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14 luglio 2022

Di foglie, Sibille e arte profetica

 


Giovanni Francesco Barbieri (Guercino), Sibilla Persica, 1647


La Sibilla è una donna affascinante, di status incerto, non immortale ma dotata di poteri straordinari, la cui magnetica avvenenza risiede nell’imponderabile che sprigiona la sua personalità. Donna magica scelta dal dio per avvicinare la sua parola a quella degli esseri umani, donna eletta a presiedere un oracolo, in latino oraculum, ossia il responso uscito dalla bocca della divinità debitamente consultata attraverso i suoi messaggeri, poi anche il luogo dove questo responso viene dato; in greco χρησμός [da χράω “faccio sapere”] per il responso; χρηστήριον o anche μαντεῖον per il luogo.
I metodi della divinazione erano vari, ma per sommi capi si possono così riassumere: fonti sacre che, sgorgando dalle viscere della terra, sono in comunione con il mondo sotterraneo: il loro mormorio, l’effetto su oggetti che vi sono gettati danno il responso; alberi sacri, che “parlano” attraverso il fruscio del fogliame agitato dal vento – celebri a questo proposito le querce del santuario di Dodona nell’Epiro, e ancora la quercia da cui gli antichi lituani traevano responsi per bocca del capo supremo del sacerdozio, situata nel centro di un sacro recinto, e le foglie attraverso le quali si spargeva a Cuma la sentenza della Sibilla (ce lo riferisce anche Dante in una celebre similitudine della Commedia, «così al vento ne le foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla», Paradiso, XXXIII, vv. 65-66); caverne sacre, immaginate in comunicazione con il mondo sotterraneo – i luoghi dove per l’appunto solevano esprimersi le profetesse; i dadi gettati sopra una tavola appositamente segnata; il fuoco, a seconda della direzione della fiamma, del fumo, degli effetti su pelli o altri oggetti posti a bruciare; le anime dei morti, evocate con sacrifici speciali presso la loro tomba; l’incubazione, praticata oltre che nei santuari di Esculapio e nei Serapei, anche in alcune sedi oracolari. Le parole stesse dell’indovina volavano come foglie al vento e spesso non erano comprensibili: infatti c’erano sacerdoti preposti alla traduzione del responso (da qui si capisce l’uso dell’aggettivo “sibillino” che allude a qualcosa di criptico).
In un interessante documentario realizzato nel 2018 che ha il suo centro elettivo e sacro nei Monti Sibillini si ricostruisce la storia fra leggenda, arte e letteratura di queste creature. Un gruppo di speleologi dell’università di Camerino ha organizzato una spedizione sulla sommità del monte Sibilla dove si presume abitasse la cosiddetta Sibilla appenninica, la meno nota nel presunto canone delle indovine, ma proprio in virtù della sua “non ufficialità” la più misteriosa e potente.
La squadra ha inteso procedere a una serie di saggi del sito per verificarne le condizioni, che si sono rivelate alquanto compromesse, tra incuria e crolli. E tuttavia, per un’analisi più approfondita e rivelatrice, è stato programmato uno scavo archeologico nell’auspicio che riaffiorino tracce di una frequentazione antropica ad avvalorare il mito.
Da Ovidio (Metamorfosi, libro XIV, vv. 101-154) apprendiamo la storia della Sibilla Cumana, che profetizzava nell’area vulcanica dei Campi Flegrei; pochi versi in cui la donna racconta della sua ingenuità di fanciulla e di come si trovi imprigionata in un ruolo non consapevolmente scelto. L’intento ovidiano non è celebrare Roma attraverso la figura della Sibilla, come invece fa Virgilio nell’Eneide. Il poeta di Sulmona ci parla di una trasformazione umana, pur prendendo le mosse dal medesimo contesto virgiliano: Enea è appena approdato sulle sabbiose spiagge meridionali del golfo di Gaeta, non lontano da Cuma, e si dirige verso l’antro della Sibilla che ha settecento anni. La donna, essendo proprio la sua femminilità che qui si vuole ritrarre, racconta del momento dell
“investitura” quale messaggera dell’oracolo e, da questo ricordo che sfuma nel tempo del mito, si apprende la storia molto singolare di una giovane che rimane intrappolata in una dimensione di vita sospesa tra umano e divino. Apollo la vide e se ne innamorò, ma lei lo rifiutò e il dio, per convincerla a cedere, le chiese di esprimere un desiderio: qualsiasi cosa avesse voluto lui l’avrebbe concessa. E così la giovane raccolse da terra un pugno di sabbia e domandò di poter vivere tanti anni quanti erano i granelli stretti nella mano, dimenticando di chiedere che fossero anni di giovinezza. Fu così imprigionata in una vita da mortale ma allungata a tal punto da divenire insopportabile. La trasfigurazione di una donna così bella da essere amata da Apollo rappresenta per Ovidio il fulcro della vicenda. Una metamorfosi estremamente terrena quanto dolorosa. Perché il corpo della Sibilla non è fatto di essenza divina e lei stessa lo ribadisce a scanso di equivoci o di sacrileghe attribuzioni: non vuole essere venerata come una dea né onorata con incensi. La mutazione sarà completa allorché la Sibilla diventerà invisibile, ma la sua voce continuerà ad essere udita. Il suo aspetto riflette una malinconica sottomissione. Lo sguardo fisso a terra, con il capo reclinato in attesa che il dio Apollo discenda nel suo corpo, è un’immagine che Ovidio riprende dalla divinazione greca e di cui si serve per dipingere con intensità la sua Sibilla. Per quanto scarso sia il materiale iconografico superstite relativo alla Sibilla nel mondo romano, quello di epoca imperiale giunto fino a noi riprende l’immagine offerta da Ovidio di una giovane nel momento in cui si sottomette alla volontà di Apollo per farsi interprete e depositaria del suo oracolo, strumento comunicante del divino col mondo umano. È questa istantanea di una fanciulla seduta con lo sguardo rivolto a terra e con fare dimesso, nel momento che precede il vaticinio, che sembra imporsi nell’iconografia artistica augustea e post-augustea (si veda il celebre affresco di Ercolano); gli artisti accolgono quindi la versione ovidiana del mito, più umana, rispetto a quella trionfale e fiera celebrata da Virgilio e immortalata nei volti incisi sulla numismatica repubblicana.
Tutte le culture antiche hanno sempre attribuito alla donna una innata capacità profetica. Si pensava che per sua natura fosse protesa verso il mistero. Risiedevano in luoghi remoti fra l’Asia minore e le coste del Mediterraneo. Varrone, nel I secolo a. C., stilò un elenco di dieci, delle quali la più famosa era la Pizia, portavoce di Apollo a Delfi. Nel mondo romano la Sibilla tiburtina operante a Tivoli (l’antica Tibur) riscuoteva particolare successo. Da alcuni documenti sembrerebbe collegata a quella appenninica, addirittura una fonte dice che la divinatrice dell’Aniene si sarebbe trasferita sui monti – resta a vedere se si tratti dei vicini Appennini o se sia un riferimento ai rilievi marchigiani. In questo secondo caso si avallerebbe una loro identificazione.
Nel citato documentario vengono mostrati alcuni ambienti straordinari che raccolgono le testimonianze del sacro dalle culture italiche all’epoca romana e medioevale. Il Museo di Gubbio a Palazzo dei Consoli con le sue tavole eugubine contenenti le norme dei rituali pubblici pre-romani (nel filmato il professor Ancillotti ce ne legge un passo in osco-umbro), e che fra le altre meraviglie vanta una spettacolare sala di cosiddetti
Crocifissi blu e una straordinaria collezione di gocciolatoi romani; uno scrigno tra i più luminosi in Italia. Quindi siamo accompagnati all’interno del Duomo di Piacenza, in quello di Spoleto, nella pinacoteca di Ascoli Piceno; luoghi che nella pubblicistica d’arte vengono quasi “dimenticati”, che godono di scarsissima attenzione mediatica. Eppure, quali abbaglianti tesori hanno in serbo.
Purtroppo nel 2016, con il terremoto di Marche, Umbria e Lazio, un enorme patrimonio artistico diffuso sulle pendici appenniniche del versante adriatico e tirrenico è stato distrutto o severamente danneggiato. Molte delle case crollate avevano al loro interno decorazioni, pitture, rilievi, stucchi legati all’immaginario sibillino. Queste testimonianze non esistono più. L’anno precedente sulle montagne era stata avvistata un’ombra, un profilo femminile che sembrava urlasse – a voler credere alla leggenda, e chi si avventura lassù non può astenersi dal farlo, la Sibilla, Musa presaga potentissima, aveva manifestato tutto il suo dolore. I recuperi hanno fatto tornare in vita 16.000 opere fra cui il Santuario della Madonna dell’Ambro, fulcro della comunità sibillina. All’interno sono raffigurate dodici Sibille (lo stesso numero degli Apostoli) ritratte all’inizio del Seicento da Martino Bonfini. La Cappella della Madonna, dove sono effigiati i volti, miracolosamente non ha subito gli effetti del sisma.
Ed è questa anche una storia letteraria e di imprese editoriali, desiderando portare il discorso su un tema che ci è particolarmente caro nel fertile intreccio fra immagine e parola scritta. Dal Guerrin Meschino, vero e proprio bestseller del medioevo, racconto delle imprese cavalleresche di Guerrino che venne accolto nel regno della Sibilla appenninica – la narrazione contribuì a far conoscere universalmente questa figura mitologica – al libro di viaggio del francese Antoine de La Sale, che più o meno nello stesso periodo delle avventure del suo alter ego letterario, si incamminò alla ricerca della grotta profetica.  E non meno rilevante la personalità di Cecco d’Ascoli, poeta, medico, insegnante, alchimista, astrologo, condannato a Firenze dalla Chiesa nel 1327 per la sua frequentazione di Montemonaco e del lago di Pilato nei Sibillini, a quanto sembra prendendo parte in loco a pratiche di negromanzia.
Sibilla è colei che porta il libro sacro. Non è un soggetto facile per i pittori, non esistendo un modello vero e proprio cui ispirarsi. In quanto legata a un immaginario orientale, indossa solitamente dei copricapi simili a turbanti. L’iconografia più diffusa la ritrae un po’ malinconica, secondo lo spunto ovidiano che si diceva all’inizio, nell’atto di scrivere o di stringere a sé il gran tomo delle profezie. Con l’umanesimo si inaugura una stagione all’insegna di una sintesi tra pensiero pagano e cristiano. Il primo ad aver dato forma visiva a questo connubio è stato Michelangelo nella Cappella Sistina, anche in ciò rivoluzionario. Da lui in poi infatti l’associazione Sibille-Profeti viene largamente imitata, in una reinterpretazione cristiana del personaggio mitico in qualità di messaggera che prefigura la venuta di Cristo.
La carica simbolica di questa storia sembra ancora assai vitale. Quando la si avvicina, la corrente di mistero che ne sgorga ha tuttora il potere di affascinare e attrarre. Per incontrarla, perché lei lasci entrare nel suo regno, bisogna avere nobiltà d
animo. Secondo alcuni interpreti il fatto che la grotta sui Sibillini sia al momento rinserrata, sta a significare che la nostra non è unepoca di cavalieri. Eppure fa riflettere che nell’imperante materialismo in cui siamo immersi, questa presenza così umbratile e sfuggente si imponga, anche solo nel suo arcano riflesso, con assai più forza di tante altre patinate e stridule sirene.

(Di Claudia Ciardi)

 

Documentario:

La Sibilla tra leggenda e realtà, Sydonia Production, 2018

Qui il trailer su youtube

 

La Sibilla Delfica di Michelangelo con la sua splendida veste verde acqua-
verde muschio,1508-1510 circa


9 marzo 2022

Il lutto della cultura genera mostri

 


Ancora il lugubre panno nero non è stato rimosso. Dicono sabato, buon per loro. C’è una violenza in questo atto del coprire il David che fa leva su una profonda ignoranza. Ma le due cose, si sa, vanno a braccetto. Il tutto contribuisce a gettare ancor più nello sconforto dello scenario attuale che si aggiunge a quello già raggelante e pesantissimo della pandemia e della sua gestione.
Dopo la censura dell’opera letteraria con il caso di Dostoevskij all’università di Milano – tutta la mia solidarietà a Paolo Nori – ecco puntuale la censura dell’opera d’arte. Vi si legge una contraddizione malata – in quella dell’uomo dubitante non vi sarebbe nulla di male, anzi. Ma qui c’è un’insicurezza nevrotica, oltre che una sistematica ignoranza del fatto culturale, che ormai permea vaste zone del nostro dibattito. O meglio, anche il dibattito è ormai listato a lutto. Del resto, quando non si coglie la gravità insita nel mandare armi e al contempo nel sostenere pubblicamente la pace, se non si coglie in questo ragionamento un cortocircuito che basterebbe a spazzare via tutto il resto, siamo davvero arrivati a un punto di non ritorno. L’università che si chiude come una fortezza impenetrabile, che scaccia chi intenda preservare un giudizio indipendente ed esercitare legittimamente il proprio senso critico, l’università che ha paura di se stessa, del proprio compito di messaggera dei saperi, che alza muri invece di farsi strumento di diffusione della conoscenza nella società, non per i pochi, non per una sola classe sociale di appartenenza ma per i molti, questa università ha abdicato al suo compito. Questa università ha finito di insegnare, perché nei fatti dimostra di non voler insegnare.
Quanto all’iniziativa di coprire il David mette i brividi. Se si voleva dare un messaggio solidale e rassicurante, direi che si è lavorato all’esatto contrario. Appena si posano gli occhi sulla statua incappucciata, si prova un gravoso senso di angoscia. Proprio quello che l’opera d’arte è invece chiamata a dissolvere. Nota a margine: le “vergogne” del capolavoro michelangiolesco sono state coperte – con tanto di altra polemica nei mesi scorsi – anche alla copia collocata al padiglione Italia di Dubai, perché la sua nudità non urtasse nessuno.
Nel dettaglio la storia di David che abbatte il gigante è un’allegoria politica potentissima, un tassello imprescindibile della storia di Firenze, del suo patrimonio identitario. La potenza cittadina nascente che s’innalza sulle grandi. E come simbolo più esteso, il popolo che si risveglia e prende coscienza della propria forza così da abbattere infine il gigante che lo sovrasta.
A titolo d’esempio citiamo dal catalogo sulla mostra “Verrocchio il maestro di Leonardo” (Palazzo Strozzi / Musei del Bargello, Firenze, 2019): «Lo scambio di consegne tra Desiderio da Settignano e Andrea del Verrocchio s’inverò anche nella produzione di effigi marmoree di eroi ed eroine dell’antichità, a mezzo busto e di profilo. […] Sviluppando la traccia di Desiderio, Verrocchio aveva messo a punto coppie di celebri condottieri affrontati, la cui accesa rivalità bellica era insieme contrasto generazionale: il giovane Alessandro, il maturo Dario. Questo tema fu poi carissimo a Leonardo, capace di rielaborarlo senza sosta nei suoi disegni, e di stravolgere il tipo virile maturo fino a trarne le basi della moderna caricatura. Prima che l’allievo liberasse le sue supreme fantasie, Verrocchio aveva dato corpo al tipo giovanile del guerriero nella statua del David, suo capolavoro bronzeo d’esordio: un’opera destinata presto a imporsi anch’essa tra scolari, seguaci e colleghi, come modello di posa elegante non meno che d’innocenza adolescenziale». Insomma intorno al David si sono unite generazioni di artisti e alla sua carica simbolica è legato l’immaginario politico, economico, creativo prerinascimentale e rinascimentale. Un mito di fondazione a tutti gli effetti. Dunque, occultando il senso di questa storia si voleva davvero esprimere vicinanza alla gente ucraina? Cioè inscenando una morte del giovane e fino a quel momento insospettabile eroe che si riscatta? Davvero di buon auspicio, non c’è che dire, in generale per le sorti di tutti i popoli. Nella gestione al rilancio della crisi cui stiamo assistendo, fra sfaceli produttivi e spettri nucleari, non sorprende che la politica anziché farsi custode, anziché stringersi alla cittadinanza che governa e che ha il compito di guidare, additi un fosco capolinea.
E c’è da augurarsi che l’aver vestito a lutto il nostro patrimonio culturale non presagisca cupamente le conseguenze dei pericoli reali che corriamo.

 
(Di Claudia Ciardi)

 

Link all’articolo >>>> La deriva dell'università

Su questo blog >>>> Il fuori tutto del nostro patrimonio culturale

8 ottobre 2021

«Da fiel mir Leben zu» - Il Tetrabiblos di Tolomeo

 
Contemplare gli astri, posare lo sguardo su un cielo stellato, spettacolo cui è ormai impossibile assistere nelle aree urbane ma perfino in molte zone montane, tanto ormai l’inquinamento luminoso ha fatalmente raggiunto luoghi e altitudini che si credevano incontaminati. Eppure, da anni sentiamo ripetere che è necessario limitare i consumi, che occorre attuare con serietà e decisione piani per il risparmio energetico, insomma i buoni propositi non mancherebbero se non che nei fatti le pratiche di vita di ognuno continuano a mostrarsi molto poco rinunciatarie. Perdere un’abitudine è un po’ come uscire da se stessi, provare a osservarsi da un punto di vista esterno e, dunque, pare fra le cose più insuperabili per un essere umano, anche se queste stesse abitudini lo conducono in situazioni di pericolo o peggio.
C’è un quadro di Jean-François Millet del 1851, Notte stellata (oggi alla Yale University Art Gallery), un’opera affascinante già intrisa di suggestioni simboliste. Il pittore si era ritirato due anni prima a Barbizon, vivendo quasi come un contadino insieme alla sua famiglia, tenendo solo pochissimi contatti con gli amici più vicini che avevano condiviso con lui le medesime scelte. In questa esperienza comunitaria, di ritiro dal mondo, di pacifica ma determinata opposizione ai ritmi e agli sradicamenti imposti dalla società industriale, arte e vita coincidono. Nel citato quadro di Millet appare chiara la conquista spirituale dei due anni passati a stretto contatto con la natura. Il dono di un simile stato emotivo si traduce in una genuinità davanti al paesaggio, in una bellezza così rarefatta e delicata che ci avvicina con immediatezza a quel sentire; questa notte fulgente e silenziosa è un tutt’uno con noi, la percepiamo fisicamente intorno e dentro di noi.
In letteratura l’invocazione al mistero e al fascino notturno è una delle metafore più longeve, centro radiale di memorie poetiche, segno di liberazione, uscita, ricongiungimento con le forze latenti dell’universo nella speranza di un rinnovamento, alla ricerca di armonia, di una verità altrimenti sfuggente da restituire alla propria condizione terrena. Il riveder le stelle che scandisce l’uscita dall’inferno dantesco, lo struggente richiamo alla notte nei sonetti di Michelangelo («O notte, o dolce tempo, benché nero,/ con pace ogn’opra sempr’al fin assalta/  ben vede e ben intende chi t’esalta…»), ancora una volta arte, poesia e vita strette in un nodo sentimentale – momento contemplativo, rifugio e posa dal lavoro diurno – il canto alle costellazioni come una singolare geografia dell’alto e del sé, la lontananza-vicinanza siderale in cui si corrispondono inquietudini, attese, moti del cuore.
L’Orsa maggiore, una delle formazioni celesti meglio riconoscibili a occhio nudo anche da chi non sia un astronomo di professione, suscita ad esempio le Ricordanze leopardiane. Quella visione innesca le incredibili strofe del grande canto covato nei mesi del soggiorno a Pisa e intonato durante il rientro a Recanati, quando la notte, i profumi del giardino paterno, le sagome scure dei cipressi trascinano alle sorgenti dell’infanzia. Da brividi.
E sempre una notte, mentre attraversavo l’Abruzzo, in un paesaggio a tratti somigliante a quello incoronato dai Sibillini («quel lontano mar, quei monti azzurri») così caro all’immaginario del poeta, salmodiai per tutto il tempo i suoi versi; come in un rito aborigeno – cantare sommessamente un luogo, cantare le persone che si attraversano insieme al luogo, cantarle a sé. E la notte ascoltava, tutto ascoltava…
Non è forse la poesia un divinare a momenti tra le energie dell’universo?
«Da fiel mir Leben zu», allora mi accadde la vita, allora mi venne incontro la vita, l’esperienza quasi mistica che si fa quando si entra nella propria terra primigenia (das Erstgeborene Land) raggiunta da Ingeborg Bachmann in una delle poesie cardine della sua Invocazione all’Orsa maggiore, la terra del sé, i viali odorosi vegliati dalla notte recanatese, lente cosmica nella liturgia di Giacomo Leopardi.
Questo fluire di eterne lontananze, cercate, accolte nella letteratura e nell’arte è l’oggetto di tante riflessioni a partire dal mondo antico, nonché un fuoco perpetuo acceso sul sentire umano. La classicista e ricercatrice Alessia Rovina ci suggerisce un testo davvero singolare, quasi sconosciuto perfino agli appassionati del mondo antico, il Tetrabiblos di Tolomeo, da cui muovere verso l’esplorazione dei cieli. Una fuga dalla pesantezza terrena così da tornarne “perturbati e commossi”, ispirati dai cicli astrali. Un contributo scritto con la fine padronanza culturale che contraddistingue la nostra giovane collaboratrice, la quale ci porta per mano fra dottissimi argomenti, suscitando in noi con spontanea levità il bisogno di immergerci nelle belle costellazioni che questi temi disegnano.

(Di Claudia Ciardi)


Scrigno di stelle infinite - Cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna


*Galla Placidia è tra le più affascinanti figure femminili del mondo antico. Figlia di Teodosio I e nipote per parte di madre dell'imperatore Valentiniano I, rapita durante il sacco di Roma del 410 d. C., andò in sposa ad Ataulfo, successore di Alarico, re dei Goti.
L'unione a quanto sembra venne accettata da Galla senza resistenze né perché costretta, sebbene la sua posizione di ostaggio non le lasciasse molti margini di scelta. Le ricostruzioni propendono per un matrimonio d'amore, purtroppo non benedetto dal tempo. Nell'atto di Galla si legge una precisa volontà politica di congiungere le forze degli invasori integrandole all'ordinamento romano per pacificarle. Una statista visionaria che provò a rovesciare le sorti della storia. 


 
«Noi siamo figli delle stelle…»

di Alessia Rovina

Per la rubrica «L'Argonauta» 

 

Mi sono per molto tempo accostata all’astrologia con bonario scetticismo, ascoltando l’oroscopo con un’irrimediabile scissione interiore: da un lato con la finta indulgenza che si accorda a quelle manifestazioni folkloristiche che si ritengono divertenti e un po’ ridicole, ma che è sempre buona creanza ascoltare e lasciare che si manifestino in tutta la loro esuberanza, pur giudicandole interiormente come assurde, dall’altro con l’irrazionale pulsione di abbandonarmi alle volontà delle luci del cielo e dei pianeti, buone e cattive divinità che dai tempi antichi continuano a far riecheggiare i loro desideri tra le infinità del cosmo. D’altro canto, da studentessa devota alle lettere, nelle mie immedesimazioni in eventuali alter ego scientifici la mia invidia era rivolta agli studiosi di astronomia. Poter possedere i mezzi per leggere – e non arrivare necessariamente a possedere – ciò che di più misterioso sovrasta l’essere umano, lo coinvolge, lo attrae, lo terrorizza, è un richiamo davvero ancestrale. Queste esperienze sopra evocate possono essere, forse violentemente, definite nella nostra lingua da due termini che ben conosciamo: astrologia ed astronomia. Nella lingua d’uso, fantasia e scienza. Effettivamente, un po’ di violenza c’è nel nostro discorrere… Ma non è affatto così per i termini da cui il nostro italiano scaturisce. Come sempre accade nelle evoluzioni contemporanee delle nostre lingue, è doveroso riportarci all’etimologia primigenia, così da percepire con chiarezza quale sentire abitasse nelle menti e nei cuori del passato. Astrologia ed astronomia, com’è noto anche oggi, condividono in parte il medesimo oggetto di studio, reso dal primo elemento, astro, dal greco τὸ ἄστρον; proprio in virtù di questa comunanza, anticamente i termini si equivalevano. L’ ἀστρολογεῖν e l’ἀστρονομεῖν erano in origine verbi che designavano concordemente lo studio delle stelle. Questa attività era così connaturata nell’uomo da essere condivisa da ogni cultura e popolo: che dire della grande sapienza astronomica del Vicino Oriente antico, tra cui si annoverano i Sumeri, i Babilonesi, che nelle fonti classiche vengono uniti ad un’altra popolazione semitica, i Caldei, così versati nell’arte astronomica da divenire sinonimo stesso di “studiosi delle stelle”, * (1) scopritori di alcuni importanti fenomeni spaziali. L’estremo Oriente, poi, non guardava dubbioso la volta celeste: gli astronomi di corte dell’imperatore della Cina affrontavano con metodologia scientifica lo studio delle stelle e dei moti dei pianeti, così come le popolazioni dell’America del Sud, come i Maya, appassionati cultori della materia celeste, così evoluti nelle loro indagini da aver edificato templi-osservatorio, i quali riuscirono ad elaborare cronologie ed almanacchi di un’esattezza strabiliante, a scopo politico e religioso, oltre ad essere stati esperti studiosi del pianeta Venere, i cui cicli regolavano la vita della popolazione. Dunque, almeno fino ad un certo punto dell’antichità, lo studio dei fenomeni celesti era, pur nel suo rigore, senza difficoltà connesso a simbologie religiose e magiche, evidentemente a buona ragione: la volta celeste, così lontana ed intrigante, non poteva non racchiudere in sé una serie di significati soprannaturali. Nell’Occidente però, ad un certo punto la situazione inizia a scricchiolare. Lo studio delle stelle e dei pianeti, in quella branca che si concentrava sull’influsso che queste realtà fisiche esercitano sull’uomo e sulla realtà a lui propria, riscoperto a Roma dopo l’assoggettamento dell’Oriente, inizia ad essere oggetto di restrizioni e divieti. Proliferavano, senza filtri di alcun genere, prontuari di quella che oggi definiremmo astrologia volta all’elaborazione di oroscopi e compendi di predizioni astrologiche, compilati spesse volte da autentici ciarlatani, pronti ad approfittare - ieri come oggi - di quel bisogno tutto umano di prevedere. In questa grande confusione, in cui ciascuno poteva farsi sacerdote del futuro, i nervi, pure dei potenti, erano comprensibilmente a fior di pelle: la superstizione rese, in epoca augustea, necessaria una regolamentazione dei pronostici astrologici, che in alcuni casi contemplò persino la pena capitale.
Il grande caos che regnava impose una distinzione anche nel mondo della speculazione/ricerca filosofica. Già nel II secolo d.C. il filosofo scettico Sesto Empirico operò una separazione tra la genetliaca – arte importata dai Caldei che stabiliva una συμπάθεια tra le cose della terra e del cielo, in un legame strettissimo ed ineluttabile in cui ogni avvenimento terrestre era causato da particolari influenze astrali – e la scienza astrologica e matematica che si serviva di particolari calcoli per prevedere – ritorna questa fondamentale necessità umana – le manifestazioni meteorologiche. Ma un importante passo è compiuto da uno studioso divenuto poi giustamente celebre: Claudio Tolomeo. Pioniere, in un momento in cui la materia astrologica era pericolosamente alla mercé di autori acritici ed impostori, di una trattazione originale ed organica in cui la paccottiglia di fantasie  riguardanti l’astrologia viene spogliata del suo alone di prodigiosa infallibilità, esposta nelle Previsioni Astrologiche, conosciute come Tetrabiblos data la suddivisione in quattro libri.
Tolomeo conduce questa voluminosa indagine con la maggiore acribia possibile,* (2) conferendo dignità di studio all’astrologia ed alle previsioni astrologiche proprio perché ricondotte con decisione nell’alveo della scienza astronomica, la μαθηματική, la quale grazie alla sua esattezza e al suo basarsi su calcoli e formule ben definite – oltre che concentrarsi su fenomeni certi, universali e verificabili –  riesce a corroborare l’elaborazione delle diverse previsioni che, ora sì, potranno riguardare i temi natali dei soggetti e delle popolazioni, senza le riserve che giustamente si porrebbero dinnanzi ad un astrologo farlocco! Naturalmente, un grande studioso come Tolomeo non può lasciarsi abbindolare dalla chimera dell’infallibilità della previsione: egli avverte l’interlocutore nel Libro I dell’impossibilità di generare un pronostico inconfutabile a causa di alcune importanti opposizioni. Anzitutto la congerie di variabili e dettagli che si concentra nel momento in cui si compiono previsioni per l’essere umano è tale da scoraggiare ogni netta presa di posizione, sia a causa dell’ambiente, che costantemente esercita la propria influenza, sia a causa di ogni possibile ostacolo che si può frapporre tra il disegno planetario e la sua effettiva attuazione terrestre.* (3) Ad ogni modo, lo studioso rileva comunque la straordinaria utilità scientifica ed umana connessa all’elaborazione di previsioni astrologiche: non bisogna infatti pretendere conoscenze inaccessibili all’uomo, ma bisogna amare e studiare tutto quanto ci è concesso del cielo e delle sue meraviglie, sapendosi accontentare delle risposte che può dare ai travagli umani, pure se talvolta il pronostico può risultare errato – e sicuramente accadrà, come Tolomeo ha razionalmente sentenziato (Tetr., I, 2, 20); inoltre, non è opportuno accanirsi contro la scienza astrologica solo per le menzogne di qualche arrogante impostore, ma anzi, grazie alla guida offerta dall’esattezza dell’astronomia, occorre proseguire nello studio dei pronostici in connessione ai vari aspetti della natura umana, in quanto secondo l’Autore è tanto utile per l’essere umano poter essere sufficientemente preparato a quanto il futuro avrà da offrirgli, sia in quegli aspetti che da Tolomeo vengono ritenuti inevitabili e tendenzialmente spiacevoli – un po’ di ironia viene provata dal lettore contemporaneo nel momento in cui l’autore elenca i differenti modi in cui la morte può sopraggiungere in base al tema natale (Tetr., IV, 9) –  sia in quegli avvenimenti in cui l’uomo ha possibilità di intervenire per modificare il corso della propria vita, esemplando i suoi movimenti e le sue decisioni sul proprio tema natale, in accordo così con le sue più profonde caratteristiche e necessità, stabilite ab origine dai transiti celesti, in una imitazione terrena dell’armonia che risuona nel magnifico Universo.
Il merito di Tolomeo, nel panorama del II secolo d. C., è notevolissimo: aver spogliato l’astrologia delle sovrastrutture religiose, esoteriche e magiche che sin dalla sua nascita l’avevano caratterizzata, affiancandola ad un metodo scientifico e verificabile improntato alla concretezza e ad una sorprendente lucidità, che traspare anche nelle pagine più originali del suo Tetrabiblos.
Cari compagni di viaggio, nell’antichità ogni navigatore degno di rispetto iniziava e proseguiva il proprio viaggio scrutando scrupolosamente la volta celeste, ricavando da essa i termini e le rotte, tracciando con i lumi il proprio cammino. È proprio con questo percorso nelle molteplici relazioni che gli uomini antichi intrattennero con gli astri che anche noi cerchiamo, oggi, di scoprire la nuova rotta che abbiamo dinnanzi.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro, ricercatrice)


Note:


(1) Sono particolarmente affascinanti i frammenti che ci sono pervenuti dei cosiddetti oracoli caldaici, rivelazioni sapienziali attribuite, tra gli altri, al profeta iranico Zoroastro, i cui scopi erano l’iniziazione ai culti solari e alla pratica della teurgia, da cui l’attribuzione generalmente condivisa a Giuliano il Teurgo.

(2) D’altro canto non bisogna dimenticare la grandiosità della sua opera più nota, la Syntaxis mathematica, conosciuta con il nome di Almagesto, calco dal titolo greco dei traduttori arabi medievali, a cui dobbiamo la nostra più grande gratitudine per aver permesso la copiatura e la diffusione su larga scala dell’opera, la quale raccolse entusiasti seguaci proprio tra gli studiosi islamici a partire dal IX secolo, oltre che tra gli Europei, i quali esemplarono le loro conoscenze astronomiche proprio sul cosiddetto modello tolemaico.

(3) A tal riguardo Tolomeo distingue decisamente tra influssi planetari potenti che causano effetti ineluttabili, quali calamità naturali ed epidemie, e disegni celesti più deboli e decisamente individuali, per i quali è possibile un intervento umano in grado di modificare il corso degli eventi.

 

Edizione consultata:

Claudio Tolomeo, Le previsioni astrologiche (Tetrabiblos), a cura di Simonetta Feraboli, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 1995



Jean-François Millet del 1851, Notte stellata

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