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22 agosto 2019

Un passaggio di nuvole e di ombre


Il divagare dello sguardo sui cambi di luce, sulle forme che vi nascono come fioriture spontanee, occhi su occhi nei passaggi dell’ombra. E in questi passaggi, soprattutto, sentire l’inverarsi di una metamorfosi, tema infinito dell’acqua e della pietra, qui con ostinazione venire fino a effondere.

(Di Claudia Ciardi)


Θάλασσα του Πρωιού
Mare al mattino

Fermarmi qui. Per vedere anch’io un po’ di natura.
Luminosi azzurri e gialle sponde
del mare al mattino e del cielo limpido: tutto
è bello e in piena luce.

Fermarmi qui. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fermai);
e non vedere anche qui le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Konstantinos Kavafis (1915)


Dal “Poema della montagna”


Trasalirai - ti scrollerai montagne,
e l'anima - ascenderà.
Dello strazio lascia che io canti:
della mia montagna!
Non ora, né mai in futuro,
la nera falla rabbercerò.
Dello strazio lascia che io canti,
in vetta alla montagna.

Marina Cvetaeva (gennaio-febbraio 1924)



Baia dei Saraceni - Varigotti, agosto 2019



Le Manie da Finale ligure, agosto 2019



Le Manie (myosotis), Liguria, agosto 2019 - inchiostri



Lembi di montagne - Le Manie da Finale ligure, agosto 2019



Le Alpi dal Sestriere - Ombre e passaggio di nubi, aprile 2019



Le Alpi lungo un sentiero al Sestriere, aprile 2019



Le Alpi dalla Val Thuras - Alta Val di Susa, luglio 2019



29 aprile 2019 - Al Sestriere disegnando montagne



Sul sentiero per Rhuilles - Alta Val di Susa, luglio 2019



* Proseguendo la serie “La pietra e il sogno”.

16 novembre 2018

Lorenzo Viani - Poesie


Questa edizione delle misconosciute poesie di Lorenzo Viani, pittore versiliese espressionista di idee anarchiche, al pari di un’erba selvatica non si lascia facilmente classificare né piegare a usi affrettati o distratti. Leggendo, i versi scaturiscono nel solco fosco e tormentato delle sue cose dipinte o incise. Sullo sfondo di una Viareggio dinamica, alla moda, stimolata dall’espansione primo novecentesca, l’occhio e il sentimento di Viani si staccano rocciosi, ironici e fatali. L’artista coltiva un arcaismo che si direbbe in lui profondamente connaturato, riversato nell’ossessivo intreccio cromatico del nero. Perché nero è il fondale su cui si staglia l’andare dei suoi personaggi: così le vedove del mare, il navarca, lo spiritato. Tutti uniti al destino del vàgero, l’archetipo umano dormiente nelle pieghe della nostra incoscienza e da lui dissepolto. Scrive Fabrizio Zollo in un volumetto fondamentale che raccoglie alcuni pensieri del Viani: «Il vàgero è l’errabondo ribelle nel nostro mare terreno, alla continua ricerca di una felicità negata». Quel mare terreno che per il pittore era il Tirreno, qui visione ricorrente, a sua volta archetipica, di un naufragio a occhi aperti. Sono versi dell’erranza, poesie transumanti, di coloriture e musicalità ribelli, smisurate, promiscue. Tra questi orti e muri sbrecciati, tra ciurme immaginate e reti salpate e “città calcinate dal sole”, s’appende il sogno di una levigata pesantezza. E in quel sogno s’incontrano strane incarnazioni che sembrano prese a prestito da un capriccio di Goya, o ancora ombre, tante ombre fluttuanti, imprecise, sommarie, come se ne avvistano nei versi di Campana, Caproni o Montale. C’è qui la grazia oracolare di un tempo avviato all’evanescenza, che la poesia di Viani vorrebbe, anche solo a sprazzi, fermare nella solida profondità di un ritratto.
Ma lincanto di questo libro sta anche in una riflessione da parte dell’editore che sottoscrivo alla lettera, la quale impreziosisce a mio parere l’idea della presente pubblicazione, e vale anche per molto altro che si fabbrica troppo velocemente e si pretende di voler subito sdoganare nella nostra epoca di commerci: «Un tempo l’editoria non esisteva. C’era solo la scrittura. Quella dell’amanuense protetto dal silenzio del chiostro che investiva l’intera sua vita copiando, miniando, perpetuando la saggezza. O quella di chiunque altro che, chiuso in una stanza, cercava dentro di sé una qualche conoscenza a giustificazione del proprio esistere. Scriveva; non sapeva per chi né sapeva se quello che scriveva potesse avere veramente un valore. Seguitava a farlo in forza d’un dovere inesplicabile. Poi sono venuti gli editori; a volte mecenati (ma erano altri tempi); non si rassegnavano all’idea che la saggezza potesse restarsene inattiva e sepolta nei cassetti; guai se certe scritture non venivano lette da altri, non diventavano patrimonio comune! Ora capita di pensare ad un editore come ad un segugio sguinzagliato nelle riserve di caccia della letteratura; uno snidatore di opere di successo, spesso né assennate né belle. Oppure lo si immagina intento ad oleare mastodontiche macchine editoriali per conto terzi che spesso non sono neppure scrittori. Si è così in buona parte smarrita la sua originaria vocazione di stampatore di talento, interamente dedito alla bellezza del libro, disposto a mettersi veramente al servizio della libertà inventiva di chi scrive».
Il recupero delle dieci poesie di Viani, che l’artista aveva affidato a una cartella persa nella corrente delle sue creazioni, affiorata soltanto nel 1938 a due anni dalla sua morte per entrare nel Quaderno numero nove di «Poeti d’oggi», anche in virtù di questa dedizione a un’idea di stampare per far conoscere qualcosa di bello che si è manifestato senza clamore e che rischiava di scomparire, contribuisce a un libro pregevole, da incontrare in punta di piedi e su cui meditare senza fretta.

(Di Claudia Ciardi) 



 Lorenzo Viani, Le vedove del mare, 1915-'16


Primavera fredda

Tremito verde d’erbe intenerite,
verniciate d’acqua piovana,
sarmenti di vite
sulla siepe-reticolato ferro spinoso,
sanguinolento, rugginoso,
acciaiato dal sinibbio.
Nibbio
sui nidi.
Teste rosate,
impolpate di terra sangue:
rape; verdi capelli di fogliame.
Fioretti gialli come lupini,
come i lumicini
a olio delle tombe.
Cimitero cipressato sul crinale,
un corvo batte l’ale,
sulle coccole amare come il veleno.

Fiammelle verdi sui pioppelli d’argento,
in batufoli di cotonina,
uccelletti gialli fenaticina,
ciuciulìo spento
dal vento.
Gelsi di ferro battuti dal vento,
gemmati col tagliolo,
magliolo
ricolto sulla calocchia.
Una biscia straocchia
una verla
che sverla d’amore.

Un fiore di ruta
saluta
una rondine, venuta dal mare.


Tramagli tesi alle stelle

Vele gialle crocisegnate,
donne nere rassegnate,
fissate
sul mare.

Sulla barca
un vecchio navarca,
viso di terra cotta,
guida il timone, tesa la scotta.

Triangolo di reti distese,
schelmo, timone, calcese.
Cielo turchino,
rami di stelle in cammino,
impigliate
nelle reti, orate,
pesci luna,
lene,
sul bordo
sciabordo
oleastro
verde astro.
Fredda palpitazione di mare
sciare,
arare,
sarpare.


Orto dei frati

Giugno tufagna
martuffagna dei poveri
che s’appastano
s’impastano nell’orto dei frati
orto, cimitero, cenacolo,
bevacolo.

Mezzogiorno e mezzo
intermezzo
di morte
entro le porte
della città calcinata dal sole
parole
spente
nella mattonaia della casa
come la calce ardente.

Cibo di mezzogiorno e mezzo
intermezzo di morte
chiuse le porte
accallate le imposte
tritumio di croste
pane com’ossa
che richiama la fossa.

Sulle prode ne l’orto fuga
d’olivi
sui clivi
verdastri
lattuga carnosa
ravanelli color rosa
una rosa
all’edicola della madonnina
tutta verde d’erba cedrina.
Pampane
campane
salici del pianto
sul camposanto
piccolo come un orticello
un fraticello
svelge l’ortica
che insidia l’ellera amica
dei marmi tombali
una clessidra con l’ali
insidia sopra una pietra
stetra
la morte
che bussa alle porte
serrate
alle imposte accallate.


Insonnia

Insonnia: vita, vita! A occhi sgranati
allucinati
tenebrati
dal sonno;
spasimo letargico dell’intelligenza
quintessenza del pensiero espressa
sotto la pressa
del torcolo vita
a giro strettoio di vite.

Insonnia: grappa
che strappa
liquore estratto dai raspi delle cervella
brucati dalla frappa
su cui giace Morfeo.

Latitudine inusitata
marcata
dalla lancetta intelligenza
sull’ennesima potenza mistero.

Dalle doghe dello strettoio
il pensiero viziato vizzo
cola caglio come vino di strizzo
rosso ecchimosato di celeste e d’elleboro verde
che disperde
il sonno nelle tenebre dell’anima.

La civetta funerale
l’orologio di San Pasquale
che scandisce i tocchi della morte
sacrificata alle porte
della vita,
il vipistrello dell’ale
a ombrello accenciato
il gufo sfiatato
stantufo sincopato
l’upupa
cupa
uccelli tutti di triste presagio
di tempesta di naufragio
starnazzano intorno al capo
dell’insonnia sonnambolo
preambolo
ai voli siderali
eternali.

La tartaruga discreta, il baco da seta,
la serpe prudente
tragittano sul cervello rovente:
sonno scritto
lento tragitto
nel mondo dei sogni.


Sera sul mare

Il sole spirato,
sparito,
nel mare, giù nei fondali
interdetti ai mortali,
gli squali
di fredd’argento
sguisciano sull’astro spento.

Lontano, un veliero,
un’isoletta celeste come una conchiglia,
la chiglia recide i fondali
conturba gli squali.

La ciurma acchiocciata
sull’opera morta,
pensa alla gente morta
inabbissata,
nel mare.

La bandiera,
freddo alito della sera,
tomba ammainata
in coverta
aperta.

Mencia
s’accencia.



Lorenzo Viani, La signora del crisantemo, 1911



Edizione consultata:
Lorenzo Viani, Scriverò un libro di poesie. Così tutti mi chiameranno poeta
Mauro Baroni editore, 1991.

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16 agosto 2018

Dal taccuino giapponese (IX)


Profili della Costa Verde in Corsica tra spiagge lunghissime, abbracciate da una brughiera straniante, e montagne che la sera si accendono di riflessi azzurri, dove riposano piccoli abitati millenari, colmi di storia e poesia. In cammino su rive e sentieri, giorno e notte, a passo lento, seguendo le pulsazioni dell’isola.

«Il viaggiatore più veloce è colui che va a piedi» Henry David Thoreau.




 Montagne corse dalla spiaggia vicino Porto Taverna, 12 agosto 2018




Montagne vicino Porto Taverna. Impressione di sera colori acquarellati su cartone, 13 agosto 2018



Dalla spiaggia vicino Porto Taverna, guardando verso Santa Maria di Poggio, 8 agosto 2018



 Ancora una veduta di Santa Maria di Poggio e le sue montagne, 8 agosto 2018



Montagne corse di sera vicino Vanga di l'Oru, 14 agosto 2018



Montagne vicino Vanga di l'Oru, guardando verso Moriani, 8 agosto 2018



Montagne corse di sera a Vanga di l'Oru - colori acquarellati - schizzo preparatorio, 8 agosto 2018



Dalla spiaggia vicino Porto Taverna, guardando verso Santa Maria di Poggio



Profili di montagne blu da Porto Taverna



Le montagne di sera a Vanga di l'Oru


*Foto di Claudia Ciardi ©

6 ottobre 2016

Sosta d'autunno



La casa di uno scultore del legno a Moena


Per questi trentacinque anni, dedicato a tutti i miei lettori.


Di equivoci nella vita ne capitano molti, errori se ne fanno anche di più. Ma soste poche. Quelle rare tregue in cui il mondo ci dice qualcosa di sé sono sempre troppo rapide e stentate. E quando vengono non le riconosciamo, tanto siamo abituati a non dar peso a quel che ci passa per le mani senza avvertimento, chiedendo in cambio solo qualche attimo di abbandono, un gesto di riconciliazione al quale non badiamo quasi mai. Dipende da noi. Non aspettarsi nulla è forse meglio.
Ultimamente quando passeggio mi succede di fissare lo sguardo a una lanterna, un’opaca corolla che veglia il piano nobile di una villa tutta dipinta di bianco. Se ne sta timida e quasi corrucciata nell’attesa che l’ultimo sole di novembre le cada sul viso; e in quell’istante che precede la sera può finalmente sbocciare. L’autunno culla le cose come un’altalena, a ogni slancio le vesti si gonfiano sopra i ricordi, i sandali adescano l’infanzia. Nel giro di poche ore si annida un trapasso che è uno scolorarsi di tinte umorali di anni, dove la memoria si fa strada in ritardo. Il bambino è preso al capestro come una farfalla nella rete, la luce spalanca il cancello del giardino, un ditale stregato filtra dai muri di confine nel cartoccio delle ombre. E la lanterna aspetta di sapere, incerta se affidarsi all’ultimo caldo che il sole le offre o alle nubi dove la burrasca ha radunato le sue messaggere. Naviga nei rosoni orientali del cielo, con la fronte corrugata dietro scalmi di vetro e si lascia abbindolare. Tra poco verrà il buio, il lampo investirà le rotte dei navigli. Un viandante potrebbe portarla con sé, appesa al suo mantello e a una chitarra scortecciata, mentre in una piazza qualcuno si soffermerà su quelle risvolte lise. Però lei forse non vuole. Somiglia a certe donne che dentro al mondo ci si sono solo immaginate, e non si sa se cambieranno idea. 
Davanti al morire del giorno, gli orti sperano ancora che un inizio estate faccia di nuovo capolino. Resta fedele alla sua parete la lanterna, eppure si sente trascinata. Perde il controllo, ora si atteggia a meridiana confusa. Forse si strugge per un porto conosciuto dai versi di un poeta. Orme sulla prima neve, così pare recitasse una canzone, morbide chiazze nel mare della notte sui moli desolati di una città spazzata dal vento. Ballate di marinai, cartoline d’innamorati che mai più si vedranno. L’ago del sole cadente cuce gli orli alle gonne, lunghissime sono ora le ombre, vulnerabili e lente come una fine. Siedono gli amanti nei parchi, ogni cosa è fuoco e come fuoco si alza e muore. Le giovani camminano nel rosso del tramonto, hanno sui visi una smorfia di piacere. Tra non molto chiuderanno nel fazzoletto rosso la loro adolescenza, un pane lasciato a lievitare.
Un vagabondo disteso sulla sua sacca incorniciato dal solito angolo, idolo tinto di malta, suonando vuol dare una benedizione. Il suo corpo riflette ogni giorno l’inizio e il coricarsi del tempo, e l’unisono del suo ripetersi in stagioni, tutto lo sfiora senza mai assolverlo. A migliaia i cantastorie si sono addormentati sul dorso della terra, dondolante schiena di cammello che attraversa la vita, e molto fu scritto nei loro spartiti. Ovunque hanno sostato, saggiando il carattere degli uomini. Se uno moriva in una bettola o in mezzo a un campo, un altro veniva a dargli sepoltura e un altro ancora ne faceva il racconto. Così va la gloria degli ultimi e tali sono le loro gesta. Di mano in mano passa la fiaccola della loro arte, come una corona in una dinastia di re. Venivano, non è molto, sulle piazze coi panni stracciati a prendersi l’applauso e lo scherno. Ogni anno l’autunno versava le foglie sul loro spettacolo. Ma ora se ne vedono sempre meno. Qualcuno ha donato i suoi poemi, magari pensando servissero a consolare altri. Sia lecito nella poesia di novembre vedere anche l’opera loro, e quella di caldarrostai, ambulanti e artigiani e giocolieri improvvisati, maestose figure che orgogliosamente voltano le spalle ai rintocchi della fortuna o forse più di tutti lafferrano. Chi da piccolo ha tenuto in tasca le reliquie di simili santi, chi avrà conservato per sé questi lari graziosi, non smarrirà l’incanto che gli hanno gettato addosso. Ognuno si sente toccato dal ricordo, poveri resti d’uomini che agli uomini insegnavano altre vie e loro, pur rinunciandovi, erano felici di conoscerle. Questa e altre eresie s’ingolfano sui visi scarniti del fogliame rimasto in bilico sui rami. Arrossiscono i muri reggendo quei pudichi fantasmi; spoglie d’alberi che nessuno verrà a visitare, queste inutili ossa che sono state. Ma se ne ricorda l’odore e il brusio il bambino incerto che le calpestava, mosso ai primi giochi, vi affondava le scarpe, e quello spezzarsi di ali lo stringeva al mondo senza che lui lo sapesse. Spezzava un ramo, profanava un ossario e lì qualcosa nasceva, nell’andare sui prati, per quelle ignote terre con indosso il suo favoloso manto di piccolo re. Essere un tutt’uno col fiotto che esce dalla pelle di cose vive e non vive, essere tutto e confondersi.
La buccia dei frutti trasuda, separata dalla polpa eppure di un’unica sostanza. Il piatto è rotondo, brilla sotto la lampada accesa e sembra quasi non avere forma. Gli spigoli della tavola disegnano la stanza, intorno è già scuro, per strada non si sente nessuno. Davanti alla finestra nuota questa esile radura sulla superficie di un lago silenzioso, cola amaranto dalle nubi dentro le pupille dei tetti, scende un chiarore che ancora resiste nell’azzurro di qualche ruga. Siede al suo posto il figlio con un sorriso largo e la tovaglia manda un bagliore fatato. Tutto è all’inizio, si avvicina in punta di piedi alla soglia del suo cuore che non ha difese e attende di essere accolto. Lui stringe una bacchetta con cui s’illude di andare lontano. Oltre il celeste dei vetri, di là dalle rose autunnali che ne ricamano la fronte, avrà in dono i suoi pomi rotondi, diversi da quelli che la madre gli ha messo nel piatto. Imparerà l’amarezza dei nuovi frutti, li rifiuterà, ma altri verranno e finirà con laccettarli. Innanzi a quel vetro si sente vicino al mondo eppure respinto. Ancora non lo sa con certezza, prova unindicibile delusione nel guardare, e non la spiega. Cerca di mischiarsi alle cose ma neanche questo gli riesce. Comincia a dubitare se mai gli riuscirà di unire se stesso agli altri. La madre gli mette nel piatto la luna, rifila gli anni come una collana, impasta le sue tenere carni alle perle che ruba al mercato, vegliandolo. E la lanterna sempre ben salda sulla casa.
Il bambino vince il fazzoletto a rubabandiera e conquista metri alla sua ribellione. La corsa gli dà vigore. Avanza in mezzo alle foglie, l’autunno lo ritrova cresciuto. La sua inesperienza non è più il fragile spago con cui legava l’amore della madre. Adesso può tenere testa alle ombre del giardino, l’azzurra maschera della finestra non riesce più a catturarlo; ha tracciato un confine sicuro, lui crede, tra sé e il mondo. Non cadrà più nell’inganno di andare incontro alla vita. Ha imparato a non restare deluso, è la sua convinzione. Ma proprio da qui verrà la sua scontentezza. Nessuna tavola luccicherà più, il piatto dorato dell’infanzia rimarrà vuoto sotto la lampada che nessuno curerà più di accendere. Abbandonate saranno le stanze nell’opaco splendore di un’aspettativa fugata.
L’intera esistenza si aggira in questo sommesso limitare di cose. Gli argini prima o dopo finiscono travolti, atterrati. Si rimescola il tempo nella carne, occulte doline franano sui contrafforti che saldamente hanno spartito lo spazio. Un laccio stringe i polsi ai ricordi, e il sangue sgorga pesante e già rappreso, trafila da questo lembo di volontà troppo sottile che aspira a preservare.
Novembre tiene per le caviglie, gioca a tirare indietro, quasi camminassimo in mezzo alle onde. Dagli ultimi orti della città esala un fumo denso di sterpaglie. Le bacche si aprono sulla via dandosi agli insetti. Non so cosa porti qui, ad aggirarsi per queste bianche case dove non sincontro nessuno. I cortili vanno a morire nei campi insieme al sole. Tutto qui ha un riverbero di pace. Quanto più cedo a questa tregua autunnale, anche solo per poco, in questo strano confine di abitati e abbandono, più ancora ho l’impressione di udire una piccola morte farsi strada dentro di me, un palpito di fibre scivolate dal trapezio del mondo. Così vicina non l’ho mai sentita. Ma è la mia sosta, è calda come una madre, e all’infinito vorrei poterla assecondare.       


(Di Claudia Ciardi, novembre 2014)

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