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8 ottobre 2021

«Da fiel mir Leben zu» - Il Tetrabiblos di Tolomeo

 
Contemplare gli astri, posare lo sguardo su un cielo stellato, spettacolo cui è ormai impossibile assistere nelle aree urbane ma perfino in molte zone montane, tanto ormai l’inquinamento luminoso ha fatalmente raggiunto luoghi e altitudini che si credevano incontaminati. Eppure, da anni sentiamo ripetere che è necessario limitare i consumi, che occorre attuare con serietà e decisione piani per il risparmio energetico, insomma i buoni propositi non mancherebbero se non che nei fatti le pratiche di vita di ognuno continuano a mostrarsi molto poco rinunciatarie. Perdere un’abitudine è un po’ come uscire da se stessi, provare a osservarsi da un punto di vista esterno e, dunque, pare fra le cose più insuperabili per un essere umano, anche se queste stesse abitudini lo conducono in situazioni di pericolo o peggio.
C’è un quadro di Jean-François Millet del 1851, Notte stellata (oggi alla Yale University Art Gallery), un’opera affascinante già intrisa di suggestioni simboliste. Il pittore si era ritirato due anni prima a Barbizon, vivendo quasi come un contadino insieme alla sua famiglia, tenendo solo pochissimi contatti con gli amici più vicini che avevano condiviso con lui le medesime scelte. In questa esperienza comunitaria, di ritiro dal mondo, di pacifica ma determinata opposizione ai ritmi e agli sradicamenti imposti dalla società industriale, arte e vita coincidono. Nel citato quadro di Millet appare chiara la conquista spirituale dei due anni passati a stretto contatto con la natura. Il dono di un simile stato emotivo si traduce in una genuinità davanti al paesaggio, in una bellezza così rarefatta e delicata che ci avvicina con immediatezza a quel sentire; questa notte fulgente e silenziosa è un tutt’uno con noi, la percepiamo fisicamente intorno e dentro di noi.
In letteratura l’invocazione al mistero e al fascino notturno è una delle metafore più longeve, centro radiale di memorie poetiche, segno di liberazione, uscita, ricongiungimento con le forze latenti dell’universo nella speranza di un rinnovamento, alla ricerca di armonia, di una verità altrimenti sfuggente da restituire alla propria condizione terrena. Il riveder le stelle che scandisce l’uscita dall’inferno dantesco, lo struggente richiamo alla notte nei sonetti di Michelangelo («O notte, o dolce tempo, benché nero,/ con pace ogn’opra sempr’al fin assalta/  ben vede e ben intende chi t’esalta…»), ancora una volta arte, poesia e vita strette in un nodo sentimentale – momento contemplativo, rifugio e posa dal lavoro diurno – il canto alle costellazioni come una singolare geografia dell’alto e del sé, la lontananza-vicinanza siderale in cui si corrispondono inquietudini, attese, moti del cuore.
L’Orsa maggiore, una delle formazioni celesti meglio riconoscibili a occhio nudo anche da chi non sia un astronomo di professione, suscita ad esempio le Ricordanze leopardiane. Quella visione innesca le incredibili strofe del grande canto covato nei mesi del soggiorno a Pisa e intonato durante il rientro a Recanati, quando la notte, i profumi del giardino paterno, le sagome scure dei cipressi trascinano alle sorgenti dell’infanzia. Da brividi.
E sempre una notte, mentre attraversavo l’Abruzzo, in un paesaggio a tratti somigliante a quello incoronato dai Sibillini («quel lontano mar, quei monti azzurri») così caro all’immaginario del poeta, salmodiai per tutto il tempo i suoi versi; come in un rito aborigeno – cantare sommessamente un luogo, cantare le persone che si attraversano insieme al luogo, cantarle a sé. E la notte ascoltava, tutto ascoltava…
Non è forse la poesia un divinare a momenti tra le energie dell’universo?
«Da fiel mir Leben zu», allora mi accadde la vita, allora mi venne incontro la vita, l’esperienza quasi mistica che si fa quando si entra nella propria terra primigenia (das Erstgeborene Land) raggiunta da Ingeborg Bachmann in una delle poesie cardine della sua Invocazione all’Orsa maggiore, la terra del sé, i viali odorosi vegliati dalla notte recanatese, lente cosmica nella liturgia di Giacomo Leopardi.
Questo fluire di eterne lontananze, cercate, accolte nella letteratura e nell’arte è l’oggetto di tante riflessioni a partire dal mondo antico, nonché un fuoco perpetuo acceso sul sentire umano. La classicista e ricercatrice Alessia Rovina ci suggerisce un testo davvero singolare, quasi sconosciuto perfino agli appassionati del mondo antico, il Tetrabiblos di Tolomeo, da cui muovere verso l’esplorazione dei cieli. Una fuga dalla pesantezza terrena così da tornarne “perturbati e commossi”, ispirati dai cicli astrali. Un contributo scritto con la fine padronanza culturale che contraddistingue la nostra giovane collaboratrice, la quale ci porta per mano fra dottissimi argomenti, suscitando in noi con spontanea levità il bisogno di immergerci nelle belle costellazioni che questi temi disegnano.

(Di Claudia Ciardi)


Scrigno di stelle infinite - Cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna


*Galla Placidia è tra le più affascinanti figure femminili del mondo antico. Figlia di Teodosio I e nipote per parte di madre dell'imperatore Valentiniano I, rapita durante il sacco di Roma del 410 d. C., andò in sposa ad Ataulfo, successore di Alarico, re dei Goti.
L'unione a quanto sembra venne accettata da Galla senza resistenze né perché costretta, sebbene la sua posizione di ostaggio non le lasciasse molti margini di scelta. Le ricostruzioni propendono per un matrimonio d'amore, purtroppo non benedetto dal tempo. Nell'atto di Galla si legge una precisa volontà politica di congiungere le forze degli invasori integrandole all'ordinamento romano per pacificarle. Una statista visionaria che provò a rovesciare le sorti della storia. 


 
«Noi siamo figli delle stelle…»

di Alessia Rovina

Per la rubrica «L'Argonauta» 

 

Mi sono per molto tempo accostata all’astrologia con bonario scetticismo, ascoltando l’oroscopo con un’irrimediabile scissione interiore: da un lato con la finta indulgenza che si accorda a quelle manifestazioni folkloristiche che si ritengono divertenti e un po’ ridicole, ma che è sempre buona creanza ascoltare e lasciare che si manifestino in tutta la loro esuberanza, pur giudicandole interiormente come assurde, dall’altro con l’irrazionale pulsione di abbandonarmi alle volontà delle luci del cielo e dei pianeti, buone e cattive divinità che dai tempi antichi continuano a far riecheggiare i loro desideri tra le infinità del cosmo. D’altro canto, da studentessa devota alle lettere, nelle mie immedesimazioni in eventuali alter ego scientifici la mia invidia era rivolta agli studiosi di astronomia. Poter possedere i mezzi per leggere – e non arrivare necessariamente a possedere – ciò che di più misterioso sovrasta l’essere umano, lo coinvolge, lo attrae, lo terrorizza, è un richiamo davvero ancestrale. Queste esperienze sopra evocate possono essere, forse violentemente, definite nella nostra lingua da due termini che ben conosciamo: astrologia ed astronomia. Nella lingua d’uso, fantasia e scienza. Effettivamente, un po’ di violenza c’è nel nostro discorrere… Ma non è affatto così per i termini da cui il nostro italiano scaturisce. Come sempre accade nelle evoluzioni contemporanee delle nostre lingue, è doveroso riportarci all’etimologia primigenia, così da percepire con chiarezza quale sentire abitasse nelle menti e nei cuori del passato. Astrologia ed astronomia, com’è noto anche oggi, condividono in parte il medesimo oggetto di studio, reso dal primo elemento, astro, dal greco τὸ ἄστρον; proprio in virtù di questa comunanza, anticamente i termini si equivalevano. L’ ἀστρολογεῖν e l’ἀστρονομεῖν erano in origine verbi che designavano concordemente lo studio delle stelle. Questa attività era così connaturata nell’uomo da essere condivisa da ogni cultura e popolo: che dire della grande sapienza astronomica del Vicino Oriente antico, tra cui si annoverano i Sumeri, i Babilonesi, che nelle fonti classiche vengono uniti ad un’altra popolazione semitica, i Caldei, così versati nell’arte astronomica da divenire sinonimo stesso di “studiosi delle stelle”, * (1) scopritori di alcuni importanti fenomeni spaziali. L’estremo Oriente, poi, non guardava dubbioso la volta celeste: gli astronomi di corte dell’imperatore della Cina affrontavano con metodologia scientifica lo studio delle stelle e dei moti dei pianeti, così come le popolazioni dell’America del Sud, come i Maya, appassionati cultori della materia celeste, così evoluti nelle loro indagini da aver edificato templi-osservatorio, i quali riuscirono ad elaborare cronologie ed almanacchi di un’esattezza strabiliante, a scopo politico e religioso, oltre ad essere stati esperti studiosi del pianeta Venere, i cui cicli regolavano la vita della popolazione. Dunque, almeno fino ad un certo punto dell’antichità, lo studio dei fenomeni celesti era, pur nel suo rigore, senza difficoltà connesso a simbologie religiose e magiche, evidentemente a buona ragione: la volta celeste, così lontana ed intrigante, non poteva non racchiudere in sé una serie di significati soprannaturali. Nell’Occidente però, ad un certo punto la situazione inizia a scricchiolare. Lo studio delle stelle e dei pianeti, in quella branca che si concentrava sull’influsso che queste realtà fisiche esercitano sull’uomo e sulla realtà a lui propria, riscoperto a Roma dopo l’assoggettamento dell’Oriente, inizia ad essere oggetto di restrizioni e divieti. Proliferavano, senza filtri di alcun genere, prontuari di quella che oggi definiremmo astrologia volta all’elaborazione di oroscopi e compendi di predizioni astrologiche, compilati spesse volte da autentici ciarlatani, pronti ad approfittare - ieri come oggi - di quel bisogno tutto umano di prevedere. In questa grande confusione, in cui ciascuno poteva farsi sacerdote del futuro, i nervi, pure dei potenti, erano comprensibilmente a fior di pelle: la superstizione rese, in epoca augustea, necessaria una regolamentazione dei pronostici astrologici, che in alcuni casi contemplò persino la pena capitale.
Il grande caos che regnava impose una distinzione anche nel mondo della speculazione/ricerca filosofica. Già nel II secolo d.C. il filosofo scettico Sesto Empirico operò una separazione tra la genetliaca – arte importata dai Caldei che stabiliva una συμπάθεια tra le cose della terra e del cielo, in un legame strettissimo ed ineluttabile in cui ogni avvenimento terrestre era causato da particolari influenze astrali – e la scienza astrologica e matematica che si serviva di particolari calcoli per prevedere – ritorna questa fondamentale necessità umana – le manifestazioni meteorologiche. Ma un importante passo è compiuto da uno studioso divenuto poi giustamente celebre: Claudio Tolomeo. Pioniere, in un momento in cui la materia astrologica era pericolosamente alla mercé di autori acritici ed impostori, di una trattazione originale ed organica in cui la paccottiglia di fantasie  riguardanti l’astrologia viene spogliata del suo alone di prodigiosa infallibilità, esposta nelle Previsioni Astrologiche, conosciute come Tetrabiblos data la suddivisione in quattro libri.
Tolomeo conduce questa voluminosa indagine con la maggiore acribia possibile,* (2) conferendo dignità di studio all’astrologia ed alle previsioni astrologiche proprio perché ricondotte con decisione nell’alveo della scienza astronomica, la μαθηματική, la quale grazie alla sua esattezza e al suo basarsi su calcoli e formule ben definite – oltre che concentrarsi su fenomeni certi, universali e verificabili –  riesce a corroborare l’elaborazione delle diverse previsioni che, ora sì, potranno riguardare i temi natali dei soggetti e delle popolazioni, senza le riserve che giustamente si porrebbero dinnanzi ad un astrologo farlocco! Naturalmente, un grande studioso come Tolomeo non può lasciarsi abbindolare dalla chimera dell’infallibilità della previsione: egli avverte l’interlocutore nel Libro I dell’impossibilità di generare un pronostico inconfutabile a causa di alcune importanti opposizioni. Anzitutto la congerie di variabili e dettagli che si concentra nel momento in cui si compiono previsioni per l’essere umano è tale da scoraggiare ogni netta presa di posizione, sia a causa dell’ambiente, che costantemente esercita la propria influenza, sia a causa di ogni possibile ostacolo che si può frapporre tra il disegno planetario e la sua effettiva attuazione terrestre.* (3) Ad ogni modo, lo studioso rileva comunque la straordinaria utilità scientifica ed umana connessa all’elaborazione di previsioni astrologiche: non bisogna infatti pretendere conoscenze inaccessibili all’uomo, ma bisogna amare e studiare tutto quanto ci è concesso del cielo e delle sue meraviglie, sapendosi accontentare delle risposte che può dare ai travagli umani, pure se talvolta il pronostico può risultare errato – e sicuramente accadrà, come Tolomeo ha razionalmente sentenziato (Tetr., I, 2, 20); inoltre, non è opportuno accanirsi contro la scienza astrologica solo per le menzogne di qualche arrogante impostore, ma anzi, grazie alla guida offerta dall’esattezza dell’astronomia, occorre proseguire nello studio dei pronostici in connessione ai vari aspetti della natura umana, in quanto secondo l’Autore è tanto utile per l’essere umano poter essere sufficientemente preparato a quanto il futuro avrà da offrirgli, sia in quegli aspetti che da Tolomeo vengono ritenuti inevitabili e tendenzialmente spiacevoli – un po’ di ironia viene provata dal lettore contemporaneo nel momento in cui l’autore elenca i differenti modi in cui la morte può sopraggiungere in base al tema natale (Tetr., IV, 9) –  sia in quegli avvenimenti in cui l’uomo ha possibilità di intervenire per modificare il corso della propria vita, esemplando i suoi movimenti e le sue decisioni sul proprio tema natale, in accordo così con le sue più profonde caratteristiche e necessità, stabilite ab origine dai transiti celesti, in una imitazione terrena dell’armonia che risuona nel magnifico Universo.
Il merito di Tolomeo, nel panorama del II secolo d. C., è notevolissimo: aver spogliato l’astrologia delle sovrastrutture religiose, esoteriche e magiche che sin dalla sua nascita l’avevano caratterizzata, affiancandola ad un metodo scientifico e verificabile improntato alla concretezza e ad una sorprendente lucidità, che traspare anche nelle pagine più originali del suo Tetrabiblos.
Cari compagni di viaggio, nell’antichità ogni navigatore degno di rispetto iniziava e proseguiva il proprio viaggio scrutando scrupolosamente la volta celeste, ricavando da essa i termini e le rotte, tracciando con i lumi il proprio cammino. È proprio con questo percorso nelle molteplici relazioni che gli uomini antichi intrattennero con gli astri che anche noi cerchiamo, oggi, di scoprire la nuova rotta che abbiamo dinnanzi.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro, ricercatrice)


Note:


(1) Sono particolarmente affascinanti i frammenti che ci sono pervenuti dei cosiddetti oracoli caldaici, rivelazioni sapienziali attribuite, tra gli altri, al profeta iranico Zoroastro, i cui scopi erano l’iniziazione ai culti solari e alla pratica della teurgia, da cui l’attribuzione generalmente condivisa a Giuliano il Teurgo.

(2) D’altro canto non bisogna dimenticare la grandiosità della sua opera più nota, la Syntaxis mathematica, conosciuta con il nome di Almagesto, calco dal titolo greco dei traduttori arabi medievali, a cui dobbiamo la nostra più grande gratitudine per aver permesso la copiatura e la diffusione su larga scala dell’opera, la quale raccolse entusiasti seguaci proprio tra gli studiosi islamici a partire dal IX secolo, oltre che tra gli Europei, i quali esemplarono le loro conoscenze astronomiche proprio sul cosiddetto modello tolemaico.

(3) A tal riguardo Tolomeo distingue decisamente tra influssi planetari potenti che causano effetti ineluttabili, quali calamità naturali ed epidemie, e disegni celesti più deboli e decisamente individuali, per i quali è possibile un intervento umano in grado di modificare il corso degli eventi.

 

Edizione consultata:

Claudio Tolomeo, Le previsioni astrologiche (Tetrabiblos), a cura di Simonetta Feraboli, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 1995



Jean-François Millet del 1851, Notte stellata

6 maggio 2019

Il piegar de’ panni s’immerge nella luce


Per i cinquecento anni di Leonardo non poteva mancare una grande mostra a Firenze su quello che senza sbaglio può essere definito il più importante carismatico ispiratore non solo del genio vinciano ma di quasi tre generazioni di artisti che si alternarono nella sua bottega, seguendo poi ciascuno la traccia del proprio talento e spargendone l’eredità in buona parte dell’Italia centro meridionale, tra Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo.
La personalità di Andrea del Verrocchio sbocciò in quella tumultuosa stagione dell’artigianato fiorentino che da decenni vedeva la perizia dei suoi interpreti sfidare limiti e convenzioni, in una compresenza di stili dove gotico e rinascimento disseminano sguardi chiaroscurali, alleanze alchemiche, insospettabili sincretismi. Stili speculari e allo stesso tempo concentrici, trama e ordito su cui s’innescano collisioni, zone d’ombra elevate a fulgide levità, ipotesi di squarci visionari. Avviato neanche ventenne all’arte orafa, nella quale si distinse subito per la precisione tecnica e la finezza del cesello, lo scrupolo e il virtuosismo messi a punto nei lavori di toreutica non lo abbandonarono mai, dalla scultura alla pittura. Il tratto limpido e delicato che disegna vesti e ornamenti tanto da infondere alla materia un senso di leggerezza inedito, la complessità che si contiene interamente nell’armonia delle forme evocate, nella minuzia di lievissimi dettagli, ne fanno un vero e proprio iniziatore, presto svincolato dai due più influenti maestri di allora, Donatello e Domenico da Settignano. Un capostipite d’impronta fiamminga a Firenze, l’unico a tener testa alla scuola nordica opponendo una maniera volta a quel mondo ma anche assolutamente innovativa e peculiare. 

Non sorprende che un’intera sezione della rassegna sia dedicata a quel “piegar de’ panni”, esercizio plastico in grado di dar vita a potenti assoli, come mostrato dai disegni del Verrocchio e di Leonardo, e del quale fu caposcuola Fra Filippo Lippi, il primo a studiare gli effetti della luce su brani isolati di panneggio. In ciò ispirati dal De pictura di Leon Battista Alberti che invitava all’attenta osservazione delle statue per comprendere i cambi di luce. 

Dopo un veloce apprendistato presso gli orafi fiorentini, dunque, Andrea del Verrocchio iniziò a imporsi all’attenzione della propria città ma, in via altrettanto folgorante, pure fuori del suo territorio. Entrato nell’orbita delle committenze medicee, il che implicava un legame diretto coi cantieri dell’Opera del Duomo, la sua fama crebbe rapidamente, consentendogli l’apertura di una bottega in proprio nella quale molti giovani artisti scoprirono e affinarono le loro doti. A entrare nella sua cerchia, oltre al già menzionato Leonardo, e solo per citare i nomi più eclatanti, troviamo il Perugino, Domenico Ghirlandaio, forse perfino Sandro Botticelli, che se non fu veramente suo allievo, ne subì di sicuro l’influsso mentre stava emancipandosi dall’insegnamento di Filippo Lippi.
Questo molto ci dice sulla qualità della mostra allestita a Palazzo Strozzi, uno scrigno delle meraviglie in cui trova spazio quell’arcipelago prodigioso e immensamente sfaccettato che è l’arte italiana quattrocentesca. Sono qui raccolte oltre cento opere che diedero sostanza spirituale al corpo dell’umanesimo. Da qui è passata la storia politica delle signorie e del papato, in queste tele, ceramiche, terrecotte, nei bozzetti, nei busti sono racchiuse le aspirazioni di un’epoca. Intelligenze raffinate, genialità, estro, capacità di unire i talenti per imprese collettive che rasentano l’incredulità, come nel prodigio dell’altare d’argento, nato dalle energie creative, oltre che di Verrocchio stesso, di progettisti del calibro di Ghiberti e Pollaiolo. 
Andrea del Verrocchio fu artista versatile, il cui merito è stato sminuito talvolta da certa critica troppo incentrata sui suoi allievi in quanto esecutori materiali dei suoi stessi progetti. Peraltro tale aspetto, quando appurato, nulla toglie alle sue qualità di fondatore e ispiratore, anzi a buon diritto le conferma. Indicativi gli incarichi ricevuti fuori da Firenze che lo portarono in alcuni dei centri più vitali e ambiti per gli artisti del tempo, a Pistoia, addirittura nelle vesti di “frescante”, a Roma e Venezia. La ricchissima esposizione aperta al pubblico fino a luglio è dunque un appuntamento cruciale per approfondire i tanti scambi e influssi sollecitati da uomini aperti e curiosi, propensi in ogni fase della loro vita a valorizzare le possibilità dell’ingegno, uomini che indiscutibilmente contribuirono alla grandezza di un’epoca.


(Di Claudia Ciardi)














* Catalogo: Verrocchio, il maestro di Leonardo, Marsilio, 2019

30 marzo 2019

Ricostruzioni


Si è da poco conclusa alla Triennale di Milano una rassegna importante dedicata ad approfondire un tema oggetto di molte attenzioni, quello dei disastri provocati da eventi naturali (alluvioni, terremoti, incendi) o dalla guerra. Dinamiche territoriali esplorate percorrendo il doppio binario della progettualità, di un’architettura che sappia recuperare e ripristinare i codici identitari dei luoghi colpiti, e degli orientamenti sociali che simili contesti esigono. La necessaria riappropriazione di uno spazio che non è solo fisicamente dato ma ancor più definito dalla rete relazionale che nel tempo lì si è espressa e radicata, determina lunghe, non di rado complesse, vicende contrattuali per un possibile ripensamento del tornare a vivere laddove la quotidianità ha subito una brusca interruzione.
Riflettendo sulla natura delle rovine e quella delle macerie, dalle più poetiche e soffuse letture piranesiane agli squarci aperti dalle violenze novecentesche, l’itinerario della mostra si è proposto d’indagare come queste definizioni siano mutate durante gli ultimi tre secoli, fino a sovrapporsi nel brutale sterminio delle recenti escalation mediorientali. La Siria, dove Palmira diviene simbolo di questa assurda furia devastatrice che ha sabotato il racconto dell’antico attraverso i resti greci e romani, trasformando le passate rovine in un campo di macerie, è al centro di tale scenario sovvertito, atomizzato, inedito. Salta la griglia concettuale di Marc Augé che individua nelle rovine la testimonianza di un tempo distante, pacificato, nel quale il rumore della storia si percepisce come lontano, privo della forza sconvolgente dei fatti nel loro accadere. Qui le rovine finiscono fagocitate dalla guerra perenne, alimentando nuove macerie. Queste “Ricostruzioni” allestite alla Triennale hanno rappresentato dunque un’indagine ad ampio raggio che, soffermandosi sui drammatici eventi del Novecento, si è concentrata soprattutto sulla sequenza sismica che ha stremato il centro-sud della penisola, dall’Abruzzo del 2009 fino alle Marche del 2016. Crisi, sradicamenti, memorie, che sono state oggetto anche delle giornate di Paraloup nel settembre 2017, sui temi dell’abbandono e di un ritorno possibile ai luoghi della montagna colpiti dal fenomeno dell’emigrazione di massa. E poi discussi ancora al grande convegno internazionale Un paese ci vuole, al Pau di Reggio Calabria, nel novembre 2018. Letture, introspezioni di ambienti, collettività, persone che hanno ispirato pure il lavoro documentaristico di Cecilia Fasciani, Io prometto, opera che ha inteso dar voce a chi non si rassegna e, nelle forme di una caparbia resilienza, che è un atto d’amore profondo per le proprie origini e il territorio, prova a restare. Son solo tre di tante iniziative – mostre fotografiche, dibattiti, incontri con i comitati del cosiddetto cratere sismico – che di recente hanno acceso l’attenzione su un argomento di assoluto rilievo, non solo perché coinvolge un’area molto estesa dell’Italia, ma in quanto incide in profondità nel confronto su nuove forme di sviluppo sostenibile, sulle strategie da attuare per la ripresa delle economie locali, e in generale sul configurarsi di una ricostruzione che ha bisogno di essere negoziata in ogni sua fase, di essere condivisa e di conservare il legame con ciò che significava vivere certi spazi prima degli eventi che hanno costretto la popolazione ad allontanarsi.
Conflitti, catastrofi di ieri e di oggi per medesime o simili umane aspettative. Dal sisma di Messina alla Grande Guerra, due circostanze ravvicinate che segnano l’inizio del secolo e mettono in campo le prime strategie di recupero dei luoghi colpiti. Tecniche e indirizzi che saranno messi alla prova su scala più ampia e capillare dopo la seconda guerra mondiale. Impressionanti i pannelli montati nelle sale del Palazzo dell’Arte con l’elenco dei danni al patrimonio culturale italiano, le riproduzioni dei monumenti colpiti, le cifre della distruzione, stime rese note a ridosso dello scempio già nel censimento alleato del Works of Art in Italy. Di notevole impatto anche il resoconto delle rovine tedesche quantificate in metri cubi; sono i numeri da capogiro determinati dalla strategia dell’area bombing, i bombardamenti a tappeto dell’aviazione inglese e statunitense, su cui lo scrittore W. G. Sebald ha scritto un saggio lucido e molto coinvolgente. 
Nell’annientamento di vite e cose, il dopoguerra ha anche rappresentato un nuovo inizio, alimentando una discussione molto articolata sul come ricostruire, confluita in un’ampia gamma di riviste che hanno trovato numerosi canali di diffusione fin dai mesi immediatamente successivi alla liberazione. Non solo la cura per gli aspetti materiali ma anche la valorizzazione degli elementi culturali e identitari. Le alluvioni del Polesine, del Vajont, le devastazioni del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Abruzzo sono stati altrettanti banchi di prova per la messa a punto di modelli di recupero più o meno funzionali. Dalla toccante foto del “cimitero” della cattedrale di Venzone, ricostruita pietra su pietra, alle criticità delle new town abruzzesi. Se ad oggi il centro dell’Aquila è riconosciuto come il più grande intervento di restauro al mondo, il progetto dei villaggi provvisori attorno alla città – così come dopo in Emilia la ricostruzione di edifici rurali in assenza di linee guida o di una contestuale e acquisita maniera d’intervento – ha creato forme di periferizzazione stabili del territorio che ne condizioneranno inevitabilmente gli sviluppi futuri.
Un’intera sezione è stata dedicata ai materiali a stampa – opuscoli, fogli tradotti in inglese, cataloghi, rassegne fotografiche – di cui stupisce la quantità e l’originalità prodotti negli anni dalle e per le zone terremotate, con l’intento di registrare altri movimenti tellurici in quei luoghi. I moti delle aggregazioni umane, delle difficoltà ma pure del riscatto, di un prima e di un dopo che vengono necessariamente a fronteggiarsi in ogni esistenza. Di estrema intensità il lavoro fotografico coordinato da Spazio Lavìl, associazione culturale di Bologna, a firma di Fabio Mantovani e Giovanni Zaffagnini che hanno documentato l’abbandono di una casa del maceratese, abitata per oltre un secolo e rimasta vuota di colpo. Poesia del silenzio, racconto di una perdita “dal di dentro”, immagini in penombra evocatrici della vita che è stata. Anche così si riesce a dire qualcosa, anche così, posando  lo sguardo sulle tracce di un’intimità dissolta, è possibile ragionare sul perché, il dove e come ricostruire.      

(Di Claudia Ciardi)


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Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra.










Venzone - La cattedrale









Le Marche - Mantovani/Zaffagnini



Le Marche - Mantovani/Zaffagnini


2 giugno 2018

Dal taccuino giapponese (VIII)


Esempi

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.

Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

Antonia Pozzi


Visioni dall’Appennino, sulle tracce dell’esperienza di viaggio L’Aquila-Paraloup. Schizzi e disegni per la maggior parte finiti di elaborare esattamente un anno dopo.

Disegni di Claudia Ciardi ©
 
 


 L'Appennino da Sulmona - uno schizzo - 25 maggio 2017



L'Appennino da Sulmona, 25 maggio 2017



L'Appennino da Sulmona, 26 maggio 2017, sera



L'Appennino da Sulmona, 26 maggio 2017, sera (II) - colori non acquarellati



L'Appennino da Sulmona, 27 maggio 2017, mattina



L'Appennino da Sulmona, 27 maggio 2017, mattina (II)


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