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17 luglio 2015

Franco Cardini - L'ipocrisia dell'occidente



Franco Cardini,
Lipocrisia delloccidente.
Il califfo, il terrore e la storia,
Editori Laterza, 2015


Il saggio di Franco Cardini, di cui qui ci occupiamo brevemente, è uscito lo scorso aprile. Ribadirne la data di stampa è importante, perché l’autore tenta l’analisi di un fronte assai movimentato, che va dai conflitti che scuotono il Medio e Vicino Oriente alla posizione alquanto scivolosa, quando non apertamente contraddittoria, dei paesi occidentali. Dunque, trattandosi di una materia che più di altre è soggetta a continua mutazione, si rende ancor più necessario circoscriverne con precisione i limiti temporali cui ci si riferisce.
L’autore apre con l’attentato a «Charlie Hebdo» per poi intraprendere un cammino a ritroso, dall’invalicabile linea rossa dalla quale Obama si scagliò contro Assad nelle ore delle concitate notizie sull’uso di armi chimiche ai danni di civili siriani, alla nuova intifada tra israeliani e palestinesi, passando per l’escalation del califfato. Questo flashback ad alta densità si conclude con il violentissimo attacco talebano alla scuola gestita da militari a Peshawar: su 145 morti, 132 erano giovanissimi studenti dell’istituto. Il sanguinoso episodio sarebbe stato una ritorsione contro l’appoggio del premier pachistano Nawaz Sharif alle offensive con i droni statunitensi. Un attentato che ci riporta alla mente la barbarie dei 1200 piccoli ostaggi dall’1 al 3 settembre 2004 di un commando di fanatici nella scuola Numero 1 a Beslan, dove a morire furono centinaia di persone tra cui 186 bambini. Anche nel caso della strage in Ossezia, per quanto si debba andar cauti col prospettare delle sovrapposizioni, l’obiettivo dei sequestratori non era limitato all’indipendenza cecena ma si inseriva nel progetto fondativo di un emirato islamico nel nord del Caucaso.    
Nell’ultimo decennio la matassa si è drammaticamente ingarbugliata, trascinando con sé molti interrogativi circa la pesante compromissione delle lobbies occidentali che, ipotizza Cardini, pescano nel torbido al punto da servirsi di frange dell’islamismo radicale armato per destabilizzare a proprio vantaggio un’area, quella mediorientale per l’appunto, di notevole interesse sotto il profilo economico e geopolitico.
Districarsi tra gli attori in campo e le rispettive posizioni non è semplice, soprattutto perché, come lo storico si premura di far notare a chi legge, ciò che all’apparenza risulta contrapposto, a guardare da vicino, condivide interessi col suo presunto avversario. Non scendo troppo nel dettaglio, in quanto non sarebbe possibile in poche frasi; del resto Cardini provvede a farlo magistralmente nel libro, riuscendo in circa centocinquanta pagine a toccare i punti nevralgici della questione, comparando quel che avviene adesso con ciò che fu il potere califfale nel Medioevo e ancora nel corso della restaurazione ottomana ad opera di Selim I, durante il ‘500.
I rapporti tra mondo arabo e Europa di allora si scoprono complessi, talvolta tesi, ma continui e estremamente proficui. Cardini riporta le cose nell’alveo del tempo, e mostra come tutto quello che ha riempito in maniera anche sanguinosa il nostro oggi, si collochi al di fuori dei sentieri tracciati secoli fa. Da una parte vi è un’enorme ignoranza storica di chi pretende di raccontare le dinamiche in corso – l’autore è molto severo verso certa propaganda mediatica – dall’altra c’è la vulnerabilità di chi a quella propaganda è esposto, spesso senza avere adeguati strumenti per giudicare, che saremmo noi. Infine, c’è un elemento che sgombra il campo da molta retorica sul conflitto di civiltà, ed è il problema della sottoproletarizzazione delle società contemporanee, o disagio sociale che dir si voglia, al quale Cardini attribuisce in larga misura i problemi che ci troviamo di fronte. Dal momento che la ricchezza va concentrandosi in una élite sempre più ristretta, e finché accettiamo passivamente questa tendenza, per paura o per una sorta di rassegnata incapacità a intervenire, non potremo evitare che la progressiva marginalità vissuta da centinaia di milioni di esseri umani non sfoci in fenomeni violenti. L’autore insiste più volte sul dato incontrovertibile ma forse non assimilato come tale dal cittadino medio d’occidente, che il mondo scosso dalla maggiore conflittualità è anche quello in cui più estesamente sussiste, peraltro aggravandosi, il divario riguardante la distribuzione di risorse, ossia l’Africa e l’Asia orientale. C’è anzi, denuncia Cardini, un insopportabile banalizzante manicheismo che colloca alle nostre latitudini le patrie di ogni moderna libertà, mentre a oriente le matrici di un pericoloso regresso. È un po’ la storia del parente ricco che accusa il parente povero di essere un inguaribile fannullone, ma che sa bene come la propria fortuna si regge sulla truffa al suo consanguineo.
E per suffragare tale manicheismo che ancora con malriposta acredine filtra nei discorsi di certa intellighenzia nostrana, vorrei tornare un attimo ai fatti della Grecia. A questo paese si possono rimproverare a volontà la disinvoltura e le corruttele nella gestione della cosa pubblica, però è uno sproposito buttare tutto il discredito da una parte e farci paladini – nel caso di noi italiani men che mai – di un modello che sappiamo contenere fin troppe ingiustizie. Nella giornata del referendum, il commento di un giornalista di una nota testata nazionale mi ha lasciata di stucco: «È la lotta di chi non sa l’inglese, non viaggia e non ha nulla da perdere, contro gli altri». Il sessantuno per cento dell’elettorato che si era pronunciato per il “no” alle ricette di austerità, si appiattiva nell’informe massa dei diseredati, persi al sistema liberista. Ci sarebbe molto da discutere attorno alla frase che ho citato, mi limito a dire che è desolatamente volgare perché dipinge un mondo in scala insopportabilmente ridotta, e si libera del disagio altrui sfiorando quasi l’autocompiacimento.
Per tornare alla prefazione di Cardini, che affronta il problema del crescente divario tra ricchi e poveri in modo del tutto diverso, senza ipertesti che con troppa leggerezza scivolano nel luogo comune, ecco ciò che dice di certa faziosità mediatica: «la vulgata continua a trionfare, bella semplice pulita. E maniacale, repellente nel suo manicheismo che si spera sia almeno in malafede, perché altrimenti sarebbe troppo idiota». Me lo auguro anch’io, ma che le cose stiano davvero così non mi consola per nulla. Anzi, la malafede per questioni di carriera su cui si illudono ancora certi giovanissimi, mi crea una ripulsa anche peggiore rispetto all’opinione dell’attempato giornalista di cui sopra. Vi è nel libro in questione una chiosa illuminante, presa in prestito da Bertolt Brecht: «Quando marciate contro il nemico, state attenti che il nemico non marci alla vostra testa».
Leggetelo questo saggio di Cardini, perché vi aiuta a ragionare, nella prospettiva storica, sui dilemmi che ci esortano a prendere posizione e che stanno mettendo alla prova la tenuta stessa dell’unione europea. 
Si può essere in disaccordo su alcuni punti, su certe proposte e soluzioni – nel mio caso difendo le “primavere arabe” come autentica volontà di rovesciamento di assetti che ormai non erano più percepiti come rappresentativi, né credo all’opportunità di interventi di terra per uscire dal pantano-Isis; non riesco neppure a immaginare come potrebbero essere concepiti perché abbiano una qualche efficacia, se non per il sostegno indiretto che si può dare ai curdi. Ma al di là di queste e altre riflessioni, Cardini ha il merito di tenere i fatti a distanza dalle campane dell’allarmismo o di retoriche ormai scadute. Ripercorre gli eventi e li puntella con le solide e rassicuranti impalcature della storia. Un buon diario di bordo, con molte osservazioni utili e sagge, in un periodo di rischiosa navigazione a vista.

(Di Claudia Ciardi)
      

23 aprile 2014

Lou Reed - Berlin, 1973


«Impossibile immaginare come sarebbe stata la musica rock se i Velvet Underground non fossero mai esistiti. […] Si può affermare in modo piuttosto convincente che l’album di debutto della band, The Velvet Underground & Nico (1967), è stato il più influente della storia del rock. Di sicuro è difficile pensare a un altro disco che abbia alterato il suono e il vocabolario del rock in modo così  forte, spostandone in un solo colpo tutti i parametri. Ampie fasce di musica pop venute dopo esistono solo all’ombra di quel disco: è possibile che il glam rock, il punk e tutto ciò che rientra anche lontanamente nella categoria dell’indie rock e dell’alternative rock sarebbero esistiti anche senza The Velvet Underground & Nico, ma è difficile immaginare in che modo. Di sicuro i Velvet Underground non sono stati l’unica band della fine degli anni sessanta a tentare di colmare il baratro apparentemente sconfinato tra il rock e l’avanguardia, e Lou Reed di sicuro non è stato l’unico autore convinto che i testi delle canzoni potessero avere la stessa dignità e la stessa importanza della letteratura “seria”. Loro però sono stati gli unici a far sembrare il superamento di quel baratro la cosa più naturale del mondo. […] Con l’avanzare della sua carriera, Lou Reed diventava sempre più contraddittorio. Il volto che presentava al mondo, almeno nelle interviste, era incessantemente combattivo, sdegnoso e taciturno, e questo si rifletteva spesso nella sua musica: le quattro faticose canzoni che compongono il lato b del suo concept album del 1973, Berlin, sono espressioni piuttosto straordinarie di freddezza e crudeltà».

Alexis Petridis, The Guardian (November, 2013)



Non basta certamente un solo ascolto per capire il sound di Berlin (1973). L’etichetta di concept album, formula per definire una raccolta le cui canzoni ruotano attorno a un unico tema, di sicuro non basta a contenere tutte le suggestioni di questo lavoro. La prima volta che mi ci sono messa, non troppo tempo fa, non l’ho capito quasi per nulla ma di sicuro posso dire di esserne rimasta affascinata. La crudeltà dei suoni lascia l’ascoltatore spiazzato, costringendolo a prendere a calci i suoi quattro stracci borghesi, nel caso in cui ne sia vestito. E l’elemento che più a suo tempo scatenò la critica è proprio questo schiaffo dato platealmente alle convenzioni borghesi. Il racconto impietoso di una crisi di coppia cozzava con i migliori spot dell’idillio familiare, perfetto, equilibrato e senza macchia. La famiglia descritta da Reed è invece l’anticamera di tutte le ansie e contraddizioni moderne. La musica crea uno spaccato narrativo senza precedenti e Reed sembra voler trascinare il suo pubblico davanti allo specchio per dire a ognuno senza girarci troppo intorno: «Amico, o hai il coraggio di guardarti o hai chiuso». Scelta tematica estremamente coraggiosa perché c’è anche molto di autobiografico, una autoanalisi esibita su un palco.
L’artista lega il suo cinismo, la sua buona dose di umorismo macabro e yiddish, la sua personalità schizofrenica, le sue paranoie, il suo senso di alienazione allo sfondo di una Berlino altrettanto cupa e delirante, che dialoga a meraviglia con la sua personalità. Reed trova una sintonia perfetta proprio con la città del Muro, che lo contamina e finisce per esasperare certi tratti della sua musica: del resto, dove meglio avrebbe potuto essere concepito un disco che parla di una separazione tra due persone, di una rottura che non potrà essere sanata in alcun modo, di un rapporto che va a rotoli in una singolare e deprimente coincidenza tra storia individuale e collettiva?
La relazione tra Jim e Caroline, entrambi tossicodipendenti, corre sul ‘versante selvaggio’ di nichilismo, degrado, meschinità che spesso sfociano in gesti di odio e cattiveria gratuita, concludendosi tragicamente col suicidio di Caroline.
«A film for the ear» lo definì Reed, e in effetti quel pianoforte che affiora dalla buia e fumosa sala di un caffè, tormentato quanto basta per l’atmosfera che si respira attorno al Muro, una volta sentito vi resterà addosso come la più pungente delle ossessioni. Notte  anni ’70,  frontiera gelida e insonne, davanti a questa tastiera scura in volto resterete completamente disarmati: la melodia non vi darà tregua, picchierà dritta sui vostri nervi, che vi piaccia o no scenderà giù come un bicchiere di veleno e si farà ascoltare.
Così Reed firma una delle più dolenti e crude cartoline della metropoli, incrociando spietatamente la Stimmung di quel complicato decennio; questa Berlino triste, introversa, stremante, città simbolo della divisione e della decadenza, narrata sul filo dei riferimenti a Bertolt Brecht e Kurt Weill, finisce per abitare ognuno di noi.
Perfino quando si ascolta un pezzo strumentale come Neuköln (la grafia giusta sarebbe con la doppia “L”), scritto da David Bowie, che a Berlino viveva a Schöneberg sulla Hauptstraße, e Brian Eno nel 1977 per l’album Heroes, si comprende quanto Reed abbia lasciato il segno con la sua Berlin del ’73. Bowie, del resto, non celò mai il grande debito d’ispirazione che lo legava a Reed, tanto da avergli prodotto il suo secondo album di grande successo, Transformer, lavoro che precede proprio Berlin.
«It’s intensely dark in its lyrical content» si legge in un commento della BBC, e questo è infatti il marchio di fabbrica di uno scavo affilatissimo dentro i caratteri umani, un’opera al nero che guarda in faccia le miserie della vita.
Lou Reed, scomparso a 71 anni lo scorso 27 ottobre 2013, vogliamo ricordarlo così, come un interprete assurdo e proprio perciò altrettanto impeccabile di un’epoca. Ribelle, fuori dalle righe, poeta devoto alla sua stagione in inferno, Reed ha scritto a suo modo una parte di storia all’ombra del Muro, e ci pare giusto, tra le tante immagini e testimonianze che vanno avvicendandosi in questo venticinquesimo anniversario della caduta, far rivivere anche un po’ della sua voce.

(Di Claudia Ciardi)




Tracklist
:
Berlin
Lady Day
Man of good fortune
Caroline says I
How do you think it feels?
Oh, Jim
Caroline says II
The kids
The bed
Sad song
Rockol/ review
******


Berlin may be a great album, it's just not an easy one to listen to. It's intensely dark in its lyrical content, charting the doomed relationship of Caroline and Jim following them through drug addiction, domestic violence and suicide. Not the cheeriest of subjects for a concept album.

First released in 1973, it was a commercial failure but became a cult classic. Berlin came hot on the heels of Reed's glam rock masterpiece Transformer. Anyone expecting a commercial follow-up was non-plussed to say the least. But 30 years after its debut, Reed is now touring the album for the first time, hence the re-issue.

Lou Reed has never been the most melodious of singers, but his gravelly, nasal, mumble-y singing suits the subject matter perfectly. His voice sounds like he has been there, done that, and adds an air of jaded, cynical depression to the tracks.

Who else could carry off lyrics like, 'Caroline says as she gets up off the floor/You can hit me all you want to, but I don't love you anymore/ Caroline says while biting her lip/ Life is meant to be more than this, and this is a bum trip'? It's not exactly Kylie Minogue territory.

But doom and gloom aside, musically Berlin is brave, adventurous and keeps on surprising you.

"Caroline Says I'' is a particularly odd track, sounding generally upbeat. Until you listen to the lyrics, that is. More creepily, ''Kids'', about Caroline's children being taken away, features producer Bob Ezrin's children screaming for their mother.

"The Bed'' sounds like a love song, but is instead about Caroline's suicide. The words are filled with regret and the soft acoustic sounds help you picture her drifting into unconsciousness.
Berlin is definitely a challenge, and is about as far away from pop, or dinner party music as you can get. But thanks to Ezrin's production it has a rich, lush sound with the string and horn sections, and backing choir (and occasional cracking guitar solo), showcased best on "Sad Song''. 

This was the sound of Lou trying something new, brave and ambitious at a time before he was in thrall to rock 'n' roll history. As such it's stood the test of time and you won't regret the time you spend listening to it. Just don't expect to be cheered up.

BBC Review by Helen Groom


Lou Reed - portrait
Links:

20 Essential Lou Reed Tracks
A look back at the legendary rocker's best moments from the Velvet Underground and beyond - su Rolling Stone Music

Remembering Lou Reed's Classic Album Berlin  - Ted Drozdowski

Lou Reed - Berlin Album Review - Contact Music

Official Italian Site

Clouds&Clocks di Beppe Colli

Lou Reed: Berlin. La prima tragedia pop postmoderna
Sul blog «Detriti di passaggio», il 21 ottobre 2013

Lou Reed (part two)
Sul blog «Spirito critico»



4 dicembre 2012

Il grande dittatore - L'ascesa di Hitler / Der Aufstieg des Diktators

Il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e la Biblioteca Austriaca organizzano a Trento, mercoledì 5 dicembre, alle ore 17,30, nella Sala degli affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55), l’incontro-dibattito Il grande dittatore. L'ascesa di Hitler. Interviene Antonella Gargano. Introduce Massimo Libardi.
11. Mai 1933: Die öffentliche Verbrennung undeutscher Schriften und Bücher auf dem Opernplatz Unter den Linden in Berlin durch Studenten der Berliner Universitäten.
Bildquelle: Bundesarchiv, Bild 102-14597/ unbekannt/ CC-BY-SA 

Con l’incontro-dibattito Il grande dittatore. L'ascesa di Hitler prosegue il ciclo di incontri “Narrare la storia. Il Novecento nella letteratura tedesca”, organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale con la collaborazione della Biblioteca Austriaca.

Con questa iniziativa si intende ripercorrere attraverso alcuni romanzi particolarmente significativi la storia del mondo germanofono nel corso del Novecento. Ogni incontro avrà al centro alcuni romanzi che fungeranno da stimolo per raccontare uno o più decenni di storia.

In questo quinto incontro interviene Antonella Gargano, professore ordinario di Letteratura tedesca all’Università “La Sapienza” di Roma.

Ancora prima dell’ascesa di Hitler al potere il processo di nazistificazione della Germania è evidente già negli ultimi anni della Repubblica di Weimar, coinvolgendo in modo particolare i diversi strati sociali che concorrono a formare il ceto medio. Assediato fra depressione economica, inflazione e razionalizzazione, quell’universo di pover’uomini, in tutto simili al protagonista del romanzo di Hans Fallada E adesso, pover’uomo? del 1932 e all’americano Babbitt di Sinclair Lewis (1922), si trasforma in un aggregato instabile e facilmente manovrabile. Il terrore della proletarizzazione e la crisi di identità innescano una comune reazione di ostilità nei confronti della democrazia e della società industriale, creando una serie di convergenze tra i vari strati del ceto medio che finisce per offrire una vasta base di consenso all’ideologia nazionalsocialista.
La resistibile ascesa di Arturo Ui (1941) è per Bertolt Brecht “un tentativo di spiegare al mondo capitalistico l’ascesa di Hitler situandola in un ambiente ad esso familiare”: sia pure nella forma della parabola e nei toni del grottesco, Brecht mette in guardia contro il gangsterismo politico del nazionalsocialismo, mentre l’epilogo ricorda drammaticamente che “il grembo da cui è nato è ancora fecondo”. E se è un mondo di commercianti quello che circonda il protagonista, è la loro disponibilità al compromesso a consentire l’ascesa – in realtà ‘resistibile’ – del dittatore.

Dieci anni prima, nel 1931, l’austriaco Ödön von Horváth nei suoi ‘drammi popolari’ aveva presentato una società e una realtà richiuse in se stesse (Storie del bosco viennese), apparentemente tagliate fuori dagli avvenimenti storici e incapaci di ipotizzare la catastrofe imminente. La ‘stupidità’ che caratterizza gli ambienti in cui si muovono i personaggi del teatro di Horváth (da Notte all’italiana a Kasimir e Karoline fino a Fede Speranza Carità) è determinata da un atrofizzarsi della consapevolezza degli eventi storici, le cui conseguenze sul piano economico sono invece concretamente tangibili, e dall’illusione di potersi salvare seguendo vie individuali e ignorando le dinamiche politiche complessive. “Tutto vacilla. Non c’è più niente di sicuro. Siamo maturi per il diluvio”, questa l’amara considerazione di uno dei personaggi delle Storie del bosco viennese.

Nel Tamburo di latta (1959) di Günter Grass è di nuovo il mondo dei commercianti e dei piccoli borghesi ad essere colto in tutta la sua falsità e in tutta la sua vigliaccheria e a cedere al potere suggestivo esercitato dal grande dittatore, mentre chi non si adegua al sistema è il deforme Oskar Matzerath, segnato anche fisicamente dalla sua diversità. Anche in questo caso la macrostoria tedesca è ripercorsa in tutta la sua drammaticità attraverso la prospettiva della microstoria, attraverso i comportamenti e i cedimenti dei piccoli borghesi.

La letteratura – e il romanzo di Grass lo fa attribuendo una decisa centralità a questo tema e a queste figure – registra così – a volte anticipando le catastrofiche conseguenze, come nel caso di Horváth – il ruolo del ceto medio nell’ascesa al potere del nazionalsocialismo.
(di Massimo Libardi)

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