnarla invece, crudamente spossessata, a un muto risveglio.
Anche in contrasto a questa illusione di progresso, dopo gli anni Settanta, Pellegrino sfuma la persona umana, indirizzandosi all’umano del paesaggio o al fenomeno del misticismo: le amate montagne, le “nitide vette”, la Langa, le “ninfe idriadi”, la “madre mediterranea”, parabole spirituali, volontà di ascesi. Simboli, archetipi, sintomi di una natura estrema, inquieta, talora tenebrosa, che nella sua vastità inabitata rimanda pur vagamente a una presenza in riflesso, a una possibilità dell’esserci il cui sguardo su quell’immensità, leopardianamente, si posa e annega. C’è un primitivismo medievale e metafisico fra queste scaglie di luci e ombre, profili gotici, frammenti di allegorie giocati sui ritmi di un’affabulazione altra, diversa dal documento antropologico di Ugo Pellis e già più vicina ai nodi dell’epos paesano di Pepi Merisio.
Lungi dal raccogliere forme statiche, la fotografia di Michele Pellegrino si pone come un caleidoscopio in grado di mostrare quello che Pavese ha definito il «cammino dell’anima». Vibrazioni, sentimenti, scenari spirituali bucano quasi fisicamente lo scatto e, al fondo, ci rivelano l’occhio di un grande maestro.    

(Di Claudia Ciardi)


Catalogo:

Michele Pellegrino. Una parabola fotografica,
introduzioni di Enzo Biffi Gentili e Walter Guadagnini, Skira, 2018


* Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



La miseria infinita



Le cime tenebrose



Dalla serie "Le cime tenebrose"



Dalla serie "La madre mediterranea"



Il CuNeo gotico



I cistercensi - Il CuNeo gotico



Un convegno internazionale per Giovanni Battista Schellino - il 1° dicembre 2018






18 maggio 2018

Resistere, andare (L'Aquila-Paraloup)



Ovunque, quando mi ripetono i nomi delle montagne, per me è come una poesia letta ad alta voce. La decisione di salire lassù l’ho presa d’istinto non appena mi capitò di tornare in Abruzzo. Un po’ di presentazioni, qualche libro da distribuire, un bel viaggio dagli Appennini alla costa adriatica. Una via che potrei dire familiare, visto che dai miei vent’anni mi ha offerto con generosità tutta la sua poesia. L’Italia del centro-sud con la sua ruvidezza gentile, a misura d’uomo, i paesi guardiani arroccati sui monti nel loro arcaismo senza tempo, non ha mai smesso di attrarmi. Queste dorsali rugose, in apparenza severe eppure pronte a sguardi complici, sono capaci d’incanto come poche altre cose.
Era maggio, e dopo una mattinata di pioggia a tratti anche intensa arrivai a Sulmona, benedetta da un sole abbagliante. La bianca superficie dilavata di San Francesco, la linea metafisica dell’acquedotto romano e più sopra le montagne, dove per tutto il tempo della mia permanenza nuvole e vento si sono alternati sulle cime, gettando ombre tra misteriosi spiragli. Entrare in città, dopo una lunga passeggiata dalla stazione giù per il viale alberato, e posare gli occhi sui fianchi dell’Appennino lambiti dal tramonto. Sontuosamente scolpito in una primavera selvatica, un monumento incoronato dai campi e dalle poche tracce di neve non ancora dissolte in quota. Quelle striature vive, pulsanti come il dorso di un animale sconosciuto. E le voci nelle case mentre si preparava la cena, quasi risalite da un altro mondo, sorprese fra certi muri in rovina o in qualche sottoscala cadente, ma per il resto silenzio. Vento e silenzio ovunque a scandire un’antica lentezza. C’era un corteo di sbandieratori adolescenti quando sono arrivata. Il ritmo dei loro tamburi mi ha fatto da guida nei vicoli. A suo modo fu anche quello un segnale. Non so se sia stata una mia particolare disposizione d’animo in quei giorni ma ogni cosa, un incontro per strada, i miei vicini di tavolo a pranzo, il saluto di qualcuno avevano i toni di un insolito presagio. Infine, girando per consegnare i miei libri, mi son trovata davanti la porta della biblioteca comunale, chiusa: problemi di stabilità. Mi ricordai che qualcosa di simile era accaduto anche dalle mie parti, dopo il terremoto dell’Emilia. Una scossa arrivata di notte, il gelo nel corpo al pensiero che là vicino, senza sapere dove di preciso, ma vicino, era accaduto un fatto grave. Il sonno che alla fine ti riprende, per poi svegliarti di soprassalto in cerca di notizie. Anche da me chiusero la biblioteca, un edificio troppo antico cui quella scossa, nata a chilometri nelle viscere della terra, aveva inferto il colpo di grazia. Fa impressione quando a chiudere è un luogo che sta al centro della vita di una comunità. Ricordo pure come questa esperienza abbia maturato in me la consapevolezza di una fragilità dalla quale troppo spesso ci sentiamo svincolati.
Il terremoto, ferita aperta, continuava in Abruzzo a incombere sul vivere quotidiano. Davanti a quel portone sprangato, nella piazza deserta, ho sentito più forte il richiamo verso le montagne, per quel cuore di pietra che tanta distruzione ha dato ma pur sempre pulsante, origine di storia, fine e inizio, insolvibile legame.
Dunque, salii all’Aquila. A piedi, intendo, dopo essermi messa su un treno della mattina che mi ha portata sotto l’acropoli. Solo così, zaino in spalla, pochi libri con l’intento di lasciarli a qualcuno, un piccolo gesto per scambiare un po’ di solidarietà, esserci insomma. Perché solo così si tocca con mano ciò che è stato, il propagarsi di quell’attimo in un assordante allora e ora, ossessione del presente costretto a guardare indietro. Solo così, costeggiando la strada a passo lento, si incrocia lo sguardo coi memoriali, si scendono scale invase dai rampicanti, in punta di piedi, perlustrando vecchi giardini dove sorgono mute case. E vicino a una chiesa, sorretta da impalcature e puntelli, una cancellata sembrava indicare un biglietto, infilato lì di recente: un mese prima c’era stato l’anniversario e questo l’omaggio silenzioso dei vivi ai loro morti. Leggendo, guardando le fotografie appese ai muri, quasi col timore, indugiandovi troppo, di mancare di rispetto a qualcuno, si sente nella pelle cosa sia una perdita, il non esserci di chi una volta è stato lì e lì ha condiviso uno spazio e un tempo; poi all’improvviso, al suo posto, l’assenza.
Quando si posano i piedi in un paesaggio così devastato, che suscita ancor più sconcerto perché era città, con la sua affollata esistenza comunitaria, la sua sorte in bilico tra poesia urbana, ombre della storia e ansie moderne, questa sintesi a volte dissonante e allo stesso tempo necessaria per quanti fra quei tetti stanno, scomparsa infine da un momento all’altro, ecco quando capita di entrarci significa molto più che passare semplicemente in un luogo. È fissare uno specchio che rimanda a una consuetudine spezzata e a coloro che non vi prenderanno parte mai più. Una consapevolezza in lotta con un’accettazione violenta che implica violento dolore. Uno specchio su cui non si cammina in superficie ma dove ad ogni passo si scivola giù, corpo a corpo col vuoto di una rovina. E arginare fisicamente il nonsenso di questa devastazione significa scendere a patti con una forma di annientamento. Ma si può patteggiare con una cosa che ti sovrasta ed eccede di così tanto la misura dell’umano sopportabile? 
Sono salita all’Aquila in un giorno di nuvole e sole. Le braccia meccaniche delle gru si stendevano sopra le strade; masticato polvere, posato l’orecchio sul cuore dei cantieri. Otto anni dopo il terremoto, io che in Abruzzo c’ero anche in quei giorni. Sono discesa all’Aquila, forse è più giusto dire così, e ho pensato che son quasi passati dieci anni e sembra ieri. Camminato sullo specchio che mi ha fatto scendere dentro me stessa, ascesa e caduta, e sentire tutto daccapo, le pulsazioni della città fin nelle narici, gli umori, il calore dissolto, però sì, sotto quelle bende aver anche toccato, di nuovo, il risveglio di una vita.
 
Resistere, andare. Non so dire per quali traiettorie del destino qualche mese dopo mi son trovata ad attraversare le valli di Cuneo, i luoghi di «un paese ci vuole», l’epica struggente di Cesare Pavese che quei borghi ha cantato. L’invito a incontrare la gente della montagna, quella che lì ha vissuto, con le sue storie di resistenza e di attaccamento alle proprie radici, ruvide braccia ben piantate nella terra, assodate da stagioni tenaci, da un’idea schietta di appartenenza. Così sono andata, ad ascoltare non solo la storia di Paraloup ma anche di tutti gli altri che in quei giorni hanno disegnato la mappa, dai molti obliata, di una marginalità paesana, dalle Alpi agli Appennini. Lungo i tracciati di questa geografia dell’abbandono c’è il lavoro minuzioso di chi censisce senza pause il proprio territorio, di chi si fa narratore di genti e spazi dimenticati, di chi annota, scheda, fotografa ogni santo giorno perché sa che quegli atlanti sono un bene comune, uno strumento immersivo fra memoria e ricerca, una catalogazione che si annuncia paesaggio sentimentale.
La sera che ci siamo riuniti, in cerchio, come usava nelle vecchie cucine dei contadini davanti al fuoco, io, sì, ho seguito i discorsi di ognuno, me li ricordo anche abbastanza bene. Ma credo che una sola fosse la cosa su cui il resto faceva perno. Le mani della raccoglitrice di castagne seduta accanto a me. Mani forti e belle, con un filo di terra che correva tra unghie e falangi. Mi ricordava un compagno di classe che aveva la terra a Lari, nome gentile per frutteti e colline e antenati.
E poi ci son salita di nuovo a Paraloup, a piedi, zaino in spalla, un paio di bastoncini per non scivolare lungo il sentiero. Perché solo così puoi vedere quello che è un bosco d’inverno, un tempio consacrato ai suoi silenzi, strana vereconda creatura mentre compie la sua metamorfosi, come in attesa sul bordo di un sogno. Solo così attribuisci un senso ai tuoi passi perché hai il tempo di misurarli, di studiare il loro cadenzato oscillare sulla neve, perché è soltanto quando cammini lì che ti parlano con quella voce, risoluta e cedevole insieme. Lo spazio di quel sentiero è una strada che apri in te stesso, fuori e dentro il mondo che ti circonda, uno sconfinamento cui ti presti volentieri non tanto per la promessa di evasione che ti fa, quanto per la scoperta di ciò che non sospettavi esistesse di te intorno a te. Ogni orma non la imprimi solo nella neve, la disegni anche nella tua mente, ce la scrivi con un alfabeto solo tuo. Salire, discendere, salire di nuovo. Resistere, andare. È così che va.

(Di Claudia Ciardi)



 Paraloup, ottobre 2017



L'Aquila, maggio 2017



Sulmona, maggio 2017

Foto di Claudia Ciardi ©


22 novembre 2014

La poesia delle Apuane



Rolando Alberti
L'estremamente magico
a cura di Enrico Medda e Guglielmo Fiamma
Miraggi Edizioni, 2013


Ho ricevuto in dono questo libro all’inizio dell’anno. Scoprire le Alpi Apuane dai componimenti di chi le vive, è stata un’esperienza insolita e perfino sorprendente. Rolando Alberti, classe 1971, nato a Forno, piccolo borgo immerso nell’aspra bellezza dei monti apuani, è pastore e poeta.
La recensione che alcuni mesi fa ho dedicato al suo lavoro si può leggere qui:
Ciò che scrive è il frutto di una consuetudine ininterrotta con i luoghi dove l’uomo si regge sulla pietra in un equilibrio faticosissimo, prigioniero di quelle leggi di natura cui non sfugge essere alcuno ma che qui si avvertono più vicine e ineludibili.     
Tornare a parlarne mi permette forse di dire ancora qualcosa su una poetica scaturita da un paesaggio che è estremamente familiare anche alla mia persona, avendovi trovato la mia immaginazione più di una risorsa. Nei versi di Alberti s’incontrano una saggezza arcaica e uno stato per così dire di sospensione cui spontaneamente si abbandona chi affonda radici e ragioni della propria esistenza in una terra di frontiera, isolata e contesa tra roccia e mare. Tali sono le Apuane, confine abitato da genti guerriere, dalle loro imprese e credenze, sogni e ombre che nei secoli hanno popolato quei crinali e quei sentieri, e nessuno può attraversarli senza che la sua mente se ne senta afferrata. 
Orizzonte fantastico vestito d’inquietudine, l’incantamento che produce in colui che l’osserva è sempre sul punto di mutarsi in qualcosa di diverso eppure ogni volta sfuggente. Tutto sulle cime appare oggetto di trasfigurazione, anche il tempo. E il pastore vi presiede come un errante, consapevole delle parabole e dei limiti in cui si aggira ma rassicurato anche da una dimensione cosmica, nella quale gli eventi ininterrottamente fluiscono e ogni legame, ogni gesto si ritrovano ben oltre il presente. La geografia della montagna sembra farsi depositaria di quanti lì hanno speso i loro giorni in affanno o serenità, nel ciclico passare degli anni. Una visione consolatoria, perché nel profilo di quei sassi sarà un giorno chi, uscito dalla propria condizione terrena, si troverà riunito all’essenza che governa il mondo. In questo canto delle generazioni, costellato di attese e fughe paniche, non pochi sono i tributi alla poesia omerica, alla discesa dantesca, alle vivide estasi foscoliane, principalmente raccolte attorno a quell’indelebile trapasso che è il sonetto Alla sera. Affiorano non già come citazioni ma piuttosto nelle vesti di spiriti delle leggende alpine, preposti ad accendere bagliori negli assoluti quotidiani e non certo a dare spiegazioni circa la loro natura.
Se la vita umana, dice Alberti, è una scheggia uscita dall’eterno, soggiogata alle regole del qui e ora, e dunque anche all’alternanza di memoria e oblio – richiamo forse involontario all’inconciliabile separatezza tra uomini e dèi come la descrive Pavese nei suoi Dialoghi con Leucò – allora, anche il corpo si aggira in preda al dubbio fra quella che è la sua finitezza e la coscienza di un altrove, che nei momenti più solitari pare quasi rivelarsi. Questione di attimi, come quando scendono nell’aria i colori dell’imbrunire o tra i ruderi di un casale si rinviene l’incisione di una data, piccole epifanie che subito dissolvono, lasciando dietro di sé nient’altro che un’eco flebilissima incapace di farsi intendere. Andare verso questo ulteriore che in alcune circostanze sembra caparbiamente insinuarsi nei nostri pensieri, può rasserenare ma talora anche sconvolgere.  
I sortilegi gettati dalla luna sulle pareti dell’alpe, i «nidi di luce» che accendono il mare al tramonto mentre il buio avanza dappertutto, i fantasmi che vegliano i passi, i lampi che fendono la notte, la voce dei torrenti divengono allora volti di un’epica sommessa, cantata tra il poeta e il monte, in cerca di una conferma che le sue orme non saranno completamente disperse ma il tempo saprà unirle al cammino di altri e così infinitamente nell’infinito crearsi delle cose.

(Di Claudia Ciardi)
    
«Quelli che scrivono non danno importanza solo ai loro 70 anni di vita e 70 chili di peso. E quelli lì sviluppano la parte umana che ci caratterizza, che va al di là del nostro mangiare, del nostro dormire, del nostro egoismo».

«L’immediato è troppo infinitesimale, non per moltiplicazione, per divisione… quindi noi viviamo in uno stato di allucinazione, di pre- e postallucinazione. Il tempo è allucinazione».

«Sì, siamo limitati dalla fisicità. Purtroppo abbiamo una fisicità di cui tenere conto. E da lì Ulisse risale in superficie e dopo parte. Poi incontra le Sirene. Le Sirene rappresentano il vizio, perché il vizio cos’è? Il vizio è la totalità del benestare, cioè il benessere. Invece l’uomo deve essere capace anche di soffrire e Ulisse in questo caso incontra le Sirene, le ascolta, si fa legare, soffre, impara e soffre e va. Dopo incontra Scilla e Cariddi, il male minore e il male peggiore. L’uomo è capace di scegliere, non tra il bene e il male, che è una cosa semplicissima – tutti lo sappiamo fare – ma tra male minore e male maggiore, tra Scilla e Cariddi. E dopo arriva all’isola del dio Sole, che vede tutto. Il sole rappresenta il nostro interiore, il nostro ego, e lì si trova a combattere non solo contro se stesso, ma anche contro le lusinghe degli altri. E grazie alle lusinghe degli altri si trova in disgrazia. Quindi si trova sull’isola dei Feaci, e lì contro la magnanimità di Alcinoo non possono fare nulla nemmeno gli dèi, cioè, contro il bene umano… se l’uomo sceglie di concedere la grazia all’altro uomo, gli dèi non possono intervenire, perché l’uomo si alza a qualità di dio, perché ha la capacità di scegliere fra il bene e il male».

(Rolando Alberti)


Alpi Apuane e acrocoro dei Monti Pisani da Boccadarno (agosto 2014)  - disegno di Claudia Ciardi

9 febbraio 2014

Los desastres de la guerra


Francisco Goya, I disastri della guerra - The Disasters of War


Francisco Goya, Las resultas (1813-'14)

A compendio delle riflessioni che caratterizzano il centenario della prima guerra mondiale, riproponiamo la recensione che abbiamo dedicato alle acqueforti di Francisco Goya, raccolte sotto il titolo di Los desastres de la guerra, pubblicate in volume da Abscodita nel 2011.
Si tratta di un libro d’arte in cui i crudi contorni del figurativo accolgono venature espressioniste, ma anche di un documento storico estremamente attuale che molto ci dice delle aberrazioni e dei traumi di lunga durata che il deflagrare di una guerra porta nel vivere civile. Del resto, se da sempre alle guerre si sono riservate ampie trattazioni dal punto di vista della strategia militare e della teoria politica, più recente è il loro approfondimento sul piano antropologico, ossia lo studio di quelle dinamiche collegate all’agire umano e alla sua psiche inevitabilmente innescate dalle criticità di un conflitto.
L’opera di Goya è un resoconto ante litteram della considerazione della guerra quale caduta regressiva e violenta nella cultura umana. L’arte diviene qui un mezzo di rappresentazione potentissimo in grado di dare voce a un monito universale. Non è solo una volontà di cronaca a guidare la mano dell’artista ma la consapevolezza di essere testimone della storia e, attraverso questa esperienza, fermare con tratto indelebile lo scempio che tanto efferatamente può abbattere la vita umana.




Titolo: I disastri della guerra
Titolo originale: Estragos o Desastres de la guerra
Autore: Francisco Goya
Collana: Mnemosyne
Data pubblicazione: gennaio 2011
Casa editrice: Abscondita
Euro 35,00

L’uomo, soprattutto colui che meglio sa esprimere la propria sensibilità, fa risuonare dentro di sé l’incertezza del mondo, rivelandone le più brutali miserie e cadute. 
La sua discesa, sofferta quanto piena di vertigine, tocca «dolorose cose», secondo la sintesi rilkiana dell’esperienza poetica, e risulta fecondata da quella prossimità al caos che nutre lo slancio del narratore. Al pari di un funambolo, l’artista riporta una visione al limite e, spinto da ciò che Elias Canetti ha definito «la responsabilità per la vita che si distrugge», si sente chiamato a mostrarla agli altri, perché possano averne memoria.
Goya è autore di un’epica per immagini nata nelle strade della Spagna, che il suo occhio vorace attraversa, agitato dal fremito della testimonianza ma prima ancora da un innato istintivo desiderio di raccontare, di dar conto dell’attimo stesso che precipita gli esseri umani nella follia. 
Un secolo di sospetti, isolamento e paure, cui hanno dato il loro esiziale contributo la gretta tirannide monarchica, il feudalesimo e il clero, esplode infine in un abisso di crudeltà. Le false mitologie di un paese, in cui lungamente si sono ossequiate la menzogna e il pregiudizio, sono travolte da una violenza che non risparmia nessuno. Nascono così I disastri della guerra
Uscito a gennaio 2011 per l’editrice Abscondita, questo volume fa parte della collana Mnemosyne. Uno straordinario cantore del mito antico, Cesare Pavese, nella Musa-Memoria riconosceva la madre e le figlie, ossia quella voce e quei gesti che presiedono a tutta l’arte:  «….immenso tema. Chi scrive sa bene di avere osato non poco avvistando un solo nume nelle nove…». Di questa memoria mutevole e molteplice, Francisco Goya sembra dunque inseguire le tracce nel tentativo, se non di fermarla, almeno di ritrarne qualche espressione. La sua grandezza, il suo merito artistico, se così conviene definire un percorso tanto esteso per soggetti ed eventi elaborati, sta nel fatto che la pittura entra nella storia, letteralmente si imbatte in «un’occasione storica», come non manca di sottolineare Renato Guttuso nella sua introduzione. Questo implica «un cambiamento del corso, del senso dell’esplorazione, un cambiamento di piano geometrico»; il segno pittorico scava seguendo una verticale, taglia la realtà, incide, pelle su pelle, il sanguinoso affollarsi delle vicende. 
Siamo negli anni dell’occupazione napoleonica della Spagna, tra il 1808 e il 1814. Il popolo subisce angherie, vessazioni, patisce stragi, torture, fame. Tutto ha inizio con La fucilazione del 3 maggio 1808, fotografia della disperata resistenza dei contadini all’invasore. L’artista è lì, in mezzo a loro, annota ogni cosa nel suo taccuino, non si può tacere la vergogna, bisogna che l’uomo sieda di fronte a se stesso e prenda atto del proprio smarrimento. Così Goya scende all’inferno e, dal 1814 in poi, saccheggi, assassini, stupri rivivono tra le sue mani. Tutta quella inenarrabile densissima tragedia trova il modo di rappresentarsi. Ma non è un viaggio che l’artista porta a compimento in patria. Allorché dopo l’occupazione straniera tornano a farsi avanti oscurantismo e Inquisizione, Goya parte per Bordeaux e nei sei anni di esilio volontario lavora al suo cospicuo archivio di schizzi sulla guerra. 
Al 1820 si contano ottantacinque acqueforti che compongono una sorta di quaderno-poema dal titolo di Fatali conseguenze della sanguinosa guerra spagnola contro Bonaparte. E altri capricci enfatici. Epilogo del dramma e dei suoi protagonisti, vittime di un’umanità che ha abdicato a se stessa.
Nel medesimo periodo (1819) Géricault realizza Le Radeau de la Méduse, sul naufragio che colpì la zattera della Medusa, cumulo di perseguitati su cui si staglia il fallimento di un’epoca. Non siamo forse di fronte a una tremenda attualità? La pubblicazione di Abscondita arriva in un momento cruciale della storia del Mediterraneo; non è volersi affidare a tutti i costi ai ricorsi storici. Eppure, questa concomitanza dona alle incisioni di Goya una rinnovata espressività. 
Gli apparati di Francesco Martini, attento curatore dell’edizione, contengono brevi commenti a tutte le tavole goyane dei Desastres, ben contestualizzate sia sul piano cronologico che tematico, oltre alla galleria di disegni preparatori utili a cogliere l’opera mentre esce dalle mani dell’autore-levatore.
Le guerre, ebbe a dire John Steinbeck, bisogna ricordarle per non ripeterle. E non risuona forse nelle litografie di Goya quello stesso monito che lo scrittore americano si trovò a lanciare, oltre due secoli dopo, al ritorno dal fronte della seconda guerra mondiale?
«Adesso ci siamo nutriti per anni di paura e solo di paura, e la paura non dà buoni frutti. Da essa nascono crudeltà e inganno e sospetto, germogliati nelle nostre tenebre. E così come è certo che stiamo avvelenando l’aria coi nostri esperimenti atomici, è altrettanto certo che abbiamo l’anima avvelenata dalla paura, da un terrore senza volto, stupido e necrotico».
La serie di láminas inventadas y grabadas al agua fuerte, frutto dell’osservazione diretta di una delle grandi atrocità commesse in Europa, ha cercato di metterci in guardia. Di fronte a quella testimonianza noi sentiamo, adesso, tutto il peso del nostro ingombrante passato. Le ombre, le maschere, le creature mostruose e fantastiche che incombono sui morti e i disperati delle tavole, popolano da sempre l’immaginario occidentale ma oggi soprattutto la loro presenza corre veloce e insidiosa accanto a noi. Nada e Murió la Verdad, titoli che pesano come macigni. Ma anche nel pieno fosco disincanto Goya sembra invitarci ad avere il coraggio di fissare il nostro sguardo sull’orrore, per smascherarlo senza indugiare neppure un istante di più.      

(Claudia Ciardi, aprile 2011)



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