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6 agosto 2014

Robert Capa - Retrospective



Robert Capa and Gerda Taro
Fred Stein Archive/ Getty Images ©

Al Museo d’arte contemporanea di Lucca, nellelegante sede di Palazzo Boccella, è possibile visitare fino al novembre prossimo una retrospettiva dedicata a Robert Capa. Il grande fotografo è presente con una novantina di scatti tra i più rappresentativi del suo impegno al fronte. Si cammina attraverso il Novecento. In un anno che vede prodursi una continua riflessione sulla guerra, nel corso delle commemorazioni del primo conflitto mondiale, ferita tragicamente riaperta proprio in queste settimane dall’offensiva nella striscia di Gaza, allestire una mostra sul lavoro di Capa assume un significato particolare. Il visitatore si trova al centro di una scena di assoluto impatto emotivo.
 

Il racconto di cinque guerre, tante sono quelle verso cui Capa ha puntato il suo obiettivo, ci scorre davanti agli occhi, scagliandoci nell’immediatezza dei fatti. La memoria storica collide per un istante con un senso di umanità che la completa e al contempo la trascende. Ci sfilano davanti pose e gesti di disperazione ma anche sprazzi di pace, nei quali si intuisce l’aspra lotta dei protagonisti per strappare se stessi alla catastrofe.
Capa è dunque un maestro del fotogiornalismo di guerra, eppure la sua mano è capace di ritrarre un’incredibile gamma di sfumature che va ben al di là dello spirito di cronaca. Basti riflettere su un paio di aspetti. Esclude volontariamente dalla propria narrazione i feriti gravi. La morte è documentata di rado, viene da dire che entra nella sua macchina come una presenza improvvisa, frutto di un incontro accidentale. Si pensi alla celeberrima immagine del miliziano spagnolo oppure al mitragliere americano che gli cade a un paio di metri, colpito da un cecchino a Lipsia. Potrebbe sembrare un paradosso per un fotografo impegnato a percorrere zone di guerra, e invece l’interesse di Capa è quasi interamente rivolto ai sopravvissuti, a coloro che pur annientati nelle cose più care vanno avanti. E qui si può forse cogliere anche cosa animava l’uomo a rischiare tanto, per riportare indietro frammenti di vita dalla devastazione; in lui non andava mai smarrita l’idea che anche nell’atrocità era possibile riscattarsi, recuperare un’umanità più consapevole, capace di ergersi su più solide fondamenta.
Nato a Budapest nel 1913 da una famiglia ebrea, a soli diciassette anni è già profugo politico per aver protestato contro il regime nel suo paese. Nel 1931 si stabilisce perciò a Berlino, dove inizia a studiare giornalismo presso la Hochschule für Politik. Il suo talento viene raccolto dall’agenzia berlinese Dephot (abbreviazione di Deutscher Photodienst) presso cui è impiegato come assistente alla camera oscura. Gli ottimi risultati con cui si distingue nei lavori secondari, gli procurano il conferimento del suo primo incarico importante nell’autunno del ’32, in occasione della conferenza annunciata da Lev Trockij allo Sport Palast di Copenhagen. Si tratta di un evento di rilievo, perché il leader sovietico costretto in esilio, non viaggiava né dunque interveniva in pubblico da più di tre anni, a causa di difficoltà incontrate nel rilascio dei documenti. Capa racconta che mentre tutti i colleghi, segnalati dalle pesanti attrezzature che portavano con sé, erano costretti a restare fuori – Trockij infatti non voleva essere fotografato – lui è riuscito a intrufolarsi con la sua Leica compatta, mettendo a segno uno scoop che sarebbe stato anche il suo debutto. Le foto escono infatti a tutta pagina su «Der Welt-Spiegel», supplemento settimanale del «Berliner Tageblatt», con notevole risonanza.
Tuttavia il ’33, anno della presa al potere da parte dei nazisti, inaugura un nuovo periodo difficile nella vita del fotografo, costretto al suo secondo esilio, stavolta in Francia. Parigi lo conquista subito, tanto che lo scrittore Christopher Isherwood, dopo una conversazione su una nave diretta in Cina, dirà di lui che era più francese dei francesi. Tuttavia l’esistenza nella metropoli è tutt’altro che facile. Capa fa letteralmente la fame e stenta a vendere le sue fotografie. Può contare solo su un po’ d’aiuto da parte dei rifugiati ungheresi e tedeschi a Montparnasse, e sull’intraprendenza di una giovane ragazza tedesca, Gerda Taro, che gli rimedia qualche ingaggio. Con Gerda c’è subito un affiatamento personale che va oltre la collaborazione. Il loro rapporto sarà precocemente stroncato nel luglio ’37, sul fronte spagnolo, dove la donna è colpita a morte. Robert non supererà mai del tutto questa perdita, e lo stesso ritorno sul fronte spagnolo avviene tra non poche incertezze solo nell’ottobre dell’anno successivo.
Di sicuro gli accadimenti spagnoli, con quelli registrati in territorio cinese, che nella considerazione di Capa assurgono a specchio orientale della resistenza del Fronte Popolare contro l’avanzata del fascismo, sono due vertici di straordinaria intensità documentaristica che la mostra lucchese ben rappresenta. Ma vi è pure l’incredibile impresa con cui ha salvato i concitati momenti del D-Day. Neanche a farlo apposta, colui al quale i reportages dalla Spagna erano valsi il titolo di “maggior fotografo di guerra”, ha difficoltà a rimediare incarichi per raggiungere gli scenari della seconda guerra mondiale. Questa situazione si protrae fino al ’43 (con un’unica parentesi nella Londra del ’41), quando finalmente è inviato in Nord Africa, quindi in Italia e in Normandia. Si tratta di un itinerario che in parte ricalca quello seguito dallo scrittore John Steinbeck, allora reporter di guerra per la stampa americana, insieme al quale nel ’47 Capa intraprenderà un importante viaggio in Europa orientale, esperienza riversata nella scrittura a quattro mani del Diario russo.
Le foto dello sbarco costituiscono senza dubbio un altro momento apicale nella carriera di Capa. E in effetti, di fronte a queste immagini lo spettatore è catapultato in prima fila. Ci si sente vulnerabili e smarriti, almeno quanto deve essersi sentito il fotografo mentre avanzava in quell’inferno di proiettili. Uscito dai mezzi anfibi, facendosi scudo con una lamiera, Capa e la sua macchina sono un tutt’uno con la fluttuante linea dei soldati. E, se non fosse stato per un pasticcio combinato da uno sviluppatore, che mandò in malora quasi tutti i negativi, avremmo potuto contare su un repertorio davvero incredibile.
Facce di profughi, uomini e donne sorpresi in posizione fetale sulle macerie delle loro case, bambini accovacciati sui propri bagagli, esseri in cerca di salvezza ritratti negli istanti della fuga, volti incorniciati dalle reti di un campo di smistamento, contadine attraversano i boschi di Cassino, somigliano a divinità primitive che hanno perduto il loro tempio, combattenti arruolati nella resistenza abbracciano le compagne e vanno al fronte, la folla di Parigi festeggia la liberazione ma i cecchini sparano seminando il panico, le strade di Berlino sono come ripiegate su se stesse, ognuno piange la sua disperazione, ognuno sembra sperare in qualcosa, che tutto abbia fine, che tutto abbia inizio.
La poetica di Capa vi si aggira come un dono.
Se si vuole capire qualcosa non solo limitandoci ai fatti storici ma ancor più fissando lo sguardo sugli stati d’animo che hanno scosso fin nelle sue viscere il secolo scorso, il contributo di Robert Capa diviene una tappa obbligata.

(Di Claudia Ciardi) 



Nicchia vuota - Via delle Conce, Lucca
(Testo e foto di Claudia Ciardi)



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Lucca - Center of Contemporary Art

Robert Capa - Il catalogo di Silvana editoriale
Sous la direction de: Andréa Holzherr / Magnum Photos - Format: 23 x 28
Pages: 144
Nombre d'illustrations: 100 in b/n

In questo blog:
  Once there was a war - C'era una volta una guerra, John Steinbeck

«Un libro passato senza troppo clamore nelle librerie italiane su cui vale la pena riaccendere l’attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l’autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

Wunden der Welt

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».


25 gennaio 2014

Meeting Ost: «Most»



Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali.
Non è infrequente sentir dire che il recente allargamento dell’Unione sarebbe una delle cause della crisi e del suo acuirsi. Dirimere una tale questione implicherebbe incrociare diversi dati e perdersi in parecchi meandri statistici. Sia sufficiente dire che le letture sbilanciate verso una sola ‘verità’ in genere fanno rima con parzialità, e chi punta preventivamente il dito contro qualcuno, di solito ha più di una cosa da farsi perdonare. Ricordiamo, per chiarezza storica, che a Atene nel 2003, dieci paesi dell’Europa centrale, orientale e mediterranea firmavano il trattato di adesione alla UE, entrato in vigore il 1° maggio del 2004 con le quindici ratifiche dei vecchi stati membri. Si realizzava così quello che è stato ribattezzato come “allargamento big bang”, con il passaggio dei membri UE da quindici a venticinque, per poi divenire ventisette nel 2007 (con l’ingresso di Romania e Bulgaria). Di fatto, a partire dal 2004, l’Unione non è più soltanto tra stati occidentali. Saper guardare a questa nuova realtà implica uscire dalla sindrome del “blocco unico”, visione livellante e deliberatamente preclusa a qualsiasi approfondimento. Entità unica l’Europa orientale lo è stata, pagando peraltro, è giusto non dimenticarlo, un prezzo altissimo a livello culturale e identitario. Ciò che ha reso temporaneamente possibile tale assimilazione è una sovrastruttura politica, perciò quando parliamo di Europa dell’est si dà propriamente a tale espressione un significato politico e non geografico. Questa Europa infatti non è nata né culturalmente né etnicamente omogenea. Al suo interno vivono comunità di orientamento religioso differente: cattolico, greco-cattolico, russo-ortodosso, romeno-ortodosso, luterano, battista, ebraico e musulmano. Abitano in città cosmopolite o comunità rurali, appartengono a diverse aree linguistiche: slave, romanze, ugro-finniche, baltiche e germaniche. Si può parlare di una regione orientale, non senza periodi di insofferenza e turbolenze all’indirizzo di Mosca, in un periodo storico preciso, che si colloca tra il 1945 e il 1989. E anche all’interno di questa forzata koiné bisogna distinguere tra chi faceva parte dell’Unione Sovietica già dal 1917-’18 e chi è entrato nel blocco dopo la seconda guerra mondiale. Se poi ci si spinge ancora più indietro, alla dominazione asburgica e all’influsso veneziano, ad esempio, si scoprono ulteriori incroci e ci si imbatte in altre realtà peculiari e non meno complesse. La sensazione rothiana di «perdere una patria dopo l’altra» – dapprima la sua Galizia si dissolverà insieme ai fasti viennesi con lo scoppio della Grande Guerra, poi l’annessione dell’Austria da parte della Germania nel 1938, aprirà una falla irreparabile nella sopravvivenza di questo ‘mondo di mezzo’ – testimonia la labilità in cui è immerso da sempre il variegato cosmo orientale, inevitabilmente fascinoso quanto sfuggente agli occhi di chi lo attraversa.  
Dunque, come differenti sono le storie e gli apporti culturali dei paesi dell’est (una cosa sono le repubbliche baltiche, un’altra i Balcani, altra ancora Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria), come differente è stato il loro complicato decorso post sovietico, altrettanto versatile, comprensivo e lungimirante dovrebbe essere il dialogo che i membri fondatori dell’Unione europea hanno interesse a sostenere con una realtà tanto frastagliata.
La tendenza che va per la maggiore, anche perché per proporzione inversa comporta uno sforzo minore a livello di studio e ricerca sull’altro, è invece quella della riduzione della complessità fino alla banalizzazione del passato storico. Non c’è da stupirsi dunque, se la dialettica ovest-est conosce periodi di allontanamento e battute di arresto. Il pregiudizio occupa un posto ancora rilevante nel dibattito, e il vederne affiorare per intero l’apporto negativo, quando maggiori sono le difficoltà per tutti i membri comunitari, invita a fare urgentemente autocritica e a svecchiare visioni politiche molestamente incardinate a una dottrina occidentalista ormai in affanno.
L’incertezza che costantemente paralizza l'azione, il rigore astratto dei dettati protocollari di Bruxelles, il calendario delle regalie da elargire non prima di aver dato prova di adesione incondizionata alle teologie della BCE, se tirati troppo per le lunghe e senza che si giunga a un maggior coinvolgimento delle parti, come in tutti i progetti, quindi anche in quello unitario, rischiano di produrre disaffezione e logoramento.
Di tutto questo ci parla con competenza e passione «Most», la rivista quadrimestrale prodotta dalla redazione di East Journal, sito di approfondimento storico e analisi politica dedicato a eventi rilevanti di Europa centrale, orientale, Russia, Vicino Oriente e Asia. Si tratta di un osservatorio quanto mai prezioso, che mi sento di consigliare a chi desidera documentarsi e tenersi aggiornato su questa parte di mondo, perché proprio qui sono in atto importanti redistribuzioni di potere non prive di conseguenze per il futuro dell’Europa.
Gli autori insistono a ragione su un concetto che, in questo momento di bonaccia e disorientamento nelle dinamiche europeiste, è bene non stancarsi di divulgare: «Il processo di allargamento è ancora in corso e i Balcani e la Turchia sono oggi le sfide che l’Unione si trova davanti. Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento e approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. L’UE assomiglia ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, come paventato da alcuni, il rischio è che anche l’integrazione si arresti».
Un’affermazione che proprio nell’Ucraina degli ultimi due mesi vede un banco di prova molto delicato. La protesta pro-Europa si sta allargando anche alla parte russofona della popolazione. Se in questa circostanza Bruxelles mostrasse un po’ più di coraggio, la Russia finirebbe per venire a più miti consigli. Una Ucraina europea farebbe cadere le minacce russe: davvero Putin insisterebbe sulla chiusura dei rubinetti del gas? Andrebbe avanti su una posizione che implicherebbe la perdita degli entroiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi ai paesi europei? Improbabile. Si tratta più che altro di una guerra dei nervi. L’Europa teme una escalation delle ritorsioni e allora l’unica cosa di cui è capace, mettendosi nella scia di Washington, è agitare lo spauracchio delle sanzioni, che danneggerebbero inevitabilmente la popolazione, già provata da un quadro economico difficile. I tentennamenti europei nei confronti dell’Ucraina hanno ricadute immediate sulla gente che adesso è in piazza ma anche sulla tenuta e coerenza del processo di integrazione. La giornalista Julija Mostovaja ha dato voce alla drammaticità di questo stallo, riassumendolo qualche settimana fa su «Zerkalo Nedeli» con queste parole: «Un tempo l’Ucraina era considerata il ponte tra la Russia e l’Europa. Lo è ancora oggi, ma in questa fase i suoi estremi geografici stanno affondando in un mare di soldi russi. E in questo mare si trova anche Evromajdan ["Piazza europea", il nome con cui in Ucraina si indica la mobilitazione filoeuropea]. Mosca la odia, Washington è nervosa, Bruxelles la ama di un amore platonico».
Il laboratorio di «Most» contribuisce alla costruzione di un’alternativa culturale e politica. Attraverso la ricognizione di dati storici, alternati al racconto dell’ampio spettro dell’attualità, invita il lettore a esercitare tutto il proprio senso critico, perché essere attori di quel che sta accadendo, avrà una profonda rilevanza nel dialogo tra future generazioni.

(Di Claudia Ciardi)


Alcuni tra gli argomenti di maggior rilievo su «Most» #6:
  • L’avventurosa e difficile migrazione dei Trentini in Bosnia
  • La questione dei Rom in Ungheria: tra razzismo e degrado sociale
  • L’allargamento dell’Europa: il problematico dialogo con la Turchia, la costellazione jugoslava, le aspettative europee del popolo ucraino
Ulteriori informazioni sul sito di East Journal 

In questo blog:
Oriente-Occidente
oriente - come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

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