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6 settembre 2019

Alta Langa, l'altra collina


Quando Michele Pellegrino approda al paesaggio di Langa ha già circumnavigato il territorio, intrecciandovi un solido racconto fotografico. Dopo lo scavo umano della realtà paesana, gli appostamenti sulle strade e le piazze che attorniano le sue costruzioni – altro modo di sviscerare il tema della fisionomia –  dopo l’alchimia organica delle cime alpine, in cerca di un imprendibile genius loci, si avvicina alla collina, prediligendo gli spazi appartati e selvatici, le vie non battute, gli scorci da cui affiora la cadenza di un tempo assoluto, fuori da ogni percettibile definizione.

Non è un caso che il 1993, che vede la pubblicazione del catalogo sull’Alta Langa, sia anche l’anno della sua personale sulle Alpi ospitata dal Museo della montagna di Torino. La lontananza delle vette, la vicinanza del mondo rurale, una polarità che la fotografia di Pellegrino inverte oppure mischia e sovrappone. Perché i due ambienti sfuggono e sfumano nella stessa misura gettandosi in un’inquietudine atemporale, ma vengono anche improvvisamente a parlarci in modo più semplice e familiare. Al fotografo il compito di rappresentarne le espressioni perturbanti, i mutevoli volti, l’eterno divenire del loro esserci negli innumerevoli solchi della vicenda terrena. In orizzonti sgombri, dove l’uomo è una presenza evocata soltanto, nel taglio di cieli rannuvolati e docili curve dei prati, sul greto dei torrenti, nei silenzi assorti dei filari ridisegnati dagli inverni.   
Un lavoro in cui non è in gioco una narrazione della provincia, dove non s’intende isolare la nostalgia bucolica per qualcosa che si va perdendo. C’è anzi qui tutta la ruvida esattezza della vita nei campi, una quotidianità mostrata per quello che è, tracce di faticose giornate, colte nella geometria di una palizzata, nelle circonferenze un po’ astratte dei covoni. Come già per il ritratto di quella consuetudine aspra e grama, mostrata in punta di piedi incrociando gli interni dei casali, camere e cucine di pochi arredi, in entrambi gli sguardi preminente è il racconto di un territorio, un racconto ciclico, universale. Simboli, macrocosmi e microcosmi concentrici, marginalità che racchiudono essenze, archetipi, annodati alla sensibilità di chi li ha percorsi. Una corrente che attraversa le architetture schelliniane – ispiratrici di un’altra serie importante di Michele Pellegrino, gli Incanti ordinari – quanto le più belle pagine letterarie di Cesare Pavese.
Intento del fotografo è contribuire a far affiorare sul suo obiettivo certi tratti distintivi, offrendoceli senza aver progettato nulla, staccati da tentazioni estetiche, asciutti nella loro presenza scarna e compiuta. La vaga fisicità dei terreni dissodati, quasi lande avvistate in sogno, e questa sorta di elemento liquido, nei cieli e nei sentieri, che s’insinua dappertutto. «Che la presenza dell’uomo» dice l’autore «possa essere avvertita nelle ombre lunghe delle vigne, sulle colline assolate, tra i covoni di grano e magari a passeggio tra le nuvole». Il progetto di Langa potrebbe essere in tal senso un esercizio di arcaica divinazione.   

(Di Claudia Ciardi)


Dogliani 

Saliceto

Roddino

Montezemolo

Castellino   

Dal catalogo:

Michele Pellegrino, Alta Langa, l'altra collina
prefazione di Nino Gualdoni
Edizioni Cassa di Risparmio di Cuneo, 1993






Angelo Ruga, Dicembre (1979). Olio su tela
* Pinacoteca civica di Savona - Fotografia di Claudia Ciardi
©
Lartista, nato a Torino nel 1930 e morto a Clavesana nel 1999, porta in questopera le suggestioni oniriche delle Langhe. 


29 giugno 2019

Saliceto - Ritratto di un'alchimia


Nell’ambito dell’inedita esplorazione organizzata da Ars Regia. La Granda alchemica, uno dei progetti culturali di punta per le valli cuneesi insieme al Cuneo gotico, racconto originale di una provincia e dei suoi tesori d’arte, Saliceto affiora come un misterioso approdo, uno scoglio collinare che non ti aspetti, avvolto nella sua bellezza un po’ austera, quanto straniante. La chiesa di San Lorenzo è una perla rinascimentale in territorio piemontese, sebbene siamo qui in una zona estrema assai vicina all’entroterra ligure, cosa che potrebbe ben spiegare, con la sua data di fondazione risalente alla fine del XV secolo, l’abbandono del gotico, la forma verso cui il Piemonte mostra la maggior predilezione insieme al barocco. 
Questo conturbante edificio dapprima pensato forse come mausoleo, consacrato solo due secoli dopo la sua costruzione, il 9 agosto del 1740 per la vigilia di San Lorenzo, è stato dunque voluto in una regione di confine dal suo signore, il cardinale Domenico Del Carretto, marchese di Finale, nonché arcivescovo tra il 1489 e il 1505. Uomo potente, a un passo dal ricevere la dignità papale, al centro di molteplici relazioni politiche in Italia e in Francia. Inoltre, per aggiungere sale all’intricata vicenda politica e religiosa, occorre sapere che Saliceto non venne mai acquisito dai Savoia; per decenni l’Imperatore del Sacro Romano Impero continuò a infeudarlo ai re di Spagna. Un dato affatto secondario se si vuole approfondire seriamente la vicenda di tale luogo e le sue vocazioni.
Da molti definita con efficacia “una pagina di pietre parlanti”, la chiesa sarebbe nata su progetto del Bramante o di Leon Battista Alberti, due nomi d’eccellenza nel panorama del Rinascimento italiano. Ma non vi è chiarezza neppure su questo. Né i misteri e gli interrogativi si esauriscono qui, perché le pareti di questa meraviglia architettonica sono colme di rilievi, e rimandi, a simbologie alchemiche. Testimonianza viva di un’attenzione particolare a tale cultura da parte di chi commissionò i lavori e più in generale nella classe di notabili del luogo. Saliceto in effetti si distingue come spazio cultuale, depositario di peculiari energie mistiche, fin dal neolitico. Rovine, sepolture, menhir e poi ancora un sistema di gallerie sotterranee fra il castello e l’abitato la cui funzione è tutta da chiarire, dall’uso rituale a quello strategico; insomma ogni ipotesi è aperta. In tutto ciò, che la chiesa s’innalzi in qualità di obelisco alchemico, che le sue pietre ci parlino in duplice veste di manufatti d’arte e lapidari dalle cadenze magiche è un fatto certo ma anche molto problematico; difficile decifrare al dettaglio cenni, citazioni, volti nel loro significato integrale. È pur vero che l’incontro del sacro col linguaggio esoterico non è cosa desueta, basti pensare al Duomo di Siena, ma la densità riscontrata a Saliceto è piuttosto inconsulta. 
Daniele Regis ha provato a narrarci questa sfaccettata realtà catturandone il respiro in una serie di fotografie che sono altrettanti ritratti d’artista, senza orpelli né sovrascritture, ma solo lasciando che l’immagine, investita da una certa luce, amalgamata alle vibrazioni di un’ora, rifatta dalle ombre, fosse incarnazione materica e spirituale insieme. La sua è stata una campagna serrata, con diverse ricognizioni in situ per dar conto, nel modo più esatto ed espressivo, delle atmosfere sprigionate dalle architetture. Se vogliamo giocando con quella  “alchimia della statuaria” cui a quanto pare si ispiravano gli artisti nel medioevo e fin nel rinascimento: trasporre l’anima nella pietra. Si tratta del primo ciclo completo di foto d’arte che ad oggi sia stato realizzato su Saliceto. Il lavoro di Regis anima una delle otto sezioni in cui si articola l’ampia rassegna di Ars Regia, scaturita dalla versatile e movimentata creatività di Enzo Biffi Gentili, ideatore di mostre di rottura e di altre collisioni che ci rappresentano le cose e i loro contorni in una prospettiva inattesa.  
Domani, 30 giugno, il lancio di un’anteprima presso il bookshop del Múses di Palazzo Taffini a Savigliano, un locale che è una sorta di opera al nero, primo stadio alchemico, antiporta, ingresso a un cammino iniziatico che dal 5 luglio al 6 gennaio 2020, dentro un progetto espositivo biennale promosso dall’Associazione “Terre di Savoia”, ci guiderà alla scoperta di un territorio insospettabilmente stratificato, culturalmente proteiforme, artisticamente sorprendente. 


(Di Claudia Ciardi)


* Le fotografie a corredo dell'articolo sono state scattate da Daniele Regis ©
 e la loro pubblicazione su questo blog è stata concessa dall'autore.

L'immagine che introduce il presente scritto ritrae Ermete Trismegisto le cui tre facce campeggiano sulle paraste ai lati del portale di San Lorenzo. 




Il Bafometto della Chiesa di San Lorenzo a Saliceto



Ermete Trismegisto



Sirene e rose alchemiche



Pietra e vegetazione. Il rinascimento in una visione "gotica"

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