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8 luglio 2021

Sacri Montes (II)

 
Le foglie sparse sul sentiero si animano e vagano a tratti come viandanti. Zone scure sulla montagna, altrove il sole. Dagli squarci del cielo sembra piovere un incantesimo che scioglie i contorni, sovverte le forme.
Si arriva all’improvviso accanto a certe piante, capita di sfiorarle cosicché si fanno conoscere all’aroma prima ancora che all’aspetto. Lo sguardo corre ovunque lungo le distese dei prati, fruga nel mistero delle ombre, attende chissà quale rivelazione al margine del bosco, finché si alza su alcune solitarie vette più volte ripetendo a se stesso: inviolate cime, lassù non si arriva.

 
(Di Claudia Ciardi)


Unalpe - Alta Val di Susa




Risalendo la Val di Susa




Monginevro - Il respiro della montagna oltremare




Attraversando la Val di Susa - Colori acquarellati su carta riciclata da un involucro

 

 
Splendore della Sacra




Nubi al tramonto di alzano sulla Sacra


3 ottobre 2019

Marina Cvetaeva - Sette poemi


Sette, potere affatturante del numero. Nel Poema della montagna risuona la solennità biblica del settimo comandamento, sigillo a cose terrene perché non siano usurpate da altri né siano alienati i frutti dell’anima, e poi ancora il sette «fulcro del mondo» nell’immateriale sospensione del Poema dell’aria, fuga liberatoria che accarezza l’idea del congedo. Numero ricorrente del folclore russo, equilibrismo cabalista nella lotta fra gli opposti, scala musicale, mediazione del divino e dell’umano, misura esatta, compiuta armonia.
La vita di Marina Cvetaeva inizia con una precoce consacrazione nel tempio delle lettere. Bella, colta, appartenente a una classe agiata – il padre è professore universitario a Mosca, la madre una pianista – appena diciottenne pubblica a sue spese Album serale, che raccoglie le poesie composte nell’adolescenza. Il volumetto non passa inosservato tra i letterati del tempo e per lei si aprono subito le porte di casa Volosin, a Koktebel’, una sorta di residenza d’artista dove dal 1910 al 1913 furono ospiti i maggiori scrittori russi. In Crimea trova anche l’amore, incontrando Sergej Efron, studente all’Accademia militare con cui si sposa all’inizio del 1912.    
L’intensità dell’esordio e la velocità dell’ascesa del suo talento poetico, quando tutto sembra concederle un’esistenza appagante in un crescendo di successi letterari e fama, suscitano un’amara inquietudine se accostati ai difficili anni della rivoluzione bolscevica e alle peregrinazioni che fu costretta ad affrontare. Il concetto di rovesciamento delle sorti nella vita di Marina Cvetaeva acquista l’aspetto sconvolgente della storia, segnata dalla guerra, dalla caduta zarista, dalle epurazioni di partito. In questa carambola impazzita i suoi versi, soprattutto quelli consolidati nell’architettura dei poemi, sono schegge guaritrici cui affidare le lacerazioni, i distacchi, la strage sentimentale che si abbatte nei giorni malati dell’esilio, dell’isolamento, del voltafaccia di amici e colleghi. Un’elaborazione autobiografica densissima, sempre oscillante fra ctonia agonia e sublimate erranze in paesaggi paralleli, onirici sconfinamenti, visioni destinate a un altrove che distoglie dal quotidiano incalzare. Sulla cascata delle strofe si sporgono d’improvviso conturbanti figure mitologiche, non solo personae ma vere e proprie coordinate oracolari, messaggere di sotterranee evocazioni e arabeschi tonali, voci e metri compositi che si contendono brani di memoria. Dal richiamo ad Alceo nel gioco delle conchiglie di Dal mare alla frammentarietà avanguardista, da satira jazz, nel Poema della scala, stralci di vita in bilico su assoli fiabeschi. Ogni traccia terrena, ogni luogo o evento rimasticato nella scrittura del poema diviene simbolo, parola-chiave, formula scagliata in un’altra dimensione dov’è più facile capirsi, congiungersi a chi è lontano, smorzare quel che nel tormento di ore incerte e senza sponda assale con gelida efferatezza. È in questo epos larvale e umbratile che prendono vita gli scorci di Praga, la collina montagna e il lungofiume che fanno da sfondo alla storia con Konstantin Rodzevič, gli spazi degli incontri immaginari con Pasternak e Rilke, dioscuri della sua ostinazione creativa, la trasfigurazione dell’appartamento parigino stretto nella morsa di abitudini feriali e grettezze borghesi che disperdono la scintilla dell’arte, la trenodia per la morte di Rilke con cui prende corpo la consapevolezza di essere di un altro mondo, l’idea di un appartenersi cosmico che trascende le vie ordinarie e nella morte non vede un limite ma un valico che connette con quell’oltre vitale.

(Di Claudia Ciardi)


Edizione di riferimento:

Marina Cvetaeva, Sette poemi, a cura di Paola Ferretti, Einaudi, 2019


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Da Poema della montagna

Si struggeva, Montagna (che ogni monte
con fiele d’argilla ai commiati
si strugge). Per il tubare di tortora
soave dei nostri mattini senza nome.

Sul nostro sodalizio, si struggeva:
connubio irrefutabile – di labbra!
Asseriva Montagna che s’avvera
tutto – a misura del pianto profuso.

E ancora asseriva che bivacco
è la vita – di cuori eterno bazar!
E si struggeva: almeno Agar
insieme al figlio fu bandita!

E ancora, che un demone ci frulla
e che gratuito è sempre il gioco.
Sentenziava, Montagna, noi – muti.
A lei rimettendo il giudizio.

Praga, 1 gennaio – 1 febbraio 1924


Da Poema della fine

Ultimo ponte.
(Non rendo e non sfilo la mano!)
Ultimo ponte,
ultimo balzello.

Acqua e firmamento.
Le monete appronto.
Un soldo per Lete,
obolo a Caronte.

Ombra della moneta,
nella mano adombra. Mute
monete, quelle.
Alla mano ombrata –

L’ombra della moneta.
Né luccicanti, né tinnanti.
Monete – a quelli.
Solo papaveri, dai defunti.

Ponte.

[…]

Anime non rassettate –
male rimarginate!
Periferie, sobborghi…
furibondo è il burrone

della periferia. Senti lo stivale
del fato – sulla molle argilla?
… Dai pure a me la colpa: nella fretta
un che di vivido, stringente ho imbastito

– per quanto ingarbugliato!
Ultimo lampione!

Qui? Come di carbonaro hai
lo sguardo. Di razza inferiore –
sguardo. – Saliamo alla montagna?
Per l’ultima volta!

Praga, 1 febbraio – Jiloviste, 8 luglio 1924


Da Dal mare

Io – senza refusi,
Io – senza ritocchi.
Un pugno di rose alpestri
ti darei, e una bicocca
a picco sul mare,
con onde di bonaccia.

Dall’Oceano, ecco per te
una manciata di gioco.

Grado a grado prendi, come fu raccolto.
Il mare gioca. Chi gioca – è buono.
Il mare gioca, e io prendo,
il mare lascia, e io ripongo

in scollo e guancia – salmastra, marina!
Palmi occupati: la bocca è tiretto.
Lode, risuona al flutto!
La Musa lascia, l’onda prende.

Coralli di granchi, leggi: gusci.
Gioca il mare, chi gioca – è grullo.
Chi pensa – ciocca ingrigita! –
è saggio. Giochiamo, allora,

a conchiglie.

Vandea, maggio 1926


Da Tentativo di stanza

Senza affannosi «Dove sei?».
Sto in attesa. Nel maniero di Psiche
servono all’uopo – i gesti
che siano a quiete apparentati.

Vento soltanto è caro al poeta!
Ho una certezza – i corridoi.

Attraversare è tutto, per le armate.
A lungo occorre andare, perché infine

a metà stanza, con fare
da nume-citaredo…
                                – la Via del Verso!
Vento contro la fronte – stendardo
dal nostro passo inalberato!

St. Gilles-sur-Vie, 6 giugno 1926


Da Poema della scala

Silenzio. La tosse perfino
si è estinta, essiccata.
Anche la nostra scala
ha il suo momento

di quiete…

Ultima risalita
su scala tremebonda.
Ultima micetta.

Il buio tutto accorpa –
e noialtri e lo sporco.
Anche la scala di servizio
ha il suo momento

di lindore…

Una – chi, vattelapesca! –
rovescia l’ultimo catino –
Reno che da Alpi scroscia –
acque contro l’asfalto

del cortile…

Sul cortile – arabeschi:
là grappoli, là croci…
Anche la scala di servizio
ha la sua carta degli astri.

Vandea, luglio 1926

    
Da Per l’anno nuovo

Nel bailamme del Capodanno, assorta
Nella mia rima interiore: Ràiner-Mòira.
Se un occhio pari al tuo s’è ottenebrato,
non vita è la vita, non morte la morte,
– tutto s’offusca, lo capirò alla meta! – 
Non vita o morte (inesistenti) si danno,
ma nuova, terza cosa.

[…]

Scorgo la croce tua, di là dal tavolo:
quanti posti – fuori città, e spazio
fuor di città! A chi se non a noi
ammicca – l’arbusto? Posti – di nessun altro,
solo nostri! Fitto fogliame! Aghi, rami!
Posti tuoi con me (tuoi con te). (Devo, dirlo,
che insieme a te perfino a un comizio
verrei?) Altro che – posti! Lustri!
Settimane! Sobborghi desolati, pluviosi!
Quanti mattini! Insieme fare cose
non ancora varate da usignoli!
Magari io vedo male (dalla fossa),
magari vedi meglio tu, da lassù:
niente tra noi è andato in porto.
A tal punto quel niente chiaro e netto
si confaceva a noi per complessione –
che a malapena serve nominarlo.

Bellevue, 7 febbraio 1927


Da Poema dell’aria

Più assordante che Don a pugna
squillante, più che mietiture
di patiboli… per tornanti
più minacciosi che monti,
volute sonore, come tra mura
tebane non da mano erette.
Sette – le falde e le sfere!
Sette – gli heilige Sieben!
Sette, fulcro della lira,
sette, fulcro del mondo.
Se fulcro della lira
è il sette, fulcro del mondo
è il verso. Così le mura
tebane al suono della lira…
Del corpo ancora nel braciere
– «più che piuma lieve!»,
la vecchia storia del grave
che all’udito va perso.
Con l’udito – in puro spirito
mutarsi. Lasciate le scritture
ai secoli.
Come udito
puro o puro suono
avanziamo? Pre-annuncio
di sogno. D’estasi pre-sussulto.
Più che grotto assordante
quando infuria equinozio.
Più che tempia – epilettica,
più che fame – di visceri…
Pure, non più assordante
che di Resurrezione
sepolcro…

Meudon, 1927 (Nei giorni di Lindbergh)





Alta Val di Susa – Foto di Claudia Ciardi ©

22 agosto 2019

Un passaggio di nuvole e di ombre


Il divagare dello sguardo sui cambi di luce, sulle forme che vi nascono come fioriture spontanee, occhi su occhi nei passaggi dell’ombra. E in questi passaggi, soprattutto, sentire l’inverarsi di una metamorfosi, tema infinito dell’acqua e della pietra, qui con ostinazione venire fino a effondere.

(Di Claudia Ciardi)


Θάλασσα του Πρωιού
Mare al mattino

Fermarmi qui. Per vedere anch’io un po’ di natura.
Luminosi azzurri e gialle sponde
del mare al mattino e del cielo limpido: tutto
è bello e in piena luce.

Fermarmi qui. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fermai);
e non vedere anche qui le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Konstantinos Kavafis (1915)


Dal “Poema della montagna”


Trasalirai - ti scrollerai montagne,
e l'anima - ascenderà.
Dello strazio lascia che io canti:
della mia montagna!
Non ora, né mai in futuro,
la nera falla rabbercerò.
Dello strazio lascia che io canti,
in vetta alla montagna.

Marina Cvetaeva (gennaio-febbraio 1924)



Baia dei Saraceni - Varigotti, agosto 2019



Le Manie da Finale ligure, agosto 2019



Le Manie (myosotis), Liguria, agosto 2019 - inchiostri



Lembi di montagne - Le Manie da Finale ligure, agosto 2019



Le Alpi dal Sestriere - Ombre e passaggio di nubi, aprile 2019



Le Alpi lungo un sentiero al Sestriere, aprile 2019



Le Alpi dalla Val Thuras - Alta Val di Susa, luglio 2019



29 aprile 2019 - Al Sestriere disegnando montagne



Sul sentiero per Rhuilles - Alta Val di Susa, luglio 2019



* Proseguendo la serie “La pietra e il sogno”.

11 maggio 2018

Pietre sacre in Val di Susa



Un’opera che ci accompagna in un viaggio insolito attraverso la Val di Susa, con incursioni per nulla marginali ai fini del quadro storico complessivo nella valle del Tanaro, in Liguria e Lunigiana. Un racconto affascinante che coniuga la divulgazione scientifica, sorretta dai tanti dati archeologici che si susseguono in queste pagine, censiti con meticolosa pazienza dai due autori, con uno sguardo che potremmo definire poetico e insieme tenace. Perché la Val di Susa è stata nell’ultimo ventennio un territorio conteso, con scontri anche recenti tra i suoi abitanti e chi si è ostinato nel taglio delle montagne, per un’infrastruttura di dubbia utilità, ormai considerata tale anche da alcuni sostenitori della prima ora. Territorio di lotta e resistenza, situazione che ha esposto l’enorme patrimonio culturale che possiede a pericoli e danneggiamenti, oltre a fare i conti con la consueta dose di incuria di cui purtroppo già soffrono i beni nazionali. Dunque, luogo costretto a vivere negli ultimi tempi una condizione di fragilità, ma non fragile, anzi, capace semmai di raccogliere la sfida e rialzarsi con ostinazione.
Giacomo Pignone e Pier Paolo Strona compilano un manuale che attira il lettore in una dimensione lontana nello spazio e nel tempo, fatta di culti della terra, celebrazione rituale del passaggio dall’inverno alla primavera, libagioni e sacrifici – nel mondo antico andava così –  in siti il cui raggiungimento era tutt’altro che facile, per non dire che si trattava di posizioni in molti casi decisamente impervie; la sommità di una montagna, la roccia che bordeggiava un dirupo.
Segni di un’umanità, e della sua religiosità, che è difficile cogliere ancora e men che meno ricostruire nel dettaglio. Lo ripetono più volte le nostre due guide, che non si sbilanciano di fronte a dubbie interpretazioni e attribuzioni. Ci si aggira infatti tra il neolitico e la prima età del ferro, un lasso temporale esteso per il quale non abbiamo fonti scritte e dove quel che osserviamo, nel tentativo di decifrarlo, ha risentito di molti passaggi. Colpisce in questa narrazione il continuum di un sentimento del sacro che è venuto depositandosi e sovrapponendosi su queste terre, anche nei suoi risvolti più violenti, quando il cristianesimo volle epurare le ultime tracce cultuali pagane, difese come fattore identitario – ancora resistenza! –  ed etnico dai valligiani.
Paesaggio e storia qui hanno dialogato sempre, come altrove del resto. Ma queste montagne, con il loro arcaismo magico, parlano forse ancor più che altrove una straordinaria lingua spirituale, che non lascia indifferente chi le attraversa. Non è un caso che i due autori inizino il loro percorso sotto gli auspici di Giuditta Dembech, scrittrice e giornalista, che con il suo Musinè magico ha firmato un importante resoconto storico e letterario in Val di Susa, prima poetica ricognizione dei reperti di un luogo oggetto di tante leggende e fantasiose stranezze. Il libro della Dembech, pubblicato da Piemonte in Bancarella, un’altra piccola editrice piemontese raffinata e di qualità, scorre di continuo tra le righe di questo volume. E anche in ciò si percepisce l’attaccamento dei due studiosi nei confronti del territorio e di tutti coloro che con umile ostinazione hanno contribuito a salvarne una memoria. 
Aggirandoci così tra i reperti meno noti di cui è disseminata la Val di Susa, dal neolitico al dominio dei re liguri, dai romani all’arrivo di franchi e longobardi, grazie anche al denso apparato fotografico a colori e in bianco e nero, si tocca dunque, lo abbiamo detto, una stratificazione culturale millenaria, nutrita di una sacralità che trovava nel paesaggio e nel rapporto con i cicli della natura la sua principale fonte d’ispirazione.
Si accenna anche alle straordinarie statue stele della Lunigiana (custodite al castello di Pontremoli, luogo già di per sé incantato), espressione di una cultura arcaica ligure similare, in questo caso apuana e celtica, a seguito della penetrazione di questo elemento, che da qui, passando per le Alpi marittime, Cozie e Graie, si estendeva fino alla Valle d’Aosta. Una narrazione che onora degnamente l’origine del nome Piemonte (ai piedi del monte), avvicinandoci a una ritualità in cui le montagne vegliano e benedicono il gesto umano. L’esplorazione di dolmen, menhir, altari, coppelle, totem, macine diviene una fitta trama di rimandi incrociati che ci racconta con voce sommessa di quella lunga, e per certi versi ancora misteriosa, stagione culturale che fu il megalitismo, dall’Europa al nord Africa. Si pensi agli ottomila nuraghi della Sardegna, e a quanto la caratteristica isolana di una tale singolarissima manifestazione bussi al nostro immaginario con fascino mai tramontato. Da simili agglomerati, sorti fra il 2000 e il 1000 a.C., si giunge alla dominazione romana, nel tentativo di decifrare, col passare del tempo, adattamenti e modifiche circa la loro funzione. Emblematico il caso delle macine: utensili legati solo alla produzione locale oppure in qualche caso anche elementi rituali? Dei tanti usi e riusi delle macine si ha peraltro testimonianza in posti assai lontani e diversi. Ad esempio, sull’isola di Capraia la penuria di materiali ha fatto in modo che le macine servissero da copertura stradale – e sebbene manchi uno studio organico al riguardo, sembra che alcuni resti litici dell’entroterra siano riconducibili proprio alla fioritura megalitica; dalla montagna alle isole il filo di una civiltà longeva e tenace pare dunque dipanarsi attraverso i secoli.
Scorrono qui sotto i nostri occhi tanti centri radiali che hanno composto la storia umana e, se vogliamo, l’orizzonte sentimentale della Val di Susa. Vaie, Chiomonte, Avigliana, Colle Braida, Vernetta, Monte Ciabergia, Caprie, fino alla Sacra di San Michele. Il ritratto dedicato al menhir del Musinè che dialoga in lontananza col Monviso è una sintesi poetica di rara bellezza, quasi due pietre sacre intente a parlarsi. E lo si può forse leggere come un’immagine simbolica che in tutto riassume questo viaggio.

(Di Claudia Ciardi)

Edizione recensita

Giacomo A. Pignone, Pier Paolo Strona,
Pietre sacre in Val di Susa. Dolmen, coppelle, altari e menhir,
Neos edizioni, 2016



Il menhir del Musinè



Parete di macine - Vaie - Stazione Rumiano



Via delle macine - Rione Saràcino - Isola di Capraia




Pietre sacre e graffiti in Valle d'Aosta - Forte di Bard (foto di Claudia Ciardi ©)



Statue stele della Lunigiana - Pontremoli - Castello del Piagnaro


22 febbraio 2018

«Montagne 360» - febbraio 2018







“Ciò che accade in montagna non resta confinato alla montagna”. Il numero di febbraio di «Montagne 360» può leggersi tutto all’insegna di questa frase. Nucleo centrale della pubblicazione è infatti il cambiamento climatico scandagliato nelle sue più ampie e differenti declinazioni ambientali, storiche e antropologiche, tutte riconducibili a uno stato d’allarme affatto trascurabile per l’ecosistema del pianeta. Le montagne, luoghi in cui i mutamenti si registrano con maggiore impatto e velocità rispetto alla pianura, sono le sentinelle di un drastico peggioramento degli equilibri climatici. Diversi sono i gruppi di interesse coinvolti nel negazionismo del riscaldamento globale, principale imputato per quanto riguarda l’arretramento dei ghiacciai, la riduzione delle precipitazioni nevose e in conseguenza delle risorse idriche. Tali gruppi negazionisti esprimono rimostranze abbastanza generiche, e perciò dubbie, circa i lauti finanziamenti che girerebbero all’interno delle organizzazioni deputate allo studio di questi fenomeni. Certo, può darsi, progetti insussistenti che ricevono sostegni anche cospicui ve ne sono in ogni disciplina,  pure nelle aree di studio che vantano i migliori propositi. Ma argomentare sempre e solo in tal senso significa che, dall’altra parte, si vogliono difendere modelli di sviluppo destinati a confliggere con la tutela degli ecosistemi e, dunque, orientare diversamente, nella direzione di una maggiore incidenza sulle risorse della terra, i consumi tra la popolazione. Alla fine tutto si riduce a una questione centrale che attiene alla pianificazione politica ed economica delle nostre società. Differenti gruppi di potere spingono nell’una o nell’altra direzione; si tratta di una sfida complessa e le ricadute in termini di conflitti nei territori le abbiamo già viste: per l’Italia si possono citare il caso della Val di Susa o i comitati contro i petrolchimici (Basilicata, Puglia, Sicilia).  
In tutto questo, che i report ufficiali del cambiamento climatico costituiscano ormai delle testimonianze allarmanti sul decadimento dei nostri territori è un dato acquisito. Il Mediterraneo e l’arco alpino si candidano a essere le zone più surriscaldate del pianeta nell’ultimo trentennio, i ghiacciai del Plateau tibetano risultano i più colpiti dall’arretramento mondiale con temperature “bollenti” sopra i quattromila metri, e l’Australia negli ultimi anni è stata colpita da siccità record; notevoli i problemi energetici in quest’area (l’utilizzo sempre più diffuso e intensivo dei condizionatori ha causato di recente black out estesi e prolungati). 
Dalla metà dell’Ottocento, ossia da quando si è cominciato a fare delle montagne un laboratorio scientifico, quindi considerandole anche come preziose e infallibili stazioni climatiche, le risultanze non sono state confortanti. Studiosi come Venance Payot e Federico Sacco, attivi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, rispettivamente sul Monte Bianco e nelle valli valdostane, avevano già registrato un incremento costante delle temperature invernali e la riduzione del fronte dei ghiacciai.
Renata Pelosini dell’Arpa Piemonte illustra in dettaglio lo sfasamento dei ritmi stagionali in montagna, con inverni poco nevosi e precipitazioni tardive, e in generale sbalzi termici con alternanze di picchi caldo-freddo in un ristretto lasso temporale. Sull’emergenza incendi che ha colpito il Piemonte lo scorso ottobre, spiega come vi siano stati strascichi molto pesanti sulla vita in città. Il vento, trasportando in pianura i residui della combustione, ha accresciuto gli effetti negativi del particolato inquinante già diffuso. Nel caso di Torino l’aver puntato il dito contro l’amministrazione, come si è fatto su troppi media – addirittura classificandola con malcelato compiacimento città più inquinata d’Europa, centro in cui improvvisamente si sarebbe manifestata ogni negatività – denota l’imperizia di buona parte dell’informazione nell’analizzare i problemi relativi all’ambiente in cui viviamo. Purtroppo una serie di concause sfavorevoli, cui si sommano è chiaro le nostre vergognose abitudini quotidiane, hanno creato il disastro. Scarsa frequentazione dei mezzi pubblici, autoregolazione pressoché nulla nell’uso del riscaldamento, pochi gli edifici costruiti secondo criteri ecologici e di vero risparmio energetico sono punti da risolvere necessariamente se vogliamo migliorare la qualità dell’ambiente urbano. E nei grandi centri abitati è evidente che l’emergenza assume i toni dell’urgenza. Si torna quindi all’inizio: la montagna ci guarda e non è poi così lontana.
Cade domani la giornata del risparmio energetico, tema cruciale per ridurre in maniera drastica l’inquinamento. Queste riflessioni pertanto integrano e approfondiscano un dibattito che è auspicabile coinvolga un numero sempre più ampio di cittadini consapevoli.
Ancora in questo numero il ricordo di Michele Gortani, senatore, costituente, geologo, originario della Carnia, valido esempio di politico e ambientalista. Suo l’unico importante riferimento nella carta costituzionale alla tutela delle terre alte (secondo coma dell’articolo 44): «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Un monito che è necessario accompagni ogni amministratore nelle futura progettualità a difesa del territorio, specialmente nelle zone più fragili e marginali.  
Continua infine l’aggiornamento escursionistico sui Monti Sibillini, alla scoperta di paesaggi mozzafiato cui il terremoto non è riuscito a rubare incanto e bellezza. Il Club Alpino italiano auspica e incentiva in questi luoghi un turismo lento e solidale, con il proposito di aiutare le economie locali del centro-sud a ripartire.


(Di Claudia Ciardi)  


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