Visualizzazione post con etichetta Leggendaria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leggendaria. Mostra tutti i post

26 ottobre 2018

Cecilia Fasciani - Io prometto



Una produzione indipendente che racconta uno spaccato di vita quotidiana interrotta nelle zone del terremoto, dall’Aquila al cosiddetto cratere sismico di Lazio e Marche. 
Quattro donne si fanno voci narranti e interpreti del dramma che ha mutato il corso delle loro esistenze. Perché sopravvivere al terremoto significa prendere atto di quel mutamento, capire che ciò che si farà dopo verrà inevitabilmente condizionato dal bivio che le circostanze ci hanno messo davanti. È un messaggio che accomuna Antonietta Centofanti, la zia di Davide, uno dei ragazzi portati via dal crollo della casa dello studente all’Aquila, su cui è ancora in corso il processo civile, e Valentina Valleriani, altra donna battagliera del capoluogo abruzzese, che da anni lotta insieme all’associazione donne “terre-mutate”. E poi ancora, Patrizia Vita, l’“ortigiana” di Ussita, e Assunta Perilli, tessitrice a Campotosto. Donne le cui attività erano, per scelta, profondamente radicate nel territorio e nella storia delle loro comunità. Patrizia, che dava ospitalità a decine di visitatori, appassionati di sentieristica in montagna, ispirati da un viaggiare lento e a misura d’uomo, e un orto davanti alle finestre della sua casa coltivato con la tenace devozione di chi sa che solo nella terra si rivelano le nostre radici. Assunta invece aveva riscoperto all’inizio del duemila il telaio di sua nonna, già morta, e da allora, cercando le anziane del paese, aveva provato a riavvicinarsi a quell’arte, dimenticata dalle nuove generazioni ma ancora presente, non fosse altro che per la sopravvivenza degli antichi strumenti. Ne era nato un laboratorio a Campotosto da cui il sisma l’ha costretta ad allontanarsi. Di recente ha ripreso a lavorare in una bottega provvisoria, una casetta in legno dove ha potuto risistemarsi, perché, spiega, la sua è un’attività artigianale che ha senso solo in quel contesto.
Donne da cui passa la resistenza in luoghi che rischiano l’isolamento e un oblio feroce. Che si tratti di borgate, frazioni o città, non fa differenza. Il pericolo non è proporzionale alle dimensioni di uno spazio ma alla resa di una collettività; L’Aquila, in questo senso, ha vissuto e vive una situazione delicata. Antonietta Centofanti dice che l’unica cosa che impedisce di soccombere è proprio il lottare. Almeno non si è accerchiati dal dolore, ci si arrabbia ma si resta vivi. E lei sulle barricate c’è da tanto, è sempre lì a spronare e sferzare la sua comunità, quando vede che si sfalda, che gira le spalle  anche in un’estrema forma di autodifesa  davanti a lutti e vicende che dovrebbero essere condivise. Per ricostruire, infatti, bisogna aver preso coscienza di tutto ciò che è stato, di quello che ha abbattuto e ucciso, oltre e al di là del terremoto. La regista Cecilia Fasciani, squarcia quindi il racconto, riandando all’indietro, ai concitati momenti in cui gli aquilani reclamarono le proprie case, il ritorno simbolico a quel centro storico da troppi mesi isolato, sottratto, abbandonato. Una cittadinanza determinata a fondare ritualmente la città che sarebbe venuta e che perciò cercava un contatto, perfino una consonanza con le macerie lasciate nelle strade. Con quelle macerie bisognava ritrovare un dialogo e da lì recuperare, almeno iniziare un processo di recupero, della propria identità, altrettanto costretta a frantumarsi.  
Così Antonietta ci accompagna per le vie della città-cantiere, anche le sue sono soste quasi rituali, ad ogni angolo, piazza o slargo sorveglia lo spazio, mette un’idea del prima e dell’ora in quegli scorci squassati e non manca di sottolineare quanta bellezza venga da lì, quanta nonostante tutto. Sembra volerci dire: ma non immaginate cos’è stato qui, la forza e la grazia che c’erano ovunque, se la città irradia ancora così tanta intensità? È quel che ho pensato anch’io, sfiorando coi miei passi queste architetture, violate, prostrate ma a loro modo resilienti. È quello, lo capisco ora, che negli anni mi ha fatto pensare parecchie volte ad Antonietta, alle sue battaglie. Anche quando la sua voce si è sentita di meno, ma c’era, c’è sempre stata. Allora, guai voltarsi adesso. Il ritorno alla normalità suona come una formula vuota, che non fa presa su chi si trova spodestato, sradicato dentro e fuori. Ci sarà un’altra normalità, auspicabile, che per un po’ correrà parallela a quella interrotta e poi farà la sua strada. Ma in tutto questo la memoria avrà bisogno di essere salvata e custodita, rifondata, a sua volta, sugli accertamenti delle responsabilità, sulla serenità derivante dal fatto che molte cose hanno infine ritrovato una sistemazione, un senso, una strada per poter essere definite e comprese. “Io prometto” è un’espressione difficile. Ce lo dice Valentina Valleriani, sul filo dei ricordi, dell’essere stata negli anni ostinata, per sé, per la comunità. Siamo persone, immerse nei nostri condizionamenti, nei nostri limiti, eppure qualcosa si può fare, anche solo dall’acquisire questi limiti, provare a guardarli e capirli. Già questa è una promessa a se stessi, in grado di motivare ognuno nella propria quotidianità. Una lezione, quella dell’impegno civile, cui le aree terremotate richiamano con durezza, sia quando è stata disattesa sia quando ha dato la miglior prova di sé, attraverso le reti solidali spontanee e nazionali. Se i morti non hanno un senso, e fermo restando che una vita non si risarcisce, almeno provare a far sbocciare il meglio da queste macerie, almeno avere questa determinazione, è cosa dovuta a chi non c’è più.


(Di Claudia Ciardi)




Argomenti correlati:



      «Leggendaria» 

numero 87, Donne che 
hanno fatto l’Italia, maggio 2011, nel ricordo di Bia Sarasini, recentemente scomparsa. Bia si era dedicata fin da subito a divulgare e sostenere il movimento delle "Terre-Mutate", un’associazione spontanea di donne colpite dal sisma in cerca di nuove forme di aggregazione sociale, per superare insieme l’emergenza. L’ho incontrata nel 2013, durante le giornate romane che la Sil dedicò alla poesia della Bachmann. La ringrazio per le parole che mi riservò: “se stai con noi, io sono contenta”. Non si riferiva solo alla Sil, ma a qualcosa di più grande, a un impegno ancora più vasto e capillare nella mia vita, che seppe racchiudere in quelle poche parole. Ora ne capisco pienamente il senso.




«Leggendaria» numero 95, Donne in città, settembre 2012. Le Terre-Mutate dell’Aquila incontrano le donne di Mirandola dopo il sisma in Emilia.





















Su «Montagne 360», marzo 2018, la mostra Sequenza sismica, per ripercorrere nelle immagini il dolore e la memoria dei luoghi colpiti dal sisma del centro Italia nel 2012 e nel 2016.



3 settembre 2013

Leggendaria n. 100


Segnaliamo Leggendaria numero 100 
Luglio 2013
Titolo: n. 100
Tema: Generazioni e narrazioni
ISBN: 978 – 88 – 6252 – 217 - 5
Euro: 10, 00
Sito di Leggendaria/ Official site


Grazie a Leggendaria, nella persona della direttrice Anna Maria Crispino, per avermi dedicato un doppio spazio nella rivista.

La recensione a cura di Anna Maria Crispino dedicata alla voce notturna di Catherine Pozzi nella selezione di poesie edita da Via del Vento.


Riproduzione dell'articolo © 



Il libro:
Catherine  Pozzi, Nyx
A cura e traduzione di Claudia Ciardi
Via del Vento edizioni, 2012
pag. 36, ISBN 978-88-6226-068-8


Euro 4,00


Cover, Via del Vento edizioni ©







                  
Più o meno mentre mi aggiravo per le strade di Friedenau, usciva questo mio contributo sulle voci della 'flânerie berlinese'. In certi momenti accadono cose che definirle fatalità soltanto significherebbe sconfessarne la segreta intelligenza con cui si manifestano.

Sinfonia di una metropoli di Claudia Ciardi su La Berlino dell'espressionismo, a cura di Antonella Gargano, Silvy edizioni, 2012 ©


Pagine correlate/ related links:

Archivio ESSPER

Catherine Pozzi, Nyx, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2012 (post in questo blog)

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, ottobre 2011 (post in questo blog)
&
pagina su facebook

Georg Heym, Ci invitarono i cortili/ Die Höfe luden uns ein, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2011 (post nel blog)
&
pagina su facebook

Simonetta Longo su Georg Heym/ La Sfinge senza enigmi 

germanistica.net per Via del Vento edizioni


Ex libris di Franz Pfemfert
                     

11 dicembre 2012

Elias Canetti



Titolo: Il frutto del fuoco
Titolo originale: Die Fackel im Ohr. Lebensgeschichte 1921-1931
Curatori: Andrea Casalegno e Renata Colorni
Casa editrice: Adelphi
Anno di pubblicazione: 1994






I fiumi di un decennio di vita si accompagnano allo scorrere di un tempo abbagliante che, tra il 1921 e il ’31, inizia a scuotere e confondere gli argini millenari della Mitteleuropa, febbrilmente mischiando le voci di coloro che si sentono trascinati dalla concitata corrente della storia. Mentre la crisi economica avanza, esigendo posture e adattamenti meccanici alle sue aritmie, uno scrittore vive con intima intensità le stagioni e gli spazi battuti da un’umanità chimerica, sedotta dal mascheramento della massa, che anni dopo occuperà il suo memoriale.


La sensazione che qualcosa di irreparabile stia per consumarsi spinge la gente per strada, e un giovanissimo Canetti è lì a osservare quel fremito di corpi spezzati e urlanti, mossi dal feroce e oscuro abbandono di se stessi, nell’istante in cui prendono parte al rito collettivo che li trasforma in folla. Quel magnetismo che investe uomini e donne come un flusso inarrestabile, frangendo e portando con sé gesti, espressioni, umori, si manifesta nella storia raccontata dallo scrittore, accendendo i fuochi di un’epoca che si intreccia alla sua adolescenza; Wahrheit ist Feuer, recitava l’avanguardia klimtiana, e anche qui il fuoco officia una nascita doppia, come elemento di devastante ékpirosis dalle cui ceneri si mostra finalmente l’autenticità della forma. Dalle frasi scagliate di notte per strada nei comizi improvvisati durante gli scioperi di Francoforte, al 15 luglio di Vienna, dai corrosivi j’accuse di Karl Kraus, dal clamore stridente dei caffè letterari di Berlino, ai padiglioni dello Steinhof, la casa dei pazzi nelle quiete vicinanze della Wien, è sempre un’onda che scorre e un incendio che scoppia, rilasciando con foga l’energia che tiene in contraddittoria e ambigua tensione gli uomini e le loro azioni.


Scrivere cura le ferite ricevute dal corpo a seguito del duro passare degli anni. E nel resoconto di Canetti comporta anche la risoluta contrapposizione delle ragioni dell’arte a quelle di idee e azioni che per andare avanti hanno continuamente bisogno di giustificare se stesse. Auto da fé, il grande libro frutto dei sei anni passati davanti allo Steinhof, cova in questa Fackel, ravvivata trent’anni dopo, tra le braci di una vita ‘rimessa a fuoco’ da un grande interprete dei caratteri umani, il quale, al rumoroso affrettato atto di fede di una folla che si aggira estatica tra i baracconi del mondo, oppone un’estrema autodifesa per esorcizzare il dramma del secolo.

(di Claudia Ciardi)

--------------------

Beschreibung zu: Die Fackel im Ohr


Mit der "Fackel im Ohr" setzt Elias Canetti seine autobiographischen Erinnerungen fort, die er mit der Geschichte einer Jugend, "Die gerettete Zunge" (1977), begonnen hatte. Diesmal geht es um die Jahre 1921-1931, die Jahre zwischen sechzehn und sechsundzwanzig im Leben Canettis, in denen sich der Autor "die Welt mit dem Kopf aneignet". Canetti erlebt die Inflationszeit in Frankfurt am Main, die Studienjahre in Wien (mit dem Brand des dortigen Justizpalastes) und Berlin auf dem Höhepunkt der Zwanziger Jahre. Über die innere Entwicklung des Autors gibt dieses Buch Auskunft und wie er zu seinen späteren Themen findet - Masse, Tod, die Würde des Individuums. In den "Fackel"-Jahren liegen die ersten Ansätze zu Canettis späteren Hauptwerken, dem Roman "Die Blendung" und "Masse und Macht", der großen Studie, an der er noch dreißig Jahre gearbeitet hat. Mit sensiblen Augen und Ohren fängt Canetti in diesen Entwicklungsjahren seine Beobachtungen ein, genug für die folgenden fünfzig Schriftstellerjahre. "Man ist wacher nach der Lektüre."


Klappentext zu: Die Fackel im Ohr


"Die Fackel im Ohr" ist der zweite Teil von Canettis Lebenserinnerungen. Über individuelle Memoiren hinausgehend ist seine Erzählung der zehn Jahre von 1921 bis 1931 ein spannender Entwicklungsroman aus der ersten Hälfte des zwanzigsten Jahrhunderts. Der junge Canetti hat das umhegte Paradies seiner Kindheit verlassen und begibt sich nun auf einen vielfältig verschlungenen Lebensweg, dessen Erfahrungen und Erkenntnisse ihm zur Grundlage für sein literarisches Lebenswerk werden. Mit der "Fackel im Ohr" setzt Elias Canetti seine autobiographischen Erinnerungen fort, die er mit der Geschichte einer Jugend, "Die gerettete Zunge" (1977), begonnen hatte. Diesmal geht es um die Jahre 1921-1931, die Jahre zwischen sechzehn und sechsundzwanzig im Leben Canettis, in denen sich der Autor "die Welt mit dem Kopf aneignet". Canetti erlebt die Inflationszeit in Frankfurt am Main, die Studienjahre in Wien (mit dem Brand des dortigen Justizpalastes) und Berlin auf dem Höhepunkt der Zwanziger Jahre. Über die innere Entwicklung des Autors gibt dieses Buch Auskunft und wie er zu seinen späteren Themen findet - Masse, Tod, die Würde des Individuums. In den "Fackel"-Jahren liegen die ersten Ansätze zu Canettis späteren Hauptwerken, dem Roman "Die Blendung" und "Masse und Macht", der großen Studie, an der er noch dreißig Jahre gearbeitet hat. Mit sensiblen Augen und Ohren fängt Canetti in diesen Entwicklungsjahren seine Beobachtungen ein, genug für die folgenden fünfzig Schriftstellerjahre.


Autoren-Porträt von Elias Canetti


Elias Canetti wurde 1905 in Rustschuk (Bulgarien) geboren. 1911 zog seine Familie nach England und 1913, nach dem Tod des Vaters, nach Wien. Hier studierte Canetti bis 1929 Naturwissenschaften und promovierte in Philosophie. Er lebte bis zu seinem Tod im Jahre 1994 als freier Schriftsteller in Zürich. Sein Werk wurde mit zahlreichen internationalen Preisen bedacht. 1981 wurde ihm der Nobelpreis für Literatur verliehen. Zu seinen herausragenden Werken zählen neben dem Roman Die Blendung" seine Autobiographie, die in den Bänden Die gerettete Zunge", Die Fackel im Ohr" und Das Augenspiel" erschienen, sowie seine gesammelten Aufzeichnungen aus den Jahren 1942 bis 1993, die in den Bänden Die Provinz des Menschen", Das Geheimherz der Uhr", Die Fliegenpein", Nachträge aus Hampstead" und Aufzeichnungen 1992-1993" vorliegen. Zu seinen herausragenden Werken zählen neben dem Roman Die Blendung" seine Autobiographie, die in den Bänden Die gerettete Zunge", Die Fackel im Ohr" und Das Augenspiel" erschienen, sowie seine gesammelten Aufzeichnungen aus den Jahren 1942 bis 1993, die in den Bänden Die Provinz des Menschen", Das Geheimherz der Uhr", Die Fliegenpein", Nachträge aus Hampstead" und Aufzeichnungen 1992-1993" vorliegen.


Portrait of Elias Canetti

Links:

Teca libri - Il frutto del fuoco

Elias Canetti - Der Spiegel

Si veda anche Europa nel labirinto 
di Claudia Ciardi


Cover ©

Leggendaria -
n. 96 - November 2012
grazie a Anna Maria Crispino

Woolf, Yourcenar, Arendt: tre pensatrici del Novecento dialogano con la cultura antica

Abstract:

«Parola e gesto, pensiero e azione operano in simbiosi e necessariamente concorrono al pieno realizzarsi dell’essere umano. Segnato dalla frattura delle due guerre mondiali, il contributo alla cultura occidentale nasce per tutte e tre da una condizione di sradicamento che intacca profondamente anche il piano privato. Il recupero del sé avviene così attraverso il dialogo con le personae mitiche. Il mito suscita sguardi molteplici sulla realtà, e questo interrogarsi sulle sue figure stimola la comprensione e la riunione delle trame, perché il labirinto che le genera, pur continuando ad attrarle nelle sue stanze, non è solo «la patria dell’esitazione, la via di chi teme di arrivare alla meta», come ha giustamente osservato Walter Benjamin, ma anche un percorso che, tornando su se stesso, collega tra loro le parti del racconto. Sollecitati dalla lettura, ci sarà infine concessa un’ultima osservazione in rapporto al preoccupante esercitarsi di dittature economiche che zavorrano il dialogo tra i popoli europei, le cui sconcertanti conseguenze sono esplose sotto i nostri occhi in occasione della triste vicenda greca. È urgente formulare una risposta alternativa. Le nostre tre amiche ce l’hanno in parte suggerita e avrebbero seguitato a impegnarsi in questa direzione. Non è soltanto il rispetto per l’eredità del mondo antico a chiedercelo ma il nostro stesso diritto, che di questo lascito è il figlio più prezioso, ad essere cittadini di un’Europa di pace e integrazione».

(di Claudia Ciardi)



Sololibri.net recensione:

Donne, mito e politica
introduzione di Barbara Lanati, a cura di Andrea Pellizzari,
Iacobelli editore, collana workshop diretta da Anna Maria Crispino, euro 12, 90

9 settembre 2012

Blockaden


Blockaden
Storia di due assedi

«Sul monte Agu nel Togo vive un feticcio o spirito detto Bagba, che ha la più grande importanza per tutto il paese all’intorno. Gli si attribuisce il potere di dare e di negare la pioggia ed è signore dei venti, compreso l’harmattan, il vento secco e caldo che spira dall’interno. Il suo sacerdote abita in una casetta sulla più alta vetta del monte dove tiene i venti imbottigliati in grandi giare»

Il novantatré
                               
                                                     Per Sarajevo           
                                   
Con sanguinante scalpello arò il novantatré
la sconcia pietra del mondo,
sulle violate coltri l’insensato pugno levò
e tra ghiacciati orci immobile rimase.

Come diaframma di nuvole bruciò il novantatré
sopra il fango e il rame delle fosse,
nella rossa piega del sudario
di là da un mare in lutto.
Ma per l’arsa gola degli assenti
ancora latra la catena
un’agonia di ferro.


In concomitanza con il ventennale dell’inizio dell’assedio di Sarajevo e nell’anniversario del 9 settembre 1948, quando il sindaco di Berlino, Ernst Reuter, si rivolse al mondo per spezzare il blocco della città, altro indecente “assedio” di un luogo e una comunità già violati e prostrati dalla guerra, pubblichiamo alcuni documenti relativi a quei fatti, presentandoli nella lingua originale delle fonti di cui ci siamo serviti.
L’accostamento di questi avvenimenti intende richiamare l’attenzione su due episodi recentissimi della storia europea, in cui la follia omicida-suicida della guerra, uccidendo barbaramente memorie e identità, ha cambiato per sempre il volto di due capitali che si sono macchiate forse della colpa originale di essere patrie del mondo, luoghi di transito e pacifica convivenza di popoli, delle loro idee migliori e dei loro sogni. 
(di Claudia Ciardi)
Leggendaria n. 93 – maggio 2012 – Speciale “Balcanica”

From the Review:

    «In una notte come questa, malgrado tutto, / pensi a quante notti d’amore ti sono rimaste.» È il poeta bosniaco Izet Sarajlić, scomparso nel 2002, a parlare. Sarajlić non ha lasciato Sarajevo durante i quattro lunghi inverni della guerra iniziata nel ’92. I poeti, scrive, devono «fare il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo». Così, sotto il tiro dei cecchini, non maledice nessuno e anzi, continua a comporre versi per gli amici che muoiono, per le strade e le moschee ingoiate dalle granate e per la moglie, adorata musa fin dalla giovinezza. Accanto a lui durante gli anni del conflitto, lei muore appena dopo e tanto la amava Izet, che arriva a rimpiangere l’assedio: «Magari fosse ancora quel terribile,/ quel tante volte maledetto anno 1993!/ Avrei ancora cinque anni pieni/ da poterti guardare/ e da tenerti per mano!».
    Quanta guerra negli ultimi romanzi delle scrittrici albanesi che scrivono nella nostra lingua e che da noi trovano editori e riconoscimenti. La prima pluripremiata è stata Ornela Vorpsi, nata a Tirana, che vive oggi tra l’Italia e Parigi, un’artista e scrittrice che si dedica piuttosto alle guerre interiori dei migranti e dei conflitti tra i sessi. In uno dei suoi romanzi scattanti e dissacranti, La mano che non mordi (2007), racconta di un suo viaggio proprio a Sarajevo. Va a trovare un amico che non esce da casa da mesi, dopo aver vissuto da migrante in Italia. È depresso «perché l’Occidente non capisce le verità di noi altri dell’Est, dell’ex Est».
    È una città dove i ragazzi vogliono vestire Armani e i vecchi sono senza denti. I giovani, dice Ornela, non vogliono ammettere quanta voglia hanno di Europa. «Proprio da questa negazione, nasce quella che oserei chiamare la sindrome dei Balcani, quella di sentirsi al centro della terra», scrive.»


[…]


    «L’Est dell’Europa rinvia al centro un’immagine di essa (dell’essere stesso dell’Europa, fino a ieri occidentale) che rischia di rovesciarla. L’Europa infatti è messa a confronto insieme con se stessa e con l’Altro. L’Altro dell’Europa, cioè il suo Est, mostra ora come non sia altro che l’Altro dello stesso, cioè dell’Europa come si dava a vedere, come essa si autorappresentava. […] Le figure dell’Altro sono molteplici, ma […] sempre soggette ad essere escluse (La balcanizzazione della ragione, p. 19). L’Oriente, l’altro extraeuropeo, ha sempre turbato l’Europa, ma dopo la caduta del muro di Berlino, è venuta alla luce una figura dell’Altro parente della stessa Europa, l’altro intraeuropeo, «una figura ambigua che mette in gioco l’identità dell’intero continente: dov’è il confine tra Oriente e Occidente?...E dov’è la differenza tra l’Est e l’Oriente?» Non si è sicuri che esista. L’Altro europeo solleva la questione dell’Altro asiatico» (La balcanizzazione, p. 20)»


    «L’assedio militare più lungo della storia moderna è durato quarantotto mesi. Sono passati venti anni dall’inizio del blocco anacronistico di una città che era già europea prima di entrare in Europa. Troppi, sia per dare per scontata la conoscenza elementare della cronologia dei fatti, che per cercare di riassumerla qui. L’assedio di Sarajevo e la fine dell’esperienza jugoslava ci riguardano. Non solo perché, com’è stato ripetuto fino alla nausea, ci siamo visti “allo specchio” in una guerra tanto vicina a noi da farci assomigliare sia alle vittime che ai carnefici, ma anche perché alcuni temi che hanno alimentato il pensiero e i crimini dei nazionalismi armati che hanno distrutto quel paese (che fu tra i fondatori delle Nazioni Unite nel 1945) sono tragicamente attuali.
    Cos’è un popolo? Cosa sono i diritti di cittadinanza? Può una minoranza armata imporre la guerra alla maggioranza della popolazione? Quale dovrebbe essere il ruolo della diplomazia internazionale e delle sue forze d’interposizione? L’Onu, a Sarajevo, è morta per cause naturali o è stata assassinata?
    Più che all’esposizione dell’io narrante di decine d’inviati, forse il “ventennale dell’inizio dell’assedio” (ma non si celebrava la fine, piuttosto che l’inizio delle guerre?) avrebbe potuto essere occasione per ragionare su questi contenuti. Intorno a noi il quadro è desolante. Alcuni dei diritti universali sanciti dalla carta delle Nazioni Unite (sui quali si fonda la condivisione del pianeta da parte della nostra specie) sono carta straccia in tutta Europa e annegano assieme ai profughi nel Mediterraneo.
    Spesso proietto foto, commentandole, in luoghi dove mi invitano a farlo. Tra questi, le scuole elementari sono sempre un posto speciale dove affrontare discorsi impegnativi. Gli esempi pratici stimolano l’immedesimazione: provate a pensare a cosa fareste a casa vostra se mancasse la luce, il gas e l’acqua. Non per poche ore, come vi sarà successo, ma per quasi quattro anni. Se non ci fosse benzina per le macchine e i cinema chiudessero e non si potesse più giocare per le strade, né andare a scuola senza correre, per evitare di essere colpiti da un cecchino o da una scheggia di granata. Se nessuno potesse lasciare la città. Di solito, a questo punto, l’attenzione è massima.
    Proietto immagini di una biblioteca bombardata come se fosse un obiettivo militare, con i suoi libri in fiamme. Parlo di oltre metà della popolazione di una nazione, costretta a trasferirsi da una parte all’altra del paese per ritrovarsi in aree più “omogenee” etnicamente, nella ricerca di una purezza mitizzata e totalmente fuori dalla realtà. Scriveva Walter Benjamin, che la violenza più grande che si può fare a un essere umano è quella di costringerlo a lasciare la sua casa, sotto la minaccia delle armi. Mostro foto di combattenti e di profughi, senza dividere le persone per “etnie” (per non fare il gioco dei nazionalisti) ma per ruoli interpretati nel corso degli avvenimenti. Racconto la loro storia come l’ho raccontata, su una linea del fronte immaginaria tra chi la guerra la fa e chi la subisce. Mostro la distruzione delle cose, degli edifici, dei ponti. Poi parlo dell’oggi, della vita che riprende, delle difficoltà, dei nuovi ricchi e dei sempre più poveri, dell’intreccio tra affari e potere e della corruzione (su questo nessuno si sorprende più di tanto). A volte si tratta di memorie contrapposte, ma è meglio così che cercare di costruire una cosiddetta “memoria condivisa” che sa di regime (le istituzioni devono essere condivise, non necessariamente le memorie, che rimangono irriducibilmente private).»

    Testo di Mario Boccia – all’intervento segue uno straordinario reportage fotografico, che l’autore ha realizzato durante i terribili mesi dell’assedio. Boccia è poi tornato a cercare le persone incontrate e ritratte in quei giorni di martirio della città, scoprendo che alcune di loro non ce l’avevano fatta. – pp. 45-53    

Rosen von Sarajevo
        Eine Rose von Sarajevo markiert den Ort, an dem ein Mensch durch einen Mörser starb.

        Rosen von Sarajevo nennt man eine bestimmte Form von Gedenkstätten im Straßenbild Sarajevos, der Hauptstadt Bosnien-Herzegowinas, die im Bosnienkrieg mehrere Jahre lang von serbischen Truppen belagert wurde und unter Artilleriebeschuss stand, wobei zahlreiche Zivilisten ums Leben kamen. Im Schnitt schlugen täglich rund 300 Geschosse in Sarajevo ein. Die Einschläge von Granaten haben auf dem Asphalt Spuren hinterlassen, deren Form vage an eine Blume erinnert. Die Bewohner von Sarajevo haben die Krater mit rotem Harz markiert, um daran zu erinnern, dass an dieser Stelle ein Mensch zu Tode kam.
        Quelle:
            Wera Reusch: Die Rosen von Sarajevo. Elf Jahre nach Kriegsende ist das Land noch tief gespalten. In: amnesty journal. November 2006, S. 30–31.
        -------------------------
        The Siege of Sarajevo was the longest siege of a capital city in the history of modern warfare.[7] After being initially besieged by the forces of the Yugoslav People's Army, Sarajevo, the capital of Bosnia and Herzegovina, was besieged by Bosnian Serb forces of the Republika Srpska from 5 April 1992 to 29 February 1996 during the Bosnian War. The siege lasted three times longer than the Siege of Stalingrad and a year longer than the Siege of Leningrad.[8]

        After Bosnia and Herzegovina had declared independence from Yugoslavia, the Serbs—whose strategic goal was to create a new Bosnian Serb State of Republika Srpska (RS) that would include parts of Bosnian territory[9]—encircled Sarajevo with a siege force of 18,000[4] stationed in the surrounding hills. From there they assaulted the city with weapons that included artillery, mortars, tanks, anti-aircraft guns, heavy machine-guns, multiple rocket launchers, rocket-launched aircraft bombs and sniper rifles.[4] From 2 May 1992, the Serbs blockaded the city. The Bosnian government defence forces inside the besieged city were poorly equipped and unable to break the siege.

        It is estimated that nearly 12,000 civilians were killed or went missing in the city, including over 1,500 children. An additional 56,000 people were wounded, including nearly 15,000 children.[6] The 1991 census indicates that before the siege the city and its surrounding areas had a population of 525,980. There are estimates that prior to the siege the population in the city proper was 435,000. The current estimates of the number of persons living in Sarajevo range from between 300,000 to 380,000.[6]

        After the war, the International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY) convicted three Serb officials for numerous crimes against humanity for the siege. Stanislav Galić[10] and Dragomir Milošević[11] were sentenced to life imprisonment and 29 years imprisonment respectively, while Momčilo Perišić was sentenced to 27 years.[12] One of the 11 indictments against Radovan Karadžić, the former president of the Republika Srpska, is for the siege.[13] In the case against Stanislav Galić, the prosecution alleged in an opening statement that:

            The siege of Sarajevo, as it came to be popularly known, was an episode of such notoriety in the conflict in the former Yugoslavia that one must go back to World War II to find a parallel in European history. Not since then had a professional army conducted a campaign of unrelenting violence against the inhabitants of a European city so as to reduce them to a state of medieval deprivation in which they were in constant fear of death. In the period covered in this Indictment, there was nowhere safe for a Sarajevan, not at home, at school, in a hospital, from deliberate attack.

            — Prosecution Opening Statement, ICTY vs Stanislav Galić, 2003

        wikipedia.en:
        http://en.wikipedia.org/wiki/Siege_of_Sarajevo


               
The Berlin Blockade was an attempt by the Soviet Union to block Allied access to the German city of Berlin in 1948 and 1949. Ultimately, the Berlin Blockade turned out to be a total political failure for the Soviet Union, and the West managed to turn it into a major victory. This event was one of the first major conflicts of the Cold War, and the lessons of the Berlin Blockade were kept in mind during future episodes of tension between the Soviet Union and the Western world.

        After the Second World War, Germany was split up among the Allies, with the French, Americans, British, and Russians each controlling a section of Germany. The city of Berlin was located in East Germany, the section controlled by the Soviet Union, but Berlin was deemed so important politically that it was split into miniature administrative districts, ensuring that the Allies had a presence in Berlin.

        However, being surrounded by East Germany left the Western-occupied sections of Berlin very vulnerable. In June 1948, Allied efforts to produce a unified currency for West Germany triggered alarm in the Soviet Union, and officials decided to block all access to Berlin, in the hopes of forcing the Allies to give them more control of the city. Essentially, the Soviet Union planned to starve the city in order to coerce the West into capitulating.
        Berlin appelliert an die Welt
        Stimmung zuversichtlich, aber Unterstützung notwendig

        Berlin - Die Berliner sind - wenn gleich nach der Einführung der Deutschen Mark in den Westsektoren etwas zuversichtlicher - doch der Überzeugung, daß das Schicksal ihrer Stadt von der Unterstützung abhängt, die die westliche Welt in der nächsten Zeit Berlin gewähren wird. Der Magistrat hat dementsprechend am 25. Juni beschlossen, die Vereinten Nationen um eine Stellungnahme zur Situation in Berlin zu bitten. Exponenten der Stadtverwaltung äußerten hierzu, die gegenwärtige Lage in Berlin sei als so ernst anzusehen, daß der Magistrat zu diesem letzten ihm zur Verfügung stehenden Mittel habe greifen müssen. Der Appell an die UN soll am 28. Juni formuliert und, wie DPD berichtet, durch "eine auswärtige Macht" nach Lake Succes weitergeleitet werden. Außerdem erließ die stärkste Partei Berlins, die SPD, einen "Aufruf an die Welt" in dem es heißt: "Eisern und entschlossen steht die Berliner Bevölkerung seit drei Jahren als Abwehrwall gegen den neuen Totalitarismus". Nunmehr könnte der Zeitpunkt kommen, wo der Wille und die Kraft der Berliner nicht mehr ausreichen. "Die Freiheit und das nackte Leben hängen Jet von der aktiven Unterstützung der demokratischen Welt ab."

        Maßgebende Berliner Politiker äußerten am Wochenende, daß sich die entscheidenden Auseinandersetzungen über das Schicksal Berlins nunmehr wahrscheinlich auf eine höhere Ebene - zum Beispiel auf einem Notenaustausch zwischen Washington und Moskau - verlagern würden. Die bisherigen Versuche der SED und der sowjetischen Besatzungsmacht, die Bevölkerung durch Schikanen und Drangsalierungen umzustimmen, seien als gescheitert anzusehen. Die nächsten Wochen würden, so meint man in diesem Kreisen, eine endgültige Klärung bringen.

        Auf der SPD-Kundgebung im französischen Sektor vor 70 000 Berlinern, auf der der "Aufruf an die Welt" verkündet wurde, wies Berlins gewählter, durch ein sowjetisches Veto aber nicht bestätigter Oberbürgermeister, Professor Ernst Reuter, darauf hin, daß die Durchführung des sowjetischen Befehls, ganz Berlin in die Ostwährungsreform einzubeziehen, andere einseitige Anordnungen dieser Macht nach sich ziehen würde. "Dann gibt es auf der schiefen Ebene kein Halten mehr. Dann gibt es nur noch Befehlen und Gehorchen, und im Hintergrund stehen wieder unsere alten Bekannten" Gefängnisse und KZ's." Was durch die Rollkommandos der Kommunisten, die - wie bereits berichtet - die Sitzung des Berliner Parlaments am 23. Juni störten, nicht habe erreicht werden können werden können, sollte jetzt durch die gegen alle Berliner in Anwendung gebrachte sowjetische Hungerpeitsche erzwungen werden. Die Sperrung der Elektrizitätsversorgung und der Lebensmitteltransporte für die Westsektoren sei der erste Schritt des brutalen Machtwillens der SED und der hinter ihr stehenden Kräfte.

        Erich Ollenhauer, der für den erkrankten Vorsitzenden der SPD, Dr. Kurt Schumacher, in Berlin weilte, betonte, daß Berlin Beweise des Vertrauens der demokratischen Welt durch Taten brauche. Es sei ein "hoher Einsatz der Alliierten für diese Stadt notwendig". Nach seiner Rückkehr in die Westzonen meinte Ollenhauer, daß das, was sich gegenwärtig in Berlin abspiele, das entscheidendste und einschneidendste Ereignis seit dem Zusammenbruch sei. Es müsse deutlich gesagt werden, daß diese Ereignisse nicht nur einen Kampf um Berlin, sondern einen Kampf um ganz Deutschland darstellen. Ollenhauer hob die vorbildliche Haltung der Berliner hervor, die entschlossen seien, für ihre demokratischen und freiheitlichen Ideale die größten Opfer zu bringen. Er sei auf Grund seiner Unterredungen mit maßgeblichen britischen und amerikanischen Stellen überzeugt, daß "die Westmächte alles unternehmen werden, um Berlin zu halten".

        Nach Auffassung unbeteiligter politischer Beobachter verdient die Haltung der Berliner Stadtverordneten gegenüber dem kommunistischen Mob in der letzten Stadtverordnetensitzung besondere Beachtung. Obwohl die Abgeordneten tätlich angegriffen wurden, hätten sie keinen Augenblick ihre Haltung verloren. Verschiedene Stadtverordnete wurden unter Rufen wie "Volksverräter", "du mußt nochmal ins KZ, du hast nichts hinzugelernt", mißhandelt und an der Abfahrt gehindert. Trotzdem machten die Abgeordneten nicht den Versuch, die auf Befehl ihrer kommunistischen Vorgesetzten passive Polizei zum Vorgehen gegen die Demonstranten zu veranlassen.

        Am nächsten Tage schrieb dann das Zentralorgan der SED, "Neues Deutschland", zu den Angriffen des organisierten Pöbels: "Das war Demokratie!"

        Quelle: Die Neue Zeitung
        Schlagwörter: Verkehr, Geschichte, Politik, Teilung, Sektor, Blockade, Appell, Reuter, UN, Vereinten Nationen, Verkehrswerkstatt, Berlin, Deutschland
        Aktualisiert am: 06.02.2006
        Zeitungsartikel URL

----------------------------------------
Blockade und Luftbrücke
1948/ 1949

Hans-Norbert Burkert, Christoph Hamann (Hrsg.)
BIL (Berliner Institut für Lehrerfort und weiterbildung und Schulentwicklung)
Druckhaus Hentrich, Berlin 1998

Ernst Reuter während der Rede vor dem Reichstag ©

Rede auf der Protestkundebung vor dem Reichstagsgebäude am 9. September 1948 gegen  die Vertribung der Stadtverordnetenversammlung aus dem Ostsektor (Auszug)

«Wenn wir darum heute in dieser Stunde die Welt rufen, so tun wir es, weil wir wissen, daß die Kraft unseres Volkes der Boden ist, auf dem wir groß geworden sind und größer und stärker werden, bis die Macht der Finsternis zerbrochen und zerschlagen sein wird. Und diesen Tag werden wir an dieser Stelle, vor unserem alten Reichstag mit seiner stolzen Inschrift “Dem Deutschen Volke”, erleben und werden ihn feiern mit dem stolzen Bewußtsein, daß wir ihn in Kümmernissen und Nöten, in Mühsal und Elend, aber mit standhafter Ausdauer herbeigeführt haben. Wenn dieser Tag zu uns kommen wird, der Tag des Sieges, der Tag der Freiheit, an dem die Welt erkennen wird, daß dieses deutsche Volk neu geworden, neu gewandelt und neu gewachsen, ein freies, mündiges, stolzes, seines Wertes und seiner Kraft bewußtes Volk geworden ist, das im Bunde gleicher und freier Völker das Recht hat, sein Wort mitzusprechen, dann werden unsere Züge wieder fahren nicht nur nach Helmstedt, sie werden fahren nach München, nach Frankurt, Dresden, Leipzig, sie werden fahren nach Breslau und Stettin.»

(Beifall)

[…]


«Ihr Völker der Welt, ihr Völker in Amerika, in England, in Frankreich, in Italien! Schaut auf diese Stadt und erkennt, daß ihr diese Stadt und dieses Volk nicht preisgeben dürft und nicht preisgeben könnt! Es gibt nur eine Möglischkeit für uns alle: gemeinsam so lange zusammenzustehen, bis dieser Kampf gewonnen, bis dieser Kampf endlich durch den Sieg über die Feinde, durch den Sieg über die Macht der Finsternis besiegelt ist.
Das Volk von Berlin hat gesprochen. Wir haben unsere Pflicht getan, und wir werden unsere Pflicht weiter tun. Völker der Welt! Tut auch ihr eure Pflicht und helft uns in der Zeit, die vor uns steht, nicht nur mit dem Dröhnen eurer Flugzeuge, nicht nur mit den Transportmöglichkeiten, die hier hierschafft, sondern mit dem stadhaften und unzerstörbaren Einstehen für die gemeinsamen Ideale, die allein unsere Zukunft und die auch allein eure Zukunft sichern können. Völker der Welt, schaut auf Berlin! Und Volk von Berlin, sei dessen gewiß, diesen Kampf, den wollen, diesen Kampf, den wollen, diesen Kampf, den werden wir gewinnen!»

Blockade und Luftbrücke cover ©

3 settembre 2012

Leggendarie


Leggendaria
Donne non comuni


«Questi articoli, pubblicati da Leggendaria e dei quali qui presentiamo due brevi estratti, sono il frutto di un interesse storico per la conquista dei diritti delle donne nel difficile contesto delle crisi economiche di fine Ottocento, che investirono Europa e Stati Uniti (con fasi alterne dal 1873 al 1896), e successivamente delle due guerre mondiali. Siamo di fronte a delle insolite biografie di pioniere che operarono in ambienti e settori molto diversi tra loro, dalla pubblicistica alla medicina, ma animate da un identico proposito: scalare posizioni sociali, facendo valere talento e forza di volontà.
Rileviamo inoltre il dato che molte delle protagoniste delle quali si narra provengono da quella agitata zona del vecchio continente che gode della strana proprietà di essere centro e periferia insieme e che va sotto il nome di Mitteleuropa, il cui destino di tumultuosa fucina creativa, fabbrica d’ingegni e vite singolari sembra spandersi e agire tanto nel panorama continentale quanto al di là dell’oceano. L’idea del Sonderweg, la ‘via particolare’, leitmotiv che accompagna l’epopea di un mondo che percepisce il proprio pur vitale declino come una missione, scorre sotterranea ben al di là degli incerti confini entro cui batte il cuore dell’Europa, e non c’è quindi da stupirsi nel vederla riaffiorare in situazioni e luoghi solo apparentemente differenti e lontani. Non sono forse anche quelle seguite dalle nostre pioniere strade particolari, cammini improbabili e irrequieti? E mi pare che la grande allegoria dell’occidente stia proprio in questo intreccio di incognite disegnato sulle geografie delle possibilità umane, in attesa di essere percorse».
(di Claudia Ciardi)  

Grazie alla direttrice responsabile di «Leggendaria» Anna Maria Crispino


Una giramondo rivoluzionaria. Su Annie Londonderry
La picaresca storia di una lettone immigrata negli Stati Uniti che si inventò come popolare protagonista di un’epopea ciclistica

Quote from the journal article:
«Da quell’istante, e per molti chilometri, il suo ascendente si esercitò praticamente incontrastato. Non mancò di infarcire la sua avventura sulla strada di episodi fantasiosi e robuste bugie, snocciolando repertori scelti di volta in volta per trascinare le platee dei suoi ammiratori, di fronte ai quali sfoggiava una scioltezza di affabulatrice nata. Considerare che Annie riuscì nel suo intento in una situazione sfavorevole, visto che imbastì e portò a termine il viaggio nel pieno della profonda depressione che mise in sofferenza l’economia statunitense alla metà degli anni Novanta dell’Ottocento, ci sollecita una volta di più a celebrarne la particolare personalità comunicativa, capace di persuadere i suoi interlocutori e di guadagnarli alla propria causa. Peter Zheutlin, giornalista e pronipote di Annie, ha ricostruito la vicenda in una serrata indagine, permettendo ai lettori di confrontarsi con un importante spaccato del costume americano e di rivivere la cronaca di un’insolita operazione pubblicitaria, che finì per trasformarsi in qualcosa di ben più ampio e rappresentativo. L’esito positivo della scommessa, che Annie, almeno alla partenza, aveva principalmente rivolto a sé, venne assicurato non tanto dall’andare in bicicletta quanto dal manifestarsi di una inossidabile volontà che è stata in grado di coprire una distanza ben più grande di quella attraversata nel mondo, conquistando l’immaginario della gente e uno spazio nel lungo e faticoso cammino di libertà e affermazione dei diritti delle donne». 
Su Leggendaria n. 94 luglio 2012



Testo recensito:
Peter Zheutlin
Il giro del mondo in bicicletta. La straordinaria avventura di una donna alla conquista della libertà
Trad. di Veronica La Peccerella
Elliot edizioni
Roma, 2011
330 pagine, Euro 17, 50

Annie Londonderry - official site

Annie Londonderry on facebook


Pioniere a Pisa
Storie di donne non comuni


Abstract:
«Nella galleria di ritratti femminili qui ricostruita, tocchiamo i momenti salienti attraversati dall’Italia e dall’Europa, e oltre, fino alla Russia, l’Ucraina, la Turchia, data la vocazione cosmopolita dell’ateneo pisano, tra la fine dell’ ’800 e la seconda guerra mondiale. Con il 1919, quale ricompensa per l’indispensabile servizio reso al paese in guerra, le donne si vedono riconosciuti i pieni diritti civili (ma non ancora il diritto di voto) e si emancipano dall’autorizzazione maritale. E tuttavia di lì a poco sarebbe toccato loro versare un tributo altrettanto, se non più alto, in termini di rinunce e rischi, che in non pochi casi ha comportato anche la perdita della vita.
Donne coraggiose e determinate come Maria Fischmann, ebrea di Odessa, prima laureata all’Università di Pisa presso la facoltà di Medicina, ottava in Italia; Antonia Eirene Risos, Giuseppina Lazzari ed Elvira Caporali, prime a ricoprire l’incarico di assistenti volontarie di clinica; Reysia Rotenberg, Jaffa Sceindla Krasnova, Helena Blatt, venute a studiare a Pisa da Odessa e Leopoli, le cui presenze si perdono con l’incalzare della guerra e del regime.
Il prezioso lavoro di Alessandra Peretti, dunque, non si ferma a un solo contesto ma tocca fasi delicatissime del cammino femminile, mostrando come ogni singola traccia sia legata agli ostruzionismi maschili, al dramma della diaspora ebraica, alle persecuzioni politiche fasciste. Vite al margine, ancor più facile preda di intolleranze e ricatti. Questa è appunto la lunga silenziosa resistenza delle donne che hanno lottato su due fronti, intervenendo in privato a favore della propria realizzazione personale ed esponendosi nella sfera pubblica, spingendo a più riprese verso il cambiamento per raggiungere, difendere e rappresentare i propri diritti e con ciò definirsi parte attiva nel percorso di emancipazione sociale».
Su Leggendaria n. 88 luglio 2011



Testo recensito:
Alessandra Peretti
Storie di donne non comuni. Le prime laureate in Medicina dell’Università di Pisa
Edizioni Plus, Pisa University Press, 2010
pagine 153 – Euro 15.

Link all’archivio Essper - Periodici italiani di economia, scienze sociali e storia -Leggendaria e Claudia Ciardi

Numeri precedenti/ previous numbers:

LE AUTOREVOLI



N. 92, MARZO 2012, 66 PAGINE, 8 EURO
Donne e politica/ Donne in politica

Chi sono le donne che contano in Italia e in Europa?

Possiamo fidarci di loro, e affidarci a loro?

E a maggio si vota in molte città: poche le sindache all'orizzonte...

in Primo piano un bilancio su Donne e Risorgimento e tanti consigli di lettura

PASSAGGI DI ETÀ


N. 93, MAGGIO 2012, 81 PAGINE + SUPPLEMENTO, 8 EURO


TEMA: LE ETÀ DELLA VITA. Interventi, bibliomappe, echi da un seminario

SPECIALE: BALCANICA. Riflessioni sulla guerra a 20 anni dall'assedio di Sarajevo

SUPPLEMENTO: MADRI SENZA TEMPO? Un confronto generazionale.

a cura della Fondazione Badaracco
                                                       
Leggendaria è:
Leggendaria. Libri Letture Linguaggi è una testata autonoma e indipendente nata nel gennaio 1997 e distribuita in libreria e per abbonamento. Una prima serie, “legendaria” è uscita prima come supplemento al mensile Noidonne e poi “cangurata” dalla stessa testata dal 1986 fino al dicembre del 1996. Ideata e diretta da Anna Maria Crispino, è prodotta da un piccolo nucleo redazionale (Lucina Di Mauro, Monica Luongo, Mariella Gramaglia, Silvia Neonato, Bia Sarasini, Nadia Tarantini, Maria Vittoria Vittori) che si avvale di un ampio giro di collaborazioni qualificate, di studiose e appassionate, giornaliste e scrittrici, senza escludere le firme maschili.

Il sito della rivista/ official site

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...