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1 giugno 2017

Arte e libertà all'ombra del Muro di Berlino


Ringrazio Sylvestre Verger per avermi recentemente scritto condividendo la sua esperienza di gallerista a Parigi e in giro per il mondo. Fondatore della sVo Art, nata nel 1988, inizialmente negli Stati Uniti e quindi trasferita in Francia, ha prodotto e organizzato mostre per musei, istituzioni, collezionisti, orientate ai grandi nomi del panorama artistico mondiale quali Raffaello, Botticelli, Arcimboldo, Picasso, Modigliani, Gauguin e l’Aventure de Pont-Aven,  Miró, Giacometti, René Lalique, Matisse… ).

Nel corso di dieci anni, dal 2000 al 2010, la sVo Art ha assunto l’amministrazione del Musée du Luxembourg per il Senato francese. In ventisette anni si contano più di novanta mostre condotte sotto la supervisione di Sylvestre Verger e l’incontro con grandi personaggi del mondo politico, a partire da Michail Gorbatchev, nel 1996 a Lione.

Con il progetto Art Liberté ha inteso dare nuova linfa alla sua attività espositiva, concentrandosi sui temi della metropoli e dei suoi tanti cortocircuiti culturali. La ricorrenza legata alla caduta del muro di Berlino ha prodotto diverse istallazioni di carattere itinerante tra Francia e Germania. Sentendo l’urgenza di tornare a riflettere sui valori della solidarietà e del confronto culturale, Sylvestre Verger si augura di riportare a breve tra le strade di Berlino una parte delle opere già esposte.

Su gentile concessione del proprietario si riproducono in questo spazio alcune prese tratte dalle recenti esposizioni di Art Liberté.   

Art Liberté is a temporary exhibition with a lot of films about the artists, when they created their artworks for the collection, and also Sylvestre Verger, founder and owner, produced a film “Ephémère” about the first paintings on the Berlin Wall. All the films can be watched on Facebook (in English and French) and on the website of “Art Liberté”.

By its activity the project of Art Liberté brings many values based on solidarity as the living together, the cultural exchanges and the friendship among European countries.

In 1996, Sylvestre Verger met in Lyon Mr. and Mrs Gorbatchev (December 7, 1996), invited when he organized the exhibition of his first collection in former Espace Lyonnais d’Art Contemporain, ELAC.

Art Liberté is the second collection on the Berlin Wall. Verger organized the first one around the world during twenty years. For the XXème anniversary of the fall of the Berlin Wall (2009) he had organised the exhibition in Paris in the Jardins du Palais Royal with the French cultural ministry, Christine Albanel (Right party), and with Roland Dumas, former foreign affairs minister of François Mitterrand, in the name of political and cultural cooperation. 
Then in Berlin in DHM, and for the day of the 20th birthday, in Winzavod, contemporary center downtown in Moscou, with the Rostropovitch Fondation.
He wishes to present this collection again in Berlin, in the spaces of the Hauptbahnhof and in the core areas of the S-Bahn, as he made for the Gare de l’Est in Paris. The Non-Lieux, referring to the famous definition invented by the anthropologist Marc Augé, are the better places to represent nowadays values of art and freedom. 
  

(Di Claudia Ciardi)




For the following images: Copyright of Sylvestre Verger ©

Courtesy of Art Liberté and sVo Art




Expo project Berlin


Istallazioni itineranti (2015-2016) - opere ispirate ai frammenti del Muro


Art Liberté alla Gare de l'Est di Parigi



La Gare de l'Est di Parigi - la mostra in notturna



Una Trabant rivisitata - simbolo di pace e riunificazione



A Parigi - Gare de l'Est - Peintres historiques 
                                    

31 luglio 2014

Date le circostanze




Una volta, in un negozio di cianfrusaglie a Pescara, una vecchia cinese mi convinse a comprare una lunga gonna azzurra con delle balze di velluto che incorniciavano la stoffa, ravvivandola. A dire il vero, persuadermi non le costò un grande sforzo. Ho un debole per l’azzurro, e l’interesse per l’indumento si sommava all’unicità della circostanza. Girovagavo da due ore buone in certe vie laterali, dove il tempo pare depositarsi sui muri con maggiore fiducia che il suo tocco sia notato dal passante, e proprio là in fondo, da qualche parte, trovai la venditrice. Ricordo perfettamente la vetrata vuota con la gonna esposta al centro come una reliquia, e la luce opaca che stazionava in quel posto, una strana luce sospesa a mezz’aria. Fuori stava forse per piovere. La mano della cinese svolazzò sopra il bancone, a quell’ora in quell’atmosfera da sartoria dei poveri, il suo gesto fu come un imperativo al quale non mi potei sottrarre. Non so come, la gonna scese dal mezzo busto che avrebbe voluto imitare un manichino, e così spogliato, improvvisamente a disagio, quel trespolo sembrò sul punto di sbottare ora con me ora con la sua risoluta padrona. Per un attimo, tutta la vetrina fu in subbuglio, l’intera bottega parve affannarsi dietro il bel drappo che cambiava tetto. Non era una perdita indifferente né ebbi il coraggio di voltarmi per vedere cosa venisse in sua sostituzione. Un regno finiva, un altro iniziava. Anche per me sarebbe andata così, ma allora capitava che mi affidassi solo a quella vaga aspettativa su cui le cose scivolavano senza far trapelare nulla o quasi delle loro reali intenzioni con me. La gonna non è che l’abbia indossata così tanto, ma questo a modo suo rientrava nei patti. Comprarla aveva più che altro il senso di una necessità, avrebbe salvato l’istante in cui il luogo cercava di farsi ricordo, di assicurarsi la devozione della sua visitatrice.
Questo atto nato da un solitario pomeriggio pescarese, non ha di certo inaugurato la mia inclinazione per la bizzarria degli abiti e perfino per alcuni travestimenti. Ho sempre accordato volentieri a stoffe, vesti, maschere, copricapi buona parte delle mie simpatie, ovunque mi trovi a passeggiare, e più ancora so di averne destinate ai loro custodi, in genere donne e uomini lunatici, poco avvezzi alla compagnia.
Ricordo di essermi letteralmente beata a guardare una berlinese allo Spittelmarkt provarsi e riprovarsi un cappotto nero, un vecchio capo sicuramente usato, stretto in vita, con grandi bottoni disposti su due file, finemente ricamati sul petto; quel banco di robivecchi, dove il proprietario con grazia di altri tempi si faceva prontamente specchio, assecondando i leziosi movimenti delle clienti, mi suggerì una timida idea di femminilità sfuggita per miracolo alle sale adamantine di boutique al neon. E ricordo alla perfezione con quale stupore, in una calda estate della mia città, mi sono trovata davanti a un banco pieno zeppo di colbacchi. Sarebbero bastati per qualche memorabile pagina di Gogol’, mentre erano venuti a spiaggiarsi in un’assolata città, che nulla aveva in comune con gli inverni pietroburghesi. Era più o meno il tempo dei “russi”, la gente chiamava così i mercatari dell’est Europa che per qualche stagione si riversarono nelle strade del sud, col proposito di dar vita a un piccolo commercio e garantirsi modesti guadagni, dopo anni di isolamento dall’altro lato del muro. Si tiravano dietro orologi, radio portatili, torce, marchingegni e attrezzi di ogni tipo, e l’andirivieni di tali carovane, sotto i loggiati del centro e anche sulle vie del litorale, non durò poco. Mi accadde con mio padre di trattare il prezzo di una lente, e quando l’affare fu sul punto di concludersi, il tizio della bancarella, con un’espressione alquanto enigmatica, mi allungò una moneta d’argento con l’effigie dell’imperatrice dei Boxer – ma a quell’età non avevo la più pallida idea di chi o cosa rappresentasse. Era una gran bella moneta, disse che me l’avrebbe data per poche lire in più e io non ci pensai un attimo a intascarla. Mio padre non fece parola, limitandosi ad assecondare la mia decisione. Quando però mi spiegò la storia, trasalii. Quel venditore aveva inteso burlarsi di me? Il mio primo incontro con la Cina fu dunque in un improvvisato mercatino di città, attraverso le mani di un “russo” che era più probabilmente un polacco, che mi vendette la moneta di una sanguinaria. Caspita. Forse è anche per questo che in seguito, quando ho avuto a che fare con delle cinesi, fossero commesse di un negozio, cuoche gentili che mi mettevano sul tavolo un anellino o un portafortuna, pazienti in fila dal mio medico, e perfino nelle lettere che da universitaria scambiavo con una studentessa di Wuhan, mi ha sempre colta la sensazione di trovarmi davanti delle agguerrite visionarie, e le loro fugaci apparizioni hanno finito per accrescermi questo sconcerto. Tutta colpa di un polacco che ha voluto giocare con me a testa o croce.
Per carnevale invece andavo da una matta che viveva in uno sgabuzzino dietro una delle piazze del centro. Mia madre mi sgridava ma entrare lì mi serviva, sì “mi serviva”, era proprio quello che le dicevo, e puntualmente sentivo la voce alzarsi e inseguirmi sulle scale. Le mie caviglie però erano più veloci, mi buttavo giù a capofitto e in un baleno ero dentro quel terribile bugigattolo, dove la puzza di umidità albergava senza rimedio e i vestiti si davano manforte a moltiplicare sotto ogni aspetto il fastidio e l’inquietudine. Questa tizia, appartenente a un anarchico e assai creativo meticciato pisano, razza ormai quasi del tutto scomparsa, a febbraio noleggiava costumi e il resto dell’anno lo passava a cercarli. Non riesco proprio a capire come tirasse avanti. Dopo alcune spedizioni andate a vuoto, ci trovai anch’io il mio indumento, e la pratica del noleggio nelle mani di questa anarchica divenne una volteggiante cerimonia, senza capo né coda. Mi rifilò un biglietto che andò subito perso, era bellissimo vedere come si sforzava di dare ufficialità alla cosa senza riuscirci. “Allora ricordatelo”, fu il massimo della puntualità con cui mi congedò. Quel posto nella mia fantasia contava assai più di qualcosa, ed era ancor più prezioso per un motivo che ho capito dopo, crescendo. Dimostrava che sopravvivere si poteva, eccome, che ci si poteva salvare e anche redimere, rivendicando il proprio nome a se stessi, tenendo fede a un carattere indocile, furioso se vogliamo, se quello che ci costringe è sbagliato se il prezzo che comporta ci rende uguali e irrimediabilmente perduti.
È stata poi la volta di un fantasma. Esattamente, un fantasma. Per un po’ ho cambiato città, conosciuto nuove persone, e in questo via vai la sorte mi ha regalato uno dei suoi cenni più bizzarri; sulle prime pensavo si trattasse di un’altra burla ma la costanza con cui questa sagoma bianca mi ha fatto visita, mi ha costretta ad accantonare l’idea. Già al mio arrivo – era di novembre, una domenica – la donna con indosso un lenzuolo mi è guizzata al fianco, il viso coperto di biacca, tra le mani un piattino per le elemosine. La sua presenza è rifluita in me come l’acqua di un temporale nelle grondaie delle case; da quando ci siamo incrociate, l’ho sentita uguale al morbido tamburellare che fa la pioggia, quando è vicina a smettere. L’ho avvistata poi tante altre volte, e nessuna mi è mai rimasta indifferente, per il mio umore, l’ora, la situazione.
Ultimamente penso però che si sia messa addirittura a seguirmi. Ma questo sarebbe troppo, o magari potrebbeanche  essere. La verità è che non sono sicura sia lei. Mi pare ben strano, non ha mai osato tanto, la sua distanza è ciò che me l’ha resa superba. E lei lo sa. Ora che è sulle mie tracce, ho quasi l’impressione che mi abbia tradita. Sentirla parlare è stata una tortura. No, tu non puoi parlare. Ma se parla, significa che è arrivato il momento di passare le consegne. Ha ragione, non ne potrà più di star dietro alle mie contraddizioni. In fin dei conti ha adempiuto magnificamente ai suoi compiti. Non ho da rimproverarle nulla.
E date le circostanze, desidero che la cosa faccia il suo corso.

(Testo e foto di Claudia Ciardi)



23 aprile 2014

Lou Reed - Berlin, 1973


«Impossibile immaginare come sarebbe stata la musica rock se i Velvet Underground non fossero mai esistiti. […] Si può affermare in modo piuttosto convincente che l’album di debutto della band, The Velvet Underground & Nico (1967), è stato il più influente della storia del rock. Di sicuro è difficile pensare a un altro disco che abbia alterato il suono e il vocabolario del rock in modo così  forte, spostandone in un solo colpo tutti i parametri. Ampie fasce di musica pop venute dopo esistono solo all’ombra di quel disco: è possibile che il glam rock, il punk e tutto ciò che rientra anche lontanamente nella categoria dell’indie rock e dell’alternative rock sarebbero esistiti anche senza The Velvet Underground & Nico, ma è difficile immaginare in che modo. Di sicuro i Velvet Underground non sono stati l’unica band della fine degli anni sessanta a tentare di colmare il baratro apparentemente sconfinato tra il rock e l’avanguardia, e Lou Reed di sicuro non è stato l’unico autore convinto che i testi delle canzoni potessero avere la stessa dignità e la stessa importanza della letteratura “seria”. Loro però sono stati gli unici a far sembrare il superamento di quel baratro la cosa più naturale del mondo. […] Con l’avanzare della sua carriera, Lou Reed diventava sempre più contraddittorio. Il volto che presentava al mondo, almeno nelle interviste, era incessantemente combattivo, sdegnoso e taciturno, e questo si rifletteva spesso nella sua musica: le quattro faticose canzoni che compongono il lato b del suo concept album del 1973, Berlin, sono espressioni piuttosto straordinarie di freddezza e crudeltà».

Alexis Petridis, The Guardian (November, 2013)



Non basta certamente un solo ascolto per capire il sound di Berlin (1973). L’etichetta di concept album, formula per definire una raccolta le cui canzoni ruotano attorno a un unico tema, di sicuro non basta a contenere tutte le suggestioni di questo lavoro. La prima volta che mi ci sono messa, non troppo tempo fa, non l’ho capito quasi per nulla ma di sicuro posso dire di esserne rimasta affascinata. La crudeltà dei suoni lascia l’ascoltatore spiazzato, costringendolo a prendere a calci i suoi quattro stracci borghesi, nel caso in cui ne sia vestito. E l’elemento che più a suo tempo scatenò la critica è proprio questo schiaffo dato platealmente alle convenzioni borghesi. Il racconto impietoso di una crisi di coppia cozzava con i migliori spot dell’idillio familiare, perfetto, equilibrato e senza macchia. La famiglia descritta da Reed è invece l’anticamera di tutte le ansie e contraddizioni moderne. La musica crea uno spaccato narrativo senza precedenti e Reed sembra voler trascinare il suo pubblico davanti allo specchio per dire a ognuno senza girarci troppo intorno: «Amico, o hai il coraggio di guardarti o hai chiuso». Scelta tematica estremamente coraggiosa perché c’è anche molto di autobiografico, una autoanalisi esibita su un palco.
L’artista lega il suo cinismo, la sua buona dose di umorismo macabro e yiddish, la sua personalità schizofrenica, le sue paranoie, il suo senso di alienazione allo sfondo di una Berlino altrettanto cupa e delirante, che dialoga a meraviglia con la sua personalità. Reed trova una sintonia perfetta proprio con la città del Muro, che lo contamina e finisce per esasperare certi tratti della sua musica: del resto, dove meglio avrebbe potuto essere concepito un disco che parla di una separazione tra due persone, di una rottura che non potrà essere sanata in alcun modo, di un rapporto che va a rotoli in una singolare e deprimente coincidenza tra storia individuale e collettiva?
La relazione tra Jim e Caroline, entrambi tossicodipendenti, corre sul ‘versante selvaggio’ di nichilismo, degrado, meschinità che spesso sfociano in gesti di odio e cattiveria gratuita, concludendosi tragicamente col suicidio di Caroline.
«A film for the ear» lo definì Reed, e in effetti quel pianoforte che affiora dalla buia e fumosa sala di un caffè, tormentato quanto basta per l’atmosfera che si respira attorno al Muro, una volta sentito vi resterà addosso come la più pungente delle ossessioni. Notte  anni ’70,  frontiera gelida e insonne, davanti a questa tastiera scura in volto resterete completamente disarmati: la melodia non vi darà tregua, picchierà dritta sui vostri nervi, che vi piaccia o no scenderà giù come un bicchiere di veleno e si farà ascoltare.
Così Reed firma una delle più dolenti e crude cartoline della metropoli, incrociando spietatamente la Stimmung di quel complicato decennio; questa Berlino triste, introversa, stremante, città simbolo della divisione e della decadenza, narrata sul filo dei riferimenti a Bertolt Brecht e Kurt Weill, finisce per abitare ognuno di noi.
Perfino quando si ascolta un pezzo strumentale come Neuköln (la grafia giusta sarebbe con la doppia “L”), scritto da David Bowie, che a Berlino viveva a Schöneberg sulla Hauptstraße, e Brian Eno nel 1977 per l’album Heroes, si comprende quanto Reed abbia lasciato il segno con la sua Berlin del ’73. Bowie, del resto, non celò mai il grande debito d’ispirazione che lo legava a Reed, tanto da avergli prodotto il suo secondo album di grande successo, Transformer, lavoro che precede proprio Berlin.
«It’s intensely dark in its lyrical content» si legge in un commento della BBC, e questo è infatti il marchio di fabbrica di uno scavo affilatissimo dentro i caratteri umani, un’opera al nero che guarda in faccia le miserie della vita.
Lou Reed, scomparso a 71 anni lo scorso 27 ottobre 2013, vogliamo ricordarlo così, come un interprete assurdo e proprio perciò altrettanto impeccabile di un’epoca. Ribelle, fuori dalle righe, poeta devoto alla sua stagione in inferno, Reed ha scritto a suo modo una parte di storia all’ombra del Muro, e ci pare giusto, tra le tante immagini e testimonianze che vanno avvicendandosi in questo venticinquesimo anniversario della caduta, far rivivere anche un po’ della sua voce.

(Di Claudia Ciardi)




Tracklist
:
Berlin
Lady Day
Man of good fortune
Caroline says I
How do you think it feels?
Oh, Jim
Caroline says II
The kids
The bed
Sad song
Rockol/ review
******


Berlin may be a great album, it's just not an easy one to listen to. It's intensely dark in its lyrical content, charting the doomed relationship of Caroline and Jim following them through drug addiction, domestic violence and suicide. Not the cheeriest of subjects for a concept album.

First released in 1973, it was a commercial failure but became a cult classic. Berlin came hot on the heels of Reed's glam rock masterpiece Transformer. Anyone expecting a commercial follow-up was non-plussed to say the least. But 30 years after its debut, Reed is now touring the album for the first time, hence the re-issue.

Lou Reed has never been the most melodious of singers, but his gravelly, nasal, mumble-y singing suits the subject matter perfectly. His voice sounds like he has been there, done that, and adds an air of jaded, cynical depression to the tracks.

Who else could carry off lyrics like, 'Caroline says as she gets up off the floor/You can hit me all you want to, but I don't love you anymore/ Caroline says while biting her lip/ Life is meant to be more than this, and this is a bum trip'? It's not exactly Kylie Minogue territory.

But doom and gloom aside, musically Berlin is brave, adventurous and keeps on surprising you.

"Caroline Says I'' is a particularly odd track, sounding generally upbeat. Until you listen to the lyrics, that is. More creepily, ''Kids'', about Caroline's children being taken away, features producer Bob Ezrin's children screaming for their mother.

"The Bed'' sounds like a love song, but is instead about Caroline's suicide. The words are filled with regret and the soft acoustic sounds help you picture her drifting into unconsciousness.
Berlin is definitely a challenge, and is about as far away from pop, or dinner party music as you can get. But thanks to Ezrin's production it has a rich, lush sound with the string and horn sections, and backing choir (and occasional cracking guitar solo), showcased best on "Sad Song''. 

This was the sound of Lou trying something new, brave and ambitious at a time before he was in thrall to rock 'n' roll history. As such it's stood the test of time and you won't regret the time you spend listening to it. Just don't expect to be cheered up.

BBC Review by Helen Groom


Lou Reed - portrait
Links:

20 Essential Lou Reed Tracks
A look back at the legendary rocker's best moments from the Velvet Underground and beyond - su Rolling Stone Music

Remembering Lou Reed's Classic Album Berlin  - Ted Drozdowski

Lou Reed - Berlin Album Review - Contact Music

Official Italian Site

Clouds&Clocks di Beppe Colli

Lou Reed: Berlin. La prima tragedia pop postmoderna
Sul blog «Detriti di passaggio», il 21 ottobre 2013

Lou Reed (part two)
Sul blog «Spirito critico»



1 ottobre 2012

Berlin-Weißensee


Quello di Weißensee è un distretto (Bezirk) contiguo al Pankow (nel nord-est di Berlino). Prende il nome dal lago (Weißer See), il bacino berlinese più profondo, situato all’interno dell’omonimo parco, e costituisce una zona residenziale che ospita il più grande cimitero ebraico della Germania. 
Le autorità comuniste cercarono di incoraggiare l’usanza per cui le coppie appena formate deponessero fiori sul memoriale contro il nazifascismo, edificato all’entrata del parco, ma questa attività ha subito un drastico declino a partire dal 1989. Nella parte settentrionale del parco si estende una pista ciclabile, la Radrennbahn Weißensee, dove ai tempi del Muro erano occasionalmente tenuti concerti rock che attiravano molti giovani della Germania Est.
Pankow and Weissensee - The Rough Guide to Berlin
 by Jack Holland, John Gawthrop
pp. 189-193
Weißer See in Winter
Weißer See
wikipedia.it

Strandbad Weissensee on facebook

Der Bezirk Pankow-Weissensee

Weissensee is a locality in the borough of Pankow in Berlin, Germany, named for the small lake Weißer See (White Lake) within it. Before Berlin's 2001 administrative reform, Weissensee was a borough in its own right, consisting of the localities of Weissensee, Heinersdorf, Blankenburg, Karow and Stadtrandsiedlung Malchow.

Weissensee was first mentioned in 1313 as Wittense. The first settlers subsisted on fishing and established themselves on the eastern shore of the lake, where an old trade route connected Berlin with Szczecin (Stettin) and the Baltic Sea - today the Bundesstraße 2 federal highway.
As Berlin's least inhabited district, it has been overshadowed historically by its neighboring boroughs Prenzlauer Berg and Pankow. However its popularity is increasing due to its proximity to the hip but expensive Prenzlauer Berg. Its trams make reaching Mitte very convenient.


Mauer memory - Foto di Claudia Ciardi ©
Sul cimitero di Weissensee/ Weissensee Jewish Cemetery

«In Germania è usata un’espressione per questo tipo di cimiteri, ossia ‘cimiteri orfani’, perché tutti i parenti di coloro che sono seppelliti lì furono assassinati o lasciarono la Germania. Non c’è proprio nessuno che si prenda cura di queste sepolture».


«What role does Weissensee play in the consciousness of the German public?»

«Most Berliners have heard of Weissensee, but never went there, though there were always people who were interested and went there. There’s a German term for this kind of Jewish cemetery—they call it an orphan cemetery, because all the relatives [of those buried there] were murdered or had to leave Germany. There’s no one really to take care of it. In the 1950s, the German government decided that they were responsible for Jewish cemeteries because they killed the people in charge, or forced them to flee. There are also private citizens who want to help, who go to the registry and say, ‘I really want to do something. What can I do?’ The people at the registry might say, ‘These are graves of families who committed suicide, so there’s really no one who can take care of the graves. If you want to, you’re welcome to.’ They choose one or two graves and say, ‘I’m the one who goes there now because there’s no one left to do this job.’ So for every birthday or date of death there’s someone coming, sometimes with flowers, or to put stones on it. They feel responsible for it. We, the Germans, are responsible. But there are also governmental intitiatives to take care of the mausoleums, because they say, ‘That’s something that belongs to our culture, and we have to preserve it’.»

Source: gravetender06 | December 17, 2011
blog:
InTheMoment
politics | culture | religion

Weißensee graves - Seventh Art Releasing ©

Bibliography:
Weissensee: ein Friedhof als Spiegelbild jüdischer Geschichte in Berlin, Peter Melcher, Haude & Spener, 1986

7 aprile 2012

La città in versi – Durs Grünbein





Il primo anno. Appunti berlinesi
 
Einaudi, 2004


                                                KANAL IN BERLIN 
                                                                 Erich Heckel
 

Un diario dei dodici mesi iniziali del nuovo millennio, segnati dalla felicità per la nascita della figlia e dai ricordi della propria infanzia a Dresda, in cui la memoria cammina a fianco delle riflessioni sulla poesia. La vita di tutti i giorni è per il poeta tedesco fonte di stimoli inesauribili: le ricerche nel campo della genetica e gli studi sul cervello lo inducono a riflessioni sulla vita e la morte; Berlino e la Germania sono in continua metamorfosi; nelle impressioni di viaggio si riverbera la storia di città del vecchio e del nuovo mondo. Fogli di taccuino che intrecciano pubblico e privato e che sono anche una radiografia mentale del continuo dialogo di un poeta con i grandi del passato, da Baudelaire a Seneca, da Darwin a Cézanne. 

Recentemente pubblicato da Einaudi anche:
Strofe per dopodomani e altre poesie
collezione di poesia
a cura di Anna Maria Carpi
pp. 216
ISBN 9788806197568
anno 2011
€ 12,50

Inferno tedesco. La Nuova antologia di Durs
 



                                                      MAUER AM SÜDSTERN
                                                              Rainer Fetting 
                                                                     1988

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