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28 maggio 2018

Dmitri Ermakov - Sguardi sul Caucaso



Biografia degna di un romanzo, personaggio talentuoso e, come sovente accade in questi casi, molto poco conosciuto. La sua fotografia dedicata alla Georgia, al Caucaso, alla Persia e ad altre remote contrade asiatiche ha qualcosa di leggendario, perfino mitologico. Un fascino che solo parzialmente si ascrive al pionierismo della sua arte, ma che risiede assai più nel racconto emozionale della realtà per come il suo obiettivo, tra i primi al mondo, ha saputo coglierla. La voglia di documentare si unisce alla curiosità verso luoghi e popolazioni, che non è solo improntata ai riscontri scientifici del suo lavoro ma soprattutto fa largo alle cadenze del narrare. 
Figlio dell’architetto italiano Luigi Caribaggio e di una pianista austriaca, nacque a Tiflis, l’odierna Tblisi, nel 1846, scegliendo poi di prendere il cognome del secondo marito della madre. Destinato fin dai suoi natali in Georgia a correre le strade d’oriente, a vent’anni intraprese l’attività di fotografo con l’apertura del primo studio.
Ritrattista e paesaggista viaggiò moltissimo, spingendosi fin nell’Asia centrale. Considerando che gli strumenti dell’epoca avevano ingombri notevoli, Ermakov soleva valersi dell’appoggio di carovane con cui trasportava le sue attrezzature e ogni altro mezzo per allestire veri e propri attendamenti, necessari a far tappa e permettergli di sviluppare le sue esplorazioni in modo più comodo e sicuro. Pensiamo infatti che utilizzava lastre di cinquanta per sessanta centimetri le quali andavano montate su una fotocamera alquanto pesante. Ognuna di dette grandi lastre conteneva due pellicole: dunque si avevano a disposizione due scatti che andavano ben ponderati; quasi un esercizio di meditazione – vietato sbagliare, per la fatica con cui ogni singolo pezzo veniva trascinato con sé e per i costi. Sono più o meno i formati con cui operavano tutti gli iniziatori della disciplina: Vittorio Sella, lui stesso tra i primi ad esplorare e raccontare il Caucaso, nipote di Quintino Sella, fondatore del Club Alpino Italiano, molto più conosciuto purtroppo per aver introdotto la tristemente nota tassa sul macinato; e Ansel Adams, lirico disegnatore dei giganti rocciosi americani, che peraltro degli scatti di Sella ebbe a dire che erano capaci di muovere nello spettatore un senso di meraviglia di natura religiosa.
A ventotto anni godeva di una fama già consolidata, tanto più che i suoi lavori da tempo trovavano risonanza sulle pagine dei principali giornali russi e georgiani; a quell’età ottenne anche la consacrazione in Europa con un’importante mostra alla Société française de photographie a Parigi, la più celebre associazione di fotografia dell’epoca. La diffusione della sua opera fu proporzionale al prestigio dei committenti, giungendo a servire lo scià di Persia come ritrattista di corte.
Un altro incarico, che ha contribuito in maniera rilevante all’affermazione del suo nome, fu quello che gli venne affidato dalla contessa russa Praskovya Uvarova per la documentazione fotografica della Società archeologica di Mosca. Pioniera lei stessa dell’archeologia caucasica, incaricò Ermakov di una lunga e ampia ricognizione in tale provincia, pubblicando gli esiti di quell’impegnativa ricerca a partire dal 1890 in una serie d’importanti cataloghi. Nonostante questa e altre rinomate esperienze, Dmitri Ermakov è finito con lo scivolare nell’oblio. A fronte di un corpus che si stima in ventimila foto e oltre, ne risultano pubblicate un centinaio. Dopo la sua morte avvenuta nel 1916, al di là di alcune immagini esposte al museo nazionale della Georgia e nei musei di Mosca e San Pietroburgo, larga parte del fondo è rimasto occultato al pubblico, in attesa che il ministero della cultura georgiano completasse il restauro dei materiali, promesso da tempo, e la sua pubblicazione integrale. Sarebbe quindi ora di restituire a un grande nome della storia della fotografia il posto che gli compete.

(Di Claudia Ciardi) 



La famiglia di Dmitri Ermakov



L'architetto Luigi Caribaggio, padre di Dmitri, con due nipoti in uno scatto del 1886



Ivan Ermakov, figlio di Dmitri, scrittore e psicanalista morto durante la seconda guerra mondiale



La principessa Lazarev in costume tataro



Zeli-Sultan, figlio dello scià di Persia, indossa un'uniforme asburgica



Teheran, giovane derviscio, 1870 circa



Venditori arabi di tappeti, 1900 circa



Castello di Tamaras - vecchia Tblisi



Orto botanico e moschea sunnita a Tblisi, 1880 circa



Venditori di colbacchi



Paesaggio lungo il fiume Araqvi - Caucaso



Un passo sommerso dalla neve sulle montagne del Caucaso (2400 m)



Ritratto di Vittorio Sella di un paesaggio nel Caucaso

7 luglio 2017

Alberto Bregani - La montagna in chiaroscuro





Nella graziosa collana “Piccola filosofia di viaggio” della casa editrice Ediciclo il libro di Alberto Bregani è una perla di saggezza fotografica che ci introduce all’arte del ritrarre montagne. Talento complesso in cui le lunghe camminate per boschi e sentieri, con tutto ciò che l’andar per cime comporta, incontrano la pratica dai risvolti se possiamo dire alchemici di saper catturare al meglio luci e ombre. Virtù imprescindibile la pazienza che in quota fa rima con resistenza, perché spesso la foto va attesa in condizioni ambientali molto disagevoli.
Attraverso una prosa semplice che non respinge il lettore negli asettici meandri del puro tecnicismo, Bregani ci accompagna in una delle sue passeggiate alla scoperta di questo singolarissimo mondo d’immagini tra nuvole e rocce. Sul filo dei ricordi personali che portano la sua escursione in parte sui binari del diario di un alpinista zen in parte verso il sommesso divagare di quel minimalismo letterario alla Robert Walser, che ogni buon camminatore ben conosce, chi scrive compie un vero e proprio incantesimo tascabile. In questo piccolo libro, infatti, ogni parola riconduce alla compiutezza di uno scatto.
Bregani parla di come e quando si assommino gli elementi giusti per un’istantanea che sia in grado di raccontare qualcosa, e questo suo resoconto con cui allude alla bellezza di un’immagine è un modo perfettamente riuscito di consegnare nelle nostre mani un singolarissimo catalogo fotografico costruito per lievi, tacite evocazioni. L’allusività di quest’opera, il sottile gioco all’inseguimento fra rappresentazione verbale e uso dell’obiettivo ne fanno un piccolo manuale per appassionati, ma forse soprattutto per neofiti. E ciò grazie all’umiltà con cui Bregani spiega il suo mestiere. Perché quest’arte nasce tutta in simbiosi con la natura e dunque si dà solo nella genuina pretesa di tale attaccamento o se vogliamo affiatamento. C’è alla base una devozione se vogliamo cultuale nei confronti degli spazi in cui si tenta di astrarre lo spirito di una narrazione. Chi scrive ha scelto di coltivare questa religiosità dell’immagine in bianco e nero, secondo la tradizione degli altri grandi ritrattisti che hanno legato il loro nome al profilo delle vette, da Ansel Adams a Vittorio Sella. Emblematica la sintesi che si legge nel libro sul lavorare in assenza di colori: «C’è un momento della giornata, ben conosciuto dai fotografi che scattano a colori, che si chiama ora blu. È intorno al crepuscolo. Non c’è più sole, ma non è ancora completamente buio. È una situazione molto ricercata, perché la luce ha una temperatura più fredda che contribuisce a ottenere aree di penombra, colori desaturati e più freddi, e cielo blu intenso. Ecco, tutto questo con il bianco e nero io non ce l’ho. Rende sicuramente meglio a colori. Ma anch’io ho il mio momento ideale: quello in cui il sole è presente ma ancora per poco. Ha un’inclinazione perfetta per dare risalto alle pareti, i bianchi delle nuvole si accendono e i giochi di luci e ombre acquistano densità e definizione».
Vediamo ancora una volta in queste righe come il quadro prenda letteralmente forma sotto i nostri occhi, oltre a percepire con chiarezza la disciplina quasi ascetica che si richiede a chi impugna la macchina fotografica. Nel ricostruire la messa a punto di alcuni dei suoi lavori più belli, Bregani isola l’elemento imponderabile, quell’imprevisto che può rovinare le premesse per il migliore degli scatti possibili ma anche trasformare una situazione di luce piatta in una vista insolita e profonda. E ciò si accompagna alla necessità di distinguere tra esecutore e autore, una differenza che al nostro fotografo non preme affatto sottolineare in nome di un presunto narcisismo artistico incaricato di scoraggiare qualsiasi ricerca amatoriale. Anzi. Ben vengano i molti appassionati senza pretese, perché anche la foto è un mezzo per avvicinare la gente alla cultura di montagna e a un ambientalismo responsabile. Per Bregani si tratta solo di rendere cosciente il lettore dei diversi gradi in cui l’opera di ritrarre il paesaggio possa svilupparsi. Ed è pur vero che vi sono casi in cui l’incappare in condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli e inaspettate, talvolta regala scatti di notevole impatto narrativo.
Io che in materia di fotografia riesco appena a definirmi una simpatizzante, quando ripenso a certe circostanze della mia vita capisco in pieno il senso della fortuna e del fattore inatteso di cui parla Bregani a proposito di scatti riusciti. Tra gli episodi più recenti ci sono un temporale improvviso sul golfo di Trieste mentre il sole stava tramontando e una schiarita a Boccadarno – di quelle che capitano una volta all’anno quando va bene – con le Apuane che sembravano a un passo dal fiume e la linea di costa marcata fino alle Cinque Terre. Quel che avvenne a Trieste fu davvero incredibile. Arrivata in città alla fine di settembre con un sole quasi imbarazzante, nel pomeriggio ebbi l’idea di andare al mare. Non avevo pianificato il mio spostamento e la sosta fu decisa in modo del tutto impulsivo. Mentre ero sull’autobus la luce aveva cominciato a cambiare e, col timore di ritrovarmi nel bel mezzo di una tempesta ma impaziente anche di scattare qualche foto, al primo varco che vidi aprirsi nella pineta alle mie spalle saltai giù. Scoprii di essere a Barcola. E la vista in quel punto, a quell’ora, col cielo spaccato in due metà esatte tra il cupo delle nuvole e l’incendio del tramonto, mentre il vento prendeva forza sul mare spingendo le due metà a toccarsi, io credo sia stato uno degli spettacoli più singolari e intensi a livello cromatico cui fosse dato assistere lì. Ecco una grande fortuna, ecco come qualcuno che visiti un posto per la prima volta non possa sperare di essere salutato meglio dallo spirito del luogo. Son sicura che la mano di un professionista avrebbe realizzato qualcosa di straordinario. Eppure custodisco gelosamente quei miei scatti che, com’è inevitabile, si legano a miei ricordi di quelle ore benedette.
Di questo libro di Alberto Bregani ho apprezzato la naturalezza con cui ci introduce alle cose semplici e autentiche del vivere. Camminare, aggiungere strade alla nostra quotidianità, non fuggire i percorsi che ci guidano alla conoscenza degli altri e di quello che ci circonda, abbandonarsi agli imprevisti, agli incontri, in una parola esplorare gli infiniti mondi che ruotano dentro e fuori di noi e, sentendone l’esigenza, provare a raccontarli.  


(Di Claudia Ciardi)


Alberto Bregani, La montagna in chiaroscuro. 
Piccolo saggio sul fotografare tra cime e sentieri,
Ediciclo editore, 2017


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