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26 ottobre 2018

Cecilia Fasciani - Io prometto



Una produzione indipendente che racconta uno spaccato di vita quotidiana interrotta nelle zone del terremoto, dall’Aquila al cosiddetto cratere sismico di Lazio e Marche. 
Quattro donne si fanno voci narranti e interpreti del dramma che ha mutato il corso delle loro esistenze. Perché sopravvivere al terremoto significa prendere atto di quel mutamento, capire che ciò che si farà dopo verrà inevitabilmente condizionato dal bivio che le circostanze ci hanno messo davanti. È un messaggio che accomuna Antonietta Centofanti, la zia di Davide, uno dei ragazzi portati via dal crollo della casa dello studente all’Aquila, su cui è ancora in corso il processo civile, e Valentina Valleriani, altra donna battagliera del capoluogo abruzzese, che da anni lotta insieme all’associazione donne “terre-mutate”. E poi ancora, Patrizia Vita, l’“ortigiana” di Ussita, e Assunta Perilli, tessitrice a Campotosto. Donne le cui attività erano, per scelta, profondamente radicate nel territorio e nella storia delle loro comunità. Patrizia, che dava ospitalità a decine di visitatori, appassionati di sentieristica in montagna, ispirati da un viaggiare lento e a misura d’uomo, e un orto davanti alle finestre della sua casa coltivato con la tenace devozione di chi sa che solo nella terra si rivelano le nostre radici. Assunta invece aveva riscoperto all’inizio del duemila il telaio di sua nonna, già morta, e da allora, cercando le anziane del paese, aveva provato a riavvicinarsi a quell’arte, dimenticata dalle nuove generazioni ma ancora presente, non fosse altro che per la sopravvivenza degli antichi strumenti. Ne era nato un laboratorio a Campotosto da cui il sisma l’ha costretta ad allontanarsi. Di recente ha ripreso a lavorare in una bottega provvisoria, una casetta in legno dove ha potuto risistemarsi, perché, spiega, la sua è un’attività artigianale che ha senso solo in quel contesto.
Donne da cui passa la resistenza in luoghi che rischiano l’isolamento e un oblio feroce. Che si tratti di borgate, frazioni o città, non fa differenza. Il pericolo non è proporzionale alle dimensioni di uno spazio ma alla resa di una collettività; L’Aquila, in questo senso, ha vissuto e vive una situazione delicata. Antonietta Centofanti dice che l’unica cosa che impedisce di soccombere è proprio il lottare. Almeno non si è accerchiati dal dolore, ci si arrabbia ma si resta vivi. E lei sulle barricate c’è da tanto, è sempre lì a spronare e sferzare la sua comunità, quando vede che si sfalda, che gira le spalle  anche in un’estrema forma di autodifesa  davanti a lutti e vicende che dovrebbero essere condivise. Per ricostruire, infatti, bisogna aver preso coscienza di tutto ciò che è stato, di quello che ha abbattuto e ucciso, oltre e al di là del terremoto. La regista Cecilia Fasciani, squarcia quindi il racconto, riandando all’indietro, ai concitati momenti in cui gli aquilani reclamarono le proprie case, il ritorno simbolico a quel centro storico da troppi mesi isolato, sottratto, abbandonato. Una cittadinanza determinata a fondare ritualmente la città che sarebbe venuta e che perciò cercava un contatto, perfino una consonanza con le macerie lasciate nelle strade. Con quelle macerie bisognava ritrovare un dialogo e da lì recuperare, almeno iniziare un processo di recupero, della propria identità, altrettanto costretta a frantumarsi.  
Così Antonietta ci accompagna per le vie della città-cantiere, anche le sue sono soste quasi rituali, ad ogni angolo, piazza o slargo sorveglia lo spazio, mette un’idea del prima e dell’ora in quegli scorci squassati e non manca di sottolineare quanta bellezza venga da lì, quanta nonostante tutto. Sembra volerci dire: ma non immaginate cos’è stato qui, la forza e la grazia che c’erano ovunque, se la città irradia ancora così tanta intensità? È quel che ho pensato anch’io, sfiorando coi miei passi queste architetture, violate, prostrate ma a loro modo resilienti. È quello, lo capisco ora, che negli anni mi ha fatto pensare parecchie volte ad Antonietta, alle sue battaglie. Anche quando la sua voce si è sentita di meno, ma c’era, c’è sempre stata. Allora, guai voltarsi adesso. Il ritorno alla normalità suona come una formula vuota, che non fa presa su chi si trova spodestato, sradicato dentro e fuori. Ci sarà un’altra normalità, auspicabile, che per un po’ correrà parallela a quella interrotta e poi farà la sua strada. Ma in tutto questo la memoria avrà bisogno di essere salvata e custodita, rifondata, a sua volta, sugli accertamenti delle responsabilità, sulla serenità derivante dal fatto che molte cose hanno infine ritrovato una sistemazione, un senso, una strada per poter essere definite e comprese. “Io prometto” è un’espressione difficile. Ce lo dice Valentina Valleriani, sul filo dei ricordi, dell’essere stata negli anni ostinata, per sé, per la comunità. Siamo persone, immerse nei nostri condizionamenti, nei nostri limiti, eppure qualcosa si può fare, anche solo dall’acquisire questi limiti, provare a guardarli e capirli. Già questa è una promessa a se stessi, in grado di motivare ognuno nella propria quotidianità. Una lezione, quella dell’impegno civile, cui le aree terremotate richiamano con durezza, sia quando è stata disattesa sia quando ha dato la miglior prova di sé, attraverso le reti solidali spontanee e nazionali. Se i morti non hanno un senso, e fermo restando che una vita non si risarcisce, almeno provare a far sbocciare il meglio da queste macerie, almeno avere questa determinazione, è cosa dovuta a chi non c’è più.


(Di Claudia Ciardi)




Argomenti correlati:



      «Leggendaria» 

numero 87, Donne che 
hanno fatto l’Italia, maggio 2011, nel ricordo di Bia Sarasini, recentemente scomparsa. Bia si era dedicata fin da subito a divulgare e sostenere il movimento delle "Terre-Mutate", un’associazione spontanea di donne colpite dal sisma in cerca di nuove forme di aggregazione sociale, per superare insieme l’emergenza. L’ho incontrata nel 2013, durante le giornate romane che la Sil dedicò alla poesia della Bachmann. La ringrazio per le parole che mi riservò: “se stai con noi, io sono contenta”. Non si riferiva solo alla Sil, ma a qualcosa di più grande, a un impegno ancora più vasto e capillare nella mia vita, che seppe racchiudere in quelle poche parole. Ora ne capisco pienamente il senso.




«Leggendaria» numero 95, Donne in città, settembre 2012. Le Terre-Mutate dell’Aquila incontrano le donne di Mirandola dopo il sisma in Emilia.





















Su «Montagne 360», marzo 2018, la mostra Sequenza sismica, per ripercorrere nelle immagini il dolore e la memoria dei luoghi colpiti dal sisma del centro Italia nel 2012 e nel 2016.



22 marzo 2018

«Montagne 360» - marzo 2018





Da leggere e rileggere «Montagne 360» di questo mese, numero ad alta densità di argomenti, a cominciare dalla storia dell’alpinismo d’impronta femminile. Storie di pioniere troppo spesso dimenticate o confinate in narrazioni marginali, laddove invece le donne hanno saputo imporsi fin dall’Ottocento come figure di rilievo, carismatiche quanto ostinate. La forza messa in campo da queste personalità esemplari si conta non solo per le imprese di altissimo livello compiute dagli albori della disciplina ma ancor più nel senso della costanza adoperata per il superamento dei pregiudizi.
Se da una parte il mondo dell’associazionismo ha aperto piuttosto presto alle donne, con qualche diffidenza ma anche stimolando – da annoverare in tal senso la Società degli Alpinisti Tridentini che già dal 1872, anno della sua costituzione, contemplava la presenza di soci donne, e il Cai, che iniziò ad ammetterle dal 1886 – fa scalpore la fatica con cui la platea dei maschi alpinisti le abbia accettate, quando non esplicitamente osteggiate. Riflesso delle chiusure presenti nella società civile che ha concesso il diritto di voto alle donne, parliamo dell’Italia, non prima del 1946: tardi è dir poco, se guardiamo a quel lontano 1861, anno dell’unità nazionale.
Leggere che la grande Alessandra Boarelli stava per soffiare la cima del Monviso a Quintino Sella, è esaltante. Siamo al cospetto di una donna che a metà Ottocento decide di scalare una montagna nel tentativo di scrivere una pagina di storia. E che storia, se poco dopo l’unità d’Italia quella vetta, simbolo del paese, se la fosse presa davvero. Tenendo conto, peraltro, che la stessa regina Margherita non si faceva nessuno scrupolo a esternare la sua passione per la montagna, portando a termine percorsi tutt’altro che scontati: per citare l’impresa più nota, nell’estate del 1893 salì a inaugurare il rifugio sul Monte Rosa.
A leggere le motivazioni – ma meglio sarebbe dire i pretesti – addotti dalla controparte maschile per tenere lontane le donne da ghiacci e canaloni verrebbe perfino da ridere: fragilità fisiologica e psichica. Insomma il solito giudizio ricorrente, mica solo nell’alpinismo. Se poi si pensa che questo ritornello è stato in molti casi l’alibi secolare di segregazione, violenza domestica, atteggiamenti autoritari e vessatori, tutto si può dire tranne che le donne non abbiano avuto personalità, se non altro per non soccombere a tali situazioni. 
Dunque, in queste belle pagine, tante storie avvincenti e poco note. Dal ricordo affettuoso di Bianca Di Beaco, alpinista e speleologa triestina recentemente scomparsa, una delle prime italiane ad affrontare negli anni Cinquanta difficoltà di VI grado da capocordata; alla testimonianza di Negin Fathinejad, iraniana da tempo residente in Italia, iscritta all’università di Cassino e appassionata di trekking, che ci parla delle montagne del suo paese e dei modi in cui le donne, nel rispetto di alcuni adempimenti governativi, riescano a praticarvi con un certo successo attività escursionistiche.
Luca Calzolari ci richiama quindi all’importanza del turismo sostenibile per dare un futuro certo, anche in senso economico, alle terre alte. Senza progetti che sappiano intercettare e calibrare i flussi in base alla reale capacità ricettiva dei territori, nel tempo si avranno ricadute negative sull’ambiente montano e le attività locali. In un periodo di inflazione narrativa della montagna, che rischia di essere divulgata (e venduta) alla stregua di altre mode passeggere, è importante saperla raccontare nel rispetto delle sue caratteristiche, sensibilizzando il visitatore ad una frequentazione corretta e consapevole.
Vengono di nuovo proposti i suggestivi itinerari nell’Appennino centro meridionale, stavolta entro la comunità montana del Velino, sede del Polo agroalimentare del Parco Nazionale del Gran Sasso, e i Monti della Laga nell’amatriciano. Uno sguardo che parla anche di una lenta riappropriazione dello spazio che necessita di ampia discussione e condivisione tra residenti e costruttori. L’architetto Stefano Boeri, autore del bosco verticale sui grattacieli di Milano, ha disegnato diverse strutture per le nuove attività commerciali, tutte in elementi modulari di legno, ed è in fase di allestimento la Casa della Montagna ad Amatrice, polo per dibattiti ed eventi, finanziata dal Cai.
Ulteriore scandaglio di questi territori e delle difficoltà attraversate in seguito al terremoto, la mostra fotografica “Sequenza sismica”, che ha dato luogo lo scorso gennaio a una giornata di studi con l’incontro tra le comunità colpite, gli artisti e i soccorritori. 
Infine, il lavoro di Alessio Franconi, altra articolata ricerca per scatti in bianco e nero sul fronte alpino orientale della Grande Guerra, anche questo all’insegna di storia e memoria. La monografia pubblicata da Hoepli, “Si combatteva qui!”, prendendo le mosse dall’opera di Franconi, ci accompagna dalle Alpi ai Carpazi sulle tracce delle vicende che fra il 1914 e il 1918 travolsero i soldati asburgici e italiani.

(Di Claudia Ciardi)



* Dagli scatti di Alessio Franconi (riproduzione di un dettaglio) - resti di trincee a Bovec (in italiano Plezzo, in tedesco Flitsch), Slovenia

26 gennaio 2018

«Montagne 360» - gennaio 2018





Su «Montagne 360», rivista del Club Alpino Italiano, molti articoli sono dedicati questo mese alla riscoperta e valorizzazione delle cosiddette terre alte attraverso un turismo lento, consapevole e culturalmente predisposto a vivere la montagna secondo le sue cadenze e i ritmi dettati dalla sua natura.
Ampio spazio è riservato anche alle voci degli imprenditori che dagli anni Venti del Novecento hanno sviluppato le loro attività in simbiosi con la crescita degli sport alpini, a livello professionale e amatoriale. La calzatura da montagna per il trekking e la scalata ha saputo guadagnarsi un posto tra le eccellenze italiane. Si tratta di aziende a conduzione familiare, capaci nel tempo di ritagliarsi una fetta importante nel mercato mondiale.
Questa cultura imprenditoriale alta, fortemente impegnata sul piano sociale per migliorare qualità e produttività del lavoro, nonché orientata alla pratica di politiche ambientali sostenibili, è espressa appieno nelle parole di Paolo Bordin, amministratore delegato di Aku: «Troppo spesso la montagna è vista e usata come parco giochi, trascurata per ciò che davvero è e per ciò che dovrebbe rappresentare, ovvero una sintesi di valori che ci possono aiutare a immaginare il nostro futuro in chiave sostenibile».
Camminare, mettere alla prova volontà, resistenza e, appunto, immaginazione. Una salita è soprattutto questo, e solo in parte una sfida fisica, ma una parte assai minima; un lavoro su se stessi, un ponte gettato sulla propria personalità per stimolarla a uscire allo scoperto, una fatica che si fa sentire nel corpo liberando la mente in misura più che proporzionale. Quanto più si accresce il senso di appagamento, quanto più il pensiero si eleva e rafforza, tanto meno si avverte la stanchezza. 
In ogni centimetro di appoggio sentire la montagna, percepire ogni cambiamento del terreno, protrarre il contatto con ritmica ostinazione finché non si è arrivati alla meta. Senza questo potente insegnamento di natura non potrei scrivere, non avrei avuto le idee migliori, non mi sarei messa in costante discussione, non sarei arrivata dove sono arrivata finora.


(Di Claudia Ciardi)


Dal numero:


Sentieri a Capraia (sotto nella foto)

La riscoperta dei sentieri italiani dialoga strettamente con una rinascita culturale basata su un turismo lento e consapevole, che metta al centro la tutela dell’ambiente.
Dall’articolo di Enrico Pelucchi: «L’attuale sistema coltiva e incentiva, per i propri fini economici, politici, sociali, la cultura di massa, centrata su un consumismo fine a se stesso, col rischio di oscurare o ridurre l’attenzione verso modelli di vita e di pensiero ad alto contenuto culturale e morale; il rapporto tra cultura di massa e d’élite, per evitare fratture e conflitti, ha bisogno di capacità sempre più sofisticate di mediazione che favoriscano la diffusione di idee “alte” e condivise. Si avverte la necessità di riproporre solide basi culturali rispetto a valori di umanità e solidarietà […]. Bisogna infine ridefinire, rielaborare e promuovere i significati più profondi dell’esistenza umana in un contesto di cultura libera, plurale e gratuita». Dunque percorrere i sentieri d’Italia come «testimonianza di una sorprendente rifioritura di pellegrinaggi, ma anche di un turismo mosso dall’attrazione per il paesaggio e l’arte, dalla bellezza lenta del camminare, dalla rivincita del silenzio e dalla dimensione spirituale che la modernità ha soffocato».



L’Alpe Veglia, 1700 metri di quota in Val d’Ossola (Piemonte), nelle Alpi Lepontine, è un esempio di conservazione ambientale cui hanno concorso diversi fattori. Il progetto per lo sfruttamento idroelettrico, sostenuto per quasi un trentennio, ha incontrato molte difficoltà, prima fra tutte lo scetticismo della popolazione locale e delle amministrazioni. Incertezze, lungaggini burocratiche, perizie favorevoli alla tutela delle risorse di questo territorio, hanno permesso di salvarlo dall’ennesima infrastruttura selvaggia che avrebbe avuto pochissime ricadute economiche per i suoi abitanti.
Dall’articolo di Giulio Frangioni: «L’alpe è un complemento dei terreni e della proprietà privata della valle, essa valorizza questi, come è valorizzata da essi. Tutti assieme: terreni di valle, montagne di media altezza, l’alpe, formano un serie di anelli tra loro congiunti che portano tutti il contributo necessario per dar vita e sviluppo all’industria armentizia, quale è attualmente… È evidente  che, se uno di questi anelli viene a rompersi o a mancare, la catena perde dalla sua continuità ed ineluttabilmente si riduce la sua forza produttiva […]. Sulla scia di queste prese di posizione, finalmente nel 1978 la regione Piemonte istituì il parco naturale dell’Alpe Veglia, salvaguardando per sempre la fragilità e la bellezza di questa magnifica conca. Pochi anni dopo fu aggiunta anche la splendida area del Devero dando vita ad un unicum di eccezionale interesse ambientale e naturalistico di tutte le Alpi. Ancor oggi Veglia lo si raggiunge solo d’estate e nel lungo inverno l’alpe riposa protetta da grandi montagne e da severi passi. Restano indelebili le parole di Marcell Kurz, il pioniere dello sci alpinismo: «…si faccia come noi, si parta dal Sempione andando a passeggio sui nevai del Katlwasser contemplando larghi orizzonti, e si scenda al crepuscolo nella cerchia dantesca di Veglia dominata dal suo Leone, allora si resterà come noi vinti ed incantati dalla sublime bellezza del contrasto. Ci sentivamo piccolissimi ed eravamo soli… La serata passata a Veglia nell’intimità e la solitudine resterà sempre uno dei più bei ricordi».».   



 Cartoline di Val dOssola


Quello delle comunità resilienti è un tema importantissimo per capire le dinamiche sociali di coloro che abitano in montagna e, in generale, di borghi e contrade tagliati fuori dalle cosiddette arterie principali, attorno a cui invece si concentra la maggior parte della popolazione, dunque delle attività commerciali e dei servizi così da intercettare anche i grandi flussi turistici. Emerge con sempre più insistenza nel dibattito sulla salvaguardia e la valorizzazione del territorio come siano necessarie politiche mirate al recupero delle aree marginali. Senza un’impostazione di questo tipo, tali zone sono votate alla decadenza e al definitivo abbandono.
Dall’articolo di Simone Papuzzi: «La scarsa cura del territorio indebolisce l’attrattiva turistica. […] Occorre quindi far sviluppare o re-inventare un’agricoltura di montagna essenziale come pre-requisito di partenza per far partire altre attività. Senza le malghe e gli alpeggi si perderebbe una parte della flora e della fauna alpina e, quindi, quel patrimonio di biodiversità fondamentale. Si può garantire anche un’offerta gastronomica regionale e sviluppare un commercio di prodotti locali tipici e genuini».




Monti Sibillini in inverno


Il trekking solidale sui Monti Sibillini è una bella idea per richiamare visitatori nel centro Italia, dopo gli eventi sismici che hanno ferito i suoi preziosi borghi. Un modo per far sentire la vicinanza di tutti alle popolazioni colpite e per dare un po’ di respiro a un’economia locale messa a dura prova.
Dall’articolo di Martina Nasso: «Il popolo dei Sibillini non si è fatto abbattere ed è ripartito dalla sua ricchezza più grande: lo spirito comunitario. C’è una storia alla base della capacità di resilienza di chi abita queste terre alte. Sono gli stessi luoghi in cui fiorirono e si moltiplicarono le comunità agrarie, forme ultrasecolari di proprietà collettiva diffuse soprattutto nel Centro Italia per la gestione dei boschi e dei pascoli. Si tratta di antiche associazioni di abitanti espressione di solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia del territorio. Nelle comunanze fino all’Ottocento si preferiva lavorare per il benessere collettivo, lasciando da parte ogni forma di interesse individualistico. Vigeva allora un modo di vivere semplice, ma solidale. Oggi molto è cambiato e le comunanze ancora in vita sono rimaste sempre più isolate, ancor di più a causa dell’abbandono delle zone montane. Di quel modo di vivere non è rimasto molto, ma ciò che è resistito e che si respira attraversando le antiche comunanze dei Sibillini è la solidarietà interna alle comunità. […] A questa, dopo le scosse dello scorso anno, si è aggiunta anche la solidarietà proveniente da fuori e si sono create reti e relazioni in grado di superare le vette più alte dei Sibillini».



Dall’editoriale di Luca Calzolari, direttore di «Montagne 360»: «Parlo di prospettive, di idee, di progettualità che riguardano territori estesi che non possono essere arginati e stretti nei confini amministrativi. […] Penso, ad esempio, alla valorizzazione dei cammini storici, cui il Cai ha recentemente dedicato il convegno “A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani”. […] Perché, nonostante il fenomeno dei ritornanti e la nascita di nuove cooperative di comunità, le terre alte si stanno spopolando. Ma c’è un dato in controtendenza: anche se diminuiscono gli abitanti, seppur di poco il Pil è in aumento. Un motivo in più per capire che è bene investire su una pianificazione di progetti comuni in un territorio esteso».



17 settembre 2017

I fratelli Bisson e la prima fotografia di montagna



L’avventura dei fratelli Bisson si colloca agli inizi della diffusione del mezzo fotografico, in particolare la dagherrotipia, che a metà Ottocento conobbe ulteriori sviluppi, mettendo a punto con rapidità sempre maggiore procedimenti e tecniche innovative. Gli stessi Bisson, operativi attorno agli anni ’40 – l’apertura del loro primo studio parigino in zona Madelaine risale circa al 1842 – possono considerarsi degli sperimentatori, tanto che negli anni della loro attività giunsero a depositare fino a sedici brevetti tra modalità di scatto, riproduzione e stampa. La loro opera è stata recentemente oggetto di una grande mostra al Museo della Montagna di Torino (2015) dedicata ai cosiddetti fotografi primitivi delle Alpi; uomini che accompagnarono gli scalatori-pionieri portandosi appresso attrezzature pesantissime – nell’ordine delle decine di chili – per catturare quei paesaggi inviolati e fino ad allora inosservati.
Si tratta di Édouard Baldus, Samuel Bourne, Francis Frith, Victor Muzet, Giacomo Brogi, oltre ai citati Bisson, che tra il 1850 e il ’70 si armarono dei nuovi strumenti per raccontare la montagna, anche nel tentativo di affinare gli stessi mezzi di cui disponevano. E in effetti la fotografia d’alta quota costituisce uno dei filoni più affascinanti nella storia di quest’arte proprio per tale doppia vocazione; la ricerca scientifica si sovrappone ad altra di carattere antropologico, divenendo cioè il luogo elettivo per una riflessione dell’uomo sulla natura.
Se la pittura di paesaggio era stata fino ad allora l’unico spazio in cui fosse possibile rappresentare lo sguardo umano sull’ambiente e i mutamenti ad esso imposti con il secolare avanzamento del processo di urbanizzazione, la fotografia ai suoi albori, e dunque in perfetta continuità, assume la resa paesaggistica a principale soggetto narrativo. Vi è alla base anche una ragione più strettamente tecnica: l’immobilità di immagini di natura, monumenti e architetture era assai più funzionale ai lunghissimi tempi di esposizione necessari alle prime foto. Tuttavia dal 1826-’27, quando cioè si presume sia stata creata la prima “eliografia” su lastra di peltro per mano di Joseph Niépce, notabile e geniale inventore di origini borgognone, va detto che il ritratto d’un luogo permane come nucleo centrale del racconto fotografico, anche dopo il ridursi dei tempi d’esposizione e la nascita di tecniche più agevoli. A maggior chiarezza per questo inscindibile legame ecco cosa si legge nell’Encyclopedie di Diderot e d’Alambert, alla voce Paysage: «Il paesaggio è un genere di pittura che rappresenta le campagne e gli oggetti che vi si incontrano. Il paesaggio è nella pittura uno dei soggetti più ricchi, più piacevoli e più fecondi». La fotografia, quindi, nella sua declinazione paesaggista segue sul piano concettuale le tracce del pittore devoto a questo medesimo tema: pensiamo al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich e all’immagine di August Sander che si fa ritrarre di spalle mentre osserva il panorama dalla sommità delle Siebengebirge. Si tratta di una sovrapposizione reale. Entrambi, a distanza di un secolo, poco più, proseguono con mezzi diversi la stessa riflessione circa l’essere parte del paesaggio che intendono raccontare, consapevoli al contempo della necessità di astrarsene per approdare alla sua rappresentazione.
Il caso dei due Bisson, Louis-Auguste (1814-1876) studioso di architettura, e il fratello minore Auguste-Rosalie (1826-1900), controllore dei pesi e delle misure a Rambouillet, è in questo senso emblematico. Figli di un pittore, intuirono che il dagherrotipo avrebbe offerto molte possibilità di lavoro e committenze prestigiose. E nella loro variegata carriera fu esattamente così. Cultori della fotografia artistica in grande formato, vi restarono legati per un ventennio fino alla decadenza della loro attività, proprio perché rifiutarono di adattarsi alle nuove immagini a stampa più piccole e leggere, e perciò assai meno dispendiose quanto alla riproduzione. 
Il loro nome è legato a diverse imprese che hanno letteralmente fatto la storia della fotografia, compreso un importantissimo capitolo sul ritratto di montagna. Animati dai più vasti interessi culturali, membri della Société des Aquafortistes e della Societé française de Psychanalise da loro fondata insieme a E. Lacan, si cimentarono sia con i dagherrotipi che con i collodi umidi, secchi e l’albuminato, lavorando su tavole che superavano la grandezza di un metro; si avvalsero inoltre per la prima volta dell’uso di filtri, un metodo di doratura e argentatura delle lastre tramite l’elettrolisi, oltre a coltivare tra i primi la fotografia aerea e quella su carta trasparente. Ciò dà la misura dell’eclettismo del loro lavoro che si riflette in altrettanti settori, dalla politica – i loro ritratti dei parlamentari fecero scuola così come le prese dell’assedio di Parigi nel 1871 – alla geologia, dalle carte scientifiche in rilievo ai ritratti monumentali, dagli scatti del terremoto nel Valais alle spedizioni alpine.
Già famosi in diversi contesti internazionali che avevano coltivato fin dai loro esordi – Parigi, Berlino, Londra – Napoleone III li volle al suo seguito in occasione della visita ufficiale nella regione della Savoia (1860). I Bisson realizzarono così all’epoca alcune delle più spettacolari vedute mai dedicate ai valichi alpini. Nel 1866, tre anni dopo la liquidazione della loro ditta a causa dei costi eccessivi che il genere della loro fotografia richiedeva, Auguste, divenuto un collaboratore indipendente per altri studi, replicò la scalata sul monte Bianco per l’impresa fotografica Léon & Lévy. Le due serie di ritratti alpini costituiscono un unicum nella storia avventurosa del nuovo mezzo, misto di pionierismo e poesia, che ha saputo iscriversi tra i principali modelli degli autori novecenteschi dediti al ritratto di vette e ghiacciai.


(Di Claudia Ciardi)



Ascensione al Monte Bianco



Il Monte Bianco



Le Alpi (IV)



Abeti e Monte Bianco



Il Mare di Ghiaccio da Chamonix



Il Mare di Ghiaccio e Chatau de Chillon



Un ghiacciaio



Rifugio dei Grands Mulets


Segnalazioni:




Dal 29 settembre all’1 ottobre presso la Borgata Paraloup, con il coordinamento della Fondazione Nuto Revelli, mostre darte ed architettura per parlare di paesaggio alpino, tutela ambientale, ripopolamento e progetti di valorizzazione ecosostenibili. Sarà possibile visitare unesposizione composta da dodici tavole tratte dai miei Taccuini giapponesi. Allevento si accompagnerà una breve introduzione sulla mia esperienza in giro per montagne e borghi isolani, cui seguirà la lettura di alcune parti del mio ultimo poema Un nodo infinito.
Appuntamento al rifugio per questa festa di solidarietà e cultura.






31 agosto 2016

Marc Augé - Nonluoghi



Egon Schiele - Una casa


«Non si possono più riconoscere
i monumenti dell’epoca trascorsa,
immensi spalti ha consunto il tempo vorace.
Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,
giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.
Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:
ecco che possono anche le città morire».

Rutilio Namaziano, De reditu suo



Credo che il passo del poema tardolatino composto da Namaziano si presti molto bene a introdurre questo breve discorso sull’antropologia di Marc Augé, di cui ho sempre letto con interesse la produzione saggistica. Francese di Poitiers, nato nel 1935, instancabile viaggiatore come si addice a chi pratichi il mestiere di osservare uomini appartenenti a diverse latitudini e culture, è autore di numerosi studi che non solo hanno contribuito ad aprire nuovi itinerari nella sua disciplina, ma si sono imposti a livello assai più ampio, cosa ben attestata dalla diffusione di alcuni suoi neologismi, uno su tutti quello di “nonluogo”. Ricordo di essere tornata alla lettura di Augé un paio di anni fa, nel corso di una sosta affatto breve alla stazione di Milano. In quelle ore sentii l’esigenza di tuffarmi tra i suoi libri e feci incetta delle ultime edizioni riviste e introdotte ex novo dall’antropologo. Trovai anche abbastanza singolare d’essermi imbattuta, sempre in quella strana giornata di rimeditazione degli argomenti di Augé, in un corteo di attivisti in partenza per Ginevra che inscenarono una prolungata invasione delle zone di attesa per difendere il diritto al libero attraversamento delle frontiere europee da parte dei cittadini extracomunitari. Tema spinoso che si sarebbe materializzato di lì a un anno con la grande spinta migratoria, determinando i bivacchi d’emergenza proprio in stazione centrale a Milano, immagine stridente con l’inaugurazione di Expo, e le famose marce dei disperati sulla via dei Balcani. Della concitazione di quelle settimane si rammenta troppo poco, se non l’imbarazzo stizzito degli euro leader e il cosiddetto coraggio della Cancelliera che da una parte voleva accogliere e dall’altra premeva, senza parere, affinché la rotta balcanica venisse sigillata al più presto. E qui si potrebbe malignare ulteriormente: in tal modo il peso sarebbe tornato a scaricarsi in direzione univoca sull’Italia, cosa accaduta con la puntualità di una pendola prussiana.
Rileggere allora le pagine dedicate da Augé al concetto di frontiera è stato un esercizio di grande utilità per mettere meglio a fuoco le dinamiche in atto ma anche le non poche dissennatezze politiche espresse da tutte le parti in gioco; mentre il parlamento europeo sbandierava il rispetto dei diritti umani, a est ferveva il lavoro attorno ai muri anti migranti. E dunque ecco spuntare la domanda di sempre: quale Europa?
Nel definire la contemporaneità una messa in discussione dalle fondamenta delle idee consolidate di spazio e tempo, lo studioso francese ci parla di un inevitabile scorrimento delle frontiere, moto parallelo al manifestarsi delle direttrici globali. Non sono solo i confini fisicamente tracciati e riconosciuti in un territorio a essere ripensati ma anche le nostre stesse barriere interne orientate a negoziare un’identità condivisa, a costituire gruppi e nuclei comunitari dai tratti distintivi che siano al contempo punti d’incontro per l’altro. In un livellamento anonimo, consumato a ritmi vertiginosi, pure il rito di conoscenza e accettazione dell’alterità, processo fondamentale nella definizione del sé, sembra condannato a svuotarsi. Orizzonti, consuetudini, bisogni omologati prosciugano i particolarismi, rendono quasi superflua ogni ipotesi di differenziazione. In tal senso la scomparsa della frontiera potrebbe venire accolta come il realizzarsi di un’utopia umanistica per così dire liberatoria e coerente con le tendenze attuali. Mentre Augé appunto ci mette in guardia dalle false semplificazioni. La globalità, come lui la chiama, è omologante in superficie ma contiene i medesimi nuclei narrativi su cui l’antropologia indaga dall’inizio del suo operare. L’accelerazione di tempo e spazio, lo schiacciamento delle coordinate da cui l’essere umano era solito attribuire senso alle proprie azioni, sono esiti che non rimuovono le problematiche di fondo del vivere ossia le strategie che alimentano il suo organizzarsi. Ciò che cambia è il riflesso, la ricaduta in termini soprattutto di percezione che i nuovi parametri della contemporaneità impongono a chi vi si trova immerso nei doppi panni di attore-spettatore.
Responsabile di un simile abbaglio, secondo Augé, sarebbe la sovrabbondanza di elementi intesa come eccesso di informazioni che impediscono di acquisire sia un punto di vista su quel che accade sia un metodo efficace di catalogazione. La storia, di pari passo all’identità dei luoghi, a festività e ricorrenze nelle quali sono piantate le radici di ognuno, alla condivisione sociale delle esperienze, meccanismo basilare del cementarsi di una comunità, sembra perdere di significato. E questo perché l’orizzonte contemporaneo, cosmo policentrico e sfuggente, non è in grado di offrire un principio di intelligibilità, almeno stando ai codici che hanno sostenuto l’avventura della conoscenza in epoca moderna. L’uomo del nuovo millennio va incontro alla storia animato da un movimento riflesso. Scendendo in metropolitana, davanti ai suoi occhi scorrono nomi di quartieri che rimandano a monumenti, battaglie, personaggi, sedimenti urbani del passato, eppure non è il coefficiente temporale a imporsi all’attenzione di chi affronta quel percorso ma una spazialità di natura meccanicistica, ripetitiva – per molti si tratta dell’itinerario che tutti i giorni conduce al lavoro o verso impegni familiari, ed è quindi lo spazio a dare un volto alla storia e non viceversa.
Così negli svincoli autostradali che ci conducono all’aeroporto o che affiancano il nostro viaggio, incidentalmente ci vengono incontro i cartelli che invitano a fare una deviazione per visitare un complesso architettonico o i resti di una villa romana. Il nonluogo, un raccordo a scorrimento veloce che serve solo a trasportarci da un posto allaltro, costeggia i luoghi della storia, i luoghi dell’identità e della relazione, ammicca alla loro presenza e alle loro ragioni ma non va oltre. L’essere umano globale «guarda e passa», anzi più spesso passa soltanto. Questo scarto prosegue e compendia per certi versi il ragionamento sviluppato in Rovine e macerie, l’altro celebre scritto di Augé. La rovina in quanto costruzione abbandonata dalla storia, non è più in grado di parlarci in dettaglio del tempo vissuto da coloro che se ne servivano, è una scheggia indistinta di un capitolo ormai sfuocato. Ma il fatto che sia ancora lì e possiamo contemplarla, ha in sé qualcosa di rassicurante, il peso del passato si stempera e si lascia scrutare attraverso un velo di nostalgia. Nelle macerie invece si avverte il deragliamento della storia. Dal latino maceria, muro di cinta non legato da calce o fatto di terra impastata (da cui si suppone il greco massein, impastare), edificato per chiudere un vigneto o un parco per la caccia, in italiano è registrato l’uso plurale indicante ciò che resta di strutture abbattute da fenomeni che recidono in modo violento il vissuto da un luogo. Può essere un bombardamento o un cataclisma, come il terremoto. Di qui l’importanza di rinsaldare subito le comunità e contribuire al ripristino dei legami necessari alla socialità di quei luoghi. Diversamente verrebbero cancellati, le macerie non diverrebbero rovine, non potrebbero neppure trasformarsi in “luoghi della memoria” perché l’unica possibilità per la memoria di preservarsi è rappresentata dagli abitanti dei territori.
Nella polarizzazione odierna di luogo e nonluogo Augé riscontra qualcosa di simile, pur ammettendo che gli incroci tra queste due realtà sono tutt’altro che infrequenti. Come le macerie, anche i nonluoghi – le aree destinate al passaggio, al commercio massificato o quelle deputate alla sosta dei disperati del mondo (campi profughi, centri di identificazione) – tendono ad annullare il patrimonio relazionale umano. Le destabilizzazioni che producono, differenti nei modi in cui avvengono, sortiscono un impatto per lo più identico. 
Da nessuna parte tuttavia si danno luoghi e nonluoghi in senso assoluto, le infiltrazioni sono anzi il vero paradigma del loro definirsi tali. L’aspetto contaminante è veicolato dagli esseri umani che attraversano di continuo entrambe le dimensioni. Nelle loro mani l’opportunità di non soccombere all’anonimia ma di farsi interpreti delle istanze di una nuova idea di spazio comunitario, sorto dallo scontro-incontro dei due poli. 
Pensiamo alle isole. Luoghi per loro definizione staccati dalla terra e forse perciò meno soggetti al mutamento o al culto dell’effimero che ovunque ci tallona. Il turismo però ha dettato le sue necessità, livellato e reso accessibile quel che in un primo tempo non era. Ha portato il mondo globale, le sue immagini, le sue nevrosi anche dove sembravano non poter attecchire e dove paradossalmente – uno dei tanti paradossi della nostra epoca – andiamo in cerca di tranquillità e ritmi del tutto differenti da quelli della terraferma. E però la natura ingaggia a sua volta una specie di lotta con le nostre abitudini, quasi avessimo due ombre. La vita isolana resta dura, anche se si va da turisti e accolti appunto dal comfort turistico. L’ambiente conserva la sua asprezza, in qualche caso è vero si tratta di mimica facciale, di una simulazione costruita ad hoc per lo sguardo del turista, ma in profondità si fa esperienza di un luogo che non si lascia addomesticare. Ed è forse anche questa consapevolezza, questa oscillazione tra un estremo e l’altro ad esercitare un richiamo così forte sui visitatori.            
In una delle sue più recenti apparizioni per la tv italiana, Augé sedeva in un caffè di Parigi. Fu un paio di settimane prima del Bataclan. Non parlò molto, stava davanti al tavolino dove qualcuno gli aveva ordinato qualcosa e disse in due parole come era cambiato negli ultimi anni il modo di condividere uno spazio così tipico della metropoli parigina – il caffè-bistrot amatissimo approdo  dei primi flâneur – alla luce della nuova generazione social. Il fatto che una decina di giorni dopo quegli spazi siano stati violati da un’altra delle fratture più estreme prodotte dall’era globale, il terrorismo fondamentalista, ha dato alle parole dell’antropologo una forza ulteriore.
Si torna così all’inizio del nostro ragionare. Le frontiere, quelle geografiche ma ancor più quelle etniche e sociali che vedono lo sconvolgente incrementarsi del divario tra ricchi e poverissimi, non vanno né ignorate né fortificate. Vanno prima di tutto comprese, perché di qui passa la vera conoscenza e il rispetto dell’altro. E nel caso del divario sociale va gradualmente limato e risolto. Questa la principale tra le sfide che ci attendono.              


(Di Claudia Ciardi)


Edizione consigliata:

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità.
Con una nuova prefazione dell’autore,
Elèuthera, 2009



 Manifestazione per l’asilo politico "europeo" a Milano Centrale - giugno 2014




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