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6 agosto 2014

Robert Capa - Retrospective



Robert Capa and Gerda Taro
Fred Stein Archive/ Getty Images ©

Al Museo d’arte contemporanea di Lucca, nellelegante sede di Palazzo Boccella, è possibile visitare fino al novembre prossimo una retrospettiva dedicata a Robert Capa. Il grande fotografo è presente con una novantina di scatti tra i più rappresentativi del suo impegno al fronte. Si cammina attraverso il Novecento. In un anno che vede prodursi una continua riflessione sulla guerra, nel corso delle commemorazioni del primo conflitto mondiale, ferita tragicamente riaperta proprio in queste settimane dall’offensiva nella striscia di Gaza, allestire una mostra sul lavoro di Capa assume un significato particolare. Il visitatore si trova al centro di una scena di assoluto impatto emotivo.
 

Il racconto di cinque guerre, tante sono quelle verso cui Capa ha puntato il suo obiettivo, ci scorre davanti agli occhi, scagliandoci nell’immediatezza dei fatti. La memoria storica collide per un istante con un senso di umanità che la completa e al contempo la trascende. Ci sfilano davanti pose e gesti di disperazione ma anche sprazzi di pace, nei quali si intuisce l’aspra lotta dei protagonisti per strappare se stessi alla catastrofe.
Capa è dunque un maestro del fotogiornalismo di guerra, eppure la sua mano è capace di ritrarre un’incredibile gamma di sfumature che va ben al di là dello spirito di cronaca. Basti riflettere su un paio di aspetti. Esclude volontariamente dalla propria narrazione i feriti gravi. La morte è documentata di rado, viene da dire che entra nella sua macchina come una presenza improvvisa, frutto di un incontro accidentale. Si pensi alla celeberrima immagine del miliziano spagnolo oppure al mitragliere americano che gli cade a un paio di metri, colpito da un cecchino a Lipsia. Potrebbe sembrare un paradosso per un fotografo impegnato a percorrere zone di guerra, e invece l’interesse di Capa è quasi interamente rivolto ai sopravvissuti, a coloro che pur annientati nelle cose più care vanno avanti. E qui si può forse cogliere anche cosa animava l’uomo a rischiare tanto, per riportare indietro frammenti di vita dalla devastazione; in lui non andava mai smarrita l’idea che anche nell’atrocità era possibile riscattarsi, recuperare un’umanità più consapevole, capace di ergersi su più solide fondamenta.
Nato a Budapest nel 1913 da una famiglia ebrea, a soli diciassette anni è già profugo politico per aver protestato contro il regime nel suo paese. Nel 1931 si stabilisce perciò a Berlino, dove inizia a studiare giornalismo presso la Hochschule für Politik. Il suo talento viene raccolto dall’agenzia berlinese Dephot (abbreviazione di Deutscher Photodienst) presso cui è impiegato come assistente alla camera oscura. Gli ottimi risultati con cui si distingue nei lavori secondari, gli procurano il conferimento del suo primo incarico importante nell’autunno del ’32, in occasione della conferenza annunciata da Lev Trockij allo Sport Palast di Copenhagen. Si tratta di un evento di rilievo, perché il leader sovietico costretto in esilio, non viaggiava né dunque interveniva in pubblico da più di tre anni, a causa di difficoltà incontrate nel rilascio dei documenti. Capa racconta che mentre tutti i colleghi, segnalati dalle pesanti attrezzature che portavano con sé, erano costretti a restare fuori – Trockij infatti non voleva essere fotografato – lui è riuscito a intrufolarsi con la sua Leica compatta, mettendo a segno uno scoop che sarebbe stato anche il suo debutto. Le foto escono infatti a tutta pagina su «Der Welt-Spiegel», supplemento settimanale del «Berliner Tageblatt», con notevole risonanza.
Tuttavia il ’33, anno della presa al potere da parte dei nazisti, inaugura un nuovo periodo difficile nella vita del fotografo, costretto al suo secondo esilio, stavolta in Francia. Parigi lo conquista subito, tanto che lo scrittore Christopher Isherwood, dopo una conversazione su una nave diretta in Cina, dirà di lui che era più francese dei francesi. Tuttavia l’esistenza nella metropoli è tutt’altro che facile. Capa fa letteralmente la fame e stenta a vendere le sue fotografie. Può contare solo su un po’ d’aiuto da parte dei rifugiati ungheresi e tedeschi a Montparnasse, e sull’intraprendenza di una giovane ragazza tedesca, Gerda Taro, che gli rimedia qualche ingaggio. Con Gerda c’è subito un affiatamento personale che va oltre la collaborazione. Il loro rapporto sarà precocemente stroncato nel luglio ’37, sul fronte spagnolo, dove la donna è colpita a morte. Robert non supererà mai del tutto questa perdita, e lo stesso ritorno sul fronte spagnolo avviene tra non poche incertezze solo nell’ottobre dell’anno successivo.
Di sicuro gli accadimenti spagnoli, con quelli registrati in territorio cinese, che nella considerazione di Capa assurgono a specchio orientale della resistenza del Fronte Popolare contro l’avanzata del fascismo, sono due vertici di straordinaria intensità documentaristica che la mostra lucchese ben rappresenta. Ma vi è pure l’incredibile impresa con cui ha salvato i concitati momenti del D-Day. Neanche a farlo apposta, colui al quale i reportages dalla Spagna erano valsi il titolo di “maggior fotografo di guerra”, ha difficoltà a rimediare incarichi per raggiungere gli scenari della seconda guerra mondiale. Questa situazione si protrae fino al ’43 (con un’unica parentesi nella Londra del ’41), quando finalmente è inviato in Nord Africa, quindi in Italia e in Normandia. Si tratta di un itinerario che in parte ricalca quello seguito dallo scrittore John Steinbeck, allora reporter di guerra per la stampa americana, insieme al quale nel ’47 Capa intraprenderà un importante viaggio in Europa orientale, esperienza riversata nella scrittura a quattro mani del Diario russo.
Le foto dello sbarco costituiscono senza dubbio un altro momento apicale nella carriera di Capa. E in effetti, di fronte a queste immagini lo spettatore è catapultato in prima fila. Ci si sente vulnerabili e smarriti, almeno quanto deve essersi sentito il fotografo mentre avanzava in quell’inferno di proiettili. Uscito dai mezzi anfibi, facendosi scudo con una lamiera, Capa e la sua macchina sono un tutt’uno con la fluttuante linea dei soldati. E, se non fosse stato per un pasticcio combinato da uno sviluppatore, che mandò in malora quasi tutti i negativi, avremmo potuto contare su un repertorio davvero incredibile.
Facce di profughi, uomini e donne sorpresi in posizione fetale sulle macerie delle loro case, bambini accovacciati sui propri bagagli, esseri in cerca di salvezza ritratti negli istanti della fuga, volti incorniciati dalle reti di un campo di smistamento, contadine attraversano i boschi di Cassino, somigliano a divinità primitive che hanno perduto il loro tempio, combattenti arruolati nella resistenza abbracciano le compagne e vanno al fronte, la folla di Parigi festeggia la liberazione ma i cecchini sparano seminando il panico, le strade di Berlino sono come ripiegate su se stesse, ognuno piange la sua disperazione, ognuno sembra sperare in qualcosa, che tutto abbia fine, che tutto abbia inizio.
La poetica di Capa vi si aggira come un dono.
Se si vuole capire qualcosa non solo limitandoci ai fatti storici ma ancor più fissando lo sguardo sugli stati d’animo che hanno scosso fin nelle sue viscere il secolo scorso, il contributo di Robert Capa diviene una tappa obbligata.

(Di Claudia Ciardi) 



Nicchia vuota - Via delle Conce, Lucca
(Testo e foto di Claudia Ciardi)



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Lucca - Center of Contemporary Art

Robert Capa - Il catalogo di Silvana editoriale
Sous la direction de: Andréa Holzherr / Magnum Photos - Format: 23 x 28
Pages: 144
Nombre d'illustrations: 100 in b/n

In questo blog:
  Once there was a war - C'era una volta una guerra, John Steinbeck

«Un libro passato senza troppo clamore nelle librerie italiane su cui vale la pena riaccendere l’attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l’autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

Wunden der Welt

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».


9 febbraio 2014

Los desastres de la guerra


Francisco Goya, I disastri della guerra - The Disasters of War


Francisco Goya, Las resultas (1813-'14)

A compendio delle riflessioni che caratterizzano il centenario della prima guerra mondiale, riproponiamo la recensione che abbiamo dedicato alle acqueforti di Francisco Goya, raccolte sotto il titolo di Los desastres de la guerra, pubblicate in volume da Abscodita nel 2011.
Si tratta di un libro d’arte in cui i crudi contorni del figurativo accolgono venature espressioniste, ma anche di un documento storico estremamente attuale che molto ci dice delle aberrazioni e dei traumi di lunga durata che il deflagrare di una guerra porta nel vivere civile. Del resto, se da sempre alle guerre si sono riservate ampie trattazioni dal punto di vista della strategia militare e della teoria politica, più recente è il loro approfondimento sul piano antropologico, ossia lo studio di quelle dinamiche collegate all’agire umano e alla sua psiche inevitabilmente innescate dalle criticità di un conflitto.
L’opera di Goya è un resoconto ante litteram della considerazione della guerra quale caduta regressiva e violenta nella cultura umana. L’arte diviene qui un mezzo di rappresentazione potentissimo in grado di dare voce a un monito universale. Non è solo una volontà di cronaca a guidare la mano dell’artista ma la consapevolezza di essere testimone della storia e, attraverso questa esperienza, fermare con tratto indelebile lo scempio che tanto efferatamente può abbattere la vita umana.




Titolo: I disastri della guerra
Titolo originale: Estragos o Desastres de la guerra
Autore: Francisco Goya
Collana: Mnemosyne
Data pubblicazione: gennaio 2011
Casa editrice: Abscondita
Euro 35,00

L’uomo, soprattutto colui che meglio sa esprimere la propria sensibilità, fa risuonare dentro di sé l’incertezza del mondo, rivelandone le più brutali miserie e cadute. 
La sua discesa, sofferta quanto piena di vertigine, tocca «dolorose cose», secondo la sintesi rilkiana dell’esperienza poetica, e risulta fecondata da quella prossimità al caos che nutre lo slancio del narratore. Al pari di un funambolo, l’artista riporta una visione al limite e, spinto da ciò che Elias Canetti ha definito «la responsabilità per la vita che si distrugge», si sente chiamato a mostrarla agli altri, perché possano averne memoria.
Goya è autore di un’epica per immagini nata nelle strade della Spagna, che il suo occhio vorace attraversa, agitato dal fremito della testimonianza ma prima ancora da un innato istintivo desiderio di raccontare, di dar conto dell’attimo stesso che precipita gli esseri umani nella follia. 
Un secolo di sospetti, isolamento e paure, cui hanno dato il loro esiziale contributo la gretta tirannide monarchica, il feudalesimo e il clero, esplode infine in un abisso di crudeltà. Le false mitologie di un paese, in cui lungamente si sono ossequiate la menzogna e il pregiudizio, sono travolte da una violenza che non risparmia nessuno. Nascono così I disastri della guerra
Uscito a gennaio 2011 per l’editrice Abscondita, questo volume fa parte della collana Mnemosyne. Uno straordinario cantore del mito antico, Cesare Pavese, nella Musa-Memoria riconosceva la madre e le figlie, ossia quella voce e quei gesti che presiedono a tutta l’arte:  «….immenso tema. Chi scrive sa bene di avere osato non poco avvistando un solo nume nelle nove…». Di questa memoria mutevole e molteplice, Francisco Goya sembra dunque inseguire le tracce nel tentativo, se non di fermarla, almeno di ritrarne qualche espressione. La sua grandezza, il suo merito artistico, se così conviene definire un percorso tanto esteso per soggetti ed eventi elaborati, sta nel fatto che la pittura entra nella storia, letteralmente si imbatte in «un’occasione storica», come non manca di sottolineare Renato Guttuso nella sua introduzione. Questo implica «un cambiamento del corso, del senso dell’esplorazione, un cambiamento di piano geometrico»; il segno pittorico scava seguendo una verticale, taglia la realtà, incide, pelle su pelle, il sanguinoso affollarsi delle vicende. 
Siamo negli anni dell’occupazione napoleonica della Spagna, tra il 1808 e il 1814. Il popolo subisce angherie, vessazioni, patisce stragi, torture, fame. Tutto ha inizio con La fucilazione del 3 maggio 1808, fotografia della disperata resistenza dei contadini all’invasore. L’artista è lì, in mezzo a loro, annota ogni cosa nel suo taccuino, non si può tacere la vergogna, bisogna che l’uomo sieda di fronte a se stesso e prenda atto del proprio smarrimento. Così Goya scende all’inferno e, dal 1814 in poi, saccheggi, assassini, stupri rivivono tra le sue mani. Tutta quella inenarrabile densissima tragedia trova il modo di rappresentarsi. Ma non è un viaggio che l’artista porta a compimento in patria. Allorché dopo l’occupazione straniera tornano a farsi avanti oscurantismo e Inquisizione, Goya parte per Bordeaux e nei sei anni di esilio volontario lavora al suo cospicuo archivio di schizzi sulla guerra. 
Al 1820 si contano ottantacinque acqueforti che compongono una sorta di quaderno-poema dal titolo di Fatali conseguenze della sanguinosa guerra spagnola contro Bonaparte. E altri capricci enfatici. Epilogo del dramma e dei suoi protagonisti, vittime di un’umanità che ha abdicato a se stessa.
Nel medesimo periodo (1819) Géricault realizza Le Radeau de la Méduse, sul naufragio che colpì la zattera della Medusa, cumulo di perseguitati su cui si staglia il fallimento di un’epoca. Non siamo forse di fronte a una tremenda attualità? La pubblicazione di Abscondita arriva in un momento cruciale della storia del Mediterraneo; non è volersi affidare a tutti i costi ai ricorsi storici. Eppure, questa concomitanza dona alle incisioni di Goya una rinnovata espressività. 
Gli apparati di Francesco Martini, attento curatore dell’edizione, contengono brevi commenti a tutte le tavole goyane dei Desastres, ben contestualizzate sia sul piano cronologico che tematico, oltre alla galleria di disegni preparatori utili a cogliere l’opera mentre esce dalle mani dell’autore-levatore.
Le guerre, ebbe a dire John Steinbeck, bisogna ricordarle per non ripeterle. E non risuona forse nelle litografie di Goya quello stesso monito che lo scrittore americano si trovò a lanciare, oltre due secoli dopo, al ritorno dal fronte della seconda guerra mondiale?
«Adesso ci siamo nutriti per anni di paura e solo di paura, e la paura non dà buoni frutti. Da essa nascono crudeltà e inganno e sospetto, germogliati nelle nostre tenebre. E così come è certo che stiamo avvelenando l’aria coi nostri esperimenti atomici, è altrettanto certo che abbiamo l’anima avvelenata dalla paura, da un terrore senza volto, stupido e necrotico».
La serie di láminas inventadas y grabadas al agua fuerte, frutto dell’osservazione diretta di una delle grandi atrocità commesse in Europa, ha cercato di metterci in guardia. Di fronte a quella testimonianza noi sentiamo, adesso, tutto il peso del nostro ingombrante passato. Le ombre, le maschere, le creature mostruose e fantastiche che incombono sui morti e i disperati delle tavole, popolano da sempre l’immaginario occidentale ma oggi soprattutto la loro presenza corre veloce e insidiosa accanto a noi. Nada e Murió la Verdad, titoli che pesano come macigni. Ma anche nel pieno fosco disincanto Goya sembra invitarci ad avere il coraggio di fissare il nostro sguardo sull’orrore, per smascherarlo senza indugiare neppure un istante di più.      

(Claudia Ciardi, aprile 2011)



22 settembre 2013

Once There Was a War - C'era una volta una guerra


John Steinbeck, C’era una volta una guerra,
traduzione di Sergio Claudio Perroni,
Bompiani Overlook, gennaio 2011

Titolo originale: Once There Was a War (The Viking Press Inc., USA, 1958)    



Un libro passato senza troppo clamore nelle librerie italiane su cui vale la pena riaccendere l’attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l’autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia. Ma Steinbeck, volendo costruire per l’appunto un suo personale epos della guerra, non ha altro mezzo che scagliare lontano, fino a sfumarli nel paradosso del non-tempo, i margini concreti della narrazione. La sequenza quasi cantilenante con cui comincia ogni fiaba funziona come una sorta di formula magica che ci introduce, sì, in un mondo parallelo ma non annulla completamente i contatti con la realtà di partenza. Semmai agisce da relais della memoria, contribuendo a spiegare quei nessi che nel racconto della quotidianità ci erano sfuggiti.    
In tutto ciò, vi è posto per un aspetto che quasi scade nell’ironia – gli episodi più foschi della storia sono spesso consegnati a una simile ambiguità: la guerra, per quanto recente, è stata oggetto di una strana trasmigrazione che l’ha allontanata dalle coscienze, proiettandola in un limbo dove le singole tragedie che si sono affollate lungo i raccordi della sua anatomia, hanno perso forza e sono rimaste confuse, senza saper trasmettere fino in fondo il peso degli accadimenti. L’incertezza del racconto crea allora i presupposti per l’ingresso nel mondo della fiaba, in cui l’anonimo flusso delle percezioni oscillerà, con bruschi sbalzi d’umore, tra astenia e amplificazione. Il recupero di una ritmica infantile, che per certi versi può suonare beffarda e perfino cinica, va di pari passo con la ricerca di una strada conciliante verso gli eventi, la quale si dà attraverso quell’insieme di note uguali e sicure che si sono conosciute all’inizio della vita. 
Pronunciare le parole dell’incantesimo è quindi un moto più che coerente, perché solo provocando un cortocircuito tra la dimensione cosciente e quella fantastica e solo attingendo a questa epica per così dire indeterminata, si può davvero ridare ai fatti la loro legittima forza narrativa.

(Di Claudia Ciardi)




Once there was… Es war einmal… C’era una volta una guerra, che suona più o meno come “c’era una volta un califfo per un un’ora”. Il titolo è volutamente provocatorio. John Steinbeck, scrittore americano versatile e fecondo, si è cimentato con un evento drammatico, la guerra, vissuta in prima persona, in qualità di inviato al fronte. Da questa esperienza sono scaturiti una serie di “pezzi”, spesso scritti nei tempi impossibili richiesti dai giornali e in situazioni affatto comode, il cui contenuto non appare invecchiato neppure di un giorno.

Gli articoli di Steinbeck dimostrano come la professione del corrispondente di guerra, in ogni tempo, sia tutt’altro che un lavoro di retrovia, e come non sia semplice conquistare la fiducia dei soldati, pregiudizialmente prevenuti nei confronti di chi ai loro occhi costituisce un intralcio alle attività, con in più una sospetta attitudine alla delazione.
«C’era una volta una guerra, ma così tanto tempo fa – e nel frattempo così rimossa da altre guerre e altri tipi di guerra – che anche chi l’ha fatta tende a dimenticarla. La guerra cui mi riferisco venne dopo le corazze e le balestre di Crécy e Agincourt, e poco prima delle piccole bombe atomiche sperimentali di Hiroshima e Nagasaki». La casa editrice Bompiani, nella traduzione di Sergio Claudio Perroni, ripropone le prose di Steinbeck, giornalista a servizio dell’esercito americano sui fronti di Inghilterra, Africa e Italia, tra il giugno e il dicembre del 1943, uscite per la prima volta in America nel 1958. Fa impressione il tono dell’incipit dello scrittore americano se si pensa che questo libro ha visto la luce appena tredici anni dopo la fine del conflitto.
È peraltro interessante soffermarsi su un dato. L’inizio del 2011, segnato dal crescere della tensione nell’area mediterranea, e in generale nel mondo, a causa degli effetti della crisi economica, ha salutato diverse pubblicazioni su questo tema; pensiamo al bel volume di Abscondita, che presenta in nuova veste editoriale il quaderno-poema di acqueforti, Estragos o Desastres de la guerra, realizzato da Francisco Goya tra il 1814 e il 1820; consideriamo la ristampa per TEAdue del romanzo di Helga Schneider, Heike riprende a respirare; e ancora la vicenda di Blaise Cendrars, reduce e invalido di guerra che cerca di far proseguire la propria vita, del quale Via del Vento edizioni ha pubblicato lo scorso aprile un racconto inedito in Italia. Una singolare coincidenza, si potrebbe pensare immediatamente, e tuttavia, a un’osservazione meno superficiale, viene da cogliervi una risposta, per nulla improvvisata, a un senso di inquietudine dilagante nel mondo occidentale, e un invito a non farsi cogliere alla sprovvista. Quanto sia necessaria la riflessione sul concitato momento storico che stiamo vivendo, lo prova il ritmo sempre più intenso al quale gli eventi si sono succeduti, nelle ultime settimane, proprio sull’altra sponda del Mediterraneo e nella stessa Europa, che ha visto e vede le sue piazze riempirsi ogni giorno di più di lavoratori cassaintegrati e giovani respinti dal mercato del lavoro. Questo collasso sociale rischia di avere contraccolpi gravissimi nelle nostre vite, che anzi hanno già manifestato i loro preoccupanti sintomi in un silenzioso lento, e all’apparenza insospettabile, sterminio di volontà e diritti.

I resoconti di Steinbeck sembrano metterci in guardia, più di mezzo secolo prima, dai molti drammi che, lungi dall’essere risolti in guerra, incombono su di noi e che risultano strettamente collegati al grado del nostro impegno civile. L’autore, invitando il lettore ad accompagnarlo nel singolare viaggio di preparazione alla guerra, ci porta dapprima a bordo delle navi allestite per il trasporto truppe e dirette in Inghilterra, e da qui sulle coste africane, dove fervono le prove del D-day e dello sbarco in Italia. Ci viene dunque mostrata, senza filtri né retorica, tutta la complessità con cui si muove un esercito, dalle missioni assegnate ai vari corpi alla straordinaria, e per certi versi eccentrica, attività delle officine di riparazione, sempre sul filo del tempo e dell’inventiva, per rimettere in moto i mezzi danneggiati, fino agli spettacoli portati ovunque dalle unità ricreative per tenere alto l’umore delle truppe, secondo uno spirito di altruismo e solidarietà incarnato magnificamente da alcuni personaggi sopra le righe, come il più che leggendario Bob Hope. È una scrittura che fa largo a diversi toni e che restituisce ogni situazione all’atmosfera da cui è scaturita. Così riaffiora intatta davanti ai nostri sguardi la spettralità di Palermo dopo il bombardamento, un sogno di macerie, buio e spaventoso silenzio, nient’altro che solitudine e deserto dappertutto, che sembrano stringersi intorno al cadavere di una donna, prigioniero tra le acque del porto. Né vi è minore suggestione nella scena notturna cui assistono tre soldati in un convento di frati dominicani, ascoltando i canti del vespro, «quella musica antica, quella musica disincarnata e misurata…». E il sottotenente che dice al capitano: «Ci vuole tempo per abituarsi a una cosa del genere». […] Risposta: «Non c’è stato nessun passaggio, nessun cambiamento. Hai solo visto due lati della stessa cosa. Le tue esperienze non sono isole. Sono collegate esattamente come gli archi di un quartetto. Forse lo capirai tra qualche giorno, al primo scontro col nemico».

Siamo di fronte, per certi versi, a un testo di antropologia e psicologia militare, in cui l’autore non trascura di analizzare fenomeni e costumi che circondano la guerra, studiando da vicino i comportamenti degli uomini, forzati all’obbedienza, coscienti dei pericoli ai quali avevano giurato di andare incontro, sottoposti a una ancor più dura battaglia con se stessi e la propria capacità di resistere. Non mancano momenti scherzosi o alle soglie del paranormale né fatti che rivelano, piuttosto impietosamente, i paradossi annidati nella guerra. Si pensi ad esempio all’impresa di Ventotene, che non a caso chiude la galleria di immagini dal fronte: cinque ufficiali e quaranta paracadutisti fanno arrendere un presidio di ottanta tedeschi con un bluff. Che in guerra vi sia spazio per una dimensione che non pare azzardato definire ludica è la riprova che gli uomini, dentro di sé, rigettano istintivamente l’ostilità: «Il tenente si sentiva un po’ ridicolo, come se fossero quattro ragazzini in marcia per attaccare il capanno della banda nemica».

Steinbeck ci invita a una riflessione che si dimostra preziosissima nella nostra attualità disorientata e contaminata, fino all’inverosimile, dal déima, la paura, quello stesso sentimento di cui Eschilo, il buon padre della tragedia greca, aveva esortato i suoi spettatori a prendere coscienza, per impedire che avesse il sopravvento nell’organizzazione della vita civile: «Certo, gli uomini venivano uccisi, o mutilati, ma chi sopravviveva non portava in dono ai propri figli un seme guasto. Adesso ci siamo nutriti per anni di paura e solo di paura, e la paura non dà buoni frutti. Da essa nascono crudeltà e inganno e sospetto, germogliati nelle nostre tenebre. E così come è certo che stiamo avvelenando l’aria coi nostri esperimenti atomici, è altrettanto certo che abbiamo l’anima avvelenata dalla paura, da un terrore senza volto, stupido e necrotico».
Parole di uomo che dalle asperità del fronte leva uno sguardo preoccupato ma lucido, cercando di risvegliare la nostra piena consapevolezza e partecipazione nell’urgenza creatasi in questo inizio millennio, che ha visto affollarsi scelte economiche e strategie politiche molto spesso contraddittorie e quindi fallimentari, segnando un arretramento morale e materiale che non può essere più taciuto.

(Di Claudia Ciardi)


«Il tetto del cinema saltò in aria e ricadde in un cumulo di macerie. Lo schermo si accartocciò. Il caccia riprese quota, virò, tornò indietro e scaricò i cannoncini sulle macerie fumanti. Poi si infilò nella nuvola grigia e scappò verso la costa. Si lasciò dietro le urla di dolore e paura dei bambini […] Erano le nove del mattino quando finì anche l’ultimo intervento. Nel cinema, i soccorritori sfiniti continuavano a trovare corpi tra le macerie. E nei letti dell’ospedale – grossi involti di bende e grandi occhi sbarrati, increduli e stremati – giacevano i piccoli bersagli, gli obiettivi militari: bambini di sette anni» (da Un pomeriggio al cinema, Londra, 18 luglio 1943).

(From the book)


Alfred Kubin

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Sulle contraddizioni del sogno americano segnaliamo il libro di Aldo Tredici, recentemente edito da Luglio (Trieste):
Il sogno e la realtà. Bruce Springsteen e l’America.
Il libro ripercorre la carriera di Springsteen, dai non facili esordi fino alla fama, analizzandone vita e creatività in un interessante e ben documentato parallelo con la storia americana, dal 1949 al 2012.
Il cantautore di Freehold si caratterizza come voce impegnata all’interno del proprio paese, in prima linea nel denunciare il divario sociale e il fenomeno del razzismo, due tra gli elementi più ostili alla conservazione di una collettività pacifica e coesa.
Ma la musica di Springsteen si spinge anche oltre, divenendo un presidio contro qualsiasi tipo di conflitto, smascherando gli interessi che ruotano attorno alla guerra, criticando l’ostinazione del proprio paese nel perseguire politiche imperialiste, aggressive e violente. Sessant’anni di storia statunitense, cui l’artista non lesina attacchi e dure prese di posizione, spesso molto distanti dallo star system.
Il recente coinvolgimento nella campagna elettorale per la rielezione del presidente Obama ha il sapore di una sfida: dare una mano a consolidare la svolta messa in atto dal primo mandato democratico, allontanando il più possibile il ‘precedente’ dei disastri repubblicani.

Nella mia prefazione al testo, La frontiera in crisi, parlo di un’America che si dibatte tra ansie economiche e volontà di uscire dai numerosi stalli di inizio millennio, un paese sull’orlo del disincanto che tuttavia, nel bene e nel male, non abbandona i simboli e i punti di forza della propria epopea.


                                                  

Aldo Tredici, Il sogno e la realtà. Bruce Springsteen e l’America, Luglio editore (Trieste), 2013, con una prefazione di Claudia Ciardi, La frontiera in crisi. Storie di pionieri e dei loro cantori nella “terra delle possibilità”
* il libro è disponibile nel circuito IBS e presso la Libreria Tra le Righe in Via Corsica, 8 - Pisa


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