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28 settembre 2016

I dilemmi della traduzione


Desidero riproporre ai lettori il saggio sull’arte del tradurre, steso prendendo le mosse dal densissimo scritto di Walter Benjamin, Die Aufgabe des Übersetzers [Il compito del traduttore], il 3 giugno 2013 per il blog «Quaderni corsari» a cura di Paolo Zignani, già intervistato in questo mio spazio. Causa la recente chiusura del sito di Zignani, che ne ha appena inaugurato un altro orientato al dibattito politico e all’analisi trasversale di diverse tematiche sociali e culturali, ho deciso di recuperare questo vecchio intervento in modo da renderlo nuovamente disponibile tra le mie pagine.


Chi è il traduttore? Un tecnico, un ingegnere del linguaggio che con operazioni di stile matematico razionalistico “traduce” come un prigioniero il significato in un’altra lingua? Oppure tradurre significa evocare quasi magicamente il genio dell’autore e dialogare con lui in un modo imperscrutabile? C’è una via non estrema, una fedeltà ardua, pensante, al senso del testo originale, di cui Claudia Ciardi, giovane studiosa toscana, racconta non senza partecipazione. Ha scelto proprio Walter Benjamin, autore quanto mai prezioso, che alcuni contemporanei trovavano incomprensibile, per affrontare un esercizio tanto delicato. “L’arte di tradurre si allarga a metafora del lavoro intellettuale” scrive Claudia Ciardi, riallacciandosi alle questioni più aperte e avvincenti dell’ermeneutica contemporanea, che abbracciano molti settori. Oltre ma anche nei reconditi risvolti, nelle evocazioni del testo qui sotto riportato, problemi comparabili si incontrano in altre discipline, nel diritto costituzionali, nella giurisprudenza (nell’applicazione delle leggi), nella filosofia politica. C’è qualcosa di antropologico, di viscerale, nella traduzione, c’è una questione etica di fedeltà e di rispetto del testo come anche della sua trasferibilità in altra lingua e altro contesto. Quante volte ci troviamo in situazioni paragonabili? Il tema ha una specificità assai intensa come anche un’apertura universale. Per questo è vitale sviluppare la lettura della seguente pagina sull’esperienza del tradurre. (Premessa di Paolo Zignani)




«Labyrinthus [labor-intus] dicebatur domus Dedali» [The labyrinth is called the house of Daedalus] 
Codicis Theodosiani libri sexdecim..., c. 801-900, Latin 4416, f. 35r, Bibliothèque nationale de France.


«La ricchezza di oggetti e di forme, il loro bagliore incantevole e il loro splendore sontuoso ci inducono a chiederci che cosa sia ciò che brilla in queste suppellettili e si cela nella loro luce. Le piccole statuette e le figure votive che si sono conservate non esprimono nulla di chiaro in proposito. Vi è forse qualche connessione tra il labirinto e questo lusso? Laggettivo luxus allude al fatto che qualcosa è stato rimosso dal suo luogo, spostato e distorto, così da essere distolto e sottratto da ciò che è abituale. Laddove esso è invece fine a se stesso, esposto in numerosi esemplari, ci imbarazza e ci confonde. È per questa ragione che tutti quegli oggetti si associano al labirinto, il giardino dellerrore [Irrgarten]. La fusione di lusso e labirinto del mondo minoico-cretese è dunque molto lontana dalla desolazione della superficialità e dal vuoto delleffimero. Ma che cosa risplende in questo bagliore fuorviante? O forse così la domanda è già posta male? Forse ciò che riluce non è altro che questo stesso bagliore, che nulla racchiude o nasconde».
Martin Heidegger, Viaggio in Grecia [Aufenthalte], Guanda editore, 2012


Ringrazio Paolo Zignani per questo spazio e ancor più per aver sollecitato un interessante confronto sull’inesauribile tema della traduzione. Un simile argomento mi permette infatti di tornare a quell’appassionante crocevia letterario attorno al quale si è decisa molta parte della mia iniziazione sul fronte della scrittura, raccontando alcune delle mie più recenti esperienze proprio nei panni di traduttrice. Tradurre è esplorare la lingua non sulla base di leggi e relazioni meccanicistiche, come in genere siamo portati a pensare quando si ha di fronte un testo che vogliamo ‘far parlare’ secondo i modi d’espressione a noi più familiari, ma suscitare corrispondenze che procedano oltre il medium, oltre le leggi grammaticali e sintattiche che inchiodano le parole alla loro qualità comunicativa. Si tratta di richiamare nel nostro lavoro un elemento per così dire trascendente, una tessitura di senso che si spinga ben più lontano della semplice riproduzione di significato. Come non ricordare, a tale proposito, le densissime pagine di Walter Benjamin dedicate al traduttore?
In questo breve saggio, apparso nel 1923 come introduzione ad alcune poesie di Baudelaire, la teorizzazione stessa pare volersi rappresentare su un piano ulteriore dell’esercizio critico, quasi intendendo suggerire un modus operandi valido anche a risolvere le aporie insite nella riflessione filosofica. Dunque si può dire che l’esercizio di traduzione, mirabilmente definito da Benjamin, pare un pretesto per parlare in generale del pensiero umano, l’arte di tradurre si allarga a metafora del lavoro intellettuale, il cui scopo non è la restituzione di una ‘letterarietà’, o almeno lo è solo per una parte minima dell’architettura che si propone di costruire. Occorre semmai, proprio come nello sforzo di ‘resa’ di una lingua in un’altra, accantonare l’inessenziale, leggere al di là del comunicabile per ricavare quel non-comunicabile, il cui carattere è tanto sfuggente in quanto non marcatamente né coerentemente radicato in nessuna articolazione del corpo linguistico e, quindi, del pensiero. Solo in questo modo si potrà assecondare quella libertà di movimento insita nella parola dalla quale viene distillata la vera vita cui appartiene l’opera di ingegno.

«La traduzione trapianta quindi l’originale in un dominio linguistico almeno in tanto – ironicamente – più definitivo, in quanto l’originale stesso non può più esserne trasferito da alcuna nuova traduzione, ma solo elevato sempre di nuovo e in altre parti di esso. Non a caso la parola “ironico” può ricordare qui argomentazioni dei romantici. Essi hanno capito prima di altri che le opere hanno una vita, e di questa vita la traduzione è una suprema conferma. È vero che essi non hanno riconosciuto questo valore della traduzione, e hanno rivolto tutta la loro attenzione alla critica, che rappresenta anch’essa un momento, benché minore, della sopravvivenza delle opere. Ma anche se la loro teoria non si è quasi rivolta alla traduzione, la loro stessa grande opera di traduttori implicava il sentimento dell’essenza e della dignità di questa forma». […] «… allora la traduzione […] è a metà strada fra la poesia e la dottrina. La sua opera è meno caratterizzata dell’una e dell’altra, ma non s’imprime meno profondamente nella storia». Da Walter Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, traduzione e introduzione di Renato Solmi, Einaudi, 1962. Il titolo del saggio è Il compito del traduttore (Die Aufgabe des Übersetzers, in Schriften, Suhrkamp Verlag, 1955)

Per Benjamin dunque l’autentico tributo creativo nei confronti della parola viene proprio dal lavoro di traduzione, e il suo scritto guida il lettore al salto concettuale necessario al realizzarsi di quell’‘ascesi’ del linguaggio, verso cui il buon traduttore è tenuto a impegnare tutte le proprie risorse intellettuali.
Nella mia esperienza posso dire senz’altro che studiare le lingue ha presieduto a una lunga e complessa rielaborazione dell’italiano. Credo anzi che il mio interesse per le lingue, a partire dalle letterature antiche, sia stato profondamente connotato da un’idea di scrittura che io vedevo, agli inizi in maniera inconsapevole, come uno spazio in cui far confluire una pluralità di accenti. E, in effetti, la lezione dell’avanguardia anglo-americana corroborata dalla lettura di Eliot, Pound, Yeats, Cummings, Ginsberg, Ferlinghetti, una lettura ‘mentale’ – piuttosto somigliante a un mantra recitato sottovoce – nel corso della quale passavo continuamente dall’inglese all’italiano e viceversa, produceva in me uno sconfinamento tra lingue che inevitabilmente ricadeva nel mio esercizio narrativo. Questa esplorazione soprattutto ritmica delle parole gettava i semi di una movimentata polifonia nell’italiano, che ha cominciato a rivelarsi tuttavia con maggior chiarezza, e forse con più interessanti esiti per la mia ricerca, solo dopo l’avvicinamento al tedesco. I sonetti di Benjamin, le voci dell’espressionismo, in particolare lo studio del verso heymiano, la prosa di Robert Musil, infine le tante incursioni (Heinle, Lichtenstein, Morgenstern, Rheiner) che alle mie pubblicazioni si sono accompagnate, hanno fatto da catalizzatori di un universo di segni e sonorità già assimilato dai poeti anglosassoni. Ultimo in ordine di tempo, e non meno importante, il lavoro su Catherine Pozzi, figura solitaria e ‘notturna’ della poesia francese di inizio Novecento, la cui scrittura straordinariamente evocativa si nutre non a caso dei modelli antichi e tedeschi.
Le considerazioni di Benjamin mi sono perciò particolarmente vicine dal momento che ho avuto modo di attuarle, per quel che vi sono riuscita, nel corso dei miei lavori. E a proposito dell’affiorare a più riprese nel saggio benjaminiano di una mistica legata alla parola di cui il traduttore, alla stessa stregua di un officiante, è chiamato a essere l’interprete, aggiungerei volentieri che ogni traduzione entra per così dire in una sfera sacra, in quanto riporta in vita il momentum creativo fissato nella propria opera dallo scrittore, quale somma di stati emotivi ‘salvati’ nell’anonimo fluire della storia.
C’è, negli autori di cui mi sono occupata, questo senso di deragliamento del tempo ed estinzione di se stessi, dovuto all’esperienza annientante della prima guerra mondiale. Il suicidio del giovanissimo Heinle che alimenta il singolare impegno dell’amico Benjamin a comporre versi per continuare un dialogo interrotto da un gesto tanto improvviso e inaudito, fino all’altrettanto tragico epilogo con cui si chiuderà l’esistenza del filosofo tedesco, racconta di due artisti letteralmente ‘strappati’ alle loro vite dalla drammatica progressione degli eventi. Come ebbe a scrivere Joseph Roth al giornalista italiano Enrico Rocca «Io mi riconosco nella comunità mondiale di tutti i partecipanti alla guerra, nella generazione dei decimati, dei reduci impotenti e dei morti» (lettera datata 6 maggio 1930).
Attraverso queste voci ho potuto anche approfondire la pesante mutilazione inflitta dalla guerra alle collettività coinvolte. Perché il trauma della violenza e della morte non si ferma affatto alle trincee né finisce con un accordo di pace ma continua a deflagrare per anni in un tessuto sociale angosciato e indebolito dai lutti, dal senso schiacciante di una precarietà della quale, dopo il battesimo del fuoco al fronte, sembra impossibile liberarsi. In una simile terra devastata accade così che vengano a mancare perfino i presupposti del racconto. Il filo che teneva insieme gli anelli della narrazione è ormai spezzato, nient’altro che frammenti alla deriva, schegge indecifrabili di una storia che si avvita su se stessa senza riuscire a descriversi.
Compagne di avventura e preziose collaboratrici, Angela Staude Terzani per la poesia di Heym ed Elisabeth Krammer per gli ‘alfabeti’ musiliani mi hanno aiutata a portare alla superficie l’anima nascosta dei testi. Questo scambio sui problemi della lingua, sulla necessità di penetrare l’originale nelle sue più intime sfumature ha senz’altro arricchito il mio bagaglio di conoscenze e, come si diceva all’inizio, ha influito sul mio modo di scrivere. Dunque, per quella che è la mia formazione, posso certamente affermare che l’esercizio di tradurre si è rivelato essenziale al mio percorso artistico e culturale.

(Di Claudia Ciardi)

3 settembre 2013

Leggendaria n. 100


Segnaliamo Leggendaria numero 100 
Luglio 2013
Titolo: n. 100
Tema: Generazioni e narrazioni
ISBN: 978 – 88 – 6252 – 217 - 5
Euro: 10, 00
Sito di Leggendaria/ Official site


Grazie a Leggendaria, nella persona della direttrice Anna Maria Crispino, per avermi dedicato un doppio spazio nella rivista.

La recensione a cura di Anna Maria Crispino dedicata alla voce notturna di Catherine Pozzi nella selezione di poesie edita da Via del Vento.


Riproduzione dell'articolo © 



Il libro:
Catherine  Pozzi, Nyx
A cura e traduzione di Claudia Ciardi
Via del Vento edizioni, 2012
pag. 36, ISBN 978-88-6226-068-8


Euro 4,00


Cover, Via del Vento edizioni ©







                  
Più o meno mentre mi aggiravo per le strade di Friedenau, usciva questo mio contributo sulle voci della 'flânerie berlinese'. In certi momenti accadono cose che definirle fatalità soltanto significherebbe sconfessarne la segreta intelligenza con cui si manifestano.

Sinfonia di una metropoli di Claudia Ciardi su La Berlino dell'espressionismo, a cura di Antonella Gargano, Silvy edizioni, 2012 ©


Pagine correlate/ related links:

Archivio ESSPER

Catherine Pozzi, Nyx, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2012 (post in questo blog)

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, ottobre 2011 (post in questo blog)
&
pagina su facebook

Georg Heym, Ci invitarono i cortili/ Die Höfe luden uns ein, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2011 (post nel blog)
&
pagina su facebook

Simonetta Longo su Georg Heym/ La Sfinge senza enigmi 

germanistica.net per Via del Vento edizioni


Ex libris di Franz Pfemfert
                     

1 marzo 2013

Notturni - Nocturnes



Gustav Klimt (Baumgartner, Wien, 1862 - Wien 1918)
Bauernhaus mit Birken
Casa colonica con betulle

Il "Notturno" di Alcmane (fr. 89 P)

                             εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες

                             πρώονές τε καὶ χαράδραι

                             φῦλά τʼ ἑρπέτ' ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα

                             θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν

                             καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·

                             εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.
Alcmane di Sparta
(seconda metà del VII secolo a.C.)
Dormono le cime dei monti e le forre
le vette e i dirupi
e gli animali quanti la nera terra ne nutre,
le fiere selvatiche e la stirpe delle api
e nei fondali del ribollente mare i mostri;
degli uccelli con le stese ali riposan gli stormi.
(Traduzione di Claudia Ciardi)

Aen. IV, 522-527

Nox erat et placidum carpebant fessa soporem
corpora per terras, siluaeque et saeua quierant
aequora, cum medio uoluuntur sidera lapsu,
cum tacet omnis ager, pecudes pictaeque uolucres,               525
quaeque lacus late liquidos quaeque aspera dumis
rura tenent, somno positae sub nocte silenti.

Virgilio
(Andes, 15 ottobre 70 a.C. – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.)

Era notte e un dolce sopore gli affaticati corpi prendeva
nelle contrade della terra, e le selve e le inquiete distese del mare
tacevano, quando a mezzo del giro gli astri son volti,
quando ogni campo riposa, le bestie e i variopinti uccelli,
che ovunque i limpidi laghi abitano e le incolte campagne,
in notte silente nel sonno deposti.

(Traduzione di Claudia Ciardi)


Hymnen an die Nacht, III

Einst da ich bittre Thränen vergoß,
da in Schmerz aufgelöst meine Hoffnung zerrann,
und ich einsam stand am dürren Hügel, der in engen,
dunkeln Raum die Gestalt meines Lebens barg – Einsam,
wie noch kein Einsamer war, von unsäglicher Angst
getrieben – Kraftlos, nur ein Gedanken des Elends noch. –
Wie ich da nach Hülfe umherschaute, Vorwärts nicht könnte
und rückwärts nicht, und am fliehenden, verlöschten Leben
mit unendlicher Sehnsucht hing: – da kam aus blauen Fernen –

Von den Höhen meiner alten Seligkeit ein Dämmerungs Schauer –
Und mit einemmale riß das Band der Geburt – des
Lichtes Fessel. Hin floh die irdische Herrlichkeit und
meine Trauer mit ihr – Zusammen floß die Wehmuth
in eine neue, unergründliche Welt – Du Nachtbegeisterung,
Schlummer des Himmels kamst über mich –
Die Gegend hob sich sacht empor; über der Gegend
schwebte mein entbundner, neugeborner Geist. Zur Staubwolke
wurde der Hügel – durch die Wolke sah ich die
verklärten Züge der Geliebten. In ihren Augen
ruhte die Ewigkeit – ich faßte ihre Hände, und die
Thränen wurden ein funkelndes, unzerreißliches
Band. Jahrtausende zogen abwärts in die Ferne,
wie Ungewitter. An Ihrem Halse weint ich dem
neuen Leben entzückende Thränen. – Es war der
erste, einzige Traum – und erst seitdem fühl
ich ewigen, unwandelbaren Glauben an den
Himmel der Nacht und sein Licht, die Geliebte.


Un giorno che versavo amare lacrime,
che in dolore disciolta svaniva,
la mia speranza, ed io stavo solitario presso l’arido tumulo
che in un breve oscuro spazio chiudeva la forma della mia vita –
solitario come nessuno era mai stato, sospinto da indicibile angoscia –
privo di forze, in me soltanto un senso di miseria,
come mi guardavo intorno cercando aiuto, non potevo
avanzare né indietreggiare, e mi aggrappavo alla fuggente vita,
spenta con infinita nostalgia: –  allora venne dalle azzurre lontananze –
dalle altezze della mia antica beatitudine un brivido crepuscolare –
si spezzò d’un tratto il vicolo della nascita – la catena della luce.
Svanì la magnificenza terrestre e il mio lutto con lei –
confluì in un mondo nuovo e impenetrabile la malinconia –
e tu, estasi della notte, sopore del cielo scendesti su di me –
la contrada lentamente si sollevò; e sulla contrada aleggiò
il mio spirito nuovo, liberato. Il tumulo divenne una nube di
polvere – attraverso la nube io vidi
le fattezze trasfigurare dell’amata. Nei suoi occhi
posava l’eternità – afferrai le sue mani,
e le lacrime divennero un vincolo scintillante, inscindibile.
Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo
piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu questo il primo,
unico sogno – e da allora sento un’eterna, immutabile fede nel
cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

Novalis (* 2. Mai 1772 auf Schloss Oberwiederstedt; † 25. März 1801 in Weißenfels)


La notte fiorentina

Se due amanti
abbracciati ritornano a soffrire,
se non sei che quello che hai portato,
se la terra attende, e il vento torna
a fischiare pei morti,
gelato e rosso come un garofano.
un fiore spende muto il suo profumo
sopra un petto che respira atono,
tu stessa muterai, non sarai più
né un bene né un male impossibile,
se il vento rintocca nelle corti
come un rullo sordo e opaco di tamburo,
un ululo fedele accanto al muro
del padrone addormentato.

(27 febbraio 1946)

Piero Bigongiari (Navacchio, 15 ottobre 1914 – Firenze, 7 ottobre 1947)

* Si veda anche:
Piero Bigongiari, Favola e altre poesie, Via del Vento edizioni, dicembre 2007
collana «Le Streghe»


Nyx

A Louise anch’essa di Lione e d’Italia

O mie notti, o nere attese
o audace paese, o segreti ostinati
o lunghi sguardi, o lampeggianti nubi
o volo dato oltre gl’impenetrabili cieli.

O gran desiderio, o sparsa meraviglia
o bel passaggio dell’incantato spirito
o male peggiore, o scesa grazia
o schiusa porta da nessuno mai varcata

non so perché muoio e annego
prima d’entrare nell’eterna sosta.
Non so di chi sono la preda,
non so di chi sono l’amore.

(5 novembre 1934)

Catherine Pozzi
(Paris, 13 July 1882 - 3 December 1934)

«La parola, che si aggira al bordo di quell’«abisso infinito» del sentire in cui ci si ritrova perduti e divisi, tanto somigliante all’immobile indistinta temporalità dell’«abisso d’infanzia», alla quale sovente ritorna il pensiero della Pozzi, ha bisogno di essere evocata con voce flebile. Eppure questo tono solo all’apparenza sommesso, questa sotterranea religione del cuore sempre a un passo dallo sconfessare il proprio credo o dall’attribuirgli un valore eterno, contiene a fatica la forza di uno slancio sentimentale che del resto intride l’intera opera della poetessa».
Dalla postfazione – Con la voce della notte  (di Claudia Ciardi)



Catherine  Pozzi, Nyx e altre poesie
A cura e traduzione di Claudia Ciardi
 pag. 36,
ISBN 978-88-6226-068-8
Euro 4,00
Collana «Acquamarina»
volumetto n° 48

Scheda/ Book snippet



Catherine Pozzi, «Corriere della Sera», venerdì 8 febbraio 2013


Ida Travi - Catherine Pozzi, «Il Manifesto», sabato 20 aprile 2013

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