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26 ottobre 2018

Cecilia Fasciani - Io prometto



Una produzione indipendente che racconta uno spaccato di vita quotidiana interrotta nelle zone del terremoto, dall’Aquila al cosiddetto cratere sismico di Lazio e Marche. 
Quattro donne si fanno voci narranti e interpreti del dramma che ha mutato il corso delle loro esistenze. Perché sopravvivere al terremoto significa prendere atto di quel mutamento, capire che ciò che si farà dopo verrà inevitabilmente condizionato dal bivio che le circostanze ci hanno messo davanti. È un messaggio che accomuna Antonietta Centofanti, la zia di Davide, uno dei ragazzi portati via dal crollo della casa dello studente all’Aquila, su cui è ancora in corso il processo civile, e Valentina Valleriani, altra donna battagliera del capoluogo abruzzese, che da anni lotta insieme all’associazione donne “terre-mutate”. E poi ancora, Patrizia Vita, l’“ortigiana” di Ussita, e Assunta Perilli, tessitrice a Campotosto. Donne le cui attività erano, per scelta, profondamente radicate nel territorio e nella storia delle loro comunità. Patrizia, che dava ospitalità a decine di visitatori, appassionati di sentieristica in montagna, ispirati da un viaggiare lento e a misura d’uomo, e un orto davanti alle finestre della sua casa coltivato con la tenace devozione di chi sa che solo nella terra si rivelano le nostre radici. Assunta invece aveva riscoperto all’inizio del duemila il telaio di sua nonna, già morta, e da allora, cercando le anziane del paese, aveva provato a riavvicinarsi a quell’arte, dimenticata dalle nuove generazioni ma ancora presente, non fosse altro che per la sopravvivenza degli antichi strumenti. Ne era nato un laboratorio a Campotosto da cui il sisma l’ha costretta ad allontanarsi. Di recente ha ripreso a lavorare in una bottega provvisoria, una casetta in legno dove ha potuto risistemarsi, perché, spiega, la sua è un’attività artigianale che ha senso solo in quel contesto.
Donne da cui passa la resistenza in luoghi che rischiano l’isolamento e un oblio feroce. Che si tratti di borgate, frazioni o città, non fa differenza. Il pericolo non è proporzionale alle dimensioni di uno spazio ma alla resa di una collettività; L’Aquila, in questo senso, ha vissuto e vive una situazione delicata. Antonietta Centofanti dice che l’unica cosa che impedisce di soccombere è proprio il lottare. Almeno non si è accerchiati dal dolore, ci si arrabbia ma si resta vivi. E lei sulle barricate c’è da tanto, è sempre lì a spronare e sferzare la sua comunità, quando vede che si sfalda, che gira le spalle  anche in un’estrema forma di autodifesa  davanti a lutti e vicende che dovrebbero essere condivise. Per ricostruire, infatti, bisogna aver preso coscienza di tutto ciò che è stato, di quello che ha abbattuto e ucciso, oltre e al di là del terremoto. La regista Cecilia Fasciani, squarcia quindi il racconto, riandando all’indietro, ai concitati momenti in cui gli aquilani reclamarono le proprie case, il ritorno simbolico a quel centro storico da troppi mesi isolato, sottratto, abbandonato. Una cittadinanza determinata a fondare ritualmente la città che sarebbe venuta e che perciò cercava un contatto, perfino una consonanza con le macerie lasciate nelle strade. Con quelle macerie bisognava ritrovare un dialogo e da lì recuperare, almeno iniziare un processo di recupero, della propria identità, altrettanto costretta a frantumarsi.  
Così Antonietta ci accompagna per le vie della città-cantiere, anche le sue sono soste quasi rituali, ad ogni angolo, piazza o slargo sorveglia lo spazio, mette un’idea del prima e dell’ora in quegli scorci squassati e non manca di sottolineare quanta bellezza venga da lì, quanta nonostante tutto. Sembra volerci dire: ma non immaginate cos’è stato qui, la forza e la grazia che c’erano ovunque, se la città irradia ancora così tanta intensità? È quel che ho pensato anch’io, sfiorando coi miei passi queste architetture, violate, prostrate ma a loro modo resilienti. È quello, lo capisco ora, che negli anni mi ha fatto pensare parecchie volte ad Antonietta, alle sue battaglie. Anche quando la sua voce si è sentita di meno, ma c’era, c’è sempre stata. Allora, guai voltarsi adesso. Il ritorno alla normalità suona come una formula vuota, che non fa presa su chi si trova spodestato, sradicato dentro e fuori. Ci sarà un’altra normalità, auspicabile, che per un po’ correrà parallela a quella interrotta e poi farà la sua strada. Ma in tutto questo la memoria avrà bisogno di essere salvata e custodita, rifondata, a sua volta, sugli accertamenti delle responsabilità, sulla serenità derivante dal fatto che molte cose hanno infine ritrovato una sistemazione, un senso, una strada per poter essere definite e comprese. “Io prometto” è un’espressione difficile. Ce lo dice Valentina Valleriani, sul filo dei ricordi, dell’essere stata negli anni ostinata, per sé, per la comunità. Siamo persone, immerse nei nostri condizionamenti, nei nostri limiti, eppure qualcosa si può fare, anche solo dall’acquisire questi limiti, provare a guardarli e capirli. Già questa è una promessa a se stessi, in grado di motivare ognuno nella propria quotidianità. Una lezione, quella dell’impegno civile, cui le aree terremotate richiamano con durezza, sia quando è stata disattesa sia quando ha dato la miglior prova di sé, attraverso le reti solidali spontanee e nazionali. Se i morti non hanno un senso, e fermo restando che una vita non si risarcisce, almeno provare a far sbocciare il meglio da queste macerie, almeno avere questa determinazione, è cosa dovuta a chi non c’è più.


(Di Claudia Ciardi)




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      «Leggendaria» 

numero 87, Donne che 
hanno fatto l’Italia, maggio 2011, nel ricordo di Bia Sarasini, recentemente scomparsa. Bia si era dedicata fin da subito a divulgare e sostenere il movimento delle "Terre-Mutate", un’associazione spontanea di donne colpite dal sisma in cerca di nuove forme di aggregazione sociale, per superare insieme l’emergenza. L’ho incontrata nel 2013, durante le giornate romane che la Sil dedicò alla poesia della Bachmann. La ringrazio per le parole che mi riservò: “se stai con noi, io sono contenta”. Non si riferiva solo alla Sil, ma a qualcosa di più grande, a un impegno ancora più vasto e capillare nella mia vita, che seppe racchiudere in quelle poche parole. Ora ne capisco pienamente il senso.




«Leggendaria» numero 95, Donne in città, settembre 2012. Le Terre-Mutate dell’Aquila incontrano le donne di Mirandola dopo il sisma in Emilia.





















Su «Montagne 360», marzo 2018, la mostra Sequenza sismica, per ripercorrere nelle immagini il dolore e la memoria dei luoghi colpiti dal sisma del centro Italia nel 2012 e nel 2016.



24 aprile 2018

«Montagne 360» - aprile 2018




In questo numero di aprile non poteva non essere presente una sezione fotografica dedicata al risveglio della primavera in montagna. Gli scatti di Fabio Beconcini, di professione infermiere caposala e iscritto alla sezione Cai di Pontedera, ci guidano con poesia alla scoperta di una natura appartata e di magnetica bellezza. Dalla rara orchidea dei Monti Pisani agli asfodeli del Monte Croce, ai crochi del Matanna sulle Alpi Apuane entriamo in un paesaggio incantato, di certo meno noto rispetto ad altri itinerari più facili da vendere e pubblicizzare, ma perciò ancor più capace di sprigionare un fascino arcaico.


Ampio spazio è quindi dedicato alla letteratura di montagna a partire dall’aggiornamento sullo stato del patrimonio documentario della Biblioteca Nazionale del Cai (Torino). Incontriamo poi nell’intervista a firma di Lorenza Giuliani il percorso narrativo di Antonio Bortoluzzi, scrittore originario del bellunese, il cui ultimo romanzo Paesi alti, ha ottenuto un ampio consenso, vincendo il Premio Gambrinus per la sezione montagna, cultura e civiltà. La scrittura di Bortoluzzi vanta ormai numerosi riconoscimenti in alcune tra le più importanti rassegne italiane – finalista al Premio Cortina d’Ampezzo 2016, vincitore del Dolomiti Awards 2016, finalista per due edizioni al Premio Italo Calvino – è attualmente membro accademico del Gism (Gruppo italiano scrittori di montagna).

Prosegue l’omaggio a Bianca di Beaco, voce femminile dell’alpinismo, scrittrice, geologa, donna animata da moltissimi interessi culturali e soprattutto da un’umanità che ha saputo trasfondere nelle sue numerose attività legate alla montagna. Se ne ricorda il messaggio in queste sue parole: «Alpinista sì, ma nel senso che vado a farmi abbracciare dai monti, vado ad abbracciare gli alberi, vado per i prati… È un alpinismo strano: quando mi domandano “che attività hai fatto?”, io in genere non lo so; o meglio lo so per ricordi, sensazioni, emozioni, più che per le salite, tant’è vero che queste non le ho mai segnate: non ho mai avuto uno spirito dell’attività, ancor meno della ricerca di primati».
Di questi “sentimenti verticali” ci parla anche la collana “Passi”, frutto della collaborazione del Cai con l’editore Ponte alle Grazie, ora al terzo volume in uscita, che con la Montagna vivente divulga in Italia il diario intimista della scozzese Nan Shepherd (1893-1981). 

Non mancano infine gli approfondimenti legati alla storia della montagna, al clima e alle imprese che si sono avvicendate sulla lunghissima e avventurosa via alle cime. Nel dare notizia di una ripresa intensiva dell’attività vulcanica lungo tutta la cintura di fuoco a partire dallo scorso inverno, si ipotizza un possibile nuovo raffreddamento delle temperature sulla terra. Cosa tutta da verificare e di cui solo il tempo potrà dare conferma. Che una piccola immediata conseguenza sia da registrarsi nelle abbondanti nevicate sulle Alpi marittime, condizione durata fino a questa primavera? Proprio di recente una contadina del cuneese commentando il fenomeno dell’innevamento eccezionale mi ha detto: «È cambiato qualcosa». Sesto senso dei montanari? È un fatto che le eruzioni influiscano su dinamiche e composizione dell’atmosfera. Nel 1815 l’eruzione del vulcano Tambora provocò il cosiddetto “anno senza estate” al quale seguì un calo delle temperature e una vera e propria piccola glaciazione. In precedenza qualcosa di simile, e con effetti ancor più estesi, avvenne tra il XVI e il XVII secolo. L’irrigidimento del clima a partire dal 1570 è al centro di un libro molto dibattuto fin dalla sua comparsa nel 2017, Il primo inverno del giornalista e saggista tedesco Philipp Blom, ora edito da Marsilio. Contestato da diversi storici del clima che vi hanno ravvisato inesattezze nella descrizione degli eventi atmosferici e cronologie imprecise, è la testimonianza di quanto l’argomento sia al centro di una vivace discussione tra gli addetti ai lavori.
Chiudo segnalando la bella rassegna dedicata alle primitive attrezzature di montagna, all’avventurosa vicenda  della loro messa a punto, una storia fatta di artigiani e gente che aveva voglia di osare. Con le suggestive foto d’epoca del Museo Nazionale della Montagna di Torino si va all’indietro, risalendo alla testimonianza di storici e geografi antichi, da Strabone, passando per Teofane di Mitilene, che a proposito delle guerre contro Mitridate ci descrivono i montanari del Caucaso attrezzati con le prime scarpe chiodate di cui si abbia notizia.
C’è infine da porre l’attenzione su un’importante iniziativa che riguarda lo sviluppo sostenibile. Tracciata nelle sue direttive dall’Onu, in ballo c’è l’attuazione degli obiettivi messi in agenda da questo organismo entro il 2030, chiedendo un impegno sostanziale alle forze politiche e l’orientamento deciso, in Italia e nei paesi aderenti, delle future strategie di governo. Il Cai è membro attivo dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis) che attualmente raccoglie centottanta aderenti, costituendo la più grande rete di organizzazioni della Società civile mai creata nel nostro paese.
Desidero divulgare anche qui i dieci punti dell’appello rivolto dall’Asvis alle forze politiche. Si tratta di un impegno che il prossimo governo, al di là delle singole appartenenze di partito, abbia cura di far valere, considerandolo tra le priorità del suo programma:

1. Inserire nella Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile, come già fatto da diversi paesi europei.
2. Dare attuazione a una efficace strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile orientata al pieno raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, da realizzare con un forte coordinamento della Presidenza del Consiglio.
3. Promuovere la costituzione, all’interno del futuro parlamento, di un intergruppo per lo sviluppo sostenibile.
4. Rispettare gli accordi di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici e ratificare al più presto le convenzioni e i protocolli internazionali già firmati dall’Italia sulle altre tematiche che riguardano lo sviluppo sostenibile.
5. Trasformare il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) in Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile, così da orientare a questo scopo gli investimenti pubblici.
6. Definire una strategia nazionale per realizzare un’agenda urbana per lo sviluppo sostenibile che si affianchi a quella già esistente per le aree interne, rilanciando il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane.
7. Istituire, nell’ambito della Presidenza del Consiglio, un organismo permanente per la concertazione con la società civile delle politiche a favore della parità di genere.
8. Coinvolgere la Conferenza Unificata per coordinare le azioni a favore dello sviluppo sostenibile di competenza dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.
9. Raggiungere entro il 2025 una quota dell’aiuto pubblico allo sviluppo pari allo 0,7% del reddito nazionale lordo, coerentemente con gli impegni assunti dall’Italia di fronte alle Nazioni Unite.
10. Operare affinché l’Unione Europea metta l’impegno per attuare l’agenda 2030 al centro della sua nuova strategia di medio termine.


(Di Claudia Ciardi)       

22 marzo 2018

«Montagne 360» - marzo 2018





Da leggere e rileggere «Montagne 360» di questo mese, numero ad alta densità di argomenti, a cominciare dalla storia dell’alpinismo d’impronta femminile. Storie di pioniere troppo spesso dimenticate o confinate in narrazioni marginali, laddove invece le donne hanno saputo imporsi fin dall’Ottocento come figure di rilievo, carismatiche quanto ostinate. La forza messa in campo da queste personalità esemplari si conta non solo per le imprese di altissimo livello compiute dagli albori della disciplina ma ancor più nel senso della costanza adoperata per il superamento dei pregiudizi.
Se da una parte il mondo dell’associazionismo ha aperto piuttosto presto alle donne, con qualche diffidenza ma anche stimolando – da annoverare in tal senso la Società degli Alpinisti Tridentini che già dal 1872, anno della sua costituzione, contemplava la presenza di soci donne, e il Cai, che iniziò ad ammetterle dal 1886 – fa scalpore la fatica con cui la platea dei maschi alpinisti le abbia accettate, quando non esplicitamente osteggiate. Riflesso delle chiusure presenti nella società civile che ha concesso il diritto di voto alle donne, parliamo dell’Italia, non prima del 1946: tardi è dir poco, se guardiamo a quel lontano 1861, anno dell’unità nazionale.
Leggere che la grande Alessandra Boarelli stava per soffiare la cima del Monviso a Quintino Sella, è esaltante. Siamo al cospetto di una donna che a metà Ottocento decide di scalare una montagna nel tentativo di scrivere una pagina di storia. E che storia, se poco dopo l’unità d’Italia quella vetta, simbolo del paese, se la fosse presa davvero. Tenendo conto, peraltro, che la stessa regina Margherita non si faceva nessuno scrupolo a esternare la sua passione per la montagna, portando a termine percorsi tutt’altro che scontati: per citare l’impresa più nota, nell’estate del 1893 salì a inaugurare il rifugio sul Monte Rosa.
A leggere le motivazioni – ma meglio sarebbe dire i pretesti – addotti dalla controparte maschile per tenere lontane le donne da ghiacci e canaloni verrebbe perfino da ridere: fragilità fisiologica e psichica. Insomma il solito giudizio ricorrente, mica solo nell’alpinismo. Se poi si pensa che questo ritornello è stato in molti casi l’alibi secolare di segregazione, violenza domestica, atteggiamenti autoritari e vessatori, tutto si può dire tranne che le donne non abbiano avuto personalità, se non altro per non soccombere a tali situazioni. 
Dunque, in queste belle pagine, tante storie avvincenti e poco note. Dal ricordo affettuoso di Bianca Di Beaco, alpinista e speleologa triestina recentemente scomparsa, una delle prime italiane ad affrontare negli anni Cinquanta difficoltà di VI grado da capocordata; alla testimonianza di Negin Fathinejad, iraniana da tempo residente in Italia, iscritta all’università di Cassino e appassionata di trekking, che ci parla delle montagne del suo paese e dei modi in cui le donne, nel rispetto di alcuni adempimenti governativi, riescano a praticarvi con un certo successo attività escursionistiche.
Luca Calzolari ci richiama quindi all’importanza del turismo sostenibile per dare un futuro certo, anche in senso economico, alle terre alte. Senza progetti che sappiano intercettare e calibrare i flussi in base alla reale capacità ricettiva dei territori, nel tempo si avranno ricadute negative sull’ambiente montano e le attività locali. In un periodo di inflazione narrativa della montagna, che rischia di essere divulgata (e venduta) alla stregua di altre mode passeggere, è importante saperla raccontare nel rispetto delle sue caratteristiche, sensibilizzando il visitatore ad una frequentazione corretta e consapevole.
Vengono di nuovo proposti i suggestivi itinerari nell’Appennino centro meridionale, stavolta entro la comunità montana del Velino, sede del Polo agroalimentare del Parco Nazionale del Gran Sasso, e i Monti della Laga nell’amatriciano. Uno sguardo che parla anche di una lenta riappropriazione dello spazio che necessita di ampia discussione e condivisione tra residenti e costruttori. L’architetto Stefano Boeri, autore del bosco verticale sui grattacieli di Milano, ha disegnato diverse strutture per le nuove attività commerciali, tutte in elementi modulari di legno, ed è in fase di allestimento la Casa della Montagna ad Amatrice, polo per dibattiti ed eventi, finanziata dal Cai.
Ulteriore scandaglio di questi territori e delle difficoltà attraversate in seguito al terremoto, la mostra fotografica “Sequenza sismica”, che ha dato luogo lo scorso gennaio a una giornata di studi con l’incontro tra le comunità colpite, gli artisti e i soccorritori. 
Infine, il lavoro di Alessio Franconi, altra articolata ricerca per scatti in bianco e nero sul fronte alpino orientale della Grande Guerra, anche questo all’insegna di storia e memoria. La monografia pubblicata da Hoepli, “Si combatteva qui!”, prendendo le mosse dall’opera di Franconi, ci accompagna dalle Alpi ai Carpazi sulle tracce delle vicende che fra il 1914 e il 1918 travolsero i soldati asburgici e italiani.

(Di Claudia Ciardi)



* Dagli scatti di Alessio Franconi (riproduzione di un dettaglio) - resti di trincee a Bovec (in italiano Plezzo, in tedesco Flitsch), Slovenia

22 febbraio 2018

«Montagne 360» - febbraio 2018







“Ciò che accade in montagna non resta confinato alla montagna”. Il numero di febbraio di «Montagne 360» può leggersi tutto all’insegna di questa frase. Nucleo centrale della pubblicazione è infatti il cambiamento climatico scandagliato nelle sue più ampie e differenti declinazioni ambientali, storiche e antropologiche, tutte riconducibili a uno stato d’allarme affatto trascurabile per l’ecosistema del pianeta. Le montagne, luoghi in cui i mutamenti si registrano con maggiore impatto e velocità rispetto alla pianura, sono le sentinelle di un drastico peggioramento degli equilibri climatici. Diversi sono i gruppi di interesse coinvolti nel negazionismo del riscaldamento globale, principale imputato per quanto riguarda l’arretramento dei ghiacciai, la riduzione delle precipitazioni nevose e in conseguenza delle risorse idriche. Tali gruppi negazionisti esprimono rimostranze abbastanza generiche, e perciò dubbie, circa i lauti finanziamenti che girerebbero all’interno delle organizzazioni deputate allo studio di questi fenomeni. Certo, può darsi, progetti insussistenti che ricevono sostegni anche cospicui ve ne sono in ogni disciplina,  pure nelle aree di studio che vantano i migliori propositi. Ma argomentare sempre e solo in tal senso significa che, dall’altra parte, si vogliono difendere modelli di sviluppo destinati a confliggere con la tutela degli ecosistemi e, dunque, orientare diversamente, nella direzione di una maggiore incidenza sulle risorse della terra, i consumi tra la popolazione. Alla fine tutto si riduce a una questione centrale che attiene alla pianificazione politica ed economica delle nostre società. Differenti gruppi di potere spingono nell’una o nell’altra direzione; si tratta di una sfida complessa e le ricadute in termini di conflitti nei territori le abbiamo già viste: per l’Italia si possono citare il caso della Val di Susa o i comitati contro i petrolchimici (Basilicata, Puglia, Sicilia).  
In tutto questo, che i report ufficiali del cambiamento climatico costituiscano ormai delle testimonianze allarmanti sul decadimento dei nostri territori è un dato acquisito. Il Mediterraneo e l’arco alpino si candidano a essere le zone più surriscaldate del pianeta nell’ultimo trentennio, i ghiacciai del Plateau tibetano risultano i più colpiti dall’arretramento mondiale con temperature “bollenti” sopra i quattromila metri, e l’Australia negli ultimi anni è stata colpita da siccità record; notevoli i problemi energetici in quest’area (l’utilizzo sempre più diffuso e intensivo dei condizionatori ha causato di recente black out estesi e prolungati). 
Dalla metà dell’Ottocento, ossia da quando si è cominciato a fare delle montagne un laboratorio scientifico, quindi considerandole anche come preziose e infallibili stazioni climatiche, le risultanze non sono state confortanti. Studiosi come Venance Payot e Federico Sacco, attivi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, rispettivamente sul Monte Bianco e nelle valli valdostane, avevano già registrato un incremento costante delle temperature invernali e la riduzione del fronte dei ghiacciai.
Renata Pelosini dell’Arpa Piemonte illustra in dettaglio lo sfasamento dei ritmi stagionali in montagna, con inverni poco nevosi e precipitazioni tardive, e in generale sbalzi termici con alternanze di picchi caldo-freddo in un ristretto lasso temporale. Sull’emergenza incendi che ha colpito il Piemonte lo scorso ottobre, spiega come vi siano stati strascichi molto pesanti sulla vita in città. Il vento, trasportando in pianura i residui della combustione, ha accresciuto gli effetti negativi del particolato inquinante già diffuso. Nel caso di Torino l’aver puntato il dito contro l’amministrazione, come si è fatto su troppi media – addirittura classificandola con malcelato compiacimento città più inquinata d’Europa, centro in cui improvvisamente si sarebbe manifestata ogni negatività – denota l’imperizia di buona parte dell’informazione nell’analizzare i problemi relativi all’ambiente in cui viviamo. Purtroppo una serie di concause sfavorevoli, cui si sommano è chiaro le nostre vergognose abitudini quotidiane, hanno creato il disastro. Scarsa frequentazione dei mezzi pubblici, autoregolazione pressoché nulla nell’uso del riscaldamento, pochi gli edifici costruiti secondo criteri ecologici e di vero risparmio energetico sono punti da risolvere necessariamente se vogliamo migliorare la qualità dell’ambiente urbano. E nei grandi centri abitati è evidente che l’emergenza assume i toni dell’urgenza. Si torna quindi all’inizio: la montagna ci guarda e non è poi così lontana.
Cade domani la giornata del risparmio energetico, tema cruciale per ridurre in maniera drastica l’inquinamento. Queste riflessioni pertanto integrano e approfondiscano un dibattito che è auspicabile coinvolga un numero sempre più ampio di cittadini consapevoli.
Ancora in questo numero il ricordo di Michele Gortani, senatore, costituente, geologo, originario della Carnia, valido esempio di politico e ambientalista. Suo l’unico importante riferimento nella carta costituzionale alla tutela delle terre alte (secondo coma dell’articolo 44): «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Un monito che è necessario accompagni ogni amministratore nelle futura progettualità a difesa del territorio, specialmente nelle zone più fragili e marginali.  
Continua infine l’aggiornamento escursionistico sui Monti Sibillini, alla scoperta di paesaggi mozzafiato cui il terremoto non è riuscito a rubare incanto e bellezza. Il Club Alpino italiano auspica e incentiva in questi luoghi un turismo lento e solidale, con il proposito di aiutare le economie locali del centro-sud a ripartire.


(Di Claudia Ciardi)  


26 gennaio 2018

«Montagne 360» - gennaio 2018





Su «Montagne 360», rivista del Club Alpino Italiano, molti articoli sono dedicati questo mese alla riscoperta e valorizzazione delle cosiddette terre alte attraverso un turismo lento, consapevole e culturalmente predisposto a vivere la montagna secondo le sue cadenze e i ritmi dettati dalla sua natura.
Ampio spazio è riservato anche alle voci degli imprenditori che dagli anni Venti del Novecento hanno sviluppato le loro attività in simbiosi con la crescita degli sport alpini, a livello professionale e amatoriale. La calzatura da montagna per il trekking e la scalata ha saputo guadagnarsi un posto tra le eccellenze italiane. Si tratta di aziende a conduzione familiare, capaci nel tempo di ritagliarsi una fetta importante nel mercato mondiale.
Questa cultura imprenditoriale alta, fortemente impegnata sul piano sociale per migliorare qualità e produttività del lavoro, nonché orientata alla pratica di politiche ambientali sostenibili, è espressa appieno nelle parole di Paolo Bordin, amministratore delegato di Aku: «Troppo spesso la montagna è vista e usata come parco giochi, trascurata per ciò che davvero è e per ciò che dovrebbe rappresentare, ovvero una sintesi di valori che ci possono aiutare a immaginare il nostro futuro in chiave sostenibile».
Camminare, mettere alla prova volontà, resistenza e, appunto, immaginazione. Una salita è soprattutto questo, e solo in parte una sfida fisica, ma una parte assai minima; un lavoro su se stessi, un ponte gettato sulla propria personalità per stimolarla a uscire allo scoperto, una fatica che si fa sentire nel corpo liberando la mente in misura più che proporzionale. Quanto più si accresce il senso di appagamento, quanto più il pensiero si eleva e rafforza, tanto meno si avverte la stanchezza. 
In ogni centimetro di appoggio sentire la montagna, percepire ogni cambiamento del terreno, protrarre il contatto con ritmica ostinazione finché non si è arrivati alla meta. Senza questo potente insegnamento di natura non potrei scrivere, non avrei avuto le idee migliori, non mi sarei messa in costante discussione, non sarei arrivata dove sono arrivata finora.


(Di Claudia Ciardi)


Dal numero:


Sentieri a Capraia (sotto nella foto)

La riscoperta dei sentieri italiani dialoga strettamente con una rinascita culturale basata su un turismo lento e consapevole, che metta al centro la tutela dell’ambiente.
Dall’articolo di Enrico Pelucchi: «L’attuale sistema coltiva e incentiva, per i propri fini economici, politici, sociali, la cultura di massa, centrata su un consumismo fine a se stesso, col rischio di oscurare o ridurre l’attenzione verso modelli di vita e di pensiero ad alto contenuto culturale e morale; il rapporto tra cultura di massa e d’élite, per evitare fratture e conflitti, ha bisogno di capacità sempre più sofisticate di mediazione che favoriscano la diffusione di idee “alte” e condivise. Si avverte la necessità di riproporre solide basi culturali rispetto a valori di umanità e solidarietà […]. Bisogna infine ridefinire, rielaborare e promuovere i significati più profondi dell’esistenza umana in un contesto di cultura libera, plurale e gratuita». Dunque percorrere i sentieri d’Italia come «testimonianza di una sorprendente rifioritura di pellegrinaggi, ma anche di un turismo mosso dall’attrazione per il paesaggio e l’arte, dalla bellezza lenta del camminare, dalla rivincita del silenzio e dalla dimensione spirituale che la modernità ha soffocato».



L’Alpe Veglia, 1700 metri di quota in Val d’Ossola (Piemonte), nelle Alpi Lepontine, è un esempio di conservazione ambientale cui hanno concorso diversi fattori. Il progetto per lo sfruttamento idroelettrico, sostenuto per quasi un trentennio, ha incontrato molte difficoltà, prima fra tutte lo scetticismo della popolazione locale e delle amministrazioni. Incertezze, lungaggini burocratiche, perizie favorevoli alla tutela delle risorse di questo territorio, hanno permesso di salvarlo dall’ennesima infrastruttura selvaggia che avrebbe avuto pochissime ricadute economiche per i suoi abitanti.
Dall’articolo di Giulio Frangioni: «L’alpe è un complemento dei terreni e della proprietà privata della valle, essa valorizza questi, come è valorizzata da essi. Tutti assieme: terreni di valle, montagne di media altezza, l’alpe, formano un serie di anelli tra loro congiunti che portano tutti il contributo necessario per dar vita e sviluppo all’industria armentizia, quale è attualmente… È evidente  che, se uno di questi anelli viene a rompersi o a mancare, la catena perde dalla sua continuità ed ineluttabilmente si riduce la sua forza produttiva […]. Sulla scia di queste prese di posizione, finalmente nel 1978 la regione Piemonte istituì il parco naturale dell’Alpe Veglia, salvaguardando per sempre la fragilità e la bellezza di questa magnifica conca. Pochi anni dopo fu aggiunta anche la splendida area del Devero dando vita ad un unicum di eccezionale interesse ambientale e naturalistico di tutte le Alpi. Ancor oggi Veglia lo si raggiunge solo d’estate e nel lungo inverno l’alpe riposa protetta da grandi montagne e da severi passi. Restano indelebili le parole di Marcell Kurz, il pioniere dello sci alpinismo: «…si faccia come noi, si parta dal Sempione andando a passeggio sui nevai del Katlwasser contemplando larghi orizzonti, e si scenda al crepuscolo nella cerchia dantesca di Veglia dominata dal suo Leone, allora si resterà come noi vinti ed incantati dalla sublime bellezza del contrasto. Ci sentivamo piccolissimi ed eravamo soli… La serata passata a Veglia nell’intimità e la solitudine resterà sempre uno dei più bei ricordi».».   



 Cartoline di Val dOssola


Quello delle comunità resilienti è un tema importantissimo per capire le dinamiche sociali di coloro che abitano in montagna e, in generale, di borghi e contrade tagliati fuori dalle cosiddette arterie principali, attorno a cui invece si concentra la maggior parte della popolazione, dunque delle attività commerciali e dei servizi così da intercettare anche i grandi flussi turistici. Emerge con sempre più insistenza nel dibattito sulla salvaguardia e la valorizzazione del territorio come siano necessarie politiche mirate al recupero delle aree marginali. Senza un’impostazione di questo tipo, tali zone sono votate alla decadenza e al definitivo abbandono.
Dall’articolo di Simone Papuzzi: «La scarsa cura del territorio indebolisce l’attrattiva turistica. […] Occorre quindi far sviluppare o re-inventare un’agricoltura di montagna essenziale come pre-requisito di partenza per far partire altre attività. Senza le malghe e gli alpeggi si perderebbe una parte della flora e della fauna alpina e, quindi, quel patrimonio di biodiversità fondamentale. Si può garantire anche un’offerta gastronomica regionale e sviluppare un commercio di prodotti locali tipici e genuini».




Monti Sibillini in inverno


Il trekking solidale sui Monti Sibillini è una bella idea per richiamare visitatori nel centro Italia, dopo gli eventi sismici che hanno ferito i suoi preziosi borghi. Un modo per far sentire la vicinanza di tutti alle popolazioni colpite e per dare un po’ di respiro a un’economia locale messa a dura prova.
Dall’articolo di Martina Nasso: «Il popolo dei Sibillini non si è fatto abbattere ed è ripartito dalla sua ricchezza più grande: lo spirito comunitario. C’è una storia alla base della capacità di resilienza di chi abita queste terre alte. Sono gli stessi luoghi in cui fiorirono e si moltiplicarono le comunità agrarie, forme ultrasecolari di proprietà collettiva diffuse soprattutto nel Centro Italia per la gestione dei boschi e dei pascoli. Si tratta di antiche associazioni di abitanti espressione di solidarietà, mutuo soccorso, autorganizzazione, protezione e salvaguardia del territorio. Nelle comunanze fino all’Ottocento si preferiva lavorare per il benessere collettivo, lasciando da parte ogni forma di interesse individualistico. Vigeva allora un modo di vivere semplice, ma solidale. Oggi molto è cambiato e le comunanze ancora in vita sono rimaste sempre più isolate, ancor di più a causa dell’abbandono delle zone montane. Di quel modo di vivere non è rimasto molto, ma ciò che è resistito e che si respira attraversando le antiche comunanze dei Sibillini è la solidarietà interna alle comunità. […] A questa, dopo le scosse dello scorso anno, si è aggiunta anche la solidarietà proveniente da fuori e si sono create reti e relazioni in grado di superare le vette più alte dei Sibillini».



Dall’editoriale di Luca Calzolari, direttore di «Montagne 360»: «Parlo di prospettive, di idee, di progettualità che riguardano territori estesi che non possono essere arginati e stretti nei confini amministrativi. […] Penso, ad esempio, alla valorizzazione dei cammini storici, cui il Cai ha recentemente dedicato il convegno “A piedi nella storia. Itinerari transappenninici e sviluppo dei territori montani”. […] Perché, nonostante il fenomeno dei ritornanti e la nascita di nuove cooperative di comunità, le terre alte si stanno spopolando. Ma c’è un dato in controtendenza: anche se diminuiscono gli abitanti, seppur di poco il Pil è in aumento. Un motivo in più per capire che è bene investire su una pianificazione di progetti comuni in un territorio esteso».



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