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8 aprile 2018

Filippo de Pisis al Museo Ettore Fico di Torino







Fino al 22 aprile è possibile visitare al Museo Ettore Fico di Torino la mostra dedicata a Filippo de Pisis. Un intenso percorso artistico che mette in luce il variegato cammino del pittore ferrarese, una rassegna ben articolata sul piano delle opere esposte e degli spunti tematici. L’evento conferma l’ottimo livello delle iniziative culturali messe in campo dal capoluogo del Piemonte, centro attrattivo fra i più consolidati in Italia per quantità e qualità dell’offerta. A margine, e neanche tanto, si noti che la collocazione al Mef è un valore aggiunto, essendo un polo espositivo d’eccellenza, bello e da vivere anche per la sua semplicità architettonica, in una zona urbana che sta attraversando una fase di espansione e fermento culturale ulteriore.

De Pisis è artista dalle tante sfaccettature che, partendo dalle esperienze a lui contemporanee di de Chirico, Savinio e dei “metafisici” e allo stesso tempo mostrando fin da giovane la più ampia ed eclettica dedizione allo studio dei grandi maestri del passato – la pittura del Cinquecento e del Seicento veneziano, Tiziano, Tintoretto, Tiepolo e poi molti dei cosiddetti minori, tali solo per convenzione, gli impressionisti, poi studiati in loco durante il soggiorno parigino – crea un linguaggio proprio, fondante, nodale e subito destinato a tracciare rotte inesplorate nel panorama novecentesco.
La sospensione delle nature morte, il perenne incerto a cui sono consegnate, spoglie, ineffabili eppure così compiute, quasi fin troppo credibili nella loro disarmante compiutezza, e l’irraggiamento di infiniti mondi all’orizzonte, qualcosa di conturbante che apre a strani eterni, protesi, liquidi, fuggevoli. Questa dualità stravolta di tempo in decadenza e non tempo, esercita un potere fiabesco sull’osservatore, che si sente sempre trascinato a una soglia metafisica. Ma la mostra ci racconta ancor più lo studio attento, perfino esplorativo se vogliamo, coltivato da de Pisis in diverse direzioni del sapere. Dalla consuetudine con la poesia, che coltivò in proprio ottenendo per i suoi versi anche un certo riconoscimento in Francia, e accresciuto dall’amicizia coi futuristi, con Umberto Saba ed Eugenio Montale, alla musica, alla botanica – fu paziente compilatore di erbari, disegnatore, cercatore di piante per passione. E ancora, collezionista d’arte e di codici miniati, interesse quest’ultimo che gli fece sviluppare tecniche di finissimo decoratore, al punto che i suoi “ritagli da amanuense” sembrano strappati a manoscritti originali.
Infine, il suo studio, il microcosmo dove questi tanti universi paralleli entravano in collisione, cercandosi, contaminandosi. Quello studio ovunque ricreato, angolo salvifico e osservatorio privilegiato in ogni città vissuta; Ferrara, Bologna, Roma, Parigi, Milano, il suo centro radiale, la sua conchiglia pulsante si ritrova intatta ad ogni tappa. L’allestimento torinese consente di toccare con mano questa intimità del processo creativo di de Pisis, di afferrarne le diverse dinamiche e anche di entrare in sintonia con l’artista, tanto le stanze dedicate si aprono allo sguardo come finestre biografiche, non solo complici del fraseggio critico ma ancor più irradiate dal racconto umano.  


(Di Claudia Ciardi)

  
Link utili:




*Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra



Natura morta con libri



Paravento delle tre stagioni



Natura morta con candela



Composizione (Pagliaccio)



Erbario



Miniature


16 marzo 2017

Libri Come esplora i confini






Si è inaugurata oggi in quattordici biblioteche della capitale, dal centro alla periferia, la festa del libro e della lettura. Tema di questa edizione i confini, che saranno esplorati in quanto barriera fisica e culturale. Ampio spazio sarà dedicato al valore della traduzione come strumento di dialogo e cantiere politico, mettendone in luce il ruolo essenziale di conoscenza e avvicinamento tra culture. Sulla Casa delle Traduzioni farà perno la discussione riguardante i confini linguistici.
Numerose le presentazioni di scrittori, i dibattiti multidisciplinari e le attività in programma, ideati e coordinati dagli organizzatori Marino Sinibaldi, Michele De Mieri e Rosa Polacco. I nuovi direttori e curatori generali Nicola Lagioia, del Salone del Libro di Torino, e Chiara Valerio, della nuova Fiera milanese “Tempo di libri” esporranno a grandi linee un diario di bordo delle rispettive manifestazioni.
L’evento si svilupperà all’interno dei diversi studi dell’auditorium, col proposito di creare un’atmosfera meno dispersiva e più raccolta rispetto al passato. Una scelta che, anche nella fruizione degli spazi, intende sottolineare la necessità di tenere uniti i diversi microcosmi dell’immaginazione e del pensiero umano, per gestire al meglio le aporie derivanti da muri, frontiere e pregiudizi.


(Di Claudia Ciardi @MarginInversi)



   Biblioteca di Sarajevo

  Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna


Biblioteca universitaria di Lovanio


Related links:

Dal 16 al 19 marzo

Twitter: @libricome

Hashtag su Twitter: #ViadelVentoedizioni 


12 marzo 2014

La grande illusione




Un film di Jean Renoir. Con Jean Gabin, Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Dita Parlo, Marcel Dalio
Titolo originale: La grande illusion 
Genere: drammatico
Durata: 113'
Francia, 1937

«Da una parte ragazzi che giocano a fare i soldati, dall’altra soldati che giocano come ragazzi». Affacciati a una finestra che guarda sul cortile delle esercitazioni in un campo di prigionia in Germania, le voci dei soldati francesi s’insinuano a fatica nel rumore assordante della marcia delle giovani reclute tedesche. Jean Renoir rappresenta la prima guerra mondiale ma nulla o quasi di quel che accade in prima linea entra nel racconto. La sua è una guerra che si fa strada attraverso i bollettini affissi alle pareti del campo o si lascia interpretare nei gesti e nelle espressioni dei sorveglianti, la cui quotidianità scorre en face con quella dei prigionieri. Guerra di logoramento, dunque, non solo per chi è immerso nel fango delle trincee, ma anche per coloro che da troppo tempo se ne stanno rinchiusi, lontani dalla casa e dagli affetti. Nel frattempo si attinge a ogni risorsa per provare a evadere. Più che altro con la mente. Per una ragione o per l’altra qualsiasi tentativo di fuga infatti non tarda a rivelarsi inutile, e i prigionieri finiscono sempre per ritrovarsi attorno a un tavolo con la loro impotenza e tutta la stanchezza che il protrarsi degli eventi comporta. In questo perenne, a tratti perfino comico, inseguimento di ruoli degno del più riuscito "guardie e ladri", è racchiuso il fortissimo desiderio di normalità provato da tutti i protagonisti. Ogni trasgressione del regolamento apre delle crepe in cui affiora con prepotenza la voglia di tornare a essere uomini. La ribellione è principalmente nei confronti di ciò che tiene distanti gli uomini l’uno dall’altro. Di scene da incorniciare ve ne sono molte, e l’interpretazione di Jean Gabin (Maréchal), un gigante nel ruolo del pilota ferito che le prova tutte finché, insieme a un compagno, non gli riesce di scappare dalla fortezza in cui lo hanno confinato, è un contributo rilevante al capolavoro. L’aspetto ludico attraversa per intero il film, culminando nel concerto di flauti e pentole, orchestrato da un maestro d’eccezione, il capitano De Boëldieu, che vuole dare al suo buon Maréchal un’ultima possibilità per chiuderla una volta per tutte con la prigionia. La danza tra i costoni del perimetro del castello, nella quale De Boëldieu si esibisce, suonando il flauto davanti ai suoi carcerieri, è la metafora della fine di un mondo. Quando il direttore della fortezza, che con il capitano ha un rapporto di profondo rispetto, perché a lui lo accomuna l’appartenenza a quell’aristocrazia ormai avviata al tramonto, si vede costretto a sparargli, il colpo che esce dalla sua pistola è come se uccidesse anche lui. 
Prima di cadere esanime, De Boëldieu guarda un istante l’orologio: certezza che la fuga è riuscita, volontà di stabilire l’attimo della propria fine. Il corpo che si accascia nel buio è l’istante in cui la realtà, la tragedia che si consuma fuori, entra nel forzato isolamento dei soldati. Quella pallottola che squarcia la notte ricorda che nulla è accaduto per gioco.   
La grande illusione è un film sulla pace. Il titolo non sorprende: quanto a illusioni la prima guerra mondiale ne ha seppellite parecchie. Il conflitto secondo Renoir ha un volto grottesco, gli uomini sono principalmente prigionieri di se stessi, delle tante aberrazioni grandi e piccole che il tempo così sospeso, estromesso dal vivere di tutti i giorni, comporta. Con una scelta narrativa volutamente arretrata rispetto ai campi di battaglia, il regista illumina da una prospettiva fino a allora inedita l’amara ribalta della Grande Guerra. Va in parallelo, viene da dire in perfetta sintonia col messaggio dell’opera, la storia travagliata della sua conservazione. Premiato alla Mostra di Venezia del ’37, il film lascia freddi Hitler e Mussolini. Quest’ultimo pensa bene di vietarne la diffusione in Italia: ci vorranno dieci anni perché la censura fascista decada. Intanto i primi venti di guerra prendono forza sul continente. Con l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi (giugno del ’40), le bobine scompaiono dal laboratorio parigino che le custodiva per riapparire a Berlino. Niente di preciso si sa riguardo questa operazione: l’unico dato certo è che non deve essere stata semplice, perché parliamo di almeno quaranta casse di materiali. Ma l’odissea di Renoir non è affatto conclusa. Entrati a Berlino i sovietici si impadroniscono delle casse che migrano a Mosca. Non se ne saprà più nulla fino alla metà degli anni Sessanta, quando il ritorno del film in Francia viene barattato per un episodio di James Bond. Restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2011, ne è finalmente riemerso in tutto il suo splendore narrativo. Quando è stato girato, è chiaro che nessuno poteva immaginare un destino così difficile e tanto profondamente legato alle lacerazioni continentali. Di fatto a ovest come a est l’impegno di Renoir contro la guerra sembra aver incantato anche coloro che, prigionieri dell’ideologia dei due blocchi, non se la sono sentita di distruggerlo.

(Di Claudia Ciardi)




In questo blog:

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».

«Un libro passato forse senza troppo clamore nelle librerie italiane ma su cui vale la pena riaccendere l'attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l'autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

«Cinque frammenti che ci consegnano uno spaccato di vita di un grande interprete della Mitteleuropa. Un flâneur che con passo lucido e originale ha esplorato ambienti e ossessioni della propria epoca, a partire da una deflagrazione drammatica occorsa lungo il suo cammino: l’esperienza del primo conflitto mondiale».

Naufragio di guerra #0:
«Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia».



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