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10 febbraio 2020

Wilson A. Bentley – Microscopiche apparizioni



«Sotto il microscopio ho scoperto che i fiocchi di neve sono miracoli di bellezza; sembrava un peccato che questa bellezza non dovesse essere vista e apprezzata dagli altri. Ogni cristallo è un capolavoro di design e nessuno è mai uguale all’altro. Quando un fiocco di neve si scioglie la bellezza è perduta per sempre». Così Wilson A. Bentley (1865-1931), pioniere della fotomicrografia in un genere davvero insolito ed estremamente effimero, quello dei cristalli di neve. Fragilissime architetture che sfuggono a occhio nudo di fronte alla cui perfezione si resta attoniti, quasi sconcertati. Indizi di una vita miracolosa che popola una realtà nascosta, preclusa allo stato normale dei sensi, e che sa di trascendenza. Figlio di contadini del Vermont, nativo di Jericho dove visse sempre, Bentley era un adolescente curioso dall’intelligenza brillante. Per quanto la sua provenienza sociale e i mezzi limitati della famiglia gli impedissero una formazione accademica, mostrò da subito un’innata passione per gli studi scientifici, in particolare i fenomeni atmosferici legati all’acqua. Quindicenne, fece tesoro del microscopio che gli regalò la madre. Dapprima tentò di riprodurre la struttura dei cristalli disegnandola, ma la resa manuale necessitava di tempi abbastanza lunghi che mal si adattavano al soggetto. Dopo svariati esperimenti fallimentari riuscì a collegare con successo una macchina fotografica a soffietto al microscopio e, appena ventenne, realizzò il primo scatto. Era il 15 gennaio 1885 e si può immaginare l’emozione di questo giovane nel vedere finalmente compensati i suoi tanti sforzi. Da allora tale genere innovativo di fotografia lo assorbì sempre di più, tanto da produrre un corpus di 5000 ritratti, di cui una metà vennero pubblicati nel catalogo Snow crystals, uscito nel 1931, pochi giorni prima della sua morte. Questo libro, al quale partecipò anche il meteorologo William J. Humphreys, fu il coronamento del lavoro di una vita, quando già il nome di Bentley era noto negli ambienti della fotografia e delle istituzioni scientifiche. Nei lunghi anni di attività diversi periodici gli richiesero infatti di scrivere articoli di divulgazione sulle sue ricerche e sulle tecniche di realizzazione delle proprie immagini, raggiungendo l’apice del riconoscimento quando il «National Geographic» gli offrì una collaborazione. I suoi lavori sono stati acquisiti da college e università di tutto il mondo – la collezione più importante si trova presso l’archivio dello Smithsonian Institution – e il volume che costituisce il testamento della sua creatività è stato festeggiato da innumerevoli ristampe.
Bentley fece dell’osservazione elementare di un mondo all’apparenza insignificante, dello studio del dettaglio, della poetica dell’effimero, un oggetto di culto, qualcosa intorno a cui annodare i fili di una meravigliosa epifania. In un’epoca che fa della frammentazione, dell’esercizio razionale esasperato, dello specialismo orfano di visioni i suoi opprimenti vessilli, l’ostinata esplorazione dell’invisibile condotta da Bentley suona come il richiamo a un istinto di sopravvivenza. Non si tratta di dedurre in modo asettico e rigoroso le sigle di una tavola periodica, piuttosto recuperare alla vista un’idea di bellezza laddove non se ne sospettava l’esistenza, fissarla in noi, mostrarne il prodigio perché possiamo riferirlo. Nel corso delle sue pazienti osservazioni, Bentley si dedicò anche ad immortalare altri elementi transitori e fuggevoli come il ghiaccio, la pioggia, le nubi e la nebbia. Fu il primo statunitense a riprendere le gocce di acqua piovana e uno dei primi fisici delle nuvole.
Se come ci ricorda Leopardi nello Zibaldone «la natura è grande e la ragione è piccola», il nostro cercatore autodidatta desidera offrirci l’intelligenza sentimentale che anima tutte le cose, la segreta intelligenza dentro ogni corpo, metterci in comunicazione con una fisiologia dell’essere secondo cui anche nel più trascurabile particolare si manifesta una grazia rivelatrice, mostrarci gli insospettabili legami che conducono all’armonia.     
  
(Di Claudia Ciardi)



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Alcuni dei cristalli di Bentley



Il primo cristallo fotografato nel 1885



 

 

* Due ritratti di Wilson A. Bentley mentre sta fotografando





22 febbraio 2018

«Montagne 360» - febbraio 2018







“Ciò che accade in montagna non resta confinato alla montagna”. Il numero di febbraio di «Montagne 360» può leggersi tutto all’insegna di questa frase. Nucleo centrale della pubblicazione è infatti il cambiamento climatico scandagliato nelle sue più ampie e differenti declinazioni ambientali, storiche e antropologiche, tutte riconducibili a uno stato d’allarme affatto trascurabile per l’ecosistema del pianeta. Le montagne, luoghi in cui i mutamenti si registrano con maggiore impatto e velocità rispetto alla pianura, sono le sentinelle di un drastico peggioramento degli equilibri climatici. Diversi sono i gruppi di interesse coinvolti nel negazionismo del riscaldamento globale, principale imputato per quanto riguarda l’arretramento dei ghiacciai, la riduzione delle precipitazioni nevose e in conseguenza delle risorse idriche. Tali gruppi negazionisti esprimono rimostranze abbastanza generiche, e perciò dubbie, circa i lauti finanziamenti che girerebbero all’interno delle organizzazioni deputate allo studio di questi fenomeni. Certo, può darsi, progetti insussistenti che ricevono sostegni anche cospicui ve ne sono in ogni disciplina,  pure nelle aree di studio che vantano i migliori propositi. Ma argomentare sempre e solo in tal senso significa che, dall’altra parte, si vogliono difendere modelli di sviluppo destinati a confliggere con la tutela degli ecosistemi e, dunque, orientare diversamente, nella direzione di una maggiore incidenza sulle risorse della terra, i consumi tra la popolazione. Alla fine tutto si riduce a una questione centrale che attiene alla pianificazione politica ed economica delle nostre società. Differenti gruppi di potere spingono nell’una o nell’altra direzione; si tratta di una sfida complessa e le ricadute in termini di conflitti nei territori le abbiamo già viste: per l’Italia si possono citare il caso della Val di Susa o i comitati contro i petrolchimici (Basilicata, Puglia, Sicilia).  
In tutto questo, che i report ufficiali del cambiamento climatico costituiscano ormai delle testimonianze allarmanti sul decadimento dei nostri territori è un dato acquisito. Il Mediterraneo e l’arco alpino si candidano a essere le zone più surriscaldate del pianeta nell’ultimo trentennio, i ghiacciai del Plateau tibetano risultano i più colpiti dall’arretramento mondiale con temperature “bollenti” sopra i quattromila metri, e l’Australia negli ultimi anni è stata colpita da siccità record; notevoli i problemi energetici in quest’area (l’utilizzo sempre più diffuso e intensivo dei condizionatori ha causato di recente black out estesi e prolungati). 
Dalla metà dell’Ottocento, ossia da quando si è cominciato a fare delle montagne un laboratorio scientifico, quindi considerandole anche come preziose e infallibili stazioni climatiche, le risultanze non sono state confortanti. Studiosi come Venance Payot e Federico Sacco, attivi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, rispettivamente sul Monte Bianco e nelle valli valdostane, avevano già registrato un incremento costante delle temperature invernali e la riduzione del fronte dei ghiacciai.
Renata Pelosini dell’Arpa Piemonte illustra in dettaglio lo sfasamento dei ritmi stagionali in montagna, con inverni poco nevosi e precipitazioni tardive, e in generale sbalzi termici con alternanze di picchi caldo-freddo in un ristretto lasso temporale. Sull’emergenza incendi che ha colpito il Piemonte lo scorso ottobre, spiega come vi siano stati strascichi molto pesanti sulla vita in città. Il vento, trasportando in pianura i residui della combustione, ha accresciuto gli effetti negativi del particolato inquinante già diffuso. Nel caso di Torino l’aver puntato il dito contro l’amministrazione, come si è fatto su troppi media – addirittura classificandola con malcelato compiacimento città più inquinata d’Europa, centro in cui improvvisamente si sarebbe manifestata ogni negatività – denota l’imperizia di buona parte dell’informazione nell’analizzare i problemi relativi all’ambiente in cui viviamo. Purtroppo una serie di concause sfavorevoli, cui si sommano è chiaro le nostre vergognose abitudini quotidiane, hanno creato il disastro. Scarsa frequentazione dei mezzi pubblici, autoregolazione pressoché nulla nell’uso del riscaldamento, pochi gli edifici costruiti secondo criteri ecologici e di vero risparmio energetico sono punti da risolvere necessariamente se vogliamo migliorare la qualità dell’ambiente urbano. E nei grandi centri abitati è evidente che l’emergenza assume i toni dell’urgenza. Si torna quindi all’inizio: la montagna ci guarda e non è poi così lontana.
Cade domani la giornata del risparmio energetico, tema cruciale per ridurre in maniera drastica l’inquinamento. Queste riflessioni pertanto integrano e approfondiscano un dibattito che è auspicabile coinvolga un numero sempre più ampio di cittadini consapevoli.
Ancora in questo numero il ricordo di Michele Gortani, senatore, costituente, geologo, originario della Carnia, valido esempio di politico e ambientalista. Suo l’unico importante riferimento nella carta costituzionale alla tutela delle terre alte (secondo coma dell’articolo 44): «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Un monito che è necessario accompagni ogni amministratore nelle futura progettualità a difesa del territorio, specialmente nelle zone più fragili e marginali.  
Continua infine l’aggiornamento escursionistico sui Monti Sibillini, alla scoperta di paesaggi mozzafiato cui il terremoto non è riuscito a rubare incanto e bellezza. Il Club Alpino italiano auspica e incentiva in questi luoghi un turismo lento e solidale, con il proposito di aiutare le economie locali del centro-sud a ripartire.


(Di Claudia Ciardi)  


6 ottobre 2016

Sosta d'autunno



La casa di uno scultore del legno a Moena


Per questi trentacinque anni, dedicato a tutti i miei lettori.


Di equivoci nella vita ne capitano molti, errori se ne fanno anche di più. Ma soste poche. Quelle rare tregue in cui il mondo ci dice qualcosa di sé sono sempre troppo rapide e stentate. E quando vengono non le riconosciamo, tanto siamo abituati a non dar peso a quel che ci passa per le mani senza avvertimento, chiedendo in cambio solo qualche attimo di abbandono, un gesto di riconciliazione al quale non badiamo quasi mai. Dipende da noi. Non aspettarsi nulla è forse meglio.
Ultimamente quando passeggio mi succede di fissare lo sguardo a una lanterna, un’opaca corolla che veglia il piano nobile di una villa tutta dipinta di bianco. Se ne sta timida e quasi corrucciata nell’attesa che l’ultimo sole di novembre le cada sul viso; e in quell’istante che precede la sera può finalmente sbocciare. L’autunno culla le cose come un’altalena, a ogni slancio le vesti si gonfiano sopra i ricordi, i sandali adescano l’infanzia. Nel giro di poche ore si annida un trapasso che è uno scolorarsi di tinte umorali di anni, dove la memoria si fa strada in ritardo. Il bambino è preso al capestro come una farfalla nella rete, la luce spalanca il cancello del giardino, un ditale stregato filtra dai muri di confine nel cartoccio delle ombre. E la lanterna aspetta di sapere, incerta se affidarsi all’ultimo caldo che il sole le offre o alle nubi dove la burrasca ha radunato le sue messaggere. Naviga nei rosoni orientali del cielo, con la fronte corrugata dietro scalmi di vetro e si lascia abbindolare. Tra poco verrà il buio, il lampo investirà le rotte dei navigli. Un viandante potrebbe portarla con sé, appesa al suo mantello e a una chitarra scortecciata, mentre in una piazza qualcuno si soffermerà su quelle risvolte lise. Però lei forse non vuole. Somiglia a certe donne che dentro al mondo ci si sono solo immaginate, e non si sa se cambieranno idea. 
Davanti al morire del giorno, gli orti sperano ancora che un inizio estate faccia di nuovo capolino. Resta fedele alla sua parete la lanterna, eppure si sente trascinata. Perde il controllo, ora si atteggia a meridiana confusa. Forse si strugge per un porto conosciuto dai versi di un poeta. Orme sulla prima neve, così pare recitasse una canzone, morbide chiazze nel mare della notte sui moli desolati di una città spazzata dal vento. Ballate di marinai, cartoline d’innamorati che mai più si vedranno. L’ago del sole cadente cuce gli orli alle gonne, lunghissime sono ora le ombre, vulnerabili e lente come una fine. Siedono gli amanti nei parchi, ogni cosa è fuoco e come fuoco si alza e muore. Le giovani camminano nel rosso del tramonto, hanno sui visi una smorfia di piacere. Tra non molto chiuderanno nel fazzoletto rosso la loro adolescenza, un pane lasciato a lievitare.
Un vagabondo disteso sulla sua sacca incorniciato dal solito angolo, idolo tinto di malta, suonando vuol dare una benedizione. Il suo corpo riflette ogni giorno l’inizio e il coricarsi del tempo, e l’unisono del suo ripetersi in stagioni, tutto lo sfiora senza mai assolverlo. A migliaia i cantastorie si sono addormentati sul dorso della terra, dondolante schiena di cammello che attraversa la vita, e molto fu scritto nei loro spartiti. Ovunque hanno sostato, saggiando il carattere degli uomini. Se uno moriva in una bettola o in mezzo a un campo, un altro veniva a dargli sepoltura e un altro ancora ne faceva il racconto. Così va la gloria degli ultimi e tali sono le loro gesta. Di mano in mano passa la fiaccola della loro arte, come una corona in una dinastia di re. Venivano, non è molto, sulle piazze coi panni stracciati a prendersi l’applauso e lo scherno. Ogni anno l’autunno versava le foglie sul loro spettacolo. Ma ora se ne vedono sempre meno. Qualcuno ha donato i suoi poemi, magari pensando servissero a consolare altri. Sia lecito nella poesia di novembre vedere anche l’opera loro, e quella di caldarrostai, ambulanti e artigiani e giocolieri improvvisati, maestose figure che orgogliosamente voltano le spalle ai rintocchi della fortuna o forse più di tutti lafferrano. Chi da piccolo ha tenuto in tasca le reliquie di simili santi, chi avrà conservato per sé questi lari graziosi, non smarrirà l’incanto che gli hanno gettato addosso. Ognuno si sente toccato dal ricordo, poveri resti d’uomini che agli uomini insegnavano altre vie e loro, pur rinunciandovi, erano felici di conoscerle. Questa e altre eresie s’ingolfano sui visi scarniti del fogliame rimasto in bilico sui rami. Arrossiscono i muri reggendo quei pudichi fantasmi; spoglie d’alberi che nessuno verrà a visitare, queste inutili ossa che sono state. Ma se ne ricorda l’odore e il brusio il bambino incerto che le calpestava, mosso ai primi giochi, vi affondava le scarpe, e quello spezzarsi di ali lo stringeva al mondo senza che lui lo sapesse. Spezzava un ramo, profanava un ossario e lì qualcosa nasceva, nell’andare sui prati, per quelle ignote terre con indosso il suo favoloso manto di piccolo re. Essere un tutt’uno col fiotto che esce dalla pelle di cose vive e non vive, essere tutto e confondersi.
La buccia dei frutti trasuda, separata dalla polpa eppure di un’unica sostanza. Il piatto è rotondo, brilla sotto la lampada accesa e sembra quasi non avere forma. Gli spigoli della tavola disegnano la stanza, intorno è già scuro, per strada non si sente nessuno. Davanti alla finestra nuota questa esile radura sulla superficie di un lago silenzioso, cola amaranto dalle nubi dentro le pupille dei tetti, scende un chiarore che ancora resiste nell’azzurro di qualche ruga. Siede al suo posto il figlio con un sorriso largo e la tovaglia manda un bagliore fatato. Tutto è all’inizio, si avvicina in punta di piedi alla soglia del suo cuore che non ha difese e attende di essere accolto. Lui stringe una bacchetta con cui s’illude di andare lontano. Oltre il celeste dei vetri, di là dalle rose autunnali che ne ricamano la fronte, avrà in dono i suoi pomi rotondi, diversi da quelli che la madre gli ha messo nel piatto. Imparerà l’amarezza dei nuovi frutti, li rifiuterà, ma altri verranno e finirà con laccettarli. Innanzi a quel vetro si sente vicino al mondo eppure respinto. Ancora non lo sa con certezza, prova unindicibile delusione nel guardare, e non la spiega. Cerca di mischiarsi alle cose ma neanche questo gli riesce. Comincia a dubitare se mai gli riuscirà di unire se stesso agli altri. La madre gli mette nel piatto la luna, rifila gli anni come una collana, impasta le sue tenere carni alle perle che ruba al mercato, vegliandolo. E la lanterna sempre ben salda sulla casa.
Il bambino vince il fazzoletto a rubabandiera e conquista metri alla sua ribellione. La corsa gli dà vigore. Avanza in mezzo alle foglie, l’autunno lo ritrova cresciuto. La sua inesperienza non è più il fragile spago con cui legava l’amore della madre. Adesso può tenere testa alle ombre del giardino, l’azzurra maschera della finestra non riesce più a catturarlo; ha tracciato un confine sicuro, lui crede, tra sé e il mondo. Non cadrà più nell’inganno di andare incontro alla vita. Ha imparato a non restare deluso, è la sua convinzione. Ma proprio da qui verrà la sua scontentezza. Nessuna tavola luccicherà più, il piatto dorato dell’infanzia rimarrà vuoto sotto la lampada che nessuno curerà più di accendere. Abbandonate saranno le stanze nell’opaco splendore di un’aspettativa fugata.
L’intera esistenza si aggira in questo sommesso limitare di cose. Gli argini prima o dopo finiscono travolti, atterrati. Si rimescola il tempo nella carne, occulte doline franano sui contrafforti che saldamente hanno spartito lo spazio. Un laccio stringe i polsi ai ricordi, e il sangue sgorga pesante e già rappreso, trafila da questo lembo di volontà troppo sottile che aspira a preservare.
Novembre tiene per le caviglie, gioca a tirare indietro, quasi camminassimo in mezzo alle onde. Dagli ultimi orti della città esala un fumo denso di sterpaglie. Le bacche si aprono sulla via dandosi agli insetti. Non so cosa porti qui, ad aggirarsi per queste bianche case dove non sincontro nessuno. I cortili vanno a morire nei campi insieme al sole. Tutto qui ha un riverbero di pace. Quanto più cedo a questa tregua autunnale, anche solo per poco, in questo strano confine di abitati e abbandono, più ancora ho l’impressione di udire una piccola morte farsi strada dentro di me, un palpito di fibre scivolate dal trapezio del mondo. Così vicina non l’ho mai sentita. Ma è la mia sosta, è calda come una madre, e all’infinito vorrei poterla assecondare.       


(Di Claudia Ciardi, novembre 2014)

15 dicembre 2013

Boris Pasternak, «Io entro in questa notte»


«La poesia di Pasternak somiglia a una formula incantatoria, pronunciata con un filo di voce in un paesaggio fuori dal tempo. Versi lievi, che si muovono quasi senza lasciar tracce su un sottile strato di neve o sul tappeto fantastico della brina autunnale. Bianchi che facilmente virano in trasparenze, dalle struggenti rime della pioggia alle imperscrutabili trame del vento, sognanti acquerelli di un panismo russo, che non di rado incrocia le orme di certi Lares invocati dalla Achmatova. Sommesse cadenze, silenziosi spettri di un immaginario sospeso tra fiaba e realtà, squarci di cielo mutevoli e assorti come oracoli, giardini di erbe meravigliose, che hanno sguardi e volti umani, tacite memorie che premono allo steccato di una flebile Zaubernacht destinata a dissolvere alle prime luci dell’alba».

(Di Claudia Ciardi)


Boris Pasternak - portrait

Boris Pasternak,
Poesie,
a cura di Angelo Maria Ripellino
con un saggio di Cesare G. De Michelis
Testo russo a fronte,
Einaudi, 2009




Dall’introduzione:

«Boris Leonidovič Pasternak si affacciò sulla soglia della lirica russa in un’epoca ricca di correnti e di figure, mentre i simbolisti arretravano dinanzi all’assalto impetuoso del futurismo. Quanti personaggi nella poesia di quegli anni: Blok con le sue laceranti romanze zigane sullo sfondo di Pietroburgo; Chlebnikov, simile a un grande uccello di palude, vagabondo bislacco e squattrinato, coi suoi progetti fantastici, coi manoscritti ravvolti in una federa; e Brjusov solenne e accademico fra scenari di cartapesta, come il duca di Guisa in una pellicola del «Film d’Art»; e Belyj con le sue strofe scintillanti, dove le immagini rimbalzano come riflessi di specchi diabolici.
In un primo periodo, nel 1913-14, Pasternak fece parte del gruppo «Centrifuga», che contemperava futurismo e simbolismo, senza spregiare l’eredità del passato. Futuristi prudenti, quelli di «Centrifuga» tenevano gran conto soprattutto un poeta dell’età puškiana, Jazykov, ed il simbolista Ivan Konevskoj, le cui cadenze riecheggiano nel primo volume di Pasternak, Bliznec v tučach [Il gemello fra le nuvole] del 1914, ancora tramato di simboli, di mitologia, di arcaismi. Ma dopo il breve episodio di «Centrifuga» Pasternak si venne avvicinando ai cubo futuristi, ossia alla parte più radicale e ribelle del futurismo russo, e la sua scrittura trasse esempio dai testi di innovatori irruenti come Chlebnikov e Majakovskij.
Nel Majakovskij del primo periodo, nell’autore di Oblako v štanach [La nuvola in calzoni], Pasternak vide il più valido interprete delle speranze e dei crucci della sua generazione, il vertice della poesia di quell’epoca. Nella terza parte del libro di memorie Ochrannaja gramota [Il salvacondotto, 1931] egli ha scritto: «Quando mi proponeva di narrare qualcosa di me stesso, cominciavo a parlare di Majakovskij. E non era un errore. Io lo adoravo. Io impersonavo in lui il mio orizzonte spirituale» (p. 103). E infatti la parte più viva dell’opera di Pasternak è strettamente connessa con quella di Chlebnikov e di Majakovskij: lo si vede dai versi di Poverch bar’erov [Oltre le barriere, 1917], di Temy i variacii [Temi e variazioni, 1923], di Vtoroe roždenie [Seconda nascita, 1933] e in specie della raccolta Sestra moja žizn’ [Mia sorella la vita, 1922], che è tra le gemme più splendide della lirica russa del secolo. Questo libro destò l’entusiasmo di Mandel’štam e di Marina Cvetaeva ed ebbe su tutti i poeti quasi un potere ipnotico; e non solo vi attinsero giovani come Tichonov o Sel’vinskij o Petrovskij, ma il vecchio Brjusov persino ne riprodusse i motivi e le immagini nella sua tarda raccolta Mea (1924)».

[…]

«Questa freschezza primigenia s’avverte soprattutto nei paesaggi che, assieme ai motivi d’amore, costituiscono il meglio di Pasternak. Si tratta di solito della veduta d’un parco, d’una villa, d’un bosco; d’un paesaggio ammirato dalla finestra di una casa di campagna o dal finestrino d’un vagone. Majakovskij, ingolfato nel tema futuristico della città tentacolare, trascurava le immagini della natura; Pasternak ci dà invece paesaggi che sono forse i più ariosi nella lirica russa dopo quelli dei poeti romantici. Le metafore, stratificate e come trasparenti, esprimono a meraviglia la geometria cristallina di quello spazio primordiale.
I suoi panorami sono intrisi di pioggia, odorano d’acqua piovana. Tempeste, nembi, acquazzoni scrosciano nelle sue inquadrature, spruzzaglie inattese di pioggia allagano i versi, e le parole rilucono come l’erba sotto la brina».

[…]

«Daremo ragione a Marina Cvetaeva: la lirica di Pasternak ha qualcosa di taumaturgico, di curativo, come le erbe medicinali».



Nello studio del pittore - Im Malers Atelier
Ricordo di Aldo Frosini
Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

[Come di bronzea cenere]

Come di bronzea cenere caduta dai bracieri,
di scarafaggi brulica il giardino assonnato.
Vicino a me, a livello della mia candela
sono sospesi universi fioriti.

E come in una fede inaudita
io entro in questa notte,
dove il pioppo vetustamente grigio
ha ombreggiato il confine lunare.

Dove lo stagno è un mistero svelato
dove bisbiglia la risacca del melo,
dove il giardino è sospeso come palafitte
e tiene dinanzi a sé il cielo.

1912


Sogno

Sognavo l’autunno nella penombra dei vetri,
gli amici e te nella loro burlesca brigata,
e come dai cieli un falco sazio di sangue
scendeva il mio cuore sulla tua mano.

Ma il tempo scorreva e invecchiava, già sordo,
e inargentando di broccato le cornici,
l’aurora dal giardino spruzzava sui vetri
le lacrime sanguigne di settembre.

Ma il tempo scorreva e invecchiava. Friabile come il ghiaccio,
scricchiava e si scioglieva la seta dei divani.
A un tratto tu, che eri chiassosa, esitando tacesti
e il sogno si spense come un’eco di campane.

Io mi svegliai. Era come l’autunno buia
l’alba, e il vento, allontanandosi, portava
come una pioggia fuggente di fuscelli dietro un carro
un filare di betulle fuggenti per il cielo.

1913


Gli Urali per la prima volta

Senza levatrice, nelle tenebre, senza memoria,
sulla notte premendo le braccia, la cittadella
degli Urali strillava e, cadendo in deliquio,
accecato dalle doglie, partorì il mattino.

Tonando si rovesciarono nell’urto improvviso
le moli e i bronzi di alcuni massicci.
Sbuffava il treno viaggiatori. E in qualche luogo da questo
scartando cadevano i fantasmi delle picee.

L’alba caliginosa era un sonnifero. Nient’altro.
Era stata versata di soppiatto alle fabbriche e ai monti
dal fumista dei boschi, il maldicente Gorynyč,
come da un ladro esperto l’oppio a un compagno di strada.

Svegliatisi in mezzo alle fiamme, dall’orizzonte scarlatto
sugli sci calavano ai boschi gli asiatici,
lambivano le falde e di nascosto porgevano ai pini
le corone, invitandoli a cingersi e a regnare.

E i pini, levandosi nella gerarchia
di vellosi dinasti, facevano ingresso
su un manto di damasco e d’orpello,
coperto del velluto arancione di croste di gelo.


Tre varianti (III)

Sui cespugli aumentano gli squarci
delle nubi sfrondate. Il giardino
ha piena la bocca di umida ortica:
è l’odore delle tempeste e dei tesori.

La macchia è stanca di gemere. In cielo
s’accrescono le luci delle arcate.
L’azzurro scalzo ha l’andatura
dei trampolieri per la palude.

E brillano, brillano come le labbra
non asciugate dalla mano
rami di vétrici e foglie di quercia
e tracce accanto all’abbeveratoio.


Nel vento

Nel vento che prova con un ramoscello
se per gli uccelli sia tempo di cantare,
sei intriso d’acqua come un passerotto,
ramo di lillà!

Le gocciole hanno il peso dei bottoni
e il giardino è abbagliante come un meandro,
asperso ed irrorato da un milione
di azzurre lacrime.

Allevato dalla mia tristezza
e da te coperto di spine,
è rinato stanotte,
pieno di borbottío, di fragranze.

Picchiò tutta la notte alla finestra,
e le imposte tintinnavano,
d’un tratto un umido soffio di ràncido
scórse per il mio abito.

Svegliato da questa sequela incantevole
di tempi e di soprannomi,
posa il giorno presente
gli occhi addosso agli anèmoni.

1917


Violacciocche

Or non è molto per questo sentiero silvestre
la pioggia ha girellato come un agrimensore.
Un’esca appesantisce le foglie dei mughetti,
l’acqua s’è rintanata nelle orecchie dei verbaschi.

Allevate dal freddo pineto,
per la rugiada ritraggono i lobi,
non amano il giorno, crescono in disparte
e persino l’odore spargono ad una ad una.

Quando nelle ville si beve il tè serale,
la nebbia gonfia le vele delle zanzare,
e la notte, con un improvviso tintinnío di chitarra,
come làttea caligine s’annida fra i melampiri.

Di violette notturne odora allora ogni cosa:
gli anni e i volti. I pensieri. Ogni occasione,
che nel passato può esser tratta in salvo
e nel futuro accolta dalle mani della sorte.

1927


[Non ci sarà nessuno a casa] 

Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.

Solo di bianchi biòccoli bagnati
il rapido aleggiante balenío.
Solo tetti, neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.

E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
lo sconforto dell’anno passato
e le vicende di un altro inverno.

E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.

Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il trèmito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.

Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.

1931


Nello studio del pittore - Im Malers Atelier
Ricordo di Aldo Frosini
Foto e elaborazione di Claudia Ciardi ©

Links:

Boris Pasternak.ru

Anna Achmatova, È flebile la mia voce e altre poesie, a cura di Paolo Galvagni
Via del Vento edizioni, aprile 2012
Plaquette di 36 pagine. Volume numero 46, pubblicato nella collana «Acquamarina»
ISBN 978-88-6226-061-9
4,00 €

Ricordo di Federico Tavan. Orfeo friulano scomparso il 5 novembre 2013:
«Quando ho letto la storia di questo Dino Campana friulano sono subito rimasta turbata e affascinata.
Fin dalle sue origini la vita di Tavan corre su un filo meravigliosamente intrecciato di affatturazione e poesia. Una creatura fiabesca e indocile, un’essenza panica, un uomo che si è fatto tutt’uno con i suoi versi»
Qui la nota di Caffè d’Europa 
«Il Manifesto/ Alias», l'articolo, 8 dicembre 2013 - Federico Tavan, contrabbandiere di eccentrica poesia



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