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16 agosto 2018

Dal taccuino giapponese (IX)


Profili della Costa Verde in Corsica tra spiagge lunghissime, abbracciate da una brughiera straniante, e montagne che la sera si accendono di riflessi azzurri, dove riposano piccoli abitati millenari, colmi di storia e poesia. In cammino su rive e sentieri, giorno e notte, a passo lento, seguendo le pulsazioni dell’isola.

«Il viaggiatore più veloce è colui che va a piedi» Henry David Thoreau.




 Montagne corse dalla spiaggia vicino Porto Taverna, 12 agosto 2018




Montagne vicino Porto Taverna. Impressione di sera colori acquarellati su cartone, 13 agosto 2018



Dalla spiaggia vicino Porto Taverna, guardando verso Santa Maria di Poggio, 8 agosto 2018



 Ancora una veduta di Santa Maria di Poggio e le sue montagne, 8 agosto 2018



Montagne corse di sera vicino Vanga di l'Oru, 14 agosto 2018



Montagne vicino Vanga di l'Oru, guardando verso Moriani, 8 agosto 2018



Montagne corse di sera a Vanga di l'Oru - colori acquarellati - schizzo preparatorio, 8 agosto 2018



Dalla spiaggia vicino Porto Taverna, guardando verso Santa Maria di Poggio



Profili di montagne blu da Porto Taverna



Le montagne di sera a Vanga di l'Oru


*Foto di Claudia Ciardi ©

24 marzo 2018

Dal taccuino giapponese (VII)


Gli schizzi realizzati in piedi immersa nei paesaggi di Capraia, l’isola-monte, nella sua calda estate, di vento forte a momenti. Seguendo antichi sentieri, in un luogo che è stato crocevia di storia e di storie.



Il Monte Campanile, detto la piramide, sulla strada vicinale del Semaforo – luglio 2017



Sul sentiero che porta al monte Campanile e all'Arpagna, con la Chiesa di San Nicola a destra sullo sfondo – luglio 2017



Il Monte Arpagna – agosto 2017



Tre cime a destra del Monte Arpagna – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Un quaderno di appunti tenuto durante il viaggio


In occasione del lancio del canale YouTube “margini e miraggi” collegato al blog, dedicato alla divulgazione di anteprime, eventi e ricerche, è stato diffuso il video Capraia. Una rivelazione, racconto per disegni e altre immagini della più selvaggia fra le isole dell’arcipelago toscano.  



Canale YouTube: margini e miraggi


26 gennaio 2018

«Montagne 360» - gennaio 2018





Su «Montagne 360», rivista del Club Alpino Italiano, molti articoli sono dedicati questo mese alla riscoperta e valorizzazione delle cosiddette terre alte attraverso un turismo lento, consapevole e culturalmente predisposto a vivere la montagna secondo le sue cadenze e i ritmi dettati dalla sua natura.
Ampio spazio è riservato anche alle voci degli imprenditori che dagli anni Venti del Novecento hanno sviluppato le loro attività in simbiosi con la crescita degli sport alpini, a livello professionale e amatoriale. La calzatura da montagna per il trekking e la scalata ha saputo guadagnarsi un posto tra le eccellenze italiane. Si tratta di aziende a conduzione familiare, capaci nel tempo di ritagliarsi una fetta importante nel mercato mondiale.
Questa cultura imprenditoriale alta, fortemente impegnata sul piano sociale per migliorare qualità e produttività del lavoro, nonché orientata alla pratica di politiche ambientali sostenibili, è espressa appieno nelle parole di Paolo Bordin, amministratore delegato di Aku: «Troppo spesso la montagna è vista e usata come parco giochi, trascurata per ciò che davvero è e per ciò che dovrebbe rappresentare, ovvero una sintesi di valori che ci possono aiutare a immaginare il nostro futuro in chiave sostenibile».
Camminare, mettere alla prova volontà, resistenza e, appunto, immaginazione. Una salita è soprattutto questo, e solo in parte una sfida fisica, ma una parte assai minima; un lavoro su se stessi, un ponte gettato sulla propria personalità per stimolarla a uscire allo scoperto, una fatica che si fa sentire nel corpo liberando la mente in misura più che proporzionale. Quanto più si accresce il senso di appagamento, quanto più il pensiero si eleva e rafforza, tanto meno si avverte la stanchezza. 
In ogni centimetro di appoggio sentire la montagna, percepire ogni cambiamento del terreno, protrarre il contatto con ritmica ostinazione finché non si è arrivati alla meta. Senza questo potente insegnamento di natura non potrei scrivere, non avrei avuto le idee migliori, non mi sarei messa in costante discussione, non sarei arrivata dove sono arrivata finora.


(Di Claudia Ciardi)


Dal numero:


Sentieri a Capraia (sotto nella foto)

La riscoperta dei sentieri italiani dialoga strettamente con una rinascita culturale basata su un turismo lento e consapevole, che metta al centro la tutela dell’ambiente.
Dall’articolo di Enrico Pelucchi: «L’attuale sistema coltiva e incentiva, per i propri fini economici, politici, sociali, la cultura di massa, centrata su un consumismo fine a se stesso, col rischio di oscurare o ridurre l’attenzione verso modelli di vita e di pensiero ad alto contenuto culturale e morale; il rapporto tra cultura di massa e d’élite, per evitare fratture e conflitti, ha bisogno di capacità sempre più sofisticate di mediazione che favoriscano la diffusione di idee “alte” e condivise. Si avverte la necessità di riproporre solide basi culturali rispetto a valori di umanità e solidarietà […]. Bisogna infine ridefinire, rielaborare e promuovere i significati più profondi dell’esistenza umana in un contesto di cultura libera, plurale e gratuita». Dunque percorrere i sentieri d’Italia come «testimonianza di una sorprendente rifioritura di pellegrinaggi, ma anche di un turismo mosso dall’attrazione per il paesaggio e l’arte, dalla bellezza lenta del camminare, dalla rivincita del silenzio e dalla dimensione spirituale che la modernità ha soffocato».



L’Alpe Veglia, 1700 metri di quota in Val d’Ossola (Piemonte), nelle Alpi Lepontine, è un esempio di conservazione ambientale cui hanno concorso diversi fattori. Il progetto per lo sfruttamento idroelettrico, sostenuto per quasi un trentennio, ha incontrato molte difficoltà, prima fra tutte lo scetticismo della popolazione locale e delle amministrazioni. Incertezze, lungaggini burocratiche, perizie favorevoli alla tutela delle risorse di questo territorio, hanno permesso di salvarlo dall’ennesima infrastruttura selvaggia che avrebbe avuto pochissime ricadute economiche per i suoi abitanti.
Dall’articolo di Giulio Frangioni: «L’alpe è un complemento dei terreni e della proprietà privata della valle, essa valorizza questi, come è valorizzata da essi. Tutti assieme: terreni di valle, montagne di media altezza, l’alpe, formano un serie di anelli tra loro congiunti che portano tutti il contributo necessario per dar vita e sviluppo all’industria armentizia, quale è attualmente… È evidente  che, se uno di questi anelli viene a rompersi o a mancare, la catena perde dalla sua continuità ed ineluttabilmente si riduce la sua forza produttiva […]. Sulla scia di queste prese di posizione, finalmente nel 1978 la regione Piemonte istituì il parco naturale dell’Alpe Veglia, salvaguardando per sempre la fragilità e la bellezza di questa magnifica conca. Pochi anni dopo fu aggiunta anche la splendida area del Devero dando vita ad un unicum di eccezionale interesse ambientale e naturalistico di tutte le Alpi. Ancor oggi Veglia lo si raggiunge solo d’estate e nel lungo inverno l’alpe riposa protetta da grandi montagne e da severi passi. Restano indelebili le parole di Marcell Kurz, il pioniere dello sci alpinismo: «…si faccia come noi, si parta dal Sempione andando a passeggio sui nevai del Katlwasser contemplando larghi orizzonti, e si scenda al crepuscolo nella cerchia dantesca di Veglia dominata dal suo Leone, allora si resterà come noi vinti ed incantati dalla sublime bellezza del contrasto. Ci sentivamo piccolissimi ed eravamo soli… La serata passata a Veglia nell’intimità e la solitudine resterà sempre uno dei più bei ricordi».».   



 Cartoline di Val dOssola


Quello delle comunità resilienti è un tema importantissimo per capire le dinamiche sociali di coloro che abitano in montagna e, in generale, di borghi e contrade tagliati fuori dalle cosiddette arterie principali, attorno a cui invece si concentra la maggior parte della popolazione, dunque delle attività commerciali e dei servizi così da intercettare anche i grandi flussi turistici. Emerge con sempre più insistenza nel dibattito sulla salvaguardia e la valorizzazione del territorio come siano necessarie politiche mirate al recupero delle aree marginali. Senza un’impostazione di questo tipo, tali zone sono votate alla decadenza e al definitivo abbandono.
Dall’articolo di Simone Papuzzi: «La scarsa cura del territorio indebolisce l’attrattiva turistica. […] Occorre quindi far sviluppare o re-inventare un’agricoltura di montagna essenziale come pre-requisito di partenza per far partire altre attività. Senza le malghe e gli alpeggi si perderebbe una parte della flora e della fauna alpina e, quindi, quel patrimonio di biodiversità fondamentale. Si può garantire anche un’offerta gastronomica regionale e sviluppare un commercio di prodotti locali tipici e genuini».




Monti Sibillini in inverno


Il trekking solidale sui Monti Sibillini è una bella idea per richiamare visitatori nel centro Italia, dopo gli eventi sismici che hanno ferito i suoi preziosi borghi. Un modo per far sentire la vicinanza di tutti alle popolazioni colpite e per dare un po’ di respiro a un’economia locale messa a dura prova.
Dall’articolo di Martina Nasso: «Il popolo dei Sibillini non si è fatto abbattere ed è ripartito dalla sua ricchezza più grande: lo spirito comunitario. C’è una storia alla base della capacità di resilienza di chi abita queste terre alte. Sono gli stessi luoghi in cui fiorirono e si moltiplicarono le comunità agrarie, forme ultrasecolari di proprietà collettiva diffuse soprattutto nel Centro Italia per la gestione dei boschi e dei pascoli. Si tratta di antiche associazioni di abitanti espressione di solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia del territorio. Nelle comunanze fino all’Ottocento si preferiva lavorare per il benessere collettivo, lasciando da parte ogni forma di interesse individualistico. Vigeva allora un modo di vivere semplice, ma solidale. Oggi molto è cambiato e le comunanze ancora in vita sono rimaste sempre più isolate, ancor di più a causa dell’abbandono delle zone montane. Di quel modo di vivere non è rimasto molto, ma ciò che è resistito e che si respira attraversando le antiche comunanze dei Sibillini è la solidarietà interna alle comunità. […] A questa, dopo le scosse dello scorso anno, si è aggiunta anche la solidarietà proveniente da fuori e si sono create reti e relazioni in grado di superare le vette più alte dei Sibillini».



Dall’editoriale di Luca Calzolari, direttore di «Montagne 360»: «Parlo di prospettive, di idee, di progettualità che riguardano territori estesi che non possono essere arginati e stretti nei confini amministrativi. […] Penso, ad esempio, alla valorizzazione dei cammini storici, cui il Cai ha recentemente dedicato il convegno “A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani”. […] Perché, nonostante il fenomeno dei ritornanti e la nascita di nuove cooperative di comunità, le terre alte si stanno spopolando. Ma c’è un dato in controtendenza: anche se diminuiscono gli abitanti, seppur di poco il Pil è in aumento. Un motivo in più per capire che è bene investire su una pianificazione di progetti comuni in un territorio esteso».



7 luglio 2017

Alberto Bregani - La montagna in chiaroscuro





Nella graziosa collana “Piccola filosofia di viaggio” della casa editrice Ediciclo il libro di Alberto Bregani è una perla di saggezza fotografica che ci introduce all’arte del ritrarre montagne. Talento complesso in cui le lunghe camminate per boschi e sentieri, con tutto ciò che l’andar per cime comporta, incontrano la pratica dai risvolti se possiamo dire alchemici di saper catturare al meglio luci e ombre. Virtù imprescindibile la pazienza che in quota fa rima con resistenza, perché spesso la foto va attesa in condizioni ambientali molto disagevoli.
Attraverso una prosa semplice che non respinge il lettore negli asettici meandri del puro tecnicismo, Bregani ci accompagna in una delle sue passeggiate alla scoperta di questo singolarissimo mondo d’immagini tra nuvole e rocce. Sul filo dei ricordi personali che portano la sua escursione in parte sui binari del diario di un alpinista zen in parte verso il sommesso divagare di quel minimalismo letterario alla Robert Walser, che ogni buon camminatore ben conosce, chi scrive compie un vero e proprio incantesimo tascabile. In questo piccolo libro, infatti, ogni parola riconduce alla compiutezza di uno scatto.
Bregani parla di come e quando si assommino gli elementi giusti per un’istantanea che sia in grado di raccontare qualcosa, e questo suo resoconto con cui allude alla bellezza di un’immagine è un modo perfettamente riuscito di consegnare nelle nostre mani un singolarissimo catalogo fotografico costruito per lievi, tacite evocazioni. L’allusività di quest’opera, il sottile gioco all’inseguimento fra rappresentazione verbale e uso dell’obiettivo ne fanno un piccolo manuale per appassionati, ma forse soprattutto per neofiti. E ciò grazie all’umiltà con cui Bregani spiega il suo mestiere. Perché quest’arte nasce tutta in simbiosi con la natura e dunque si dà solo nella genuina pretesa di tale attaccamento o se vogliamo affiatamento. C’è alla base una devozione se vogliamo cultuale nei confronti degli spazi in cui si tenta di astrarre lo spirito di una narrazione. Chi scrive ha scelto di coltivare questa religiosità dell’immagine in bianco e nero, secondo la tradizione degli altri grandi ritrattisti che hanno legato il loro nome al profilo delle vette, da Ansel Adams a Vittorio Sella. Emblematica la sintesi che si legge nel libro sul lavorare in assenza di colori: «C’è un momento della giornata, ben conosciuto dai fotografi che scattano a colori, che si chiama ora blu. È intorno al crepuscolo. Non c’è più sole, ma non è ancora completamente buio. È una situazione molto ricercata, perché la luce ha una temperatura più fredda che contribuisce a ottenere aree di penombra, colori desaturati e più freddi, e cielo blu intenso. Ecco, tutto questo con il bianco e nero io non ce l’ho. Rende sicuramente meglio a colori. Ma anch’io ho il mio momento ideale: quello in cui il sole è presente ma ancora per poco. Ha un’inclinazione perfetta per dare risalto alle pareti, i bianchi delle nuvole si accendono e i giochi di luci e ombre acquistano densità e definizione».
Vediamo ancora una volta in queste righe come il quadro prenda letteralmente forma sotto i nostri occhi, oltre a percepire con chiarezza la disciplina quasi ascetica che si richiede a chi impugna la macchina fotografica. Nel ricostruire la messa a punto di alcuni dei suoi lavori più belli, Bregani isola l’elemento imponderabile, quell’imprevisto che può rovinare le premesse per il migliore degli scatti possibili ma anche trasformare una situazione di luce piatta in una vista insolita e profonda. E ciò si accompagna alla necessità di distinguere tra esecutore e autore, una differenza che al nostro fotografo non preme affatto sottolineare in nome di un presunto narcisismo artistico incaricato di scoraggiare qualsiasi ricerca amatoriale. Anzi. Ben vengano i molti appassionati senza pretese, perché anche la foto è un mezzo per avvicinare la gente alla cultura di montagna e a un ambientalismo responsabile. Per Bregani si tratta solo di rendere cosciente il lettore dei diversi gradi in cui l’opera di ritrarre il paesaggio possa svilupparsi. Ed è pur vero che vi sono casi in cui l’incappare in condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli e inaspettate, talvolta regala scatti di notevole impatto narrativo.
Io che in materia di fotografia riesco appena a definirmi una simpatizzante, quando ripenso a certe circostanze della mia vita capisco in pieno il senso della fortuna e del fattore inatteso di cui parla Bregani a proposito di scatti riusciti. Tra gli episodi più recenti ci sono un temporale improvviso sul golfo di Trieste mentre il sole stava tramontando e una schiarita a Boccadarno – di quelle che capitano una volta all’anno quando va bene – con le Apuane che sembravano a un passo dal fiume e la linea di costa marcata fino alle Cinque Terre. Quel che avvenne a Trieste fu davvero incredibile. Arrivata in città alla fine di settembre con un sole quasi imbarazzante, nel pomeriggio ebbi l’idea di andare al mare. Non avevo pianificato il mio spostamento e la sosta fu decisa in modo del tutto impulsivo. Mentre ero sull’autobus la luce aveva cominciato a cambiare e, col timore di ritrovarmi nel bel mezzo di una tempesta ma impaziente anche di scattare qualche foto, al primo varco che vidi aprirsi nella pineta alle mie spalle saltai giù. Scoprii di essere a Barcola. E la vista in quel punto, a quell’ora, col cielo spaccato in due metà esatte tra il cupo delle nuvole e l’incendio del tramonto, mentre il vento prendeva forza sul mare spingendo le due metà a toccarsi, io credo sia stato uno degli spettacoli più singolari e intensi a livello cromatico cui fosse dato assistere lì. Ecco una grande fortuna, ecco come qualcuno che visiti un posto per la prima volta non possa sperare di essere salutato meglio dallo spirito del luogo. Son sicura che la mano di un professionista avrebbe realizzato qualcosa di straordinario. Eppure custodisco gelosamente quei miei scatti che, com’è inevitabile, si legano a miei ricordi di quelle ore benedette.
Di questo libro di Alberto Bregani ho apprezzato la naturalezza con cui ci introduce alle cose semplici e autentiche del vivere. Camminare, aggiungere strade alla nostra quotidianità, non fuggire i percorsi che ci guidano alla conoscenza degli altri e di quello che ci circonda, abbandonarsi agli imprevisti, agli incontri, in una parola esplorare gli infiniti mondi che ruotano dentro e fuori di noi e, sentendone l’esigenza, provare a raccontarli.  


(Di Claudia Ciardi)


Alberto Bregani, La montagna in chiaroscuro. 
Piccolo saggio sul fotografare tra cime e sentieri,
Ediciclo editore, 2017


19 giugno 2016

Mario Curnis e Simone Moro - In cordata


Tramonto sulle Orobie

Ognuno ha dentro di sé le sue montagne. L’immagine è meno scontata di quanto sembri. Anche senza arrampicare, ciascuno di noi nel corso della vita raccoglie delle sfide, coltiva sogni cercando di realizzarli. E questo è un po’ affrontare una scalata, anche se fisicamente non si va in vetta. Il che si presta anche a un’altra metafora, quella del mancato raggiungimento della meta. Bello è il viaggio, lo abbiamo imparato navigando con Ulisse. A volte si fa naufragio, altre ci si distanzia così tanto dall’obiettivo che crediamo di esserci smarriti. Eppure in nessun modo perdiamo qualcosa. Dai pericoli, che l’etimo latino ci dice sono prove, dal confronto con luoghi e persone lontani dai nostri spazi abituali s’impara sempre, scoprendo aspetti di noi che non conoscevamo o che magari avevamo messo in soffitta.
In queste settimane ho letto i due più bei libri sull’alpinismo che credo siano stati scritti in Italia nell’ultimo biennio: Il fuoco e il gelo di Enrico Camanni, edito da Laterza, che avevo iniziato a sfogliare sui tavoli del San Marco a Trieste, subito dopo averlo scovato nella libreria del caffè, e In cordata, scritto a quattro mani da Mario Curnis e Simone Moro, inaspettato regalo di qualche tempo fa.
Camanni ripercorre quella parte di storia alpina attraversata dalla mattanza della prima guerra mondiale, che se da un lato inaugura la fase moderna dell’esplorazione di montagna, celebrando il gesto atletico di coloro che osarono spingersi alla conquista dell’impossibile, dall’altro resta segnata in maniera indelebile dalla tragicità epica dell’evento. Quei giovanissimi, costretti a tenere la posizione su un fronte che aveva del surreale, dove ci si poteva perfino dimenticare del nemico, esattamente come gli uomini della Fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari, furono protagonisti di imprese gigantesche per forza fisica, adattamento, resistenza. Allorché il terreno di scontro s’infiammava, volendo sopravvivere, servivano il doppio dei nervi saldi e una fortuna sfacciata. L’autore ricostruisce numerosi di questi episodi, affiancandoli alle biografie dei loro silenziosi protagonisti, al centro di alcune tra le pagine più sconvolgenti con cui si inaugura il Novecento e forse, senza la preziosa ricognizione di Camanni, anche misconosciute. Sopra i tremila si tirava a campare, ogni tanto si sparava, più spesso si moriva.
E poi ci sono le descrizioni dell’ambiente d’alta quota, autentici frammenti di poesia che la mano del giornalista cuce attorno ai fatti alternando plasticità a leggerezza minimale. Se Camanni stempera i registri dello storico ambientalista con altri più evidentemente letterari, a rifilare le narrazioni di Curnis e Moro pensa Angelo Ponta, già curatore dei volumi di Walter Bonatti, per un effetto del tutto simile. I ritmi serrati della cronaca incrociano cadenze a tratti più distese, addirittura assorte in un purismo descrittivo che la montagna coi suoi silenzi e il colpo d’occhio abbacinante dilata all’inverosimile. A essere sincera, mi sono decisa a leggere questi libri, non tanto per acquisire informazioni tecniche su come si porta a termine una scalata, ma con il proposito di trarvi quello spirito di avventura che ognuno di noi dovrebbe portare con sé, sempre, al di là che faccia cose estreme o meno. E qui si torna alla riflessione iniziale. Affrontare la quotidianità somiglia per certi versi ad aprire una via in parete. Se non riesci, il problema è tuo, non ci hai creduto abbastanza, non te lo sentivi quel tanto da spingerti su. Ma c’è anche un’altra considerazione, non meno rilevante, che accomuna questi due volumi. Chi si racconta prende le mosse da un’analisi della nostra epoca, affrettata, spesso avventata ma nel senso più deleterio del termine, senza slancio, semmai smaniosa di dimostrare a se stessa qualcosa per occultare le proprie sconvenienti, aride solitudini. Quando si vedono salire in baita giovani coppie arrivate lì non a piedi ma in Suv, il cui unico argomento di conversazione è lefficienza o meno del navigatore, e che guardano di continuo l’orologio perché di andare per sentieri non se ne parla nemmeno, al massimo si sta lì un paio d’ore a bere il birrozzo, lamentarsi della crisi economica, e poi si torna giù col quattro per quattro, perché la sera c’è la partita da guardare incastrati tra divano e televisione, si capisce che qualcosa nella cultura dei singoli ha fatto cortocircuito. Si dà meno importanza all’idea conviviale dello stare insieme, il tempo dedicato allo svago è percepito come perso, quasi un furto ai danni della martellante tabella di marcia che ci vuole sempre al pezzo; la condivisione delle proprie esperienze suscita imbarazzo, in molti casi perché queste semplicemente non sussistono – parlo dei più giovani che hanno carenze simili non solo per ragioni anagrafiche ma più ancora per pigrizia mentale. Gli autori non ne parlano con intento moralista, e tuttavia facendo entrare nel loro discorso temi di questo tipo, creano nel lettore l’esigenza di porsi delle domande.  
Prima che storie di montagna sono, dunque, storie di vita. Perché legarsi e salire insegnano a essere uomini, cosa che Mario Curnis, quasi con disarmante ovvietà, non fa che ripetere nelle sue memorie, avendo assunto questa convinzione a pietra angolare della propria esistenza. E, dico la verità, il libro sulla cordata di due grandi che hanno saputo cementare un’amicizia umana e sportiva su cui in pochi avrebbero scommesso, data la differenza generazionale, l’avevo desiderato più che altro per stringere tra le mani una testimonianza di Curnis, la leggenda. Senza nulla togliere a Simone Moro, ero curiosa di sentire cosa avesse da dire un signore vecchio stampo, che non ha voluto fare dell’alpinismo un affare. Devo ammettere, però, che nel corso della lettura Simone mi ha piacevolmente spiazzata. La sua voce si amalgama alla perfezione con quella di Curnis. Entrambi si completano in un modo che permette a chi legge di percepire tutto il loro affiatamento. Di Simone ho apprezzato moltissimo l’umiltà con cui racconta di essersi avvicinato alla montagna, restando umile anche dopo, quando ha raggiunto il successo, avviandosi con sicurezza verso il professionismo. Un riconoscimento che tuttavia stentava, anche a causa di malignità gratuite sulle quali Simone nel narrare il suo percorso non indugia, e basterebbe già questo a renderlo grande. Eppure, di nuovo, ci sprona alla riflessione. Ci si chiede come mai il parere – bisognerebbe dire pregiudizio – di certi soggetti che si sono fatti un nome più che per meriti personali per politica, e in tempi lontani, quando le cose anche politicamente si organizzavano in modo assai diverso, sia in grado di gettare un influsso così negativo sugli inizi di una persona, ritardandola, mettendola in cattiva luce, emarginandola, quando il giochino della provocazione con cui la si sarebbe voluta fiaccare ha ormai esaurito le batterie. Una cosa che purtroppo non vale soltanto nell’alpinismo, anzi; quello delle diffide, dei quartierini, delle contrade l’une contro l’altre armate è un malcostume molto esteso in Italia.
Di Mario Curnis si resta affascinati dalla coerenza, l’onestà, la schiettezza. Un grande uomo, prima che uno dei più forti alpinisti di tutti i tempi. Volontà da vendere, severa, intransigente anche verso se stesso. Ma la tempra di Mario, quella che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato, sta proprio tutta qui. Se chi sfoglia i suoi ricordi non può trattenersi da dire “però peccato, uno con un talento così, rovinarsi per via del carattere”, ecco se uno deve fare un commento di questo tipo, lasci perdere la storia di Mario, che col calcolo e le furberie non c’entra nulla. Non vada neppure avanti, lo rispetti e basta. Davanti a un uomo che a sessantatré anni sfida e raggiunge tre vette da settemila metri nell’ex Unione Sovietica (spedizione Snow Leopard del 1999), l’anno dopo si cimenta nella traversata delle Orobie, e a sessantasei anni conquista finalmente l’Everest, salendo senza ossigeno e in un tempo record sulla montagna che gli era stata ingiustamente negata per ruggini personali con Guido Monzino, l’organizzatore della missione del ’73, insomma davanti a un gigante è preferibile restare in silenzio. Merito di Simone Moro è averci creduto, aver superato una volta di più i pregiudizi di chi, scuotendo la testa, scommetteva sul fallimento di quelle avventure a causa dell’età avanzata di Mario. Ma quando uno ha un fisico fuori dal comune, e una mente in grado di dirgli con lucidità quando è il caso di spingere e quando di rinunciare, hai voglia a prendere in giro. In base alla mia opinione da profana, visto che in montagna mi limito all’escursionismo, dove però me la sono cavata finora molto bene essendo una camminatrice infaticabile a dispetto del mio fisico minuto, l’avventura che mi ha colpito in maggior misura è stata proprio quella sulle Orobie, le cento montagne, un filamento roccioso che corre lungo tutta la bergamasca. Nel settembre del 2000, Simone e Mario, due funamboli a un passo dal cielo, hanno completato il percorso in tredici giorni, prima volta nella storia dell’alpinismo. Mi auguro che abbiano voglia di tornare a scriverne qualcosa, perché trovo che questa traversata abbia una specificità poetica tutta sua, una danza di eremiti di rara bellezza, che poter ripercorrere nei suoi movimenti insieme a chi l’ha eseguita sarebbe un dono incredibile.
L’altra immagine, di cui sono grata a Simone per avercela consegnata, è quella di Mario compagno di tenda di Andrei Molotov durante lo Snow Leopard del ’99. Per quanto non potessero intendersi, essendo l’italiano la sola lingua di riferimento di Mario, ma un italiano che abusa volentieri del bergamasco, ebbene i due la sera in tenda avevano una “conversazione”, tanto che si sentivano esplodere in continue risate. E la loro piena sintonia proseguiva poi nel lavoro giornaliero di scalata. Simili schegge di poesia meritano il rischio, la fatica e i sacrifici che la scelta di andare in parete comportano.
Ma a proposito di sacrifici, questa è anche una storia di donne. Le compagne altrettanto straordinarie di questi avventurieri chiosano il racconto con due memorie molto intense. Chi rimane a casa ha quasi più coraggio di chi parte. Le donne qui sanno essere pazienti, non far pesare troppo le loro preoccupazioni, insomma sanno aspettare, un’altra cosa che la femmina tecnologica, ultra emancipata, ma alla fin fine invece solo soccombente agli stereotipi che ha continuato a farsi appiccicare addosso, non è proprio in grado di concedersi. Il tempo dell’attesa. E con questo non intendo lo stare ferme a casa, finché l’uomo si decide a tornare – la donna dovrebbe però capire che non può lanciarsi sempre all’inseguimento, ognuno bisogna che abbia i suoi spazi; mi riferisco appunto alla capacità femminile di crearsi degli interessi propri, non dipendenti dal partner né tantomeno cuciti sulla sua persona. Non è facile, però l’affiatamento di una coppia passa anche e soprattutto da queste cose. Oltre che da un po’ meno tentennamenti maschili, certo. Questioni che sembrano elementari, e tuttavia al giorno d’oggi ci sfuggono in maniera clamorosa. Di nuovo, l’alpinismo è scuola di vita.
Il temperamento deciso, la grande forza di carattere che traspare dalla scrittura di Barbara Zwerger, moglie di Moro, dice moltissimo sulla capacità di essere moglie di un personaggio che sta sotto i riflettori senza però concedere nulla di quelli che sono gli spazi privati, senza svendersi insomma agli opportunismi del marketing. Lo stesso vale anche per Rosanna Giudici, la moglie di Curnis, la quale anzi è stata costretta ad affrontare certe situazioni aggrappandosi veramente alla sua sola tenacia che, è chiaro, ha trovato appigli sempre nuovi nell’amore per Mario. La foto della coppia immortalata in gioventù sulla cima della Presolana è secondo me emblematica. Lì Mario, molti anni dopo, supererà una fase difficile, il fallimento della propria ditta di costruzioni, una delle tante brutte storie di questa crisi fabbricata a tavolino, e la malattia, che in maniera non casuale si è manifestata in concomitanza di quello che per lui, abituato a ispirarsi a valori precisi, è stato un raggiro da vigliacchi. Insomma è un po’ come se sulla Presolana fosse cominciato tutto, e quindi non poteva accadere altrove che Mario riprendesse lentamente a vivere.  
Per quanto mi riguarda non provo simpatia per le persone che non sono disposte a rischiare nulla di se stesse. E questo non significa buttarsi a capofitto in cose estreme, tutt’altro. Mi riferisco a scelte, a volte un po’ radicali, che bisognerebbe avere il coraggio di fare, anche a costo di perdere per strada qualche certezza; che poi è solo illusione nostra quella di portarci le certezze nel taschino.
Nel caso delle donne tale contraddizione purtroppo si esaspera terribilmente. Indietro sul cammino dell’indipendenza, ma io preferisco chiamarla consapevolezza di sé, perché indipendenza non vuol dire nulla o quasi, sono, siamo ancora prigioniere di troppi schemi e paure. Così si finisce per interpretare molto male sia il ruolo di ragazze in carriera, sia quello di angeli del focolare. Dai discorsi di Rosanna e Barbara, che con semplicità hanno tirato a diritto senza impantanarsi in tanti ridicoli dilemmi femminili, traspare con evidenza imbarazzante proprio questo insegnamento.
Lo definirei un libro pulito, nel senso della chiarezza dei messaggi e per il fatto che i due narratori appunto giocano pulito. Non si raccontano per le loro imprese ma si tengono sempre qualche passo indietro. Eppure, se Simone Moro si mettesse a elencare tutti i suoi primati, ne avrebbe di pagine da riempire. Qui, invece, sono gli uomini a venirti incontro, con le loro debolezze, i loro fallimenti e le rinunce, tante, che però in alcuni casi hanno contribuito a risparmiare vite umane, compresa la propria. Senza strafare sono andati avanti nel rispetto della montagna, che sente con che spirito vai e decide se lasciarti salire. Perché, come dice Mario Curnis, l’uomo che sale è lo stesso che scende, non ha fatto nulla di più e nulla di meno, è sempre lui. A cambiare è il bagaglio delle sue esperienze, l’arricchimento interiore che può trarne, ma se pensa di essere diventato qualcuno solo perché è arrivato in vetta, non ha capito nulla.


(Di Claudia Ciardi)


Mario Curnis, Simone Moro
In cordata. Storia di un'amicizia tra due generazioni da zero a ottomila metri
a cura di Angelo Ponta,
Rizzoli, 2016  


Related links:




Recensione di Amedeo Anelli su «Il cittadino di Lodi», 2 giugno 2016





Luigi Mascheroni per i venticinque anni di Via del Vento edizioni, «Il Giornale», 29 maggio 2016





4 dicembre 2014

Holzwege - Questione di sentieri





La seguente riflessione nasce attorno a una frase di paternità ignota che, va detto, non è proprio un esempio di chiarezza anzi, posto che si venga in qualche modo rassicurati sul senso, non è del tutto condivisibile, ma invitante comunque a sviluppare un ragionamento sul camminare.
«Sulle montagne si possono trovare centinaia di sentieri che portano tutti nella stessa direzione, non importa quale decidiate di prendere. L'unica perdita di tempo è quella di colui che cammina in lungo e in largo, dicendo a quelli che incontra che il suo sentiero è sbagliato».
Riporto le voci dei tre commentatori sotto forma di variabili. 

x: Perplesso.
y: A che proposito? 
x: Riguardo la temerarietà delle affermazioni.
z: Che si imbocchi il sentiero "giusto" o quello "sbagliato", il passaggio delle nubi sulle montagne non delude mai.
x: L’errore grave di questo scritto è che nella natura le parole giusto e sbagliato sono senza virgolette.
y: Sbagliato senza virgolette, la parola "giusto" non c'è. Ho cercato questo scritto un po' dappertutto ma non ho trovato una vera e propria fonte.
z: Le virgolette stanno a indicare la relatività di due concetti che, come dici tu, non sono per l'appunto dati in natura e neanche nella vita dell'essere umano. Cosa sia giusto o sbagliato nessuno lo sa, il bello è mettersi in cammino.
x: Veramente ho scritto proprio il contrario. Ma va bene.
In natura se si prende il sentiero giusto si torna a casa. Se si piglia lo sbagliato è meglio, se c’è nebbia, avere il sacco a pelo. In Italia escono ogni anno 13000 titoli nuovi circa.
[L'incauta “z” aveva avuto l’ardire di presentarsi poco prima come soggetto in forze all’editoria]
z: Lo dirò senz’altro al mio editore. Quanto ai sentieri, mi è capitato più di una volta di imboccare quelli sbagliati, ma quando ormai pensavo di essermi persa, ogni volta mi sono ritrovata in un luogo assai migliore.

Al di là del tono di fondo piuttosto pugnace, e la materia non mi pare cosa su cui accalorarsi, questo breve confronto mi ha stimolata a scriverne. È evidente che “z” gioca sul filo della metafora. Assurdo sarebbe infatti prendere alla lettera la frase citata all’inizio. I sentieri in montagna non vanno affatto nella stessa direzione, alcuni si perdono nel nulla, altri sono semplicemente impraticabili per le ragioni più diverse. Invece, postulando che alla base dell’affermazione vi sia l’idea che il viaggio è bello per sé, e dunque vale la pena affrontarlo, anche se questo comporta incertezza e forse perfino incoscienza, allora l’insieme del discorso diviene più congruente. Nell’identico procedere dei sentieri verso la meta, bisogna leggere, credo, quel pungolo a mettersi in strada che l’essere umano, qualsiasi sia l’epoca o la latitudine di provenienza, possiede come uno dei suoi istinti. 
È curioso che nel dialogo riportato, la necessità di accogliere sotto forma di metafora quanto si dice non venga presa in considerazione. Ma vi è pure un ulteriore aspetto che sollecita a soffermarsi sulle parole. “Giusto” e “sbagliato”, virgolettati per introdurre alla via metaforica, sono certamente due concetti basati sull’esperienza umana. Quindi, anche fuor di metafora, dire che in natura le virgolette non ci sono equivale a sostenere che il cielo è azzurro; sì, azzurro al nostro occhio. La natura, dal suo punto di vista, non contempla affatto questi due concetti. L’uomo con il fraintendimento che ne deriva, glieli affibbia in totale disinvoltura. Del resto è l’unico modo che ha per immaginarla. Considerarla anche solo parte del suo ragionare, per quanto polo opposto e incomprensibile e depositario di forze minacciose, implica da parte sua l’inserimento in un sistema di pensiero che da se stesso volge all’esterno.
L’uomo traccia le sue strade, interiori e reali, ovunque ritenga opportuno, a volte non senza forzature o aggressioni; anzi proprio da questo atteggiamento spesso manchevole della ricerca di una complicità con la natura, ossia di far arretrare se stesso, vengono nefaste conseguenze. Dunque, socraticamente parlando, cosa sono il giusto e lo sbagliato in assoluto l’uomo non è in grado di saperlo. Cosa siano per la natura è domanda priva di fondamento, perché presuppone vestire la natura di panni che non può indossare.
E siccome, benché s’illuda, la riflessione umana è necessariamente limitata, sarà pure il caso di non interrogarsi troppo su quelle vie che, almeno in apparenza, non ci portano a nessuna meta. Ce le ha descritte magnificamente Martin Heidegger, battezzandole Holzwege, alla lettera “sentieri del legno”, in quanto servono ai boscaioli a portare la legna fuori dal bosco e quindi si interrompono dove gli alberi sono stati tagliati. Con tale metafora Heidegger voleva affermare che non esiste un’unica via per pensare, ma che tutte hanno una loro utilità e legittimità.

(Di Claudia Ciardi)


Torre di Caprona - Monti Pisani

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