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14 luglio 2022

Di foglie, Sibille e arte profetica

 


Giovanni Francesco Barbieri (Guercino), Sibilla Persica, 1647


La Sibilla è una donna affascinante, di status incerto, non immortale ma dotata di poteri straordinari, la cui magnetica avvenenza risiede nell’imponderabile che sprigiona la sua personalità. Donna magica scelta dal dio per avvicinare la sua parola a quella degli esseri umani, donna eletta a presiedere un oracolo, in latino oraculum, ossia il responso uscito dalla bocca della divinità debitamente consultata attraverso i suoi messaggeri, poi anche il luogo dove questo responso viene dato; in greco χρησμός [da χράω “faccio sapere”] per il responso; χρηστήριον o anche μαντεῖον per il luogo.
I metodi della divinazione erano vari, ma per sommi capi si possono così riassumere: fonti sacre che, sgorgando dalle viscere della terra, sono in comunione con il mondo sotterraneo: il loro mormorio, l’effetto su oggetti che vi sono gettati danno il responso; alberi sacri, che “parlano” attraverso il fruscio del fogliame agitato dal vento – celebri a questo proposito le querce del santuario di Dodona nell’Epiro, e ancora la quercia da cui gli antichi lituani traevano responsi per bocca del capo supremo del sacerdozio, situata nel centro di un sacro recinto, e le foglie attraverso le quali si spargeva a Cuma la sentenza della Sibilla (ce lo riferisce anche Dante in una celebre similitudine della Commedia, «così al vento ne le foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla», Paradiso, XXXIII, vv. 65-66); caverne sacre, immaginate in comunicazione con il mondo sotterraneo – i luoghi dove per l’appunto solevano esprimersi le profetesse; i dadi gettati sopra una tavola appositamente segnata; il fuoco, a seconda della direzione della fiamma, del fumo, degli effetti su pelli o altri oggetti posti a bruciare; le anime dei morti, evocate con sacrifici speciali presso la loro tomba; l’incubazione, praticata oltre che nei santuari di Esculapio e nei Serapei, anche in alcune sedi oracolari. Le parole stesse dell’indovina volavano come foglie al vento e spesso non erano comprensibili: infatti c’erano sacerdoti preposti alla traduzione del responso (da qui si capisce l’uso dell’aggettivo “sibillino” che allude a qualcosa di criptico).
In un interessante documentario realizzato nel 2018 che ha il suo centro elettivo e sacro nei Monti Sibillini si ricostruisce la storia fra leggenda, arte e letteratura di queste creature. Un gruppo di speleologi dell’università di Camerino ha organizzato una spedizione sulla sommità del monte Sibilla dove si presume abitasse la cosiddetta Sibilla appenninica, la meno nota nel presunto canone delle indovine, ma proprio in virtù della sua “non ufficialità” la più misteriosa e potente.
La squadra ha inteso procedere a una serie di saggi del sito per verificarne le condizioni, che si sono rivelate alquanto compromesse, tra incuria e crolli. E tuttavia, per un’analisi più approfondita e rivelatrice, è stato programmato uno scavo archeologico nell’auspicio che riaffiorino tracce di una frequentazione antropica ad avvalorare il mito.
Da Ovidio (Metamorfosi, libro XIV, vv. 101-154) apprendiamo la storia della Sibilla Cumana, che profetizzava nell’area vulcanica dei Campi Flegrei; pochi versi in cui la donna racconta della sua ingenuità di fanciulla e di come si trovi imprigionata in un ruolo non consapevolmente scelto. L’intento ovidiano non è celebrare Roma attraverso la figura della Sibilla, come invece fa Virgilio nell’Eneide. Il poeta di Sulmona ci parla di una trasformazione umana, pur prendendo le mosse dal medesimo contesto virgiliano: Enea è appena approdato sulle sabbiose spiagge meridionali del golfo di Gaeta, non lontano da Cuma, e si dirige verso l’antro della Sibilla che ha settecento anni. La donna, essendo proprio la sua femminilità che qui si vuole ritrarre, racconta del momento dell
“investitura” quale messaggera dell’oracolo e, da questo ricordo che sfuma nel tempo del mito, si apprende la storia molto singolare di una giovane che rimane intrappolata in una dimensione di vita sospesa tra umano e divino. Apollo la vide e se ne innamorò, ma lei lo rifiutò e il dio, per convincerla a cedere, le chiese di esprimere un desiderio: qualsiasi cosa avesse voluto lui l’avrebbe concessa. E così la giovane raccolse da terra un pugno di sabbia e domandò di poter vivere tanti anni quanti erano i granelli stretti nella mano, dimenticando di chiedere che fossero anni di giovinezza. Fu così imprigionata in una vita da mortale ma allungata a tal punto da divenire insopportabile. La trasfigurazione di una donna così bella da essere amata da Apollo rappresenta per Ovidio il fulcro della vicenda. Una metamorfosi estremamente terrena quanto dolorosa. Perché il corpo della Sibilla non è fatto di essenza divina e lei stessa lo ribadisce a scanso di equivoci o di sacrileghe attribuzioni: non vuole essere venerata come una dea né onorata con incensi. La mutazione sarà completa allorché la Sibilla diventerà invisibile, ma la sua voce continuerà ad essere udita. Il suo aspetto riflette una malinconica sottomissione. Lo sguardo fisso a terra, con il capo reclinato in attesa che il dio Apollo discenda nel suo corpo, è un’immagine che Ovidio riprende dalla divinazione greca e di cui si serve per dipingere con intensità la sua Sibilla. Per quanto scarso sia il materiale iconografico superstite relativo alla Sibilla nel mondo romano, quello di epoca imperiale giunto fino a noi riprende l’immagine offerta da Ovidio di una giovane nel momento in cui si sottomette alla volontà di Apollo per farsi interprete e depositaria del suo oracolo, strumento comunicante del divino col mondo umano. È questa istantanea di una fanciulla seduta con lo sguardo rivolto a terra e con fare dimesso, nel momento che precede il vaticinio, che sembra imporsi nell’iconografia artistica augustea e post-augustea (si veda il celebre affresco di Ercolano); gli artisti accolgono quindi la versione ovidiana del mito, più umana, rispetto a quella trionfale e fiera celebrata da Virgilio e immortalata nei volti incisi sulla numismatica repubblicana.
Tutte le culture antiche hanno sempre attribuito alla donna una innata capacità profetica. Si pensava che per sua natura fosse protesa verso il mistero. Risiedevano in luoghi remoti fra l’Asia minore e le coste del Mediterraneo. Varrone, nel I secolo a. C., stilò un elenco di dieci, delle quali la più famosa era la Pizia, portavoce di Apollo a Delfi. Nel mondo romano la Sibilla tiburtina operante a Tivoli (l’antica Tibur) riscuoteva particolare successo. Da alcuni documenti sembrerebbe collegata a quella appenninica, addirittura una fonte dice che la divinatrice dell’Aniene si sarebbe trasferita sui monti – resta a vedere se si tratti dei vicini Appennini o se sia un riferimento ai rilievi marchigiani. In questo secondo caso si avallerebbe una loro identificazione.
Nel citato documentario vengono mostrati alcuni ambienti straordinari che raccolgono le testimonianze del sacro dalle culture italiche all’epoca romana e medioevale. Il Museo di Gubbio a Palazzo dei Consoli con le sue tavole eugubine contenenti le norme dei rituali pubblici pre-romani (nel filmato il professor Ancillotti ce ne legge un passo in osco-umbro), e che fra le altre meraviglie vanta una spettacolare sala di cosiddetti
Crocifissi blu e una straordinaria collezione di gocciolatoi romani; uno scrigno tra i più luminosi in Italia. Quindi siamo accompagnati all’interno del Duomo di Piacenza, in quello di Spoleto, nella pinacoteca di Ascoli Piceno; luoghi che nella pubblicistica d’arte vengono quasi “dimenticati”, che godono di scarsissima attenzione mediatica. Eppure, quali abbaglianti tesori hanno in serbo.
Purtroppo nel 2016, con il terremoto di Marche, Umbria e Lazio, un enorme patrimonio artistico diffuso sulle pendici appenniniche del versante adriatico e tirrenico è stato distrutto o severamente danneggiato. Molte delle case crollate avevano al loro interno decorazioni, pitture, rilievi, stucchi legati all’immaginario sibillino. Queste testimonianze non esistono più. L’anno precedente sulle montagne era stata avvistata un’ombra, un profilo femminile che sembrava urlasse – a voler credere alla leggenda, e chi si avventura lassù non può astenersi dal farlo, la Sibilla, Musa presaga potentissima, aveva manifestato tutto il suo dolore. I recuperi hanno fatto tornare in vita 16.000 opere fra cui il Santuario della Madonna dell’Ambro, fulcro della comunità sibillina. All’interno sono raffigurate dodici Sibille (lo stesso numero degli Apostoli) ritratte all’inizio del Seicento da Martino Bonfini. La Cappella della Madonna, dove sono effigiati i volti, miracolosamente non ha subito gli effetti del sisma.
Ed è questa anche una storia letteraria e di imprese editoriali, desiderando portare il discorso su un tema che ci è particolarmente caro nel fertile intreccio fra immagine e parola scritta. Dal Guerrin Meschino, vero e proprio bestseller del medioevo, racconto delle imprese cavalleresche di Guerrino che venne accolto nel regno della Sibilla appenninica – la narrazione contribuì a far conoscere universalmente questa figura mitologica – al libro di viaggio del francese Antoine de La Sale, che più o meno nello stesso periodo delle avventure del suo alter ego letterario, si incamminò alla ricerca della grotta profetica.  E non meno rilevante la personalità di Cecco d’Ascoli, poeta, medico, insegnante, alchimista, astrologo, condannato a Firenze dalla Chiesa nel 1327 per la sua frequentazione di Montemonaco e del lago di Pilato nei Sibillini, a quanto sembra prendendo parte in loco a pratiche di negromanzia.
Sibilla è colei che porta il libro sacro. Non è un soggetto facile per i pittori, non esistendo un modello vero e proprio cui ispirarsi. In quanto legata a un immaginario orientale, indossa solitamente dei copricapi simili a turbanti. L’iconografia più diffusa la ritrae un po’ malinconica, secondo lo spunto ovidiano che si diceva all’inizio, nell’atto di scrivere o di stringere a sé il gran tomo delle profezie. Con l’umanesimo si inaugura una stagione all’insegna di una sintesi tra pensiero pagano e cristiano. Il primo ad aver dato forma visiva a questo connubio è stato Michelangelo nella Cappella Sistina, anche in ciò rivoluzionario. Da lui in poi infatti l’associazione Sibille-Profeti viene largamente imitata, in una reinterpretazione cristiana del personaggio mitico in qualità di messaggera che prefigura la venuta di Cristo.
La carica simbolica di questa storia sembra ancora assai vitale. Quando la si avvicina, la corrente di mistero che ne sgorga ha tuttora il potere di affascinare e attrarre. Per incontrarla, perché lei lasci entrare nel suo regno, bisogna avere nobiltà d
animo. Secondo alcuni interpreti il fatto che la grotta sui Sibillini sia al momento rinserrata, sta a significare che la nostra non è unepoca di cavalieri. Eppure fa riflettere che nell’imperante materialismo in cui siamo immersi, questa presenza così umbratile e sfuggente si imponga, anche solo nel suo arcano riflesso, con assai più forza di tante altre patinate e stridule sirene.

(Di Claudia Ciardi)

 

Documentario:

La Sibilla tra leggenda e realtà, Sydonia Production, 2018

Qui il trailer su youtube

 

La Sibilla Delfica di Michelangelo con la sua splendida veste verde acqua-
verde muschio,1508-1510 circa


22 febbraio 2018

«Montagne 360» - febbraio 2018







“Ciò che accade in montagna non resta confinato alla montagna”. Il numero di febbraio di «Montagne 360» può leggersi tutto all’insegna di questa frase. Nucleo centrale della pubblicazione è infatti il cambiamento climatico scandagliato nelle sue più ampie e differenti declinazioni ambientali, storiche e antropologiche, tutte riconducibili a uno stato d’allarme affatto trascurabile per l’ecosistema del pianeta. Le montagne, luoghi in cui i mutamenti si registrano con maggiore impatto e velocità rispetto alla pianura, sono le sentinelle di un drastico peggioramento degli equilibri climatici. Diversi sono i gruppi di interesse coinvolti nel negazionismo del riscaldamento globale, principale imputato per quanto riguarda l’arretramento dei ghiacciai, la riduzione delle precipitazioni nevose e in conseguenza delle risorse idriche. Tali gruppi negazionisti esprimono rimostranze abbastanza generiche, e perciò dubbie, circa i lauti finanziamenti che girerebbero all’interno delle organizzazioni deputate allo studio di questi fenomeni. Certo, può darsi, progetti insussistenti che ricevono sostegni anche cospicui ve ne sono in ogni disciplina,  pure nelle aree di studio che vantano i migliori propositi. Ma argomentare sempre e solo in tal senso significa che, dall’altra parte, si vogliono difendere modelli di sviluppo destinati a confliggere con la tutela degli ecosistemi e, dunque, orientare diversamente, nella direzione di una maggiore incidenza sulle risorse della terra, i consumi tra la popolazione. Alla fine tutto si riduce a una questione centrale che attiene alla pianificazione politica ed economica delle nostre società. Differenti gruppi di potere spingono nell’una o nell’altra direzione; si tratta di una sfida complessa e le ricadute in termini di conflitti nei territori le abbiamo già viste: per l’Italia si possono citare il caso della Val di Susa o i comitati contro i petrolchimici (Basilicata, Puglia, Sicilia).  
In tutto questo, che i report ufficiali del cambiamento climatico costituiscano ormai delle testimonianze allarmanti sul decadimento dei nostri territori è un dato acquisito. Il Mediterraneo e l’arco alpino si candidano a essere le zone più surriscaldate del pianeta nell’ultimo trentennio, i ghiacciai del Plateau tibetano risultano i più colpiti dall’arretramento mondiale con temperature “bollenti” sopra i quattromila metri, e l’Australia negli ultimi anni è stata colpita da siccità record; notevoli i problemi energetici in quest’area (l’utilizzo sempre più diffuso e intensivo dei condizionatori ha causato di recente black out estesi e prolungati). 
Dalla metà dell’Ottocento, ossia da quando si è cominciato a fare delle montagne un laboratorio scientifico, quindi considerandole anche come preziose e infallibili stazioni climatiche, le risultanze non sono state confortanti. Studiosi come Venance Payot e Federico Sacco, attivi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, rispettivamente sul Monte Bianco e nelle valli valdostane, avevano già registrato un incremento costante delle temperature invernali e la riduzione del fronte dei ghiacciai.
Renata Pelosini dell’Arpa Piemonte illustra in dettaglio lo sfasamento dei ritmi stagionali in montagna, con inverni poco nevosi e precipitazioni tardive, e in generale sbalzi termici con alternanze di picchi caldo-freddo in un ristretto lasso temporale. Sull’emergenza incendi che ha colpito il Piemonte lo scorso ottobre, spiega come vi siano stati strascichi molto pesanti sulla vita in città. Il vento, trasportando in pianura i residui della combustione, ha accresciuto gli effetti negativi del particolato inquinante già diffuso. Nel caso di Torino l’aver puntato il dito contro l’amministrazione, come si è fatto su troppi media – addirittura classificandola con malcelato compiacimento città più inquinata d’Europa, centro in cui improvvisamente si sarebbe manifestata ogni negatività – denota l’imperizia di buona parte dell’informazione nell’analizzare i problemi relativi all’ambiente in cui viviamo. Purtroppo una serie di concause sfavorevoli, cui si sommano è chiaro le nostre vergognose abitudini quotidiane, hanno creato il disastro. Scarsa frequentazione dei mezzi pubblici, autoregolazione pressoché nulla nell’uso del riscaldamento, pochi gli edifici costruiti secondo criteri ecologici e di vero risparmio energetico sono punti da risolvere necessariamente se vogliamo migliorare la qualità dell’ambiente urbano. E nei grandi centri abitati è evidente che l’emergenza assume i toni dell’urgenza. Si torna quindi all’inizio: la montagna ci guarda e non è poi così lontana.
Cade domani la giornata del risparmio energetico, tema cruciale per ridurre in maniera drastica l’inquinamento. Queste riflessioni pertanto integrano e approfondiscano un dibattito che è auspicabile coinvolga un numero sempre più ampio di cittadini consapevoli.
Ancora in questo numero il ricordo di Michele Gortani, senatore, costituente, geologo, originario della Carnia, valido esempio di politico e ambientalista. Suo l’unico importante riferimento nella carta costituzionale alla tutela delle terre alte (secondo coma dell’articolo 44): «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Un monito che è necessario accompagni ogni amministratore nelle futura progettualità a difesa del territorio, specialmente nelle zone più fragili e marginali.  
Continua infine l’aggiornamento escursionistico sui Monti Sibillini, alla scoperta di paesaggi mozzafiato cui il terremoto non è riuscito a rubare incanto e bellezza. Il Club Alpino italiano auspica e incentiva in questi luoghi un turismo lento e solidale, con il proposito di aiutare le economie locali del centro-sud a ripartire.


(Di Claudia Ciardi)  


26 gennaio 2018

«Montagne 360» - gennaio 2018





Su «Montagne 360», rivista del Club Alpino Italiano, molti articoli sono dedicati questo mese alla riscoperta e valorizzazione delle cosiddette terre alte attraverso un turismo lento, consapevole e culturalmente predisposto a vivere la montagna secondo le sue cadenze e i ritmi dettati dalla sua natura.
Ampio spazio è riservato anche alle voci degli imprenditori che dagli anni Venti del Novecento hanno sviluppato le loro attività in simbiosi con la crescita degli sport alpini, a livello professionale e amatoriale. La calzatura da montagna per il trekking e la scalata ha saputo guadagnarsi un posto tra le eccellenze italiane. Si tratta di aziende a conduzione familiare, capaci nel tempo di ritagliarsi una fetta importante nel mercato mondiale.
Questa cultura imprenditoriale alta, fortemente impegnata sul piano sociale per migliorare qualità e produttività del lavoro, nonché orientata alla pratica di politiche ambientali sostenibili, è espressa appieno nelle parole di Paolo Bordin, amministratore delegato di Aku: «Troppo spesso la montagna è vista e usata come parco giochi, trascurata per ciò che davvero è e per ciò che dovrebbe rappresentare, ovvero una sintesi di valori che ci possono aiutare a immaginare il nostro futuro in chiave sostenibile».
Camminare, mettere alla prova volontà, resistenza e, appunto, immaginazione. Una salita è soprattutto questo, e solo in parte una sfida fisica, ma una parte assai minima; un lavoro su se stessi, un ponte gettato sulla propria personalità per stimolarla a uscire allo scoperto, una fatica che si fa sentire nel corpo liberando la mente in misura più che proporzionale. Quanto più si accresce il senso di appagamento, quanto più il pensiero si eleva e rafforza, tanto meno si avverte la stanchezza. 
In ogni centimetro di appoggio sentire la montagna, percepire ogni cambiamento del terreno, protrarre il contatto con ritmica ostinazione finché non si è arrivati alla meta. Senza questo potente insegnamento di natura non potrei scrivere, non avrei avuto le idee migliori, non mi sarei messa in costante discussione, non sarei arrivata dove sono arrivata finora.


(Di Claudia Ciardi)


Dal numero:


Sentieri a Capraia (sotto nella foto)

La riscoperta dei sentieri italiani dialoga strettamente con una rinascita culturale basata su un turismo lento e consapevole, che metta al centro la tutela dell’ambiente.
Dall’articolo di Enrico Pelucchi: «L’attuale sistema coltiva e incentiva, per i propri fini economici, politici, sociali, la cultura di massa, centrata su un consumismo fine a se stesso, col rischio di oscurare o ridurre l’attenzione verso modelli di vita e di pensiero ad alto contenuto culturale e morale; il rapporto tra cultura di massa e d’élite, per evitare fratture e conflitti, ha bisogno di capacità sempre più sofisticate di mediazione che favoriscano la diffusione di idee “alte” e condivise. Si avverte la necessità di riproporre solide basi culturali rispetto a valori di umanità e solidarietà […]. Bisogna infine ridefinire, rielaborare e promuovere i significati più profondi dell’esistenza umana in un contesto di cultura libera, plurale e gratuita». Dunque percorrere i sentieri d’Italia come «testimonianza di una sorprendente rifioritura di pellegrinaggi, ma anche di un turismo mosso dall’attrazione per il paesaggio e l’arte, dalla bellezza lenta del camminare, dalla rivincita del silenzio e dalla dimensione spirituale che la modernità ha soffocato».



L’Alpe Veglia, 1700 metri di quota in Val d’Ossola (Piemonte), nelle Alpi Lepontine, è un esempio di conservazione ambientale cui hanno concorso diversi fattori. Il progetto per lo sfruttamento idroelettrico, sostenuto per quasi un trentennio, ha incontrato molte difficoltà, prima fra tutte lo scetticismo della popolazione locale e delle amministrazioni. Incertezze, lungaggini burocratiche, perizie favorevoli alla tutela delle risorse di questo territorio, hanno permesso di salvarlo dall’ennesima infrastruttura selvaggia che avrebbe avuto pochissime ricadute economiche per i suoi abitanti.
Dall’articolo di Giulio Frangioni: «L’alpe è un complemento dei terreni e della proprietà privata della valle, essa valorizza questi, come è valorizzata da essi. Tutti assieme: terreni di valle, montagne di media altezza, l’alpe, formano un serie di anelli tra loro congiunti che portano tutti il contributo necessario per dar vita e sviluppo all’industria armentizia, quale è attualmente… È evidente  che, se uno di questi anelli viene a rompersi o a mancare, la catena perde dalla sua continuità ed ineluttabilmente si riduce la sua forza produttiva […]. Sulla scia di queste prese di posizione, finalmente nel 1978 la regione Piemonte istituì il parco naturale dell’Alpe Veglia, salvaguardando per sempre la fragilità e la bellezza di questa magnifica conca. Pochi anni dopo fu aggiunta anche la splendida area del Devero dando vita ad un unicum di eccezionale interesse ambientale e naturalistico di tutte le Alpi. Ancor oggi Veglia lo si raggiunge solo d’estate e nel lungo inverno l’alpe riposa protetta da grandi montagne e da severi passi. Restano indelebili le parole di Marcell Kurz, il pioniere dello sci alpinismo: «…si faccia come noi, si parta dal Sempione andando a passeggio sui nevai del Katlwasser contemplando larghi orizzonti, e si scenda al crepuscolo nella cerchia dantesca di Veglia dominata dal suo Leone, allora si resterà come noi vinti ed incantati dalla sublime bellezza del contrasto. Ci sentivamo piccolissimi ed eravamo soli… La serata passata a Veglia nell’intimità e la solitudine resterà sempre uno dei più bei ricordi».».   



 Cartoline di Val dOssola


Quello delle comunità resilienti è un tema importantissimo per capire le dinamiche sociali di coloro che abitano in montagna e, in generale, di borghi e contrade tagliati fuori dalle cosiddette arterie principali, attorno a cui invece si concentra la maggior parte della popolazione, dunque delle attività commerciali e dei servizi così da intercettare anche i grandi flussi turistici. Emerge con sempre più insistenza nel dibattito sulla salvaguardia e la valorizzazione del territorio come siano necessarie politiche mirate al recupero delle aree marginali. Senza un’impostazione di questo tipo, tali zone sono votate alla decadenza e al definitivo abbandono.
Dall’articolo di Simone Papuzzi: «La scarsa cura del territorio indebolisce l’attrattiva turistica. […] Occorre quindi far sviluppare o re-inventare un’agricoltura di montagna essenziale come pre-requisito di partenza per far partire altre attività. Senza le malghe e gli alpeggi si perderebbe una parte della flora e della fauna alpina e, quindi, quel patrimonio di biodiversità fondamentale. Si può garantire anche un’offerta gastronomica regionale e sviluppare un commercio di prodotti locali tipici e genuini».




Monti Sibillini in inverno


Il trekking solidale sui Monti Sibillini è una bella idea per richiamare visitatori nel centro Italia, dopo gli eventi sismici che hanno ferito i suoi preziosi borghi. Un modo per far sentire la vicinanza di tutti alle popolazioni colpite e per dare un po’ di respiro a un’economia locale messa a dura prova.
Dall’articolo di Martina Nasso: «Il popolo dei Sibillini non si è fatto abbattere ed è ripartito dalla sua ricchezza più grande: lo spirito comunitario. C’è una storia alla base della capacità di resilienza di chi abita queste terre alte. Sono gli stessi luoghi in cui fiorirono e si moltiplicarono le comunità agrarie, forme ultrasecolari di proprietà collettiva diffuse soprattutto nel Centro Italia per la gestione dei boschi e dei pascoli. Si tratta di antiche associazioni di abitanti espressione di solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia del territorio. Nelle comunanze fino all’Ottocento si preferiva lavorare per il benessere collettivo, lasciando da parte ogni forma di interesse individualistico. Vigeva allora un modo di vivere semplice, ma solidale. Oggi molto è cambiato e le comunanze ancora in vita sono rimaste sempre più isolate, ancor di più a causa dell’abbandono delle zone montane. Di quel modo di vivere non è rimasto molto, ma ciò che è resistito e che si respira attraversando le antiche comunanze dei Sibillini è la solidarietà interna alle comunità. […] A questa, dopo le scosse dello scorso anno, si è aggiunta anche la solidarietà proveniente da fuori e si sono create reti e relazioni in grado di superare le vette più alte dei Sibillini».



Dall’editoriale di Luca Calzolari, direttore di «Montagne 360»: «Parlo di prospettive, di idee, di progettualità che riguardano territori estesi che non possono essere arginati e stretti nei confini amministrativi. […] Penso, ad esempio, alla valorizzazione dei cammini storici, cui il Cai ha recentemente dedicato il convegno “A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani”. […] Perché, nonostante il fenomeno dei ritornanti e la nascita di nuove cooperative di comunità, le terre alte si stanno spopolando. Ma c’è un dato in controtendenza: anche se diminuiscono gli abitanti, seppur di poco il Pil è in aumento. Un motivo in più per capire che è bene investire su una pianificazione di progetti comuni in un territorio esteso».



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