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29 giugno 2019

Saliceto - Ritratto di un'alchimia


Nell’ambito dell’inedita esplorazione organizzata da Ars Regia. La Granda alchemica, uno dei progetti culturali di punta per le valli cuneesi insieme al Cuneo gotico, racconto originale di una provincia e dei suoi tesori d’arte, Saliceto affiora come un misterioso approdo, uno scoglio collinare che non ti aspetti, avvolto nella sua bellezza un po’ austera, quanto straniante. La chiesa di San Lorenzo è una perla rinascimentale in territorio piemontese, sebbene siamo qui in una zona estrema assai vicina all’entroterra ligure, cosa che potrebbe ben spiegare, con la sua data di fondazione risalente alla fine del XV secolo, l’abbandono del gotico, la forma verso cui il Piemonte mostra la maggior predilezione insieme al barocco. 
Questo conturbante edificio dapprima pensato forse come mausoleo, consacrato solo due secoli dopo la sua costruzione, il 9 agosto del 1740 per la vigilia di San Lorenzo, è stato dunque voluto in una regione di confine dal suo signore, il cardinale Domenico Del Carretto, marchese di Finale, nonché arcivescovo tra il 1489 e il 1505. Uomo potente, a un passo dal ricevere la dignità papale, al centro di molteplici relazioni politiche in Italia e in Francia. Inoltre, per aggiungere sale all’intricata vicenda politica e religiosa, occorre sapere che Saliceto non venne mai acquisito dai Savoia; per decenni l’Imperatore del Sacro Romano Impero continuò a infeudarlo ai re di Spagna. Un dato affatto secondario se si vuole approfondire seriamente la vicenda di tale luogo e le sue vocazioni.
Da molti definita con efficacia “una pagina di pietre parlanti”, la chiesa sarebbe nata su progetto del Bramante o di Leon Battista Alberti, due nomi d’eccellenza nel panorama del Rinascimento italiano. Ma non vi è chiarezza neppure su questo. Né i misteri e gli interrogativi si esauriscono qui, perché le pareti di questa meraviglia architettonica sono colme di rilievi, e rimandi, a simbologie alchemiche. Testimonianza viva di un’attenzione particolare a tale cultura da parte di chi commissionò i lavori e più in generale nella classe di notabili del luogo. Saliceto in effetti si distingue come spazio cultuale, depositario di peculiari energie mistiche, fin dal neolitico. Rovine, sepolture, menhir e poi ancora un sistema di gallerie sotterranee fra il castello e l’abitato la cui funzione è tutta da chiarire, dall’uso rituale a quello strategico; insomma ogni ipotesi è aperta. In tutto ciò, che la chiesa s’innalzi in qualità di obelisco alchemico, che le sue pietre ci parlino in duplice veste di manufatti d’arte e lapidari dalle cadenze magiche è un fatto certo ma anche molto problematico; difficile decifrare al dettaglio cenni, citazioni, volti nel loro significato integrale. È pur vero che l’incontro del sacro col linguaggio esoterico non è cosa desueta, basti pensare al Duomo di Siena, ma la densità riscontrata a Saliceto è piuttosto inconsulta. 
Daniele Regis ha provato a narrarci questa sfaccettata realtà catturandone il respiro in una serie di fotografie che sono altrettanti ritratti d’artista, senza orpelli né sovrascritture, ma solo lasciando che l’immagine, investita da una certa luce, amalgamata alle vibrazioni di un’ora, rifatta dalle ombre, fosse incarnazione materica e spirituale insieme. La sua è stata una campagna serrata, con diverse ricognizioni in situ per dar conto, nel modo più esatto ed espressivo, delle atmosfere sprigionate dalle architetture. Se vogliamo giocando con quella  “alchimia della statuaria” cui a quanto pare si ispiravano gli artisti nel medioevo e fin nel rinascimento: trasporre l’anima nella pietra. Si tratta del primo ciclo completo di foto d’arte che ad oggi sia stato realizzato su Saliceto. Il lavoro di Regis anima una delle otto sezioni in cui si articola l’ampia rassegna di Ars Regia, scaturita dalla versatile e movimentata creatività di Enzo Biffi Gentili, ideatore di mostre di rottura e di altre collisioni che ci rappresentano le cose e i loro contorni in una prospettiva inattesa.  
Domani, 30 giugno, il lancio di un’anteprima presso il bookshop del Múses di Palazzo Taffini a Savigliano, un locale che è una sorta di opera al nero, primo stadio alchemico, antiporta, ingresso a un cammino iniziatico che dal 5 luglio al 6 gennaio 2020, dentro un progetto espositivo biennale promosso dall’Associazione “Terre di Savoia”, ci guiderà alla scoperta di un territorio insospettabilmente stratificato, culturalmente proteiforme, artisticamente sorprendente. 


(Di Claudia Ciardi)


* Le fotografie a corredo dell'articolo sono state scattate da Daniele Regis ©
 e la loro pubblicazione su questo blog è stata concessa dall'autore.

L'immagine che introduce il presente scritto ritrae Ermete Trismegisto le cui tre facce campeggiano sulle paraste ai lati del portale di San Lorenzo. 




Il Bafometto della Chiesa di San Lorenzo a Saliceto



Ermete Trismegisto



Sirene e rose alchemiche



Pietra e vegetazione. Il rinascimento in una visione "gotica"

26 novembre 2018

Michele Pellegrino - Una parabola fotografica


A considerarlo uno degli eventi culturali di maggior caratura in Italia per l’anno corrente non si sbaglia. Si tratta della mostra sull’opera fotografica di Michele Pellegrino, dedicata all’intera sua attività estesa per un cinquantennio, che si è tenuta a Cuneo da luglio a ottobre, nel complesso monumentale di San Francesco. Questa rassegna non è stata solo l’occasione per presentare al pubblico, in un’esposizione tematica dalle cadenze originali, una delle ricerche di fotografia tra le più articolate che abbiano fatto la loro comparsa nel panorama culturale italiano. Nel nodo di suggestioni e rimandi, configurati nei decenni, e dunque nel divenire della sensibilità di Pellegrino, al di là dell’ambito rurale della provincia da cui il suo lavoro ha preso avvio, occupa uno spazio particolare il riverbero dell’immagine catturata dall’obiettivo sulla monumentalità letteraria di Cesare Pavese. Del grande scrittore delle Langhe ricorrono infatti i centodieci anni dalla nascita, e non a caso l’allestimento è stato concepito come un doppio omaggio all’epica narrativa, l’una intrecciata in parole, l’altra costruita per ritratti, di due grandi interpreti di un mondo ormai scomparso, o quantomeno mutato in profondo. Nell’idea di Enzo Biffi Gentili, direttore del MIAAO di Torino, Museo Arti Applicate Oggi, curatore della mostra, le frasi estrapolate dai capolavori di Pavese non dovevano essere semplice commento ma entità vive, presenze dialoganti coi quadri in bianco e nero. I due autori rappresentati hanno peraltro in comune l’esser stati costretti a misurarsi coi limiti di una catalogazione che molto ha tolto alla loro complessità. Da un lato Pellegrino, nella vulgata più superficiale, si è voluto definire “fotografo di provincia”, senza che tale appellativo abbia inteso problematizzare né attualizzare quello stesso concetto di provincia, dall’altro Pavese, nei panni di autore verista o realista, con ciò accettando che gli fosse sottratta la massiccia archetipica poesia che è il più esclusivo portato del suo ragionare sulle cose del mondo. Un occultamento similare lo si riscontra in Carlo Levi, le cui implicazioni vanno in scia a questa epica dei vinti, degli esclusi, di coloro che non fanno storia, pure in una dimensione che esce dalla contingenza politica e produce cerchi concentrici nello stagno delle epoche umane, oltre il tema della storia, perfino oltre il tempo. Anche per Levi, e per la sua produzione pittorica soprattutto, tanto che molti si sorprendono a scoprire le sue tele di cui non sospettavano minimamente l’esistenza, la fama di neorealista ha eluso, se non altro appiattito, il messaggio da lui affidato ai propri esiti creativi.       
Se la provincia non è un cosmo chiuso, quindi neppure statico, la fotografia di Michele Pellegrino diviene tabula synchronica, immersa nel momento dello scatto ma insieme proiettata al di fuori e al di là dei suoi confini spazio-temporali, simulacro aggettante, mutevole, elemento sul quale si addensano le eco delle generazioni e di una proteiforme presenza. L’ambiente di cui parla è dunque soggetto umbratile, sfuggente, figura dai contorni mitologici precipitata nei magli di un processo industriale che le aveva promesso di emanciparsi, progredire, conservarsi nel cammino della storia, per consegnarla invece, crudamente spossessata, a un muto risveglio.
Anche in contrasto a questa illusione di progresso, dopo gli anni Settanta, Pellegrino sfuma la persona umana, indirizzandosi all’umano del paesaggio o al fenomeno del misticismo: le amate montagne, le “nitide vette”, la Langa, le “ninfe idriadi”, la “madre mediterranea”, parabole spirituali, volontà di ascesi. Simboli, archetipi, sintomi di una natura estrema, inquieta, talora tenebrosa, che nella sua vastità inabitata rimanda pur vagamente a una presenza in riflesso, a una possibilità dell’esserci il cui sguardo su quell’immensità, leopardianamente, si posa e annega. C’è un primitivismo medievale e metafisico fra queste scaglie di luci e ombre, profili gotici, frammenti di allegorie giocati sui ritmi di un’affabulazione altra, diversa dal documento antropologico di Ugo Pellis e già più vicina ai nodi dell’epos paesano di Pepi Merisio.
Lungi dal raccogliere forme statiche, la fotografia di Michele Pellegrino si pone come un caleidoscopio in grado di mostrare quello che Pavese ha definito il «cammino dell’anima». Vibrazioni, sentimenti, scenari spirituali bucano quasi fisicamente lo scatto e, al fondo, ci rivelano l’occhio di un grande maestro.    

(Di Claudia Ciardi)


Catalogo:

Michele Pellegrino. Una parabola fotografica,
introduzioni di Enzo Biffi Gentili e Walter Guadagnini, Skira, 2018


* Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



La miseria infinita



Le cime tenebrose



Dalla serie "Le cime tenebrose"



Dalla serie "La madre mediterranea"



Il CuNeo gotico



I cistercensi - Il CuNeo gotico



Un convegno internazionale per Giovanni Battista Schellino - il 1° dicembre 2018






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