Visualizzazione post con etichetta Pescara. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pescara. Mostra tutti i post

31 luglio 2014

Date le circostanze




Una volta, in un negozio di cianfrusaglie a Pescara, una vecchia cinese mi convinse a comprare una lunga gonna azzurra con delle balze di velluto che incorniciavano la stoffa, ravvivandola. A dire il vero, persuadermi non le costò un grande sforzo. Ho un debole per l’azzurro, e l’interesse per l’indumento si sommava all’unicità della circostanza. Girovagavo da due ore buone in certe vie laterali, dove il tempo pare depositarsi sui muri con maggiore fiducia che il suo tocco sia notato dal passante, e proprio là in fondo, da qualche parte, trovai la venditrice. Ricordo perfettamente la vetrata vuota con la gonna esposta al centro come una reliquia, e la luce opaca che stazionava in quel posto, una strana luce sospesa a mezz’aria. Fuori stava forse per piovere. La mano della cinese svolazzò sopra il bancone, a quell’ora in quell’atmosfera da sartoria dei poveri, il suo gesto fu come un imperativo al quale non mi potei sottrarre. Non so come, la gonna scese dal mezzo busto che avrebbe voluto imitare un manichino, e così spogliato, improvvisamente a disagio, quel trespolo sembrò sul punto di sbottare ora con me ora con la sua risoluta padrona. Per un attimo, tutta la vetrina fu in subbuglio, l’intera bottega parve affannarsi dietro il bel drappo che cambiava tetto. Non era una perdita indifferente né ebbi il coraggio di voltarmi per vedere cosa venisse in sua sostituzione. Un regno finiva, un altro iniziava. Anche per me sarebbe andata così, ma allora capitava che mi affidassi solo a quella vaga aspettativa su cui le cose scivolavano senza far trapelare nulla o quasi delle loro reali intenzioni con me. La gonna non è che l’abbia indossata così tanto, ma questo a modo suo rientrava nei patti. Comprarla aveva più che altro il senso di una necessità, avrebbe salvato l’istante in cui il luogo cercava di farsi ricordo, di assicurarsi la devozione della sua visitatrice.
Questo atto nato da un solitario pomeriggio pescarese, non ha di certo inaugurato la mia inclinazione per la bizzarria degli abiti e perfino per alcuni travestimenti. Ho sempre accordato volentieri a stoffe, vesti, maschere, copricapi buona parte delle mie simpatie, ovunque mi trovi a passeggiare, e più ancora so di averne destinate ai loro custodi, in genere donne e uomini lunatici, poco avvezzi alla compagnia.
Ricordo di essermi letteralmente beata a guardare una berlinese allo Spittelmarkt provarsi e riprovarsi un cappotto nero, un vecchio capo sicuramente usato, stretto in vita, con grandi bottoni disposti su due file, finemente ricamati sul petto; quel banco di robivecchi, dove il proprietario con grazia di altri tempi si faceva prontamente specchio, assecondando i leziosi movimenti delle clienti, mi suggerì una timida idea di femminilità sfuggita per miracolo alle sale adamantine di boutique al neon. E ricordo alla perfezione con quale stupore, in una calda estate della mia città, mi sono trovata davanti a un banco pieno zeppo di colbacchi. Sarebbero bastati per qualche memorabile pagina di Gogol’, mentre erano venuti a spiaggiarsi in un’assolata città, che nulla aveva in comune con gli inverni pietroburghesi. Era più o meno il tempo dei “russi”, la gente chiamava così i mercatari dell’est Europa che per qualche stagione si riversarono nelle strade del sud, col proposito di dar vita a un piccolo commercio e garantirsi modesti guadagni, dopo anni di isolamento dall’altro lato del muro. Si tiravano dietro orologi, radio portatili, torce, marchingegni e attrezzi di ogni tipo, e l’andirivieni di tali carovane, sotto i loggiati del centro e anche sulle vie del litorale, non durò poco. Mi accadde con mio padre di trattare il prezzo di una lente, e quando l’affare fu sul punto di concludersi, il tizio della bancarella, con un’espressione alquanto enigmatica, mi allungò una moneta d’argento con l’effigie dell’imperatrice dei Boxer – ma a quell’età non avevo la più pallida idea di chi o cosa rappresentasse. Era una gran bella moneta, disse che me l’avrebbe data per poche lire in più e io non ci pensai un attimo a intascarla. Mio padre non fece parola, limitandosi ad assecondare la mia decisione. Quando però mi spiegò la storia, trasalii. Quel venditore aveva inteso burlarsi di me? Il mio primo incontro con la Cina fu dunque in un improvvisato mercatino di città, attraverso le mani di un “russo” che era più probabilmente un polacco, che mi vendette la moneta di una sanguinaria. Caspita. Forse è anche per questo che in seguito, quando ho avuto a che fare con delle cinesi, fossero commesse di un negozio, cuoche gentili che mi mettevano sul tavolo un anellino o un portafortuna, pazienti in fila dal mio medico, e perfino nelle lettere che da universitaria scambiavo con una studentessa di Wuhan, mi ha sempre colta la sensazione di trovarmi davanti delle agguerrite visionarie, e le loro fugaci apparizioni hanno finito per accrescermi questo sconcerto. Tutta colpa di un polacco che ha voluto giocare con me a testa o croce.
Per carnevale invece andavo da una matta che viveva in uno sgabuzzino dietro una delle piazze del centro. Mia madre mi sgridava ma entrare lì mi serviva, sì “mi serviva”, era proprio quello che le dicevo, e puntualmente sentivo la voce alzarsi e inseguirmi sulle scale. Le mie caviglie però erano più veloci, mi buttavo giù a capofitto e in un baleno ero dentro quel terribile bugigattolo, dove la puzza di umidità albergava senza rimedio e i vestiti si davano manforte a moltiplicare sotto ogni aspetto il fastidio e l’inquietudine. Questa tizia, appartenente a un anarchico e assai creativo meticciato pisano, razza ormai quasi del tutto scomparsa, a febbraio noleggiava costumi e il resto dell’anno lo passava a cercarli. Non riesco proprio a capire come tirasse avanti. Dopo alcune spedizioni andate a vuoto, ci trovai anch’io il mio indumento, e la pratica del noleggio nelle mani di questa anarchica divenne una volteggiante cerimonia, senza capo né coda. Mi rifilò un biglietto che andò subito perso, era bellissimo vedere come si sforzava di dare ufficialità alla cosa senza riuscirci. “Allora ricordatelo”, fu il massimo della puntualità con cui mi congedò. Quel posto nella mia fantasia contava assai più di qualcosa, ed era ancor più prezioso per un motivo che ho capito dopo, crescendo. Dimostrava che sopravvivere si poteva, eccome, che ci si poteva salvare e anche redimere, rivendicando il proprio nome a se stessi, tenendo fede a un carattere indocile, furioso se vogliamo, se quello che ci costringe è sbagliato se il prezzo che comporta ci rende uguali e irrimediabilmente perduti.
È stata poi la volta di un fantasma. Esattamente, un fantasma. Per un po’ ho cambiato città, conosciuto nuove persone, e in questo via vai la sorte mi ha regalato uno dei suoi cenni più bizzarri; sulle prime pensavo si trattasse di un’altra burla ma la costanza con cui questa sagoma bianca mi ha fatto visita, mi ha costretta ad accantonare l’idea. Già al mio arrivo – era di novembre, una domenica – la donna con indosso un lenzuolo mi è guizzata al fianco, il viso coperto di biacca, tra le mani un piattino per le elemosine. La sua presenza è rifluita in me come l’acqua di un temporale nelle grondaie delle case; da quando ci siamo incrociate, l’ho sentita uguale al morbido tamburellare che fa la pioggia, quando è vicina a smettere. L’ho avvistata poi tante altre volte, e nessuna mi è mai rimasta indifferente, per il mio umore, l’ora, la situazione.
Ultimamente penso però che si sia messa addirittura a seguirmi. Ma questo sarebbe troppo, o magari potrebbeanche  essere. La verità è che non sono sicura sia lei. Mi pare ben strano, non ha mai osato tanto, la sua distanza è ciò che me l’ha resa superba. E lei lo sa. Ora che è sulle mie tracce, ho quasi l’impressione che mi abbia tradita. Sentirla parlare è stata una tortura. No, tu non puoi parlare. Ma se parla, significa che è arrivato il momento di passare le consegne. Ha ragione, non ne potrà più di star dietro alle mie contraddizioni. In fin dei conti ha adempiuto magnificamente ai suoi compiti. Non ho da rimproverarle nulla.
E date le circostanze, desidero che la cosa faccia il suo corso.

(Testo e foto di Claudia Ciardi)



5 aprile 2012

Espressionismo nella poesia italiana



Espressionismo nella poesia italianaGabriele D’Annunzio, Maia o della Charogne sublime di Antonella Ortolani, in «Pagine», rivista di poesia internazionale, Zona editrice, Anno XXI numero 64, maggio-agosto, 2011, pp. 21-23



Chiunque ha osservato i bambini sa che enorme importanza abbia il rituale nella loro vita […]. Il poeta, si sa, è “il fanciullino”; ma su quest’aspetto del fanciullino credo che Wordsworth e Pascoli non si siano soffermati. D’Annunzio, mi pare, l’illustra bene Mario Praz.
Se il poeta è un fanciullo, del bambino non erediterà soltanto l’atteggiamento ricettivo, creativo e vergine nei confronti del mondo, ma anche le sue angosce, i suoi molti terrori che, come la psicanalisi ci addita, egli esorcizza in gesti e rituali ripetitivi, volti a crearsi difese e sicurezze. […] La casa – tutte le sue case, non solo il Vittoriale, ma anche la casa natale a Pescara, e la Capponcina – è pastiche, cianfrusaglia che Praz si rifiuta di definire Liberty (intendendo egli con questo termine una stilizzazione essenziale delle forme, un tentativo di uscire dal caos e non una proliferazione farraginosa di ornamenti) ma piuttosto un bric-à-brac che ha una funzione ben precisa: quella di rendere la realtà intorno a se emblematica. Il bric-à-brac non è solo per l’occhio. Dagli accostamenti delle cose, come quelli delle parole, il poeta si ripromette illuminazioni, epifanie. […]
Naturalmente, in questo linguaggio (e in questo mondo) “bloccato”, manca il Tempo ed è assente la Storia. Affascinante la descrizione che dell’ossimoro di questo universo dinamicamente cristallizzato ci dà Bigongiari: «la morfologia dannunziana è stregata in partenza da questa enorme, ricchissima, staticità del tutto che essa esperisce volta a volta nella astoricità, che è tale perché adinamica […] Questa sensibilità dolorosa […] è quella stessa cifra che altri indicheranno come memoria veggente, una zona d’ombra nella quale la realtà è restituita in un impasto di segrete apparizioni, nel ritmo della «parola abbandonata al ritmo frantumato della sua originaria purezza.» (Luti)
La qualità allusiva che tocca il suo vertice nell’appunto, nelle brevi annotazioni diaristiche; la capacità di penetrare nell’anima delle cose con l’immediatezza intensa delle sensazioni, dove il flusso idea-parola si compie in una sorta di delirio espressivo […]. Un cortocircuito del piano percettivo: la “zona” espressionistica della visione, dove l’occhio precipita al di qua e al di là della percezione, in un terreno in cui lo sguardo ha poco a che fare con i meccanismi della rètina, e penetra invece nei labirinti della psiche. […] Anche Ezio Raimondi nel rintracciare i segni d’un freudiano complesso ossessivo nel tema dell’animale – in particolare della rondine – connesso con un ricordo infantile di crudeltà e violazione, traccia il percorso di questo “cammino nell’ombra” compiuto dal poeta attraverso l’orchestrazione essenziale di immagini e sensazioni fisiche compenetrate: «la coscienza con i suoi specchi misteriosi scende nei labirinti dei propri sensi, nell’indistinto delle loro germinazioni comuni, a cogliervi il tremore carnale della solitudine. Nelle pagine paratattiche del Notturno Raimondi legge le fluorescenze tutte Jugendstil, ma già toccate da un baudelairiano “sentimento di una vita misteriosa ed enigmatica come la flora di un acquario o le gemme di un museo ‘egizio’ ”, e trova la parola sospesa “nelle ragnatele di un mondo in penombra dove il mostruoso non si discerne dal famigliare e il fiabesco nasconde qualcosa di orrido nella luce crudele di un cristallo”.» C’è tutto un aspetto, nell’arte Liberty, che sconfina in un ambito ammorbato  da suggestioni decadenti, fino a perdere il contatto con i suoi motivi originari per virare decisamente verso approdi espressionisti. […] Scrive Giorgio Cortenova: «tutto quel movimento e quell’intrecciarsi di linee non si discioglie mai in un dinamismo liberatorio, ma in una pulsionalità tendente ad intrecciarsi su se stessa, in una sorta di fibrillazione venata da oscuri presentimenti. Insomma, nel brioso danzare delle linee s’insinua l’allarme dell’anima, nel paesaggio vegetale affiora il mondo animale, in una sorta di latente “mostruosità” mai espressa fino in fondo e tuttavia mai occultata fino alla cancellazione. Il fatto è che […] linguaggio e natura non combaciano più, ed è di lampante evidenza che tra loro esiste solo un falso “accordo”, un piano di appoggio terremotato, in cui la natura vive solo in quanto “idea” e il pensiero naviga in mari senza approdo. […] La metafora Jugendstil si mescola alla dissonanza barocca: si fa smorfia, ghigno. La natura si deforma, beffarda, in antropomorfismi minacciosi.» […] Leggendo le pagine de le “Città terribili” di Maia, sono proprio le allucinate città degli espressionisti che ci vengono alla mente. Così l’alito di morte che percorre La strada della città dannunziana È lo stesso alito di morte che si aggira nella Città morta del poeta espressionista Edlef Köppen. […] Eppure il tragitto verso la coscienza dei compiti dell’arte non è tranquillo. Alla svolta del sentiero incontriamo l’orrore di una carogna. Una carogna sembra esser posta come guardiano sulla via dell’arte moderna. Una carogna di Baudelaire, ben conosciuta e amata da Cézanne («nei suoi ultimi anni Cézanne conosceva a memoria questa poesia – Une Charogne di Baudelaire – e la recitava parola per parola» scrive Rilke in una lettera alla moglie) è una poesia scritta da Baudelaire prima del 1845, dunque una delle prime composte per Les Fleurs du Mal. Alla svolta della strada la carogna è là, e si offre alla vista con le gambe oscenamente spalancate, a dissolversi in una colata putrida di larve nere, e in un ronzio di mosche che le danno una parvenza illustrata di movimento e di vita. […] Prima lo sguardo artistico doveva essersi spinto tanto oltre se stesso, da vedere l’esistente anche nell’orribile, anche in ciò che appare come ripugnante.
Rilke ci indica che l’artista deve spingere il suo sguardo a frugare fin dentro la materia ripugnante, fino a dire l’indicibile, a nominare l’innominabile, perché tutto l’esistente abbia forma: Gottfried Benn, nei suoi saggi, ci avvertirà che spesso il difforme e l’abnorme sono alla radice del “fiore azzurro”. Crediamo che la cifra dell’espressionismo di D’Annunzio sia qui, in questa oltranza della parola che osa spingersi dove è alto il rischio di affondare, dove il patto mimetico tra parola e cosa – che aveva retto ogni rappresentazione in occidente, da Platone in poi – sta per rompersi, affidando alla parola una responsabilità nuova e terribile: compito dell’artista non è più rappresentare il mondo, ma far essere il mondo nelle sue forme proiettando nel mondo stesso l’ombra, la mescolanza di luce e di buio che abita dentro il soggetto.





Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...