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1 luglio 2015

Espressionismo tedesco




Palazzo Ducale, a Genova, rinnova quest’anno l’appuntamento espressionista e “berlinese”, inaugurato nel 2013-2014 da Edvard Munch, con una bella mostra dedicata al gruppo della Brücke. Si tratta di un evento di grande spessore, che conferma la qualità dell’offerta culturale del capoluogo ligure.
La rassegna, curata da Magdalena M. Moeller, direttrice del Brücke-Museum di Berlino, comprende oltre centotrenta opere fra dipinti, stampe e disegni che hanno il compito di illustrare contaminazioni ma anche sostanziali differenze tra gli animatori di questa avanguardia. Occupa un ruolo centrale l’impatto con la nascente metropoli, che ebbe una sostanziale importanza per certi sviluppi del gruppo ma fu anche alla base della sua disgregazione. Del resto, tale è la storia dell’espressionismo, non solo per quanto riguarda il suo manifestarsi in pittura o nella grafica. Se ne seguiamo i progressi in poesia, nella musica, nel cinema, sarà impossibile non constatarne la natura di amalgama più che composito, nel quale confluiscono personalità anche assai diverse tra loro, dove a fronte di strappi e continue rigenerazioni, anzi proprio in virtù di queste forze contrastanti, per circa un decennio perdurano quelle istanze di rifiuto dello status quo che hanno contribuito a scuotere le fondamenta del potere imperiale in Germania.
Un’ascesa tutto sommato veloce, dunque, dalle profonde implicazioni politiche. Dagli inizi di questa avventura, nata ufficialmente il 7 giugno 1905 a Dresda, allo scioglimento del gruppo nel 1913, alcune straordinarie personalità fanno clamorosamente parlare di sé e sconvolgono il panorama dell’arte tedesca. Tutto comincia, perfino un po’ per caso, sui banchi del Politecnico di Dresda, alla facoltà di architettura. Fritz Bleyl e Ernst Ludwig Kirchner si conobbero lì nel 1901. Era il loro primo semestre di lezioni, Bleyl fu attirato da un compagno a dare un’occhiata ai disegni di un corsista. Ne rimase subito molto colpito e verso quel ragazzo di Chemnitz, che era per l’appunto Kirchner, sentì un’immediata simpatia. Divennero inseparabili per l’intero periodo universitario. Lo scarso interesse per i programmi accademici, era ampiamente compensato dalla comune passione per il disegno. Nel 1904 fecero la conoscenza di Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff. A proposito di quei momenti in cui il gruppo stava prendendo forma, ecco il ricordo di Kirchner: «E così un giorno un giovane salì le scale di casa mia declamando lo Zarathustra a gran voce, senza bavero né cappello, presentandosi come Erich Heckel». A Schmidt-Rottluff il merito di aver trovato il nome con cui presentarsi sulla scena culturale tedesca: «Schmidt-Rottluff disse che avremmo dovuto chiamare il gruppo Brücke, era una parola dai tanti significati, non avrebbe rimandato ad alcun programma preciso ma avrebbe per così dire condotto da una sponda all’altra».
Tra i più clamorosi tentativi di reclutamento, gli inviti caduti nel vuoto a Matisse e a Munch. La Brücke si distinse da subito anche per la verve comunicativa, grazie a un intenso lavoro pubblicistico che ne accompagnò le attività, approdando a numerosi allestimenti che videro un graduale crescente afflusso di visitatori. Dalla prima, per certi versi improbabile, esposizione tenuta nell’autunno del 1906 nella sala vendite di una fabbrica di lampadari, a Dresda, alle migliori gallerie d’arte, da cui iniziarono a essere ospitati già a partire dal 1907. Fino al 1910 saranno più di trenta le grandi mostre organizzate in Germania, Svizzera e Scandinavia.
Un ambito specifico sono proprio i manifesti, le locandine, i materiali promozionali delle attività del gruppo; si noti che il programma artistico non venne affidato a un lungo articolo di giornale (come nel caso del futurismo) ma a un breve testo inciso su una xilografia di Kirchner. 
Merita infine spendere qualche parola sull’adesione, piuttosto inaspettata, di Emil Nolde alle istanze dell’avanguardia. Nel gennaio del 1906 Nolde espose le sue opere alla prestigiosa Galerie Arnold di Dresda. Neppure un mese dopo ricevette una lettera di ammirazione per le sue “tempeste di colore” e la richiesta di prendere parte alle attività della Brücke. Nell’allestimento genovese, Nolde è una presenza imponente, sia sul piano pittorico sia per la grafica. Notevoli le acqueforti e le xilografie esposte. Nolde fece parte dell’associazione per un anno e mezzo, uscendone dopo un tempo abbastanza breve a causa di divergenze con gli altri membri; il suo era un temperamento spiccatamente individuale e si può comprendere con facilità come abbia sentito presto il bisogno di tornare al suo percorso. Da mettere in conto anche una non trascurabile differenza di età, rispetto ai fondatori – Nolde era più vecchio di una ventina d’anni. Resta un nome di punta del gruppo, e il suo passaggio tra i fondatori ebbe conseguenze rilevanti per se stesso ma anche per coloro che con lui entrarono in contatto durante quell’esperienza.
Il 1911 fu l’anno del trasferimento a Berlino di Kirchner, Schmidt-Rotluff e Heckel. Max Pechstein si era occupato di sviluppare contatti in loco fin dal 1908, e il salto si prospettava alquanto appetibile. Ma l’incontro con Berlino poteva essere privo conseguenze. La metropoli in pieno fermento, quasi in preda a violente convulsioni con le quali smarriva il proprio volto ottocentesco, perfino agreste, per diventare grande città (dai 300.000 abitanti del 1850 era arrivata a contarne 2 milioni nel 1910), sprigionò una carica di aggressività difficile da controllare per i giovani artisti. Ognuno reagì in maniera diversa, ognuno si sentì arricchito ma anche irrimediabilmente sottratto a se stesso. I colori si scurirono le forme divennero spigolosi: una metamorfosi che si coglie bene ad esempio nelle cosiddette “scene di strada” di Kirchner. E proprio costui fu tra i principali responsabili della rottura, avvenuta nel maggio del 1913.
A Genova, non solo potrete aggirarvi come se vi trovaste nelle sale del museo berlinese, ma sotto i vostri occhi scorrerà attentamente ricostruita una straordinaria parabola creativa che è anche una delle stagioni più intense dell’arte novecentesca, dove il bisogno di rinnovamento del linguaggio pittorico e letterario si salda su istanze cruciali che alimenteranno la protesta sociale in Germania e altrove, nei difficili anni successivi alla prima guerra mondiale. 

(Di Claudia Ciardi)



Emil Nolde - Violette Berglandschaft 


Catalogo della mostra:
Espressionismo tedesco. Da Kirchner a Nolde, 1905-1913, Skira, 2015




In concomitanza, sempre nel contesto di Palazzo Ducale, troverete una retrospettiva sul fotografo tedesco August Sander, accompagnata da un film documentario in cui le persone che lo hanno conosciuto ne raccontano l’arte. Qualcuno ha definito la fotografia di Sander lo “specchio magico” del popolo tedesco. I suoi ritratti hanno colto esattamente com’erano i tedeschi  in un preciso momento. Ma è negli scatti di quel ceto derelitto, spinto ai margini della società, che l’arte di Sander acquista la forza di una rivelazione: la mendicante, il rappresentante di misuratori di forza, gli artisti del circo, il carnevale degli artisti a Colonia, il minatore invalido, la donna delle pulizie, il facchino. Soffermatevi su ognuno di questi volti e vi si aprirà un mondo.
Eppure la particolarità di Sander sta anche nell’aver saputo ritrarre la natura come se fosse una persona umana. Eccovi gli scatti dedicati all’amatissimo Siebengebirge con la corona dei monti vista dal Reno. Oppure i bellissimi alberi innevati sui sentieri di quelle stesse montagne, immortalati ad esempio nella pace di un sentiero, la vigilia di Natale del 1938.
Per approfondire rimandiamo all’articolo Antlitz der Zeit, pubblicato su questo blog.
   

26 novembre 2014

Marc Augé - Rovine e macerie




Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo,
Bollati Boringhieri, 2012

«Bisogna ritornare per scrivere, quantomeno ritornare a casa»
Marc Augé

«Essendo noi oggi molto più sradicati e momentanei»
Piero Bigongiari


Vi è un’analogia fra ricordo e rovina. È questo l’assunto fondamentale del libro di Augé, una testimonianza sul tempo così come risale dai luoghi alla sua percezione di antropologo ma più semplicemente di viaggiatore, perché le due cose nel suo discorso non sono tenute separate da marcatori accademici. Anche in questo lo studioso francese rompe gli schemi e non sorprenderà pertanto che la scrittura saggistica incroci in lui il genere memoriale, facendosi romanzo autobiografico. Tale aspetto, sommato allo spessore contenutistico della sua ricerca, aiuta a spiegarne la fortuna presso il largo pubblico. 
Il padre del concetto di non luogo, attorno al quale non manca di ragionare anche in queste pagine, ripercorre le tappe della sua iniziazione alla scoperta dell’altro, curiosità per lui innata, come ricorda nel grazioso volumetto dedicato all’infanzia a Parigi e ai primi viaggi della sua vita, lungo le linee di quella metropolitana. Qui le prime immagini che vengono incontro al lettore appartengono alla Costa d’Avorio, ai palazzi in rovina edificati dai coloni per i mediatori locali, costruzioni di appena sessant’anni, all’epoca in cui Augé se li trova davanti, eppure già segnati da una decrepitezza che concentrava su di sé l’intera desolazione dell’ambiente e che anzi sembrava da lì addirittura scaturire.  
«Lo spettacolo di quelle rovine recenti costituiva una specie di enigma di cui avvertii immediatamente l’esistenza senza identificarne i termini né coglierne la natura». È intorno a questo enigma, all’interrogativo che la vista delle rovine suscita nel visitatore, che prende forma la sua teoria sulle assonanze tra storia e memoria. Il dubbio circa la persistenza di una simile sensazione, di qualcosa di irrisolto eppure insinuante nell’attimo in cui si posa lo sguardo su un monumento, su un gruppo di vecchie sepolture di cui nessuno pare occuparsi più, è l’elemento conduttore di tutta la sua indagine. Cos’è quel senso di struggente vicinanza a nessun tempo e a nessun essere umano in particolare, da cui ci siamo afferrati di fronte a una costruzione diroccata? Perché quando il nuovo si porta via il vecchio – e Augé lo dice senza alcuna retorica e tenendosi alla larga dai luoghi comuni – ci scopriamo così attaccati alle fragilità di quegli spazi che le leggi di mercato pretendono di riordinare?
Ciò che costituisce le coordinate del nostro immaginario, e questi meccanismi risultano accentuati nelle città e più ancora nella metropoli, anche se non ne abbiamo una precisa consapevolezza culturale, si crea in stretta simbiosi con gli eventi storici. I sussulti e le rotture della storia, spesso di natura violenta, si riverberano entro l’orizzonte in cui ci muoviamo. L’architettura è il riflesso dei tempi e si offre al nostro sguardo come un corpo, con le sue vulnerabilità, le sue sconfitte, e noi siamo portati a comparare le sue forme, i paradigmi che vi si manifestano, a quelli di un corpo vivente. Una rovina è l’occhio dissepolto del tempo che si ribella alla storia. Quel che ci attrae delle rovine sta nella sovrapposizione di natura e cultura in modo che il passato che lì si ascolta non è più in grado di parlarci distintamente di sé. Sappiamo che esiste, ne abbiamo una vaga idea ed è sufficiente a rassicurarci.
«Il tempo puro è questo tempo senza storia, di cui solo l’individuo può prendere coscienza e di cui lo spettacolo delle rovine può offrirgli una fugace intuizione». Nello scenario delle rovine la riunione di temporalità diverse non diviene qualcosa di stridente, contribuisce anzi a limare il dramma delle vicende storiche, cui lì ripensiamo senza la pressante rumorosità che ci incalza quando invece siamo costretti a valutarne l’attualità.
Tra le diverse voci alle quali Augé si rifà, vi è quella di Albert Camus a Tipasa, città romana nei pressi di Algeri. Camus sottolinea la lunghezza del processo con cui il passato finalmente abbandona le cose e poi scrive: «Avevo sempre saputo che le rovine di Tipasa erano più giovani dei nostri cantieri e delle nostre macerie». 
Affermazione folgorante. Lo spazio liberato dalla storia appare più conciliante e perfino più giovane. Le macerie invece, dal latino maceria, “muro a secco”, “muraglia”, non conservano nulla di questa lenta maturazione storica, dell’affrancamento della storia da se stessa. Si collocano semmai sulla direttrice opposta, sono il frutto di un deragliamento. La maceria è il segno tangibile della «follia della storia» e in un orizzonte di macerie si potrà solo avvertire il peso della distruzione, che è un atto di violenza, dove la forza e la rapidità dello scontro operano a cancellare il tempo, a polverizzarlo ma non nel senso del suo lungo decadimento. Le radiazioni della storia contaminano le macerie e chi vi si imbatte. Non si avrà dunque una visione pacificata piuttosto la presa di coscienza di quello che potrebbe accadere in ogni momento. A Berlino i segni di questa febbre, almeno per quanto riguarda l’Europa, sono profondamente incisi nello spazio urbano e, sostiene Augé, la enorme opera di ricostruzione che dura tuttora anziché celare rivela. Metropoli dai nervi fragilissimi e scoperti, la foga con cui si mette mano a nuovi cantieri e progetti non è unicamente il riflesso di un’aspirazione alla modernità, che vuol gettarsi tutto alle spalle. Semmai mostra proprio la continua ricerca della città, e la difficoltà che comporta, a risistemare la violenza del passato e a recuperare un rapporto con quel passato che ha lasciato macerie, non rovine, dove difficilmente ci si sarebbe potuti aggirare senza percepire come lo sfaldamento implicasse quello delle persone. E dove tuttora capita di camminare con questo sentimento. Ma bisognerebbe anche parlare di Varsavia, città completamente annientata, di Amburgo, Dresda, delle ferite di Londra e prima ancora delle città bombardate nella guerra civile spagnola. E poi Beirut durante la guerra civile libanese, Sarajevo, Aleppo, per restare tra Europa e Medio Oriente. Luoghi nei quali l’uomo ha rinunciato a farsi interprete del suo tempo, proprio quando invece pensava di esserlo come mai prima.
D'altra parte l’odierno livellamento cui oggi assistiamo nella costruzione di quartieri avveniristici, di centri commerciali all’ultima moda, di zone residenziali identiche nei due emisferi a scapito delle peculiarità degli spazi in cui sorgono, tendenze contro le quali Augé esprime il proprio disappunto in un passaggio del libro sulla ‘sua’ Parigi, è una fase nuova che proietta l'uomo in un territorio ignoto. Su di lui grava la sfida a non esserne fatalmente estromesso.     

(Testo e foto di Claudia Ciardi)



Una casa abbandonata in Via del Molino a vento - Trieste, 2014

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Non luogo - Enciclopedia Treccani

Appunti sulla teoria della distruzione di Winfried Sebald - Helios Magazine (2010)



«Quello che potrebbe sembrare un insolito terreno di esplorazione, incoerente all’apparenza col mondo di superficie, si rivela un luogo di richiami e sedimentazioni, caratterizzato invece da una straordinaria capacità ricettiva. E viceversa, giacché il sottosuolo, divenendo fulcro delle abitudini in base a cui si articola la vita in metropoli, contamina largamente quel che accade qualche metro sopra. La sintonia che qui è possibile cogliere con i livelli più profondi del sé, permette di analizzare la struttura del corpo sociale, fino a tracciarne riti e itinerari riconducibili a una vera e propria era geologica che ha visto la piena affermazione della metropoli e dei suoi ritmi».
 Recensione di Un etnologo nel metrò, Elèuthera, 2010. Su Sololibri.net



Paesino abbandonato di Mirteto sui Monti Pisani, 2009  

4 maggio 2014

Grand Budapest Hotel




Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda Swinton, Adrien Brody
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: USA
Anno: 2014
Durata: 99 min




Omaggio alle opere di Stefan Zweig, cui il film si ispira, il regista Wes Anderson confeziona un’opera brillante in grado di suscitare simpatie e consensi tra il pubblico europeo. Lo conferma l’attenzione che gli ha riservato la 64ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, scegliendolo come film d’apertura e conferendogli il Gran premio della giuria.
Storia, atmosfera, trovate, costumi, gli ingredienti si amalgamano a meraviglia come nella pasticceria di Mendl's, i cui dolcetti fungono da bizzarro e gustoso trait d’union del racconto. E in effetti tutta la vicenda, nonostante certi sviluppi drammatici, pur sempre giocati su toni noir-grotteschi, ha la stessa consistenza di una zuccherosa decorazione per torte. C’è molta narrativa tedesca del Novecento nel lavoro degli sceneggiatori; oltre alla voce di Zweig, si coglie abbastanza nitidamente più di uno spunto dall’Hotel Savoy di Roth, e forse in generale dalla scrittura rothiana. La figura del concierge raffinato e intraprendente, affiancato dal suo giovane boy tuttofare, è un duo straordinariamente immortalato dal grande romanziere austriaco. Ma azzarderei anche un parallelo tra la giovane, bella e mite Agathe, «con una voglia a forma di Messico sulla guancia», pasticciera a tempo pieno da Mendl's, e l’eterea controparte di Ulrich nel musiliano L’uomo senza qualità.
Nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka si respira aria di Mitteleuropa a pieni polmoni, con qualche merletto in stile Finis Austriae, ma anche con tutti i lugubri paramenti di un’aristocrazia avviata al tramonto, attorno alla quale girano venti di guerra e losche figure di criminali senza scrupoli, ingaggiati da eredi desiderosi di godersi le ultime fortune di famiglia. Le clienti dell’impeccabile, a tratti perfino stucchevole Monsieur Gustave, imbevuto di etichetta, affettazione e poesia romantica sono infatti anziane ricchissime vedove in cerca di consolazione, anche sessuale, presso il loro affabile quanto discreto padrone di casa. Il Grand Budapest Hotel appare quindi fin da subito un luogo dove si consuma una clamorosa illusione in cui va dissolvendosi un’epoca, ma Anderson ama anche rappresentarcelo come una specie di baluardo nel quale vige un codice che aspira a tenere lontana la violenza del mondo esterno; e qui si scorge più di un riferimento all’ascesa delle dittature in Europa.
Quando ci si ritrova a cena nel salone ormai vuoto dell’albergo, e diversi lustri sono passati dall’avventurosa storia che coinvolse il solerte Gustave, il vecchio Zero Moustafa, il suo boy, ha preso le sembianze di uno degli ultimi viaggiatori dell’Orient-Express, consapevole che presto, al capolinea, bisognerà consegnare una volta e per tutte il mito che da sempre lo accompagna.
Lo splendore del Budapest è morto e sepolto. Incombono espropriazioni e svendite immobiliari, in un raggelante scenario di austerità sovietica. Al tavolo le portate sfilano senza ostentazione, il racconto di Zero scivola via, inghiottito dal silenzio della sala. Solo la deliziosa glassa di Mendl's riaffiora, non si sa per quale miracolo e soprattutto per mano di chi, sopravvissuta ai rovesci della storia e alla perdita dell’amore (Agathe) e dell’amico (Gustave).
La trama, relativamente semplice, si impreziosisce di colpi di scena che tengono costantemente il film su un ritmo elevato. Gustave si trova coinvolto nelle guerre familiari scatenate dalla morte di una delle sue facoltose amiche, proprietaria del fantomatico Schloss Lutz. In realtà dietro la vicenda si nasconde l’orribile crimine del figlio di lei, Dmitri – un irresistibile Adrien Brody – smanioso di seppellire la vecchia per impadronirsi dell’eredità. Accusato di circuire vedove sole e inconsolabili, i sospetti cadono dapprima su Gustave, cui per testamento spetta un dipinto rinascimentale di straordinario valore. Mentre si cerca di far luce sul caso, l’innocente Gustave finisce in carcere da dove organizza una spettacolare fuga insieme ad alcuni compagni: e qui ha origine una sequenza di assoluto spasso che va dalla notte dell’evasione alla “catena umana” per mezzo della quale i portieri di tutti i più importanti alberghi della provincia riescono a far arrivare una macchina con autista e il profumo preferito di Monsieur Gustave, capriccio cui non sa rinunciare neppure in situazioni estreme, per trarlo in salvo. Nel frattempo piovono omicidi, commissionati da Dmitri a un sicario di professione – e anche in questa figura che viaggia a bordo di una motocicletta modello BMW, vestito di impermeabile nero, bardato di tirapugni adorni di teschi non è difficile scorgere una ‘citazione’ del nazista sanguinario e spietato.
Vale la pena fare un appunto anche sul modo di parlare di Monsieur Gustave, altra metafora della dissoluzione di un’epoca e di un modo di essere che attraverso l’attaccamento alla parola scelta, a certi vezzi ridondanti e vacui del parlare, cerca di colmare un vuoto ben più spaventoso, quello dell’ignoranza. In questo senso, le sparate di Gustave ipnotizzano l’ascoltatore che nel corso del film impara ad amarle. Ma anche qui Anders è sottile nell’intrecciare ironia e disincanto. Infatti, ogni volta che si tenta di fare un discorso aulico o di declamare dei versi, accade qualcosa che costringe a interrompere. E il momento clou, che ci mette sotto gli occhi l’eterna perversione del mondo, è proprio legato all’attraversamento della frontiera. Nelle due occasioni in cui i protagonisti tentano di raggiungere in treno Lutz, le due guerre mondiali sono alle porte. La storia incalza il nobile cuore romantico di Gustave, e la sua sete di poesia non può nulla contro i gendarmi che con brutalità gli perquisiscono lo scompartimento. La seconda irruzione gli sarà fatale.
Come si diceva, gli ingredienti per far funzionare il film ci sono tutti, e i componenti del cast sembrano aver cuciti addosso i loro ruoli. Dalla bella Agathe (Saoirse Ronan), che «nonostante tutto è sempre bella perché possiede la purezza», parola del dongiovanni Gustave, al giovane Zero Moustafa, l’esordiente Tony Revolori, ottimo coprotagonista, in grado di fronteggiare magnificamente la geniale interpretazione di Ralph Finnies. Questo ragazzo, di genitori guatemaltechi, incarna alla perfezione, anche per il suo aspetto, quello spirito dell’esule orientale, sradicato, scacciato, perseguitato che vive in tante pagine della letteratura ebreo-tedesca. Roth lo avrebbe senz’altro promosso a pieni voti: un boy al quadrato.
Diamo infine al lettore qualche indicazione sui luoghi in cui la pellicola è stata girata, perché anche questo contribuisce all’atmosfera che abbiamo sin qui descritto. Per gli interni dell’hotel la scelta è caduta sul Görlitzer Warenhaus, un grande magazzino liberty dismesso, a Gorlitz, cittadina tedesca al confine con la Polonia. Il castello tedesco di Osterstein a Zwickau è l’ambiente della prigionia di Monsieur Gustave. Infine lo Zwinger di Dresda, complesso barocco che ospita parte delle collezioni museali statali della città, è il luogo nel quale si consuma il truce assassinio dell’avvocato, nonché esecutore testamentario, dell’anziana nobildonna di cui è in ballo l’eredità.

(Di Claudia Ciardi)


                                 


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«Non è la vita di Sándor Márai ad aver attraversato il secolo, ma la deriva storica del ‘900 che lo ha trascinato nel gorgo aperto al suo passaggio. Quegli ottantanove anni sembrano doppiare tutte le contraddizioni vissute dall’occidente, fino a trovare una singolare e beffarda coincidenza nella fine: il 9 novembre 1989 cade il Muro di Berlino; qualche mese prima lo scrittore si uccide con un colpo di pistola. Alla soglia del ventesimo anniversario dalla morte di Márai e dalla notte in cui l’Europa ha composto la grande divisione provocata dalla seconda guerra mondiale, un fatto strano, che suscita inquietudine, sembra in qualche modo ricordarci quanto la vita dell’artista ungherese sia entrata nell’ossatura degli eventi, facendo i conti fatalmente con le brusche e spesso violente svolte della contemporaneità».

6 dicembre 2013

Entartete Kunst


La questione non è banale. A entrare in gioco, infatti, nella definizione formulata dai nazisti per bollare negativamente le opere dell’avanguardia sono sia l’idea di arte che il regime intendeva divulgare sia il processo, a ciò strettamente legato, di elaborazione di una damnatio memoriae che, se osservato più da vicino, si scopre estremamente ambiguo.
Il recente ritrovamento a Monaco, nella casa di un insospettabile, riservato cittadino tedesco, di millecinquecento quadri “dannati” dal nazismo che in molti avevano dato per distrutti, sollecita infatti una riflessione sui confini tra ciò che veniva apertamente disprezzato all’epoca della dittatura e quel che invece era considerato rappresentativo di una autenticità culturale tedesca oggetto di infaticabile propaganda. Ed è proprio qui che si cela, senza neanche troppi espedienti, quanto indubbiamente apparirà come una contraddizione ma che, se si parte dal presupposto che il regime nazista non poteva che essere per sua stessa natura un coacervo di incoerenze, non ci sembrerà cosa poi tanto difficile da digerire. Del resto, molti (più o meno tutti) gli aspetti che una dittatura sostiene di rigettare, a difesa della propria integrità morale e di un codice d’onore che viene offerto come unica soluzione possibile ai mali e alle corruttele dei propri avversari politici, sono già dentro alla sua messianica alternativa, prima ancora che abbia ricevuto la definitiva consacrazione. L’abuso di potere e il grado di immoralità che caratterizzarono l’operato dei gerarchi fin dalla prima ora della loro investitura, è cosa più che mai nota. Eppure il consenso si reggeva interamente proprio sull’annuncio di una differenza etica e sostanziale con i rivali.
La vicenda di Hildebrand Gurlitt, padre di Cornelius, l’uomo fermato una sera di settembre del 2010 alla frontiera Svizzera dalla polizia che, dopo averlo pescato senza documenti di identità, ha disposto un mandato di perquisizione nel suo appartamento monacense, luogo del ritrovamento delle opere d’arte ‘disperse’, è secondo me emblematica dei numerosi e complessi intrecci che hanno unito elementi di spicco del partito nazionalsocialista a figure poco note, se non del tutto ignote, faccendieri annidati nelle numerose zone d’ombra del potere, cui finora si è data scarsissima rilevanza. Gurlitt padre, per metà ebreo, venne selezionato dagli uomini del regime per le sue competenze in ambito artistico. A lui fu assegnato il compito di incettare le opere ritenute degeneri e, come è facilmente immaginabile, il suo lavoro si rivelò essenziale per l’allestimento della famosa mostra «Entartete Kunst», campionario avanguardista esibito a Monaco nel 1937, con l’intento dichiarato di metterlo in ridicolo.   
Hitler aveva una vera e propria ossessione per l’arte, un rapporto di amore-odio che risale agli anni in cui frequentava senza successo l’accademia di Vienna. Questa compulsione alla ricerca dell’oggetto d’arte lo accompagnò per tutta la vita e fu al centro di clamorose sparizioni durante la dittatura. Diversi capolavori dati per distrutti, tra cui la Danae di Tiziano e il Polittico dell’agnello mistico di van Eyck, sono stati ritrovati in miniere e tunnel di montagna. Mancano tuttora all’appello, tra gli altri, quattordici lavori di Gustav Klimt e Il pittore per la sua strada al lavoro di van Gogh. Si potrebbe ipotizzare che questi quadri siano stati venduti, finiti nelle mani di qualche collezionista che, magari già da tempo sulle tracce della refurtiva, ha atteso gli anni confusi della guerra per combinare qualche affare. Alcuni degli stessi dipinti della «Entartete Kunst» sono stati venduti all’estero, mentre si pensava che fossero stati distrutti, grazie anche alla versione fornita da Gurlitt, il quale a più riprese non aveva mancato di dire che l’intera collezione era andata perduta nel bombardamento di Dresda.
Mentre gli alleati si preoccupavano di recuperare le grandi opere ‘classiche’, pochi pensarono alle sorti degli eccentrici frutti delle avanguardie europee, dando per scontato che il regime se ne fosse sbarazzato da tempo. Il rinvenimento in casa dei Gurlitt testimonia invece che i nazisti quantomeno avevano interesse a conservare i loro ‘figli’ degenerati, se non altro perché avrebbero potuto scambiarli con moneta sonante. Un investimento che andava preservato con cura e che necessitava di uno zelante custode.
Ma c’è di più. Al di là delle convenienze materiali che hanno messo al riparo una parte cospicua delle opere d’arte censurate, vi è indubbiamente una inconfessata fascinazione subita dagli uomini del regime, che senz’altro non potevano restare indifferenti di fronte alle somiglianze tra certe forme espressioniste e l’incubo nazionalsocialista, conservatore e rassicurante solo nei proclami ma modernamente affilato e terribilmente lugubre.
Altro tabù che si infrange, con buona pace di chi ama incasellare i fatti storici nell’ambiente asettico delle rappresentazioni ideologiche. Monaco di Baviera, nel progetto hitleriano, doveva essere la capitale dell’arte. Per questo il Führer vi fece erigere la Casa dell’arte tedesca. Questo posto avrebbe dovuto raccogliere i capolavori depositari del vero spirito tedesco. Nota, la mostra degenerata si tiene nel 1937. La Casa dell’arte è inaugurata l’anno successivo. Le due arti sembrano viaggiare a braccetto e osservarsi quasi in un gioco di specchi. Qualcuno, in questa strana e tormentata gara di mimesi, si è spinto anche oltre, sostenendo che la mostra del ’37 è una delle migliori che siano state dedicate all’avanguardia. E non vi è ragione di scaldarsi a provare il contrario. L’avanguardia intendeva rompere con una maniera di rappresentare e recepire l’arte, voleva destabilizzare, distruggere il concetto di arte dalle fondamenta, per rendere la creatività una cosa nuovamente viva, un tutto magmatico che potesse essere riplasmato. Perseguiva queste idee con ogni mezzo e per questo suscitò reazioni e sentimenti contrastanti: sberleffo, ironia, acredine, aggressività. La vicenda di Klimt, oggetto di violente polemiche nel corso della realizzazione dei pannelli decorativi per l’Aula magna dell’Università di Vienna, è esemplare. L’allestimento nazista del ’37 nel suo mood provocatorio e violento finisce paradossalmente per essere una scena quasi ideale e celebrativa della rottura che le avanguardie andavano significando.    
Infine, la stessa Casa dell’arte a oggi risulta tutt’altro che antiquata e superata. Questo imponente tempio neoclassico, progettato da Paul Ludwig Troost, trasuda tutte le moderne, intimidatorie ambizioni della dittatura. Anche qui, del tradizionale ottocentesco idillio tedesco, sfumato di bucolico romanticismo, proprio non vi è traccia.     
Insomma, volendo superare i tanti luoghi comuni sul rapporto arte-nazismo si avrebbe la possibilità di leggere più a fondo nei vizi del regime e analizzarne la psicologia in maniera più obiettiva. Oltre, sul piano pratico, ad aprire delle piste che potrebbero portarci a rinvenire altri capolavori scomparsi.
Ma forse si ha paura, per l’appunto, di riconoscere nello spietato specchio della storia più di un paio di riflessi che ci avvicinano oltre il limite di sicurezza alla barbarie, verso cui purtroppo non si riesce ancora a guardare con la dovuta onestà intellettuale, cosa che ci renderebbe anche meno vulnerabili di fronte al riproporsi di certe rischiose similitudini e assonanze nelle nostre società.

(Di Claudia Ciardi)   



«arte degenerata»
espressione con cui in Germania venne bollata l’arte moderna, condannata dalla propaganda nazionalsocialista. La condanna teorica, in nome della difesa della classicità, dell’ordine e dei valori della razza, fu accompagnata da una violenta campagna denigratoria e da misure vessatorie, che si inasprirono dopo la conquista del potere da parte di Hitler. In questo clima il Bauhaus, già obbligato a trasferirsi da Weimar a Dessau e da qui a Berlino, fu definitivamente soppresso nel 1933. Gli artisti non graditi al regime furono allontanati da incarichi pubblici, perseguitati, costretti all’esilio. Della lista dei «degenerati» facevano parte O. Dix, G. Grosz, K. Kollwitz, e altri compromessi con organizzazioni di sinistra; E. Barlach, M. Beckmann, E.L. Kirchner, A. Macke, F. Marc, E. Nolde, M. Pechstein; gli architetti W. Gropius, L. Hilberseimer, E. Mendelsohn, L. Mies van der Rohe e molti altri. Per ordine di Goebbels le loro opere furono ritirate dai musei, insieme con quelle di P. Cézanne, P. Gauguin, H. Matisse, G. Braque, P. Picasso, V. van Gogh, J. Ensor, E. Munch, P. Klee, V. Kandinskij, O. Kokoschka, L. Feininger, A. Archipenko e altri stranieri. Esposte in una mostra esemplare di Entartete Kunst a Monaco (1937), parte di quelle opere furono vendute in una pubblica asta a Lucerna.

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Die Ausstellung «Entartete Kunst» wurde am 19. Juli 1937 in München eröffnet und zeigte 650 konfiszierte Kunstwerke aus 32 deutschen Museen. Bis April 1941 wanderte sie in zwölf weitere Städte. Sie zog über 3 Millionen Besucher an. Die Ausstellung wurde von Joseph Goebbels initiiert und von Adolf Ziegler (1892-1959), dem Präsidenten der Reichskammer der bildenden Künste, geleitet. Gleichzeitig setzte mit der Beschlagnahme von insgesamt rund 16.000 modernen Kunstwerken, die zum Teil ins Ausland verkauft oder zerstört wurden, die "Säuberung" der deutschen Kunstsammlungen ein. Berufsverbote für Künstler und Museumsleute, die moderne Kunst angekauft hatten, oder Hochschullehrer gab es bereits unmittelbar nach der Machtübernahme der Nationalsozialisten seit 1933.
Als "Entartete Kunst" galten im NS-Regime alle Kunstwerke und kulturellen Strömungen, die mit dem Kunstverständnis und dem Schönheitsideal der Nationalsozialisten nicht in Einklang zu bringen waren: Expressionismus, Impressionismus, Dadaismus, Neue Sachlichkeit, Surrealismus, Kubismus oder Fauvismus. Als "entartet" galten u.a. die Werke von George Grosz, Ernst Ludwig Kirchner, Max Ernst, Karl Schmidt-Rottluff, Max Pechstein, Paul Klee, Otto Griebel oder Ernst Barlach. In der Ausstellung "Entartete Kunst" wurden ihre Exponate mit Zeichnungen von geistig Behinderten gleichgesetzt und mit Photos verkrüppelter Menschen kombiniert, die bei den Besuchern Abscheu und Beklemmungen erregen sollten. So sollte der Kunstbegriff der avantgardistischen Moderne ad absurdum geführt und moderne Kunst als "entartet" und als Verfallserscheinung verstanden werden. Diese Präsentation "kranker", "jüdisch-bolschewistischer" Kunst diente auch zur Legitimierung der Verfolgung "rassisch Minderwertiger" und politischer Gegner. Parallel zur "Entarteten Kunst" zeigten die Nationalsozialisten in der "Großen Deutschen Kunstausstellung" im Münchner "Haus der Deutschen Kunst", was man unter "deutscher" Kunst zu verstehen habe.

Der Vernichtungsangriff auf die Moderne und ihre Protagonisten betraf alle Sparten der Kultur wie Literatur, Film, Theater, Architektur oder Musik. Moderne Musik wie der Swing oder der "Nigger-Jazz" wurden auf der am 24. Mai 1938 eröffneten Ausstellung "Entartete Musik" ebenso rücksichtslos diffamiert wie der "Musikbolschewismus" von international bekannten Komponisten wie Hanns Eisler, Paul Hindemith oder Arnold Schönberg.

Source:
dmh.de/lemo
Deutsches Historisches Museum (Berlin)


Alfred Kubin, untitled

«Entartete Musik»
Broschüre zur Ausstellung
Hans Severus Ziegler
Völkischer Verlag, 1939

Moderne Musik wie der Swing oder der "Nigger-Jazz" wurden auf der am 24. Mai 1938 eröffneten Ausstellung "Entartete Musik" ebenso rücksichtslos diffamiert wie der "Musikbolschewismus" von international bekannten Komponisten wie Arnold Schönberg, Hanns Eisler oder Paul Hindemith.

Link: Entartete Musik - Musica degenerata



Links:

ENTARTETE KUNST IN MÜNCHEN - Das NS-Enteignungsgesetz gilt noch immer
von Nikolaus Bernau, «Berliner Zeitung», 6. November 2013

Su insideart (articolo di Francesco Angelucci)

Il tesoro degenerato, Jonathan Jones, «The Guardian» tradotto su «Internazionale» 1026, pp. 74-75

Degenerate Art, notes and a supplement to the film




7 aprile 2012

La città in versi – Durs Grünbein





Il primo anno. Appunti berlinesi
 
Einaudi, 2004


                                                KANAL IN BERLIN 
                                                                 Erich Heckel
 

Un diario dei dodici mesi iniziali del nuovo millennio, segnati dalla felicità per la nascita della figlia e dai ricordi della propria infanzia a Dresda, in cui la memoria cammina a fianco delle riflessioni sulla poesia. La vita di tutti i giorni è per il poeta tedesco fonte di stimoli inesauribili: le ricerche nel campo della genetica e gli studi sul cervello lo inducono a riflessioni sulla vita e la morte; Berlino e la Germania sono in continua metamorfosi; nelle impressioni di viaggio si riverbera la storia di città del vecchio e del nuovo mondo. Fogli di taccuino che intrecciano pubblico e privato e che sono anche una radiografia mentale del continuo dialogo di un poeta con i grandi del passato, da Baudelaire a Seneca, da Darwin a Cézanne. 

Recentemente pubblicato da Einaudi anche:
Strofe per dopodomani e altre poesie
collezione di poesia
a cura di Anna Maria Carpi
pp. 216
ISBN 9788806197568
anno 2011
€ 12,50

Inferno tedesco. La Nuova antologia di Durs
 



                                                      MAUER AM SÜDSTERN
                                                              Rainer Fetting 
                                                                     1988

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