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11 maggio 2018

Pietre sacre in Val di Susa



Un’opera che ci accompagna in un viaggio insolito attraverso la Val di Susa, con incursioni per nulla marginali ai fini del quadro storico complessivo nella valle del Tanaro, in Liguria e Lunigiana. Un racconto affascinante che coniuga la divulgazione scientifica, sorretta dai tanti dati archeologici che si susseguono in queste pagine, censiti con meticolosa pazienza dai due autori, con uno sguardo che potremmo definire poetico e insieme tenace. Perché la Val di Susa è stata nell’ultimo ventennio un territorio conteso, con scontri anche recenti tra i suoi abitanti e chi si è ostinato nel taglio delle montagne, per un’infrastruttura di dubbia utilità, ormai considerata tale anche da alcuni sostenitori della prima ora. Territorio di lotta e resistenza, situazione che ha esposto l’enorme patrimonio culturale che possiede a pericoli e danneggiamenti, oltre a fare i conti con la consueta dose di incuria di cui purtroppo già soffrono i beni nazionali. Dunque, luogo costretto a vivere negli ultimi tempi una condizione di fragilità, ma non fragile, anzi, capace semmai di raccogliere la sfida e rialzarsi con ostinazione.
Giacomo Pignone e Pier Paolo Strona compilano un manuale che attira il lettore in una dimensione lontana nello spazio e nel tempo, fatta di culti della terra, celebrazione rituale del passaggio dall’inverno alla primavera, libagioni e sacrifici – nel mondo antico andava così –  in siti il cui raggiungimento era tutt’altro che facile, per non dire che si trattava di posizioni in molti casi decisamente impervie; la sommità di una montagna, la roccia che bordeggiava un dirupo.
Segni di un’umanità, e della sua religiosità, che è difficile cogliere ancora e men che meno ricostruire nel dettaglio. Lo ripetono più volte le nostre due guide, che non si sbilanciano di fronte a dubbie interpretazioni e attribuzioni. Ci si aggira infatti tra il neolitico e la prima età del ferro, un lasso temporale esteso per il quale non abbiamo fonti scritte e dove quel che osserviamo, nel tentativo di decifrarlo, ha risentito di molti passaggi. Colpisce in questa narrazione il continuum di un sentimento del sacro che è venuto depositandosi e sovrapponendosi su queste terre, anche nei suoi risvolti più violenti, quando il cristianesimo volle epurare le ultime tracce cultuali pagane, difese come fattore identitario – ancora resistenza! –  ed etnico dai valligiani.
Paesaggio e storia qui hanno dialogato sempre, come altrove del resto. Ma queste montagne, con il loro arcaismo magico, parlano forse ancor più che altrove una straordinaria lingua spirituale, che non lascia indifferente chi le attraversa. Non è un caso che i due autori inizino il loro percorso sotto gli auspici di Giuditta Dembech, scrittrice e giornalista, che con il suo Musinè magico ha firmato un importante resoconto storico e letterario in Val di Susa, prima poetica ricognizione dei reperti di un luogo oggetto di tante leggende e fantasiose stranezze. Il libro della Dembech, pubblicato da Piemonte in Bancarella, un’altra piccola editrice piemontese raffinata e di qualità, scorre di continuo tra le righe di questo volume. E anche in ciò si percepisce l’attaccamento dei due studiosi nei confronti del territorio e di tutti coloro che con umile ostinazione hanno contribuito a salvarne una memoria. 
Aggirandoci così tra i reperti meno noti di cui è disseminata la Val di Susa, dal neolitico al dominio dei re liguri, dai romani all’arrivo di franchi e longobardi, grazie anche al denso apparato fotografico a colori e in bianco e nero, si tocca dunque, lo abbiamo detto, una stratificazione culturale millenaria, nutrita di una sacralità che trovava nel paesaggio e nel rapporto con i cicli della natura la sua principale fonte d’ispirazione.
Si accenna anche alle straordinarie statue stele della Lunigiana (custodite al castello di Pontremoli, luogo già di per sé incantato), espressione di una cultura arcaica ligure similare, in questo caso apuana e celtica, a seguito della penetrazione di questo elemento, che da qui, passando per le Alpi marittime, Cozie e Graie, si estendeva fino alla Valle d’Aosta. Una narrazione che onora degnamente l’origine del nome Piemonte (ai piedi del monte), avvicinandoci a una ritualità in cui le montagne vegliano e benedicono il gesto umano. L’esplorazione di dolmen, menhir, altari, coppelle, totem, macine diviene una fitta trama di rimandi incrociati che ci racconta con voce sommessa di quella lunga, e per certi versi ancora misteriosa, stagione culturale che fu il megalitismo, dall’Europa al nord Africa. Si pensi agli ottomila nuraghi della Sardegna, e a quanto la caratteristica isolana di una tale singolarissima manifestazione bussi al nostro immaginario con fascino mai tramontato. Da simili agglomerati, sorti fra il 2000 e il 1000 a.C., si giunge alla dominazione romana, nel tentativo di decifrare, col passare del tempo, adattamenti e modifiche circa la loro funzione. Emblematico il caso delle macine: utensili legati solo alla produzione locale oppure in qualche caso anche elementi rituali? Dei tanti usi e riusi delle macine si ha peraltro testimonianza in posti assai lontani e diversi. Ad esempio, sull’isola di Capraia la penuria di materiali ha fatto in modo che le macine servissero da copertura stradale – e sebbene manchi uno studio organico al riguardo, sembra che alcuni resti litici dell’entroterra siano riconducibili proprio alla fioritura megalitica; dalla montagna alle isole il filo di una civiltà longeva e tenace pare dunque dipanarsi attraverso i secoli.
Scorrono qui sotto i nostri occhi tanti centri radiali che hanno composto la storia umana e, se vogliamo, l’orizzonte sentimentale della Val di Susa. Vaie, Chiomonte, Avigliana, Colle Braida, Vernetta, Monte Ciabergia, Caprie, fino alla Sacra di San Michele. Il ritratto dedicato al menhir del Musinè che dialoga in lontananza col Monviso è una sintesi poetica di rara bellezza, quasi due pietre sacre intente a parlarsi. E lo si può forse leggere come un’immagine simbolica che in tutto riassume questo viaggio.

(Di Claudia Ciardi)

Edizione recensita

Giacomo A. Pignone, Pier Paolo Strona,
Pietre sacre in Val di Susa. Dolmen, coppelle, altari e menhir,
Neos edizioni, 2016



Il menhir del Musinè



Parete di macine - Vaie - Stazione Rumiano



Via delle macine - Rione Saràcino - Isola di Capraia




Pietre sacre e graffiti in Valle d'Aosta - Forte di Bard (foto di Claudia Ciardi ©)



Statue stele della Lunigiana - Pontremoli - Castello del Piagnaro


6 gennaio 2017

Rupi e boschi incantati





Gettando una luce insolita e vivace sulle radici di un territorio altrimenti poco noto, le fiabe delle Apuane raccolte dall’anglista Paolo Fantozzi, appassionato di folclore e cultura dei territori montani di Garfagnana, entroterra versiliese e Lunigiana, contribuiscono a risvegliare una sana attenzione per un ambiente che ha bisogno di essere tutelato, se vuole conservare la propria identità e integrità fisica nell’immediato futuro. Perché l’Italia, in quanto culla degli italici, nasce e si sviluppa essenzialmente attorno alle sue valli, nella lotta aspra e magnifica delle comunità montane che col passare dei millenni hanno resistito in questi territori difficili. Scriveva lo storico Appiano che la penisola non tanto risultava divisa tra nord e sud ma ancor più longitudinalmente, dall’Appennino, confine tra aree e popolazioni assai diverse. E però questa imponente barriera naturale, per gli antichi in larga parte impenetrabile, ha da sempre incarnato anche l’ossatura del paese, una singolare quanto vitalissima colonna vertebrale in grado di mettere in circolo energie, risorse, visioni del mondo e dunque quella somma di immaginari che non è esagerato definire il nostro cuore pulsante.
Come fa notare Paolo Rumiz nell’introduzione a uno dei suoi testi più noti, La leggenda dei monti naviganti, è nelle nostre valli che si gioca anche la prossima sfida politica: «In questi spazi la parola – il logos – sembra riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica. […] Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei principi della vita. Senza questi invisibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe desertificata da tempo. […] Che i politici scendano dai loro elicotteri e imparino a camminare; o l’Italia diverrà in breve una terra di locuste e avremo non una, ma mille periferie di furore. Le periferie bastonate si vendicano, e la montagna è periferia». È periferia ma anche centro, se appunto si impara a camminarci e incontrarla. Per un territorio come quello italiano dove il mare e i monti sono cardine e decumano di una tra le più poliedriche avventure culturali che si siano viste affacciarsi nel mondo, si tratta di unimprescindibile dialettica. Nei giorni che ho recentemente trascorso in Val di Fassa e Val di Fiemme, sforzandomi di vivere la montagna soprattutto nella sua dimensione più autentica e meno omologata, che oggi forse si fatica a cogliere, ho cercato il contatto con i valligiani e soprattutto ho osservato. E tra i diversi incontri ce n’è uno che mi ha fatto riflettere più di altri. Tra le vie quasi deserte di Predazzo, dopo un’escursione di qualche ora sopra labitato, nei pressi di una fonte dove intendevo rinfrancarmi mi sono sentita guardata. E in effetti, dietro una finestra ho scorto per un attimo un paesano che mi teneva d’occhio. C’era in lui chiaramente la curiosità di vedere chi fosse “sceso dall’alpe” –  quindi immagino un certo stupore da parte sua nell’essersi trovato davanti una mezza sciagurata lì da sola con una precaria attrezzatura da trekking. Ma posso anche aggiungere, senza sbagliarmi, che il tipo mi stesse puntando come per dire “vedi di non combinare qualcosa alla fonte o sono guai”. Penso di aver capito in quel preciso istante, ben al di là di tante vane blaterazioni, cosa significhi per la gente di montagna l’attaccamento alle proprie risorse, che passa di necessità attraverso il presidio e la conservazione del territorio. E questo è anche il motivo per cui mi vanno stretti certi esercizi intellettualistici in cui si enunci di ridar vita ai borghi montani abbandonati usando la leva dell’immigrazione, senza parlare di infrastrutture, investimenti e progetti concreti. Non dimentichiamo infine che queste comunità, per loro indole solidali, hanno pur sempre una connotazione etnica propria con cui non si può non confrontarsi. L’integrazione, che già di per sé è un processo lento, quando si vuole realizzare davvero, perché passa attraverso la conoscenza, l’avvicinamento e la negoziazione di identità diverse, qui dovrebbe adattarsi ai ritmi ancora più lenti imposti dalla montagna. Chi arriva bisogna che sia accettato prima di tutto dalla legge non scritta della vita in quota – il che non è un automatismo – quindi dalle comunità territoriali.
Aggiungo infine che se certi borghi si sono spopolati, nonostante una secolare presenza contadina, non è solo colpa delle sirene del capitalismo. In alcune frazioni della Lunigiana mi raccontavano anni fa che la vita si faceva di anno in anno più dura essendo l’acqua sempre più scarsa. Molte fonti erano ormai prosciugate e si era quindi creato un problema di approvvigionamento quotidiano. Così torniamo all’infrastruttura e alle risorse. Senza i necessari investimenti la montagna muore. 
Il libro di Paolo Fantozzi mi è molto caro perché si pone come studio antropologico che intende salvare una memoria territoriale tra le più importanti. Il patrimonio fiabesco è infatti il collettore di una tradizione contadina che attraverso i suoi riti e i simboli espressi nel racconto orale definisce le coordinate della propria storia. Così queste fiabe apuane, raccolte negli anni Ottanta dalla voce degli abitanti dei principali borghi alpini, sono un mezzo d’elezione per comprendere vita e fisionomia di un territorio frastagliato e complesso, dove oggi la parola dei vecchi tende ad affievolirsi e scomparire mentre le nuove generazioni sono chiamate ad assumere sulle proprie spalle scelte complesse, circa uno sfruttamento sostenibile del territorio e le modalità di traghettare la cultura dell’alpe raccogliendo le sfide del nuovo millennio.       
Si tratta, dicevo, di un libro a cui sono affezionata anche per il modo in cui l’ho scoperto. A passeggio per Pontremoli, caposaldo sulla Via Francigena, paese incantevole e incantato di cui consiglio caldamente la frequentazione a chi non lo conosca. Fra pellegrini muniti di bordone e conchiglia di riconoscimento che attraversano la piazza, graziose librerie vecchio stile che tradiscono una passione antica per la carta stampata e in generale per l’editoria, risalente a secoli addietro, quando i contadini riempivano le gerle di viveri e manoscritti in cerca di acquirenti che nella colta e curiosa Lunigiana non era arduo trovare, non resterete delusi.
Le fiabe apuane fanno volare la nostra immaginazione fin sugli alpeggi del Corchia, della Tambura, del Pisanino. In mezzo a grotte presidiate da fate e maghi capaci di rapire, imprigionare o compensare con tesori meravigliosi, nel vortice di incantesimi che sovvertono la realtà e mettono alla prova l’indole di giovani donne e uomini che si avventurano sui crinali, tra fantasmi, animali parlanti, castelli fantastici, tocchiamo con mano l’indole di queste genti montanare, misteriose e un po’ arcigne come le creature che popolano i loro racconti.   
E scortati dalle loro parole prendiamo confidenza con un mondo che diversamente ci sarebbe precluso. I nomi delle Alpi divengono pian piano familiari, punti di uno spazio letterario capace d’invenzioni sorprendenti in cui il lettore, dopo i primi brani, non fa fatica a muoversi, penetrando con disinvoltura in una mentalità arcaica che tuttavia ha il dono di attrarre, manifestando una versatile, spiazzante modernità.  

(Di Claudia Ciardi)

  
Paolo Fantozzi,
Rupi e boschi incantati. Fiabe dalle Alpi Apuane,
Apice libri,
2016


Salendo per Bosco Fontana (sopra Predazzo)


Related links:

Rivista Meridiani - Montagne. Alpi Apuane - Numero 31 - Editoriale Domus



Disegni I / Disegni II – su «Il chiosco del flâneur»


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