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4 giugno 2019

Torino capitale della fotografia


È una galassia in espansione, un organismo diffuso in tutta la città, articolato in stanze, fabbriche dismesse, chioschi a bordo strada. Dal centro alla periferia con l’intenzione di portare l’arte in mezzo alle persone, di farne un elemento unitario, di coesione sociale e nuove progettualità urbane. Anche in luoghi difficili, dove si auspica un potenziamento del trasporto pubblico e sostenibile, dove ai lati delle grandi arterie di traffico a scorrimento veloce, addentrandosi per pochi passi nelle vie traverse, ci si imbatte in energie inaspettate, in aree strappate alla velocità, all’anonimato dei ritmi metropolitani. Un insieme di reti creative per innescare ricadute sulle dinamiche di aggregazione, artistica e non solo. Torino si sta configurando come un nodo rilevante fra queste maglie, sta anzi assumendo un ruolo da apripista, perché le iniziative messe in campo quest’anno con Fo.To 2019, progetto del Museo Ettore Fico, sono davvero molte e coinvolgono un numero elevatissimo di spazi. Galleristi, giovani collettivi, salotti storici al fianco di ambienti nuovi, dalle realtà più consolidate del panorama culturale a operatori esordienti, armati di entusiasmo e spirito d’impresa, tutti stanno facendo massa critica intorno a un’idea: avvicinare le persone, incentivare un processo di partecipazione ampio nel segno di un ritorno all’arte condivisa, meccanismo base per attrarre e consolidare le risorse umane e culturali latenti in una società. Se si sfoglia il libro-guida, un grazioso atlante tascabile che vi accompagnerà lungo le rotte della metropolitana e dei tram, prendono vita angoli impensati della città che promettono incontri fuori dai canoni, immersioni in percorsi fotografici non scontati, archivi d’immagini che hanno ritrovato una collocazione espositiva dopo un periodo di oblio o microcosmi scelti per il battesimo di giovani maestri.
La proposta è estremamente varia e raffinata, il livello del materiale presentato al pubblico alto e stimolante. L’impressione che se ne trae aggirandosi per le sale, osservando, setacciando ritratti e vedute, chiacchierando con i gestori, è quella di essere all’inizio di qualcosa. Sta prendendo forma una città dell’arte e per l’arte all’interno dell’area metropolitana, parallela ai circuiti istituzionali su cui maggiormente finora si è focalizzata l’attenzione, un arcipelago esteso e magmatico che ha appena iniziato a rilasciare le proprie cariche potenziali. Figura geometrica irregolare, multicentrica, talora mimetizzata, indiscutibilmente investita dal fermento.
Lungo le sue diagonali s’incrocia ad esempio in Via Cervino la bella avventura di Gagliardi e Domke, una galleria che fa convergere le metafisiche creazioni di Fabio Viale, scultore con solidissime basi classiche, una serie di dodici vedute di Roma in bianco e nero del noto fotografo tedesco Thomas Struth, con le macchine di Paolo Fogliati, paladino dell’arte povera, disegnatore e costruttore di congegni irripetibili, vera e propria meccanica dell’immaginazione, nonché progettista di opere a dimensione ambientale con cui sognava di aprire brecce fantastiche nella regolarità alienante del panorama cittadino. Poche vie più avanti, scendendo lungo Corso Vercelli c’è poi la scatola di Edicolarte, una specie di bozzolo smarrito negli ingorghi periferici. Provocazione leggibile anche come esempio di riutilizzo virtuoso di uno spazio in abbandono; le saracinesche di un vecchio chiosco di giornali sono tappezzate di foto d’artista.
E poi ancora si segnala alla Fondazione Bottari Lattes, fino al 15 giugno, un’appendice poetica di Michele Pellegrino, il grande narratore delle Langhe, protagonista già lo scorso anno della retrospettiva ospitata al San Francesco di Cuneo. Nelle due eleganti salette di Via della Rocca è esposto un piccolo campionario incentrato sul ritratto umano, uno dei grandi filoni percorsi dal maestro insieme al paesaggio e agli oggetti d’uso, arredi, stoviglie, ricami, soprammobili, fiochi eppure potenti riverberi del vivere. Divulgato in un cospicuo catalogo edito da Skira, dove Enzo Biffi Gentili definisce la sua fotografia «un prometeico mondo di rupi già evocato da Pavese», questa occasione torinese ci permette di tornare sulle tracce di un notevole interprete contemporaneo che non a caso è parte essenziale del Cuneo gotico, uno dei più originali e vivaci progetti di cultura attualmente sostenuti in Piemonte.
In finale, ma non per importanza, cito il centro di Camera, duemila metri quadrati di spazio espositivo per la fotografia in Via delle Rosine, un polo multifunzionale dove prendono vita grandi mostre e incontri a tema, uno dei templi assoluti al servizio di professionisti e appassionati della materia.


(Di Claudia Ciardi)


*Foto di Claudia Ciardi accompagnate da materiale a stampa messo a disposizione dalle gallerie 



Da Gagliardi e Domke
Via Cervino, 16.

Martedì/Venerdì 15,30-19,30 e su appuntamento.








Da Gagliardi e Domke



Edicolarte - Corso Vercelli, 31/A



Fondazione Bottari Lattes, Via della Rocca, 37/B




30 marzo 2019

Ricostruzioni


Si è da poco conclusa alla Triennale di Milano una rassegna importante dedicata ad approfondire un tema oggetto di molte attenzioni, quello dei disastri provocati da eventi naturali (alluvioni, terremoti, incendi) o dalla guerra. Dinamiche territoriali esplorate percorrendo il doppio binario della progettualità, di un’architettura che sappia recuperare e ripristinare i codici identitari dei luoghi colpiti, e degli orientamenti sociali che simili contesti esigono. La necessaria riappropriazione di uno spazio che non è solo fisicamente dato ma ancor più definito dalla rete relazionale che nel tempo lì si è espressa e radicata, determina lunghe, non di rado complesse, vicende contrattuali per un possibile ripensamento del tornare a vivere laddove la quotidianità ha subito una brusca interruzione.
Riflettendo sulla natura delle rovine e quella delle macerie, dalle più poetiche e soffuse letture piranesiane agli squarci aperti dalle violenze novecentesche, l’itinerario della mostra si è proposto d’indagare come queste definizioni siano mutate durante gli ultimi tre secoli, fino a sovrapporsi nel brutale sterminio delle recenti escalation mediorientali. La Siria, dove Palmira diviene simbolo di questa assurda furia devastatrice che ha sabotato il racconto dell’antico attraverso i resti greci e romani, trasformando le passate rovine in un campo di macerie, è al centro di tale scenario sovvertito, atomizzato, inedito. Salta la griglia concettuale di Marc Augé che individua nelle rovine la testimonianza di un tempo distante, pacificato, nel quale il rumore della storia si percepisce come lontano, privo della forza sconvolgente dei fatti nel loro accadere. Qui le rovine finiscono fagocitate dalla guerra perenne, alimentando nuove macerie. Queste “Ricostruzioni” allestite alla Triennale hanno rappresentato dunque un’indagine ad ampio raggio che, soffermandosi sui drammatici eventi del Novecento, si è concentrata soprattutto sulla sequenza sismica che ha stremato il centro-sud della penisola, dall’Abruzzo del 2009 fino alle Marche del 2016. Crisi, sradicamenti, memorie, che sono state oggetto anche delle giornate di Paraloup nel settembre 2017, sui temi dell’abbandono e di un ritorno possibile ai luoghi della montagna colpiti dal fenomeno dell’emigrazione di massa. E poi discussi ancora al grande convegno internazionale Un paese ci vuole, al Pau di Reggio Calabria, nel novembre 2018. Letture, introspezioni di ambienti, collettività, persone che hanno ispirato pure il lavoro documentaristico di Cecilia Fasciani, Io prometto, opera che ha inteso dar voce a chi non si rassegna e, nelle forme di una caparbia resilienza, che è un atto d’amore profondo per le proprie origini e il territorio, prova a restare. Son solo tre di tante iniziative – mostre fotografiche, dibattiti, incontri con i comitati del cosiddetto cratere sismico – che di recente hanno acceso l’attenzione su un argomento di assoluto rilievo, non solo perché coinvolge un’area molto estesa dell’Italia, ma in quanto incide in profondità nel confronto su nuove forme di sviluppo sostenibile, sulle strategie da attuare per la ripresa delle economie locali, e in generale sul configurarsi di una ricostruzione che ha bisogno di essere negoziata in ogni sua fase, di essere condivisa e di conservare il legame con ciò che significava vivere certi spazi prima degli eventi che hanno costretto la popolazione ad allontanarsi.
Conflitti, catastrofi di ieri e di oggi per medesime o simili umane aspettative. Dal sisma di Messina alla Grande Guerra, due circostanze ravvicinate che segnano l’inizio del secolo e mettono in campo le prime strategie di recupero dei luoghi colpiti. Tecniche e indirizzi che saranno messi alla prova su scala più ampia e capillare dopo la seconda guerra mondiale. Impressionanti i pannelli montati nelle sale del Palazzo dell’Arte con l’elenco dei danni al patrimonio culturale italiano, le riproduzioni dei monumenti colpiti, le cifre della distruzione, stime rese note a ridosso dello scempio già nel censimento alleato del Works of Art in Italy. Di notevole impatto anche il resoconto delle rovine tedesche quantificate in metri cubi; sono i numeri da capogiro determinati dalla strategia dell’area bombing, i bombardamenti a tappeto dell’aviazione inglese e statunitense, su cui lo scrittore W. G. Sebald ha scritto un saggio lucido e molto coinvolgente. 
Nell’annientamento di vite e cose, il dopoguerra ha anche rappresentato un nuovo inizio, alimentando una discussione molto articolata sul come ricostruire, confluita in un’ampia gamma di riviste che hanno trovato numerosi canali di diffusione fin dai mesi immediatamente successivi alla liberazione. Non solo la cura per gli aspetti materiali ma anche la valorizzazione degli elementi culturali e identitari. Le alluvioni del Polesine, del Vajont, le devastazioni del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Abruzzo sono stati altrettanti banchi di prova per la messa a punto di modelli di recupero più o meno funzionali. Dalla toccante foto del “cimitero” della cattedrale di Venzone, ricostruita pietra su pietra, alle criticità delle new town abruzzesi. Se ad oggi il centro dell’Aquila è riconosciuto come il più grande intervento di restauro al mondo, il progetto dei villaggi provvisori attorno alla città – così come dopo in Emilia la ricostruzione di edifici rurali in assenza di linee guida o di una contestuale e acquisita maniera d’intervento – ha creato forme di periferizzazione stabili del territorio che ne condizioneranno inevitabilmente gli sviluppi futuri.
Un’intera sezione è stata dedicata ai materiali a stampa – opuscoli, fogli tradotti in inglese, cataloghi, rassegne fotografiche – di cui stupisce la quantità e l’originalità prodotti negli anni dalle e per le zone terremotate, con l’intento di registrare altri movimenti tellurici in quei luoghi. I moti delle aggregazioni umane, delle difficoltà ma pure del riscatto, di un prima e di un dopo che vengono necessariamente a fronteggiarsi in ogni esistenza. Di estrema intensità il lavoro fotografico coordinato da Spazio Lavìl, associazione culturale di Bologna, a firma di Fabio Mantovani e Giovanni Zaffagnini che hanno documentato l’abbandono di una casa del maceratese, abitata per oltre un secolo e rimasta vuota di colpo. Poesia del silenzio, racconto di una perdita “dal di dentro”, immagini in penombra evocatrici della vita che è stata. Anche così si riesce a dire qualcosa, anche così, posando  lo sguardo sulle tracce di un’intimità dissolta, è possibile ragionare sul perché, il dove e come ricostruire.      

(Di Claudia Ciardi)


Related links:







Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra.










Venzone - La cattedrale









Le Marche - Mantovani/Zaffagnini



Le Marche - Mantovani/Zaffagnini


6 agosto 2017

Respiro





Non ci si stanca a vederlo e ascoltarlo questo Respiro di Emanuele Crialese, per me uno dei capolavori del cinema italiano, misto di delicatezza e arcaismo, straniante immersione di un corpo-paesaggio effuso in una comunità isolana e nel mare che la culla. Personalità e gesti in sospensione, archetipi fluttuanti fra sogno, estasi, corsi e ricorsi di una natura ciclica, potente, inarrivabile che rivendica con forza il suo centro gravitazionale.
Molti silenzi, ritualmente convertiti in ampi, naufraganti sottintesi, e scandita quotidiana cadenza di gente che in un solo cenno sa racchiudere amore, devozione, rispetto, poesia, dolore, turbamento. Questo eros materico, inesausto, attrattivo, evocato in ogni tono, in ogni singolo sguardo o stacco sullo spazio, proiezione e al contempo immensa quinta corporale, è il vero ordinatore e sovvertitore di una trama in ogni istante chiamata a rigenerarsi nella sua ossessionante fisicità. Un incantesimo da duende, luminoso, accecante quanto fosco come l’anima mediterranea che lo suscita. Ragazzini che sembrano idoli scolpiti nella pietra, matrone fattucchiere dagli inconsueti occhi magnetici e uomini completamente, incondizionatamente intrisi da questa femminilità erratica, indecifrabile.
Film colto, posato su un fraseggio leggero, attento a non indugiare nel gioco della citazione che qui si dà solo in quel modo disinvolto e naturalissimo del narrare che appartiene a Crialese, scaglie di un dire comune che armonizza le voci del mare nostrum: la Palestina di Elia Suleiman, le scene di La falaise del marocchino Fawzi Bensaïdi.
La musica fiabesca di John Surman, onde sonore disegnate sull’acqua, segue le orme di queste pulsioni che agitano l’emisfero meridionale, inevitabilmente scuotendo la compassata terraferma. Una Valeria Golino suprema interpreta il ruolo di donna ancestrale e soffusa che sente e presente ogni cosa con la grazia di una dea irrisolta, Penelope fragile e respinta che tuttavia stringe tra le dita il tessuto emotivo dei suoi conterranei. L’isola, periferia, mondo a parte per antonomasia, nel mostrarsi a chi l’osserva e la penetra muta in immenso continente radiale, assoluto generatore di quell’attaccamento corporeo e onirico, senza soluzione di continuità, che a tutto presiede. L’epica lampedusana è in questi fotogrammi ridotta a un’ossatura minimalista, sole che spoglia, stermina, abbatte, rocce a picco sul mare, universo pauroso e franante ma anche rifugio, caverna-madre in cui ci si risveglia protetti ed è possibile ritrovarsi. Emblematica l’accensione dei falò in riva al mare, rito catartico che si completa nella discesa in acqua di tutti i paesani, singolarissima abluzione corale, incontro con quell’elemento liquido che separa e unisce nella carne e nello spirito.


(Di Claudia Ciardi)



Respiro, un film di Emanuele Crialese. Con Valeria Golino, Vincenzo Amato, Francesco Casisa, Veronica D’Agostino, Elio Germano. Drammatico, durata 100 min. Italia 2002.






1 giugno 2017

Arte e libertà all'ombra del Muro di Berlino


Ringrazio Sylvestre Verger per avermi recentemente scritto condividendo la sua esperienza di gallerista a Parigi e in giro per il mondo. Fondatore della sVo Art, nata nel 1988, inizialmente negli Stati Uniti e quindi trasferita in Francia, ha prodotto e organizzato mostre per musei, istituzioni, collezionisti, orientate ai grandi nomi del panorama artistico mondiale quali Raffaello, Botticelli, Arcimboldo, Picasso, Modigliani, Gauguin e l’Aventure de Pont-Aven,  Miró, Giacometti, René Lalique, Matisse… ).

Nel corso di dieci anni, dal 2000 al 2010, la sVo Art ha assunto l’amministrazione del Musée du Luxembourg per il Senato francese. In ventisette anni si contano più di novanta mostre condotte sotto la supervisione di Sylvestre Verger e l’incontro con grandi personaggi del mondo politico, a partire da Michail Gorbatchev, nel 1996 a Lione.

Con il progetto Art Liberté ha inteso dare nuova linfa alla sua attività espositiva, concentrandosi sui temi della metropoli e dei suoi tanti cortocircuiti culturali. La ricorrenza legata alla caduta del muro di Berlino ha prodotto diverse istallazioni di carattere itinerante tra Francia e Germania. Sentendo l’urgenza di tornare a riflettere sui valori della solidarietà e del confronto culturale, Sylvestre Verger si augura di riportare a breve tra le strade di Berlino una parte delle opere già esposte.

Su gentile concessione del proprietario si riproducono in questo spazio alcune prese tratte dalle recenti esposizioni di Art Liberté.   

Art Liberté is a temporary exhibition with a lot of films about the artists, when they created their artworks for the collection, and also Sylvestre Verger, founder and owner, produced a film “Ephémère” about the first paintings on the Berlin Wall. All the films can be watched on Facebook (in English and French) and on the website of “Art Liberté”.

By its activity the project of Art Liberté brings many values based on solidarity as the living together, the cultural exchanges and the friendship among European countries.

In 1996, Sylvestre Verger met in Lyon Mr. and Mrs Gorbatchev (December 7, 1996), invited when he organized the exhibition of his first collection in former Espace Lyonnais d’Art Contemporain, ELAC.

Art Liberté is the second collection on the Berlin Wall. Verger organized the first one around the world during twenty years. For the XXème anniversary of the fall of the Berlin Wall (2009) he had organised the exhibition in Paris in the Jardins du Palais Royal with the French cultural ministry, Christine Albanel (Right party), and with Roland Dumas, former foreign affairs minister of François Mitterrand, in the name of political and cultural cooperation. 
Then in Berlin in DHM, and for the day of the 20th birthday, in Winzavod, contemporary center downtown in Moscou, with the Rostropovitch Fondation.
He wishes to present this collection again in Berlin, in the spaces of the Hauptbahnhof and in the core areas of the S-Bahn, as he made for the Gare de l’Est in Paris. The Non-Lieux, referring to the famous definition invented by the anthropologist Marc Augé, are the better places to represent nowadays values of art and freedom. 
  

(Di Claudia Ciardi)




For the following images: Copyright of Sylvestre Verger ©

Courtesy of Art Liberté and sVo Art




Expo project Berlin


Istallazioni itineranti (2015-2016) - opere ispirate ai frammenti del Muro


Art Liberté alla Gare de l'Est di Parigi



La Gare de l'Est di Parigi - la mostra in notturna



Una Trabant rivisitata - simbolo di pace e riunificazione



A Parigi - Gare de l'Est - Peintres historiques 
                                    

16 marzo 2017

Libri Come esplora i confini






Si è inaugurata oggi in quattordici biblioteche della capitale, dal centro alla periferia, la festa del libro e della lettura. Tema di questa edizione i confini, che saranno esplorati in quanto barriera fisica e culturale. Ampio spazio sarà dedicato al valore della traduzione come strumento di dialogo e cantiere politico, mettendone in luce il ruolo essenziale di conoscenza e avvicinamento tra culture. Sulla Casa delle Traduzioni farà perno la discussione riguardante i confini linguistici.
Numerose le presentazioni di scrittori, i dibattiti multidisciplinari e le attività in programma, ideati e coordinati dagli organizzatori Marino Sinibaldi, Michele De Mieri e Rosa Polacco. I nuovi direttori e curatori generali Nicola Lagioia, del Salone del Libro di Torino, e Chiara Valerio, della nuova Fiera milanese “Tempo di libri” esporranno a grandi linee un diario di bordo delle rispettive manifestazioni.
L’evento si svilupperà all’interno dei diversi studi dell’auditorium, col proposito di creare un’atmosfera meno dispersiva e più raccolta rispetto al passato. Una scelta che, anche nella fruizione degli spazi, intende sottolineare la necessità di tenere uniti i diversi microcosmi dell’immaginazione e del pensiero umano, per gestire al meglio le aporie derivanti da muri, frontiere e pregiudizi.


(Di Claudia Ciardi @MarginInversi)



   Biblioteca di Sarajevo

  Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna


Biblioteca universitaria di Lovanio


Related links:

Dal 16 al 19 marzo

Twitter: @libricome

Hashtag su Twitter: #ViadelVentoedizioni 


6 gennaio 2017

Rupi e boschi incantati





Gettando una luce insolita e vivace sulle radici di un territorio altrimenti poco noto, le fiabe delle Apuane raccolte dall’anglista Paolo Fantozzi, appassionato di folclore e cultura dei territori montani di Garfagnana, entroterra versiliese e Lunigiana, contribuiscono a risvegliare una sana attenzione per un ambiente che ha bisogno di essere tutelato, se vuole conservare la propria identità e integrità fisica nell’immediato futuro. Perché l’Italia, in quanto culla degli italici, nasce e si sviluppa essenzialmente attorno alle sue valli, nella lotta aspra e magnifica delle comunità montane che col passare dei millenni hanno resistito in questi territori difficili. Scriveva lo storico Appiano che la penisola non tanto risultava divisa tra nord e sud ma ancor più longitudinalmente, dall’Appennino, confine tra aree e popolazioni assai diverse. E però questa imponente barriera naturale, per gli antichi in larga parte impenetrabile, ha da sempre incarnato anche l’ossatura del paese, una singolare quanto vitalissima colonna vertebrale in grado di mettere in circolo energie, risorse, visioni del mondo e dunque quella somma di immaginari che non è esagerato definire il nostro cuore pulsante.
Come fa notare Paolo Rumiz nell’introduzione a uno dei suoi testi più noti, La leggenda dei monti naviganti, è nelle nostre valli che si gioca anche la prossima sfida politica: «In questi spazi la parola – il logos – sembra riacquistare senso e rigenerarsi come in una cassa armonica. […] Mi piace pensare che tali luoghi contengano i codici criptati della resistenza all’annientamento, memorie orali antichissime dei principi della vita. Senza questi invisibili rifugi, probabilmente la montagna si sarebbe desertificata da tempo. […] Che i politici scendano dai loro elicotteri e imparino a camminare; o l’Italia diverrà in breve una terra di locuste e avremo non una, ma mille periferie di furore. Le periferie bastonate si vendicano, e la montagna è periferia». È periferia ma anche centro, se appunto si impara a camminarci e incontrarla. Per un territorio come quello italiano dove il mare e i monti sono cardine e decumano di una tra le più poliedriche avventure culturali che si siano viste affacciarsi nel mondo, si tratta di unimprescindibile dialettica. Nei giorni che ho recentemente trascorso in Val di Fassa e Val di Fiemme, sforzandomi di vivere la montagna soprattutto nella sua dimensione più autentica e meno omologata, che oggi forse si fatica a cogliere, ho cercato il contatto con i valligiani e soprattutto ho osservato. E tra i diversi incontri ce n’è uno che mi ha fatto riflettere più di altri. Tra le vie quasi deserte di Predazzo, dopo un’escursione di qualche ora sopra labitato, nei pressi di una fonte dove intendevo rinfrancarmi mi sono sentita guardata. E in effetti, dietro una finestra ho scorto per un attimo un paesano che mi teneva d’occhio. C’era in lui chiaramente la curiosità di vedere chi fosse “sceso dall’alpe” –  quindi immagino un certo stupore da parte sua nell’essersi trovato davanti una mezza sciagurata lì da sola con una precaria attrezzatura da trekking. Ma posso anche aggiungere, senza sbagliarmi, che il tipo mi stesse puntando come per dire “vedi di non combinare qualcosa alla fonte o sono guai”. Penso di aver capito in quel preciso istante, ben al di là di tante vane blaterazioni, cosa significhi per la gente di montagna l’attaccamento alle proprie risorse, che passa di necessità attraverso il presidio e la conservazione del territorio. E questo è anche il motivo per cui mi vanno stretti certi esercizi intellettualistici in cui si enunci di ridar vita ai borghi montani abbandonati usando la leva dell’immigrazione, senza parlare di infrastrutture, investimenti e progetti concreti. Non dimentichiamo infine che queste comunità, per loro indole solidali, hanno pur sempre una connotazione etnica propria con cui non si può non confrontarsi. L’integrazione, che già di per sé è un processo lento, quando si vuole realizzare davvero, perché passa attraverso la conoscenza, l’avvicinamento e la negoziazione di identità diverse, qui dovrebbe adattarsi ai ritmi ancora più lenti imposti dalla montagna. Chi arriva bisogna che sia accettato prima di tutto dalla legge non scritta della vita in quota – il che non è un automatismo – quindi dalle comunità territoriali.
Aggiungo infine che se certi borghi si sono spopolati, nonostante una secolare presenza contadina, non è solo colpa delle sirene del capitalismo. In alcune frazioni della Lunigiana mi raccontavano anni fa che la vita si faceva di anno in anno più dura essendo l’acqua sempre più scarsa. Molte fonti erano ormai prosciugate e si era quindi creato un problema di approvvigionamento quotidiano. Così torniamo all’infrastruttura e alle risorse. Senza i necessari investimenti la montagna muore. 
Il libro di Paolo Fantozzi mi è molto caro perché si pone come studio antropologico che intende salvare una memoria territoriale tra le più importanti. Il patrimonio fiabesco è infatti il collettore di una tradizione contadina che attraverso i suoi riti e i simboli espressi nel racconto orale definisce le coordinate della propria storia. Così queste fiabe apuane, raccolte negli anni Ottanta dalla voce degli abitanti dei principali borghi alpini, sono un mezzo d’elezione per comprendere vita e fisionomia di un territorio frastagliato e complesso, dove oggi la parola dei vecchi tende ad affievolirsi e scomparire mentre le nuove generazioni sono chiamate ad assumere sulle proprie spalle scelte complesse, circa uno sfruttamento sostenibile del territorio e le modalità di traghettare la cultura dell’alpe raccogliendo le sfide del nuovo millennio.       
Si tratta, dicevo, di un libro a cui sono affezionata anche per il modo in cui l’ho scoperto. A passeggio per Pontremoli, caposaldo sulla Via Francigena, paese incantevole e incantato di cui consiglio caldamente la frequentazione a chi non lo conosca. Fra pellegrini muniti di bordone e conchiglia di riconoscimento che attraversano la piazza, graziose librerie vecchio stile che tradiscono una passione antica per la carta stampata e in generale per l’editoria, risalente a secoli addietro, quando i contadini riempivano le gerle di viveri e manoscritti in cerca di acquirenti che nella colta e curiosa Lunigiana non era arduo trovare, non resterete delusi.
Le fiabe apuane fanno volare la nostra immaginazione fin sugli alpeggi del Corchia, della Tambura, del Pisanino. In mezzo a grotte presidiate da fate e maghi capaci di rapire, imprigionare o compensare con tesori meravigliosi, nel vortice di incantesimi che sovvertono la realtà e mettono alla prova l’indole di giovani donne e uomini che si avventurano sui crinali, tra fantasmi, animali parlanti, castelli fantastici, tocchiamo con mano l’indole di queste genti montanare, misteriose e un po’ arcigne come le creature che popolano i loro racconti.   
E scortati dalle loro parole prendiamo confidenza con un mondo che diversamente ci sarebbe precluso. I nomi delle Alpi divengono pian piano familiari, punti di uno spazio letterario capace d’invenzioni sorprendenti in cui il lettore, dopo i primi brani, non fa fatica a muoversi, penetrando con disinvoltura in una mentalità arcaica che tuttavia ha il dono di attrarre, manifestando una versatile, spiazzante modernità.  

(Di Claudia Ciardi)

  
Paolo Fantozzi,
Rupi e boschi incantati. Fiabe dalle Alpi Apuane,
Apice libri,
2016


Salendo per Bosco Fontana (sopra Predazzo)


Related links:

Rivista Meridiani - Montagne. Alpi Apuane - Numero 31 - Editoriale Domus



Disegni I / Disegni II – su «Il chiosco del flâneur»


14 maggio 2016

Metropole Berlin (II)



La copertina del bel volume dell’editrice Schacht, che Walter mi ha venduto a prezzo irrisorio, e il mio taccuino dei disegni made in Via del Vento. 



La commistione etnica, se da una parte è il carattere principale delle metropoli, negli ultimi anni ha assunto a Berlino, porta di molti orienti, nuove cadenze, e in alcune rughe della città rivela ora il vero volto di quell’esotismo tedesco vagheggiato da poeti e studiosi all’inizio del Novecento.
Tra le strade di Gesundbrunnen, nel contrasto delle sue geometrie irregolari livellate dai grandi boulevard liberty, tra la nota fisionomia dei chioschi e l’indolente trascuratezza delle pollerie arabe, cresce questo doppio sogno, riflesso di due personalità parallele. Una collisione che va saturando rapidamente ogni zona franca del luogo, o che si illude di essere stata tale. Perché a Berlino, più di altrove, pochissimo, quasi nulla è rimasto fermo, e anche la memoria si è dovuta adattare alla continua metamorfosi. 
Da un po’ di tempo tutto sembra sotto assedio, le periferie si espandono ma spingono anche sul cuore della città, ognuno sembra impegnato a difendere la propria idea di spazio percorrendo un’estrema quanto improbabile via di riscatto. Del resto, questa convivenza di uomini e cose sbattuti in mezzo al traffico e al cemento, le più volte esita in conflitto ma può anche spiazzare per le sue insospettabili alleanze. L’aggirarsi di una simile tensione forgia i caratteri e raddoppia gli orizzonti del fare quotidiano. Forse, anzi,  è l’attrattiva maggiore dei contesti metropolitani, che sono in prima battuta degli enormi accumulatori di energia, e perciò possono permettersi di dissiparla con altrettanta, se non più disinvolta leggerezza.
C’è dunque da un lato il dinamismo berlinese e dall’altro la sua fatiscenza da ghetto. Di tanto in tanto si notano portoni sistemati alla buona, catene che hanno fatto la ruggine, fil di ferro, chiodi piantati su tavolacci sconnessi, baluardi che con le loro cicatrici si sono battuti per difendere il diritto di un passato, incline ancora a raccontarsi. Qui si impara che la vera incuria, talvolta, non è l’abbandono ma un accanimento, assai più selvaggio, a regolare e uniformare lo spazio.
Capita di scendere nelle braccia di Caronte come nella pace dei boschi. E anche l’umanità che vi si aggira riflette questa stessa condizione indecifrabile e sospesa. S’incontrano tipi bardati di fez, signorine che alle otto di mattina salgono in treno e lì finiscono di truccarsi, sbandati, vecchiette che masticano acciacchi e bestemmie. Anche quando ci si crede al sicuro per aver scelto un cammino che senza devianze ci porti al lavoro, non è mai detta l’ultima parola. L’imprevisto è sempre dietro l’angolo, questione di attimi.  
È su simili scivolosi tracciati che la libreria di Walter mi apparve anni fa come un’insenatura gentile, un occhio sonnolento che di tanto in tanto si apriva nel ritmo vorticante di Schöneberg. Da allora, ogni volta che mi si è presentata l’occasione, non ho smesso di fargli visita. Ecco, se siete stanchi del lungo girovagare in metropoli, il mio invito è a entrare in una di queste oasi della carta stampata e riprendere fiato. Non resterete delusi, in quanto il libraio a Berlino è un’istituzione, al pari degli autisti dei treni o dei panettieri. Come in un romanzo, si tratta di quei personaggi chiave che accompagnano la trama e fanno sentire meno soli i protagonisti, non di rado finendo per rubare loro la scena. 
Un carrettino dipinto di bianco, parcheggiato sul marciapiede, un’insegna all’antica, una vetrina dimessa da cui si invitano i passanti a gettare uno sguardo sulle rarità. Walter è un uomo mingherlino sulla cinquantina, dai modi educati ma senza affettazione. Sta sempre seduto dietro il suo bancone-scrivania a leggere o catalogare i nuovi arrivi. Ha una spiccata passione per la fotografia in bianco e nero, motivo delle mie assidue peregrinazioni; ritengo infatti possa vantare alcuni degli album più belli dedicati alla città prima della distruzione nella seconda guerra mondiale. 
Quando ci si chiude alle spalle la porta a vetri, il caos scompare e s’infrange nell’ambiente ovattato delle scaffalature, immerso in una semioscurità rotta soltanto dalla lampada da tavolo del proprietario. Che fuori ci sia il sole o piova a dirotto, lì dentro la luce non cambia mai. È un tempo fisso quello che Walter offre a chi lo cerca. Il suo stesso modo di parlare ne è una prova tangibile. Una soccorrevole sorpresa per il visitatore che intenda affacciarsi su un’altra città, distanziandosi per qualche momento da quel martellare seducente della superficie che tanto ha da narrare ma dove non è escluso che ci si smarrisca. 

(Di Claudia Ciardi)
  

4 aprile 2012

«S'i' fosse vento...»






Inauguriamo un nuovo spazio dedicato ai margini, intesi in senso fisico come periferie, luoghi di attriti o assenze, spesso descritti come privi di fisionomia e, dunque, mancanti di identità. Linquietudine del non luogo, in crescita peraltro nelluomo contemporaneo, migrante e apolide, intride fatalmente le poetiche individuali e collettive. Tuttavia è proprio nei margini che si sviluppa da sempre la più commovente allegoria dellesistenza.
Le nostre vogliono quindi essere riflessioni marginali, timidi fiori di quella creatività sbocciata nelle crepe e nelle brecce che si aprono sul confine, proprio perché crediamo che attraverso le opere e le personalità frutto di crisi e scissioni si colga la più autentica cifra della cultura del nostro tempo in grado di traghettarci altrove. 

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